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Full text of "PROSE"

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V  I  .    ',  c 


LA  LETTERATURA  ITALIANA 
STORIA  E  TESTI 

DIRETTORI 

UAFKAMLK  MATTIOLI  •  PIBTRO  PANCRAZI 
ALFREDO SCHIAFFINI 

VOLUME  7 


FRANCESCO  PETRARCA 


PROSE 


A  CURA  DI   G.  MARTELLOTTI 

K  DI   P.  G.  RICCI  •  E.  CARRARA 

E.  BIANCHI 


UICCARDO  RICCIARDI  EDITORE 
MILANO  •  NAPOLI 


TUTTI   I   DIRITTI   RISERVATI   •  ALL   RIGHTS   RESERVED 
PRINTED   IN   ITALY 


PROSE 


VII 

I.  POSTERITATI  2 
a  cura  di  Pier  Giorgio  Ricci 

II.  SEGRirrUM  22 
a  cura  di  Enrico  Carrara 

III.  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS  218 
a  cura  di  Guido  Martellotti 

IV.  RERUM   MEMORANDARUM   LIBRI  270 
a  cura  d't  Pier  Giorgio  Ricci 

V.  1)K   VITA   SOLITARIA  286 
a  cura  di  Guido  Martellutti 

(tradustione  italiana  di  Antonicttu  Rufano) 

VI.  DE   OTIO   RELIGIOSG  594 
a  cura  di  Pier  Giorgio  Ricci 

VII.  DM  REMEDIIS  UTRIUSQUE  FORTUNE  606 
a  cura  di  Pier  Giorgio  Ricci 

VIII.  INVKCTIVE 

a  cura  di  Pier  Giorgio  Ricci 

1NVKCT1VK  CONTRA  MHDICUM  648 

1NVKCTXVA  CONTUA  QUENDAM  MAONI  vSTATUS  HOMINRM 

SliD  NUM.1US  SCIKNTIK  AUT  VIUTUTIS  694 

DM  SXJI  IPSIUS  KT  MtJLTORUM  IGNORANTIA  7IO 

INVECTIVA  CONTRA  HUM  QUI  MALKDIXIT  1TALIK  768 

IX.  FAMHJARIUM   RERUM   LIBRI  810 
a  cura  di  Enrico  Bianchi 

X.  SENILIUM   RERUM   LIBRI  1028 

a  cura  di  Guido  Martdtotti 

itatiana  di  Giuseppe  Fracmsetti) 


NOTA   CRITICA  Al   TESTI  n6l 

INDICE  DEI   NOMI  1181 

INDICE  1203 


INTRODUZIONE 

bul  finire  del  secolo  XVIII  il  signer  Jean-Baptiste  Lefebvre  de 
Villebrune,  filologo  avventato  e  caparbio,  in  un  codice  miscellaneo 
della  biblioteca  reale  di  Parigi  (il  Parigino  lat.  n.  8206)  ritrov6  un 
frammento  poetico  di  34  esametri,  in  cui  credette  di  riconoscere  un 
passo  inedito  delle  Puniche  di  Silio  Italico ;  e  si  affrett6  a  inserirlo 
nelFedizione  che  preparava  di  quel  poema.  Si  trattava  in  realtk 
di  un  brano  delV Africa,  il  famoso  damento  di  Magone »  che  il 
Petrarca  fece  conoscere  a  Francesco  Barbato  nel  1343,  e  ch'ebbe, 
isolate,  larga  diffusione  c  di  consegucnza  traclizione  manoscritta 
a  s6  stante.  Nelle  due  edizioni  del  Lefebvre,  Veditio  maior  c  la 
minor  (Tuna  e  Faltra  del  1781),  i  versi  del  Petrarca  appaiono  in- 
seriti  nel  libro  xvi,  subito  dopo  quelli  che  narrano  la  partenza  di 
Magone  dalla  Spagna.  II  filoiogo,  pregiatore  cosi  esatto  della  ve- 
rita  storica  da  anteporre  le  Puniche  di  Silio  Italico  all'Eneide  di 
Virgilio,  non  s'accorse  che  Magone  in  tal  modo  veniva  a  morire 
per  una  ferita  di  cui  non  s'era  fatta  prima  parola  e  che  la  sua  fine 
era  anticipata  di  circa  tre  anni:  a  tal  punto  lo  accecava  Fambi- 
zione  di  presentare  un  testo  di  Silio  Italico  da  lui  per  la  prima 
volta  restituito  alia  sua  integrita!  Quanto  al  Petrarca,  il  Lefebvre 
se  ne  sbarazzava  facilmente  con  un'aperta  accusa  di  plagio:  la  let- 
tura  ddV  Africa  —  ch'egli  fece  evidentcmente  in  un  secondo  tempo, 
quando  qualcuno  cerc6  di  metterlo  sull'avviso  —  lo  aveva  con-' 
fermato  nclla  convinxione  che  il  Petrarca  tenesse  nel  suo  cassetto 
una  copia  di  Silio  Italico  e  ne  facesse  man  bassa. 

La  disinvoltura.  del  Lefebvre  ci  fa  ora  sorridere,  come  ci  fa  sor- 
ridere  cFaltro  lato  Findignazione  del  Corradini,  che  della  cosa  si 
occupa  nella  sua  cdixione  dull* Africa,  e  quella  ancor  piu  vibrante 
del  Fracassctti  che  ne  parla  commentando  la  Sen.,  n,  i.  II  Pe 
trarca,  se  mai,  avrebbc  avuto  ragione  di  rallegrarsi  che  un  filo 
logo  classico  potesse  scambiarlo  con  un  antico,  E  non  &  questa 
Funica  volta;  gli  studi  recenti  del  Billanovich  hanno  messo  in 
luce  come  alcune  congetture  petrarchesche  siano  state  prese  per 
lezioni  genuine  e  accolte  in  edmoni  modernc  di  Livio  e  di  Ci 
cerone;  ii  Degestis  Cesaris,  attribuito  erroneamente  a  quel  Giulio 
Celso  che  il  Petrarca  riteneva  autore  dei  Commentarii  di  Cesare, 
fu  considerate  a  lungo  opera  di  antico,  e  alcune  pagine  di  esso 


VIII  INTRODUZIONE 

pubblicate  talvolta  di  seguito  e  a  integrazione  dei  Commentarii, 
finche  lo  Schneider  e  il  Rossetti  non  lo  rivendicarono  clefinitiva- 
mente  al  Petrarca.  6  una  storia  interessante  qucsta,  non  an  cor  nota 
per  intero.  Ma  per  tornare  al  frammento  di  Magonc  e  alle  Puniche, 
1'errore  del  Lefebvre  avrebbe  potuto  servir  di  risposta  a  quei 
contemporanei  del  Petrarca  che,  dando  un  giudizio  assai  diverse 
di  quel  passo  dtlV  Africa,  avevano  rimproverato  al  poeta  di  non 
avervi  mantenuto,  nel  personaggio  di  Magone,  la  convenienza  poo 
tica,  di  aver  attribuito  a  un  pagano,  a  un  barbaro  addirittura,  senti- 
menti  e  pensieri  che  sarebbero  convenuti  piuttosto  a  un  cristiano. 
II  Petrarca  senti  certo  questa  accusa  come  grave,  se  con  tanto 
impegno  cerc6  di  scagionarsene  nella  Sen.,  n,  i  (che  si  pu6  leg- 
gere  in  questo  volume  a  p.  1030  sgg.).  In  essa  egli  afferma  risolu- 
tamente  che  il  raccogliersi  in  se  stessi,  il  ripensare  alia  vita  tra- 
scorsa  e  il  pentirsene  e  cosa  nota  anche  °ai  pagani;  che  la  consi- 
derazione  dell'umana  fralezza  di  frontc  alia  morte  e  propria  del- 
Puomo  per  il  solo  fatto  di  esser  mortale;  che  in  quelPepisodio 
non  v'e  dunque  nulla  di  particolarmente  cristiano  bcnsl  tutto  vi 
e  (cumano)  (cfr.  p.  1050  sg.),  Ricordo  che  su  queste  frasi  amava 
fermarsi  Vittorio  Rossi  parlando  nelle  sue  lezioni  deirumanesimo 
petrarchesco;  e  non  a  torto.  Vero  e  infatti  che  il  Petrarca  ncllo 
scrivere  quei  versi  non  s'era  prospettato  neppur  di  lontano  il  pro- 
blema  della  « convenienza  poetica)):  liricamente,  egli  s'era  sen- 
tito  identico  al  suo  personaggio  Magone,  come  altrove  nel  poema 
sembra  identificarsi  volta  per  volta  con  Scipione,.con  Massinissa 
o  magari  con  Sofonisba.  Ma  e  anche  vero  che,  costretto  poi  a 
meditare  su  quei  suoi  versi  e  a  darne  una  giustificazione,  in  quel 
raccostamento  fra  cristianesimo  e  umanita  egli  chiariva  Fessenza 
stessa  del  suo  umanesimo  e,  si  potrebbe  forse  dire,  deirumanesimo 
senz'altro. 

Abbandonata  ormai  ogni  interpretazione  tendente  a  presentare 
il  Petrarca  come  ribelle  o  almeno  incapace  d'inserirsi,  per  fervore 
di  spiriti  nuovi,  nella  tradizione  cristiana,  si  fa  strada  sempre  piu 
Topposta  immagine  di  un  Petrarca  che  quella  tradizione  accetta 
in  pieno  e  continua.  II  citato  passo  delle  SeniK  pub  aiutarci  forse, 
tra  le  due  opposte  tendenze,  a  intendere  quanto  vi  sia  di  nuovo 
nel  pensiero  petrarchesco.  Certo  ch'egli,  lungi  dal  contrapporre  il 
paganesimo  al  cristianesimo,  ne  cerc6  una  conciliazione,  rifacendosi 
alPesempio  dei  padri  della  Chiesa,  e  anticipando  un  problema 


INTRODUZIONK 


scntito  da  buona  parte  almcno  degli  umanisti.  Ma  mentre  1'in- 
contro  fra  i  due  mondi  opposti  era  avvcnuto  presso  gli  scrittori 
cristiani  in  gram  d'una  concezione  provvidenziale,  per  cui  il  di- 
venire  storico  tcndeva  ad  allinearsi  sopra  un'unica  dircttiva,  ora 
esso  avveniva  invece  in  name  d'una  fondamentale  uguaglianza 
delPanimo  umano,  Sicche"  il  cristiancsimo  stesso  appariva  non  solo 
come  la  vera  e  unica  religione,  ma  anche  come  quella  che  piu 
rispondeva  a  necessita  e  aspirazioni  umane,  ugualmente  sentite  in 
luoghi  e  tempi  diversi, 

* 

II  bisogno  di  tutto  commisurare  alia  personale  esperienza,  che 
e  proprio  del  poeta  lirico,  agisce  sempre  o  quasi  sempre  anche  nel 
Petrarca  scrittore  latino  e  umanista;  e  in  ci6  forse  e  Torigine  prima 
di  quella  spcditezza  di  modi  che  in  lui  spesso  ci  sorprende,  per 
cui  lo  sentiamo  tanto  piti  prossimo  a  noi  dei  suoi  contemporanci, 
anch£  &  dove  egli  resta  fedele  a  formulazioni  teoriche  tutte  pro- 
prie  dcU'eti  sua.  Con  gli  antichi  egli  visse  in  una  sorta  di  comu- 
nione  fraterna:  sia  che  dal  loro  esempio  volesse  trarre  ammae- 
stramento  di  vita  per  s6  o  per  gli  altri,  sia  che  nel  paragonarsi  a 
loro  egli  intendesse  scusare  e  nobilitare  le  proprie  debolezze. 
«Cosi  se  ti  avessi  rinfacciato  la  calvizie,  scommetto  che  avresti 
tirato  in  ballo  Giulio  Cesare  »  si  fa  dire  da  Agostino  nel  Secretum, 
in  uno  dei  rari  punti  in  cui  il  discorso  assume  un  tono  di  lieve 
ironia.  E  il  Petrarca  ammette:  «6  un  grande  conforto  essere  fian- 
cheggiato  da  cosl  chiari  compagni  .  .  .  Se  pertanto  mi  avessi  rimpro- 
verato  d'cssere  pauroso  al  fragore  della  folgore  .  .  .  avrei  risposto 
che  Cesare  Augusto  soffriva  dello  stesso  male.  Se  mi  avessi  detto, 
e  se  io  fossi,  cieco,  mi  difendcrei  con  Tesempio  di  Appio  Cieco  e 
di  Omero,  re  dei  poeti»  e  via  dicendo  (p.  178-81  di  questo  volume). 
Altre  volte  egli  si  rivolge  direttamente  a  quegli  illustri  antichi: 
cosl  nel  gruppetto  di  lettere  che  chiudono  la  raccolta  delle  Fa- 
miliari,  colloqui  a  tu  per  tu  con  Cicerone,  Seneca,  Varrone,  Quin- 
tiliano,  Livio,  Pollione,  Qrasdo,  Virgilio,  Omero,  in  cui  il  Petrarca 
esprime  la  propria  ammirazione  per  loro  e  il  rimpianto  di  non  po- 
terne  leggere  le  opere  per  intero,  ma  talvolta  anche  i  rimproveri 
per  il  loro  operato,  come  se  non  esistesse  piii  quell'abisso  di  secoli 
in  mezzo.  Atteggiamenti  ingenui  spesso  e  che  talvolta  tradiscono 
un'impostazione  retorica;  ma  pur  sempre  sinceri,  come  quelli  che 


X  INTRODUZIONE 

nascono  dal  desiderio  di  evadere  da  una  realt&  presentc  chc  non 
soddisfa,  di  riposare  il  pensiero  in  valori  chc  scmb  ratio  ctcrni, 
sfuggendo  per  un  momenta  a  quelPangoscioso  senso  dclla  labilitit, 
che  il  Bosco  ha  cosi  precisamente  illustrato  come  un  memento 
fondamentale  della  psicologia  petrarchesca.  Convalidati  da  una 
tradizione  illustre,  da  una  auctoritas  indiscutibile,  gli  esempi  di 
quei  grandi  paiono  fermi  come  scogli  nel  fluire  eterno  del  tempo. 

Per  il  ravvicinamento  continue  di  s6  agli  antichi  e  degli  anlicht 
a  s6  avviene  che  gli  scritti  latini  del  Petrarca  —  anche  1&  dove  egli 
si  propone  di  far  opera  storica  — -  assumano  volentieri  quel  carat- 
tere  di  confessioni  che  b  stato  rilevato  piu  d'una  volta.  Come  tali 
essi  possono  essere  e  sono  oggetto  di  studio  da  parte  di  chi  voglia 
meglio  comprendere  quelle  phi  intime  confessioni  che  sono  le 
liriche  volgari.  Una  ricerca  di  tal  genere  tencle  necessariamente  a 
considerare  Popera  del  Petrarca  fuori  del  tempo,  giacch6  gli  scrit 
ti  latini  devono  considerarsi  allora  —  scrive  il  Sapegno  ~- «in- 
dipendentemente  dai  dati  cronologici,  come  Pantecedente  iclealc 
delle  Rime:  la  prima  e  provvisoria  forma  assunta  clalla  confcs- 
sione  del  poeta».  Ma  e  certo  d'altra  parte  che  anche  un  tale  studio, 
sia  esso  volto  alia  ricerca  di  motivi  spiritual!  o  soltanto  tecnici, 
pu6  e  deve  giovarsi  delle  precisazioni  di  chi  alle  opere  latine  del 
Petrarca  si  e  dedicate,  considerandole  come  organismi  a  se\  aventi 
una  propria  vita.  Negli  ultirm  dccenni,  per  opera  soprattxitto  degli 
studiosi  che  attendono  all'edizione  nazionale  clelle  opere  del  Pe 
trarca,  un  lavoro  minutissimo  si  £  compiuto  in  questo  senso,  che 
ha  permesso  di  distinguere  talvolta  nella  stessa  opera  redaxioni 
diverse,  databili  spesso  con  estrcma  esattezza,  e  di  seguire  per  ri- 
flesso  lo  svolgimento  degli  studi  e  delle  letture  del  Petrarca,  il 
formarsi  della  sua  imponente  preparazione  filologica. 

Purtroppo,  per  il  mode  di  cemporre  che  gli  fu  abituale,  non  e 
possibile  rendere  evidenti  tali  precisazioni  cronologiche  attra- 
verso  Pordinamento  esterno  di  una  raccolta  come  quella  che  qui  si 
presenta.  Di  ogni  opera  del  Petrarca  si  conesce  con  qualche  esat- 
tezza  la  data  d'inizio:  mai  o  quasi  mai  si  pu6  indicare  una  data 
in  cui  la  composizione  possa  considerarsi  finita.  II  Petrarca  nen 
riuscl  a  distaccarsi  da  alcuna  di  esse  in  mode  definitive:  le  te~ 
neva  tutte  presso  di  s6,  anche  quelle  che  parevane  giunte  a  qualche 
completezza,  e  le  riprendeva  in  mane  volta  a  volta  per  deporvi  le 
impressioni  di  letture  ed  esperienze  nuove;  le  avrebbe  volute 


INTRODUZIONK  XI 

partecipi  iuttc  di  quel  proccsso  di  arricchimcnto  c  affinamento  che 
era  continuo  nel  suo  spinto  e  nella  sua  cultura.  II  De  vins  illu- 
strlbus  e  1' Africa,  che  m  alcune  loro  parti  sono  tra  le  sue  scritture 
piu  antiche,  risalendo  agli  anni  preccdenti  alia  laurea,  furono  1'oc- 
eupazione  che  tenne  piu  in  ansia  il  Petrarca  fino  agh  ultimi  anni 
della  sua  vita:  c  rimasero  infatti  incomplete.  Ma  anchc  un'opera 
che  sembrcrcbbc  composta  di  getto,  come  il  De  vita  solitarta, 
cd  e  un  invite  rivolto  a  Filippo  di  Cabassole  nel  1346  perch6 
voglia  dividcrc  col  Poeta  la  solitudinc  di  Valchiusa,  accoglie  ina- 
spettatamcnte  acccnni  alia  citt&  di  Milano  dove  il  Petrarca  fu  dal 
1353  a'  ^S^1*  e  P*u  tardi  ancora  si  arricchisce  di  un  capitolo  nuovo, 
dedicate  a  san  Romualdo.  Un'antologia  ordinata  cronologicamente 
sarebbc  possibile  a  condmone  di  limitarla  a  una  scelta  di  bram, 
distaccati  dalle  singole  opere,  c  in  se  stessi  anche  brevi.  Ma  la 
presente  raccolta  si  ispira  proprio  a  criteri  opposti,  mirando  a  dare 
quando  t  possibilc  opcre  complete  o  quanto  meno  parti  di  ampio 
sviluppo.  E  allora  non  restava  che  fare  avvertito  il  lettore  delle 
varie  stratificazioni  cronologiche  per  mcss^co  di  note  storiche,  delle 
quali  invero  non  syi  fatto  rispannio. 


Se  qualche  linea  di  sviluppo  vorri  indicarsi  nelPopera  di  stori- 
co  e  trattatista  che  il  Petrarca  portd  innanzi  come  un  compito  com- 
plesso  rna  unitario  per  tutta  la  sua  vita,  occorrerk  procedere  per  due 
vie  le  quahy  anch'esse,  si  commisurano  solo  in  partc  a  indicazioni 
strettamente  cronologiche.  Una,  un  po'  esterna  se  vogliamo,  i 
quella  che  ci  conduce  a  distinguere  neiremulazione  con  gli  antichi 
un  momento  per  dir  cosl  <c  recettivo  »,  piu  prossimo  e  piu  affine  a 
quello  della  lettura.  fi  questo  rappresentato  in  effetti  dalle  opere 
che  il  Petrarca  cotninci6  per  prime,  V Africa  e  il  De  viris  illu- 
stribus:  con  esse  il  Petrarca  si  trasferisce  idealmente  nel  mondo 
degli  antichi,  lo  indaga  attraverso  la  lettura  dei  classici,  lo  rico- 
struisce  a  gara  nella  sua  fantasia.  Questa,  che  pu6  dirsi  la  prima 
fase  d'ogni  impresa  umanistica,  ^  anche  aH'inixio  dell' opera  pe- 
trarchesca.  N6  contrasta  la  considerazione  che  il  Petrarca  ritorn6 
pid  volte  still* Africa  c  sul  De  viris  \  ch6  anxi  la  difficolt^  stessa  ch'e- 
gli  incontrava  nel  condurre  a  termme  quelle  opere  pu6  esser  segno 
di  un  sostanziale  supcramento  di  essc.  Tuttc  le  volte  ch'egh  tor- 
nava  a  lavorarci  esse  venivano  mutandosi  tra  le  sue  mani,  special- 


XII  INTRODUZIONK 

mente  il  De  viri$,  in  cui  gli  ultimi  lavori  di  qualche  impcgno  sono 
quelli  intorno  alia  terza  redazione  della  vita  di  Scipionc  Africano 
e  al  De  gestis  Cesaris,  le  due  piu  ampie  biografie  che  per  lo  stato 
delle  fonti  permettevano  un  ravvicinamento  piii  complete  ai  per- 
sonaggi  biografati,  un'indagine  psicologica  piu  approfondita,  qual 
che  cosa  di  assai  diverso  insomma  dall'impostazione  iniziale. 

Pochi  anni  dopo  il  principio  del  De  viri$9  nel  1343,  sappiamo  da- 
gli  studi  del  Billanovich  che  il  Petrarca  ne  Iasci6  in  tronco  la  com- 
posizione  per  attendere  alPaltra  opera  storica,  i  Rerum  memoran- 
darum  libri,  in  cui  intendeva  emulare  i  Facia  ct  dicta  memorabilia 
di  Valerio  Massimo.  Ma  mentre  lo  scrittore  latino  aveva  distribuito 
i  suoi  exempla  nelle  due  sezioni  parallele  dei  Romani  e  dei  non 
Romani  (romana  ed  externd),  il  Petrarca  aggiungeva  una  torsia  sc- 
zione:  i  modemi.  L/opera  risult6  ben  presto  inferiore  alle  speramse 
ch'egli  vi  aveva  riposte,  sicche  se  ne  allontan6  (nel  1345)  quasi  dc- 
finitivamente ;  ed  e  cosa  che  pu6  facilmcnte  comprendersi,  per 
quel  tanto  ch'era  in  essa  di  schematico  e  di  scolastico,  neppure 
aperto  a  quegli  sviluppi  che  abbiamo  visto  possibili  nel  De  viris^ 
dalle  prime  secche  biografie  a  quelle  ampie  e  ricche  di  esperienza 
umana  di  Scipione  e  di  Cesare.  E  tuttavia  i  Rcrum  memoramlarum 
libri  occupano  un  posto  importante  ncllo  sviluppo  dell'umanesimo 
petrarchesco.  Si  legga  anche  il  pochissimo  di  quest'opcra  che  c 
dato  come  saggio  nel  presente  volume:  sono  tre  esempi  soli,  tratti 
rispettivamente  dalle  tre  sezioni  del  capitolo  De  studio  et  doctrina* 
Le  parti  che  riguardano  gli  antichi,  Plinio  e  Pitagora,  potrebbero  a 
prima  vista  paragonarsi  a  passi  corrispondenti  di  analoghe  com- 
pilazioni,  precedenti  di  poco  o  di  molto  Fopera  del  Petrarca:  per 
esempio  al  De  vita  et  moribus  philosophorum  di  Walter  Burley, 
Ma  quale  differenza!  Come  ci  appare  piu  sicuro  il  Petrarca  ncllo 
scegliere  e  nel  citare  le  fonti,  quant' aria  soprattutto  circola  nelle 
sue  pagine,  quale  senso  delle  proporzioni  e  delle  distance!  E  a  ben 
guardare  si  direbbe  che  sia  proprio  la  sezione  aggiuntavi  dei  mo- 
derni  —  che  tratta  in  questo  caso  di  un  personaggio  cosl  caro  e 
cosi  vicino  al  Petrarca  quale  fu  Roberto  re  di  Sicilia  —  a  dare  quel 
senso  sicuro  di  prospettiva,  quasi  una  terza  dimensione,  a  tutto  il 
discorso.  E  invero  il  desiderio  di  avvicinare  il  moderno  all'antico 
implica  insieme  la  coscienza  di  una  distanza  da  colmare;  e  la 
coscienza  di  tale  distanza  e  principio  e  fonte  di  un  intendimento 
storico. 


INTRODUZIONE  XIII 

Ancora  un  passo  avanti  ncllo  sviluppo  a  cui  si  <b  accennato,  e  si 
giunge  al  De  rcmcdiis  utriusquc  fortune^  dove  il  rapporto  tra  antico 
e  moderno  apparc  qtiasi  capovolto  rispetto  al  De  viris  e  all' Africa. 
Qui  la  conosccnxa  clelPantichita  viene  subordinata  al  frutto  che  se 
ne  deve  trarrc  nel  viver  moderno,  quasi  frantumata  in  tanti  «  rime- 
di»,  adatti  ai  vari  casi  della  vita  nclla  prospera  fortuna  c  nell'av- 
versa,  E  un  Hbro  chc  appare  piuttosto  lontano  dalla  nostra  sensi- 
bilit&,  non  tanto  ncllc  singole  parti,  animate  come  sono  da  sincera 
e  calda  eloquenaa,  quanto  nelFimpostazione  generale;  e  che  in- 
vece  proprio  per  quella  ebbe  tanta  fortuna  nell'epoea  delPumanesi- 
mo,  come  fanno  fede,  tra  Taltro,  i  numerosissimi  codici  di  queIPet& 
che  ce  lo  conservuno,  Ksso  vuol  essere  infatti  un  manuale  di  vita 
e  s'ispira  a  una  fiducia  schiettamente  umanistiea:  che  Tesempio 
degli  antiehi,  quale  ci  6  stato  tramandato  dagli  scrittori,  possa  e 
debba  servire  di  norma  al  vivere  di  ogni  giorno. 

Delineate)  un  processo  di  questo  generc,  che  dalla  contempla- 
xione  commossa  del  rnondo  antico  —  quasi  un'evasionc  in  esso 
da  una  realt&  ostile  o  comunque  spiacevole  —  porta  invece  a  un 
prevalere  cPinteressi  presenti,  in  funzione  dei  quali  Pantichitk  viene 
ricercata  e  stucliata,  le  lettere  —  Familiari  e  Senili,  a  prescindere 
da  ogni  consiclerasdone  cronologica  —  andrebbero  poste  al  vertice 
come  scritti  che  traggono  spesso  i  loro  motivi  da  casi  concreti  di 
vita.  E  sono  esse  infatti  le  cose  piu  significative  del  Petrarca  pro- 
satore,  per  la  felice  fusione  di  umanitk  e  letteratura:  quelle  di  cui 
nel  caso  presente  si  vorrebbe  raccomandare  la  lettura  a  chi  non 
volesse  affrontare  questo  volume  per  intero. 


Un*altra  Hnea  di  sviluppo  si  potrebbe  indicate  nella  complessa 
opera  del  Petrarca,  e  tocca  problemi  piu  profondamente  radicati 
nel  suo  animo,  cio&  i  rapporti  tra  la  cultura  classica  e  la  dottrina 
cristiana.  NelPentusiasmo  degli  studi  a  cui  il  Petrarca  s'era  av- 
viato  con  novitk  assoluta  di  intenti,  egli  appare  spinto  in  un  primo 
tempo  da  una  specie  di  acerba  intransigent,  da  un  amore  quasi 
esclusivo  per  il  mondo  romano  e  per  gli  scrittori  classici.  fe  il  mo- 
mento  questo  in  cui  il  Petrarca  concepisce  il  disegno  deff  Africa 
e  del  primo  De  viris,  quello  che  cominciava  da  Romolo  per  giun- 
gere  a  Tito  (cfr,  com*egli  ne  parla  nel  Secretum  a  p.  192  di  questo 
volume),  e  doveva  essere  quasi  una  preparazione  e  un'illustrazions 


XIV  INTRODUZIONE 

storica  del  poema.  Perche"  proprio  a  Tito  dovessc  fermarsi  e  spie- 
gato  in  alcuni  versi  ddl9 Africa  (u,  274-8),  dove  i  successor!  di 
quel  principe,  non  romani  ma  africani  e  spagnoli,  sono  trattati 
per  ci6  stesso  come  «sordes  hominum»,  vergognosi  avanxi  della 
spada  romana.  Livio,  Lucano,  Cicerone,  Svetonio  erano  alloni  i 
numi  incontrastati  del  suo  Olimpo,  dove  piccolo  posto  era  n- 
servato  agli  scrittori  cristiani:  fatta  eccezione  per  sant'Agostino, 
quello  che  nel  Secretum  appare  a  dirigere  e  districare  le  confes 
sion!  del  Petrarca.  II  tormento,  che  travagliava  allora  il  Poeta  e 
sul  quale  il  Santo  lo  illumina,  si  riduceva  a  un  contrasto  tra  la 
sincera  fede  religiosa  e  1'incapacita  di  adeguare  perfettamente  ad 
essa  la  propria  vita  per  non  saper  rinunciare  alle  seduzioni  terrene. 
Tale  contrasto  rimane  fondamentale  nella  psicologia  petrarchesca, 
dalle  rime  piu  antiche  fino  alia  canzone  alia  Verginc,  dai  Sccrclum 
ai  Salmi  penitenziali,  alia  lettera  a  Gerardo  che  puo  loggers  i  in 
questo  volume  (p.  916  sgg.)  e  via  via  fino  alle  ultimo  Scnih\  ove 
esso  appare  placato  soltanto— non  superato,  non  vinto— nel- 
Paspettazione  filosoficamente  consapevole  della  mortc  vicina*  Di 
una  crisi  dunque  non  si  pu6  parlare  n6  prima  del  Secretum  n<S 
dopo;  ma  di  un'evoluzione  si  certo,  soprattutto  nel  campo  di  cui 
e  ora  ii  discorso,  ossia  nel  campo  della  cultura,  nel  quale  il  Pe 
trarca  giunge  a  superare  le  barriere  d'una  amminmone  esclusiva 
dell'antichitk  romana  per  accogliere  insieme  altre  voci.  Che  al 
principio  di  quel  moto  evolutivo  stia  la  monacasdone  del  fratello 
Gerardo  (avvenuta,  sembra,  nel  1342,  in  corrispondenza  quindi 
con  il  Secretum),  e  possibile;  ma  Tevoluzione  fu  lenta  e  laboriosa 
e  si  estese  da  quelPanno  fino  al  1350.  Cadono  in  questo  periodo 
avvenimenti  decisivi  per  la  biografia  petrarchesca:  il  tentativo  di 
Cola  di  Rienzo  che  lo  distacca  dalla  curia  avignonese,  la  peste  del 
1348  con  la  morte  di  tanti  amici  e  di  Laura,  Pincontro  e  Famicr/ia 
con  il  Boccaccio,  e  infine  la  visita  a  Roma  per  il  giubileo  del  1350, 
Tanno  che  il  Petrarca  stesso  designa  come  quello  della  rinuncia 
definitiva  ai  piaceri  del  senso. 

Nel  Secretum  il  desiderio  di  conciliare  la  cultura  classica  con  la 
cristiana  &  gia  evidente,  ma  1'amore  per  Tantico  prevale.  Basta  con 
siderate  il  gusto  quasi  polemico  con  cui  il  Petrarca  fa  che  Agostino 
riconosca  quanto  deve  agli  scrittori  antichi  e  soprattutto  a  Cice 
rone.  E  il  Petrarca  stesso,  mentre  dichiara  di  aver  lotto  il  De  vera 
religions,  dice  di  avervi  trovato  un  diletto  nuovo  come  quegli  che, 


INTHODUZIONE  XV 

pcregrinando  «fuor  dalla  sua  patria»,  s'incontra  in  nuove  citta 
che  Pattraggono  c  Pinteressano  (v.  p.  67  di  questo  volume).  An- 
cora  nella  prima  Egloga,  diretta  al  fratello  Gerardo,  il  Petrarca 
contrappone  e  confronta  la  poesia  di  Virgilio  e  di  Omero  con  quella 
di  Davidc,  non  risparmiando  a  qucst'ultimo  lodi  e  riconoscimenti ; 
ma  lascia  intcndcre  alia  fine  ch'cgli  vuol  seguire  le  orme  degli 
altri  due.  Nel  De  vita  solitaria  Pantinomia  tra  letteratura  cristiana 
e  pagana  apparc  superata  completamente:  numerosissimi  sono  gli 
autori  cristiani  ch'egli  cita  con  pcrfetta  conoscenza,  di  alcune  opere 
discutendo  filologicamente  per  accettarne  o  respingerne  Pattri- 
buxionc  tradizionale;  in  nessun  modo  potrebbc  piu  dire  di  essere 
qui  conic  un  forestiero  curioso  fuori  della  sua  patria.  E,  quel  che 
piu  conta  per  noi,  il  Petrarca  stesso  &  coscicnte  di  aver  tentato  qual- 
che  cosa  di  nuovo  in  questo  senso.  Cosi  dice  infatti,  alia  fine  del 
DC  vita  solitaries  «Mi  6  stato  dolce,  a  differcnza  degli  antichi  che 
di  solito  seguo  in  moltc  cose,  inserire  spesso  in  questa  mia  operic- 
ciola  il  nomc  sacro  e  glorioso  di  Cristo. »  La  solitudine  quale  egli 
la  conccpiva  e  la  praticava,  piu  che  alFascesi  cristiana  era  vicina 
M*otium  liUratum  degli  antichi,  un  aristocratico  appartarsi  dal 
mondo  per  meditare  e  studiare;  tuttavia  in  essa  aveva  trovato  o 
creduto  di  trovare  un  pxmto  d'incontro  fra  la  saggezza  pagana  e  la 
spiritualiti  cristiana;  e  a  ugual  fiducia  s'ispira  il  De  otio  religiose. 
Analogamente,  poco  tempo  dopo  la  composizione  del  De  vita  so- 
litaria,  il  disegno  primitive  del  De  viris  si  allarga  a  comprendere 
non  i  soli  Rornani,  ma  tutti  gli  uomini  illustri  a  cominciare  da 
Adamo,  attingendo  materia  ugualmente  alia  storia  sacra  e  alle  sto- 
rie  profane. 

II  problema  se  e  quanto  lo  studio  e  Tammirazione  per  gli  antichi 
potesse  conciliarsi  con  la  fede  era  stato  sentito  profondamente 
dagli  scrittori  cristiani  e  risolto  in  complesso,  non  senza  ondeg- 
giamenti  e  timori  (« ciceronianus  es  non  christianus »  suonava  il 
rimprovero  a  san  Girolamo  che  il  Petrarca  sembra  talvolta  ri- 
volgere  a  s6),  nel  senso  di  un'accettazione  e  assimilazione  della  cul- 
tura  pagana.  E  tale  soluzione  sembra  compendiarsi  alia  fine  del 
mondo  antico  neU'opera  di  Cassiodoro,  distinguente  con  perfetto 
parallelismo,  nelle  sue  Institutiones,  le  (dettere  divine »  e  le  «se- 
colari»;  e  per  suo  mezzo  trasmettersi  al  Medioevo  come  Teredit^ 
di  un  bcne  stabilmente  acquisito.  Ma  alFumanesimo  il  problema 
si  poneva  di  nuovo  come  attuale,  nel  momento  ch'esso  pretendeva 


XVI  INTRODUZIONE 

rivolgersi  alia  cultura  classica  attingendo  alle  fonti  prime  diretta- 
mente,  quasi  riscoprendole  al  di  la  delle  compilation!  c  raccolte 
del  Medioevo.  Uguale  era  il  problema  e  uguale  si  prospettava, 
almeno  in  apparenza,  la  soluzione:  accoglimento  di  quanto  nel 
paganesimo  coincide  o  non  contrasta  con  la  fede  cristiana;  sicch<£ 
il  Petrarca  aveva  buon  gioco  a  mostrare  che  Girolamo,  Agostino, 
Lattanzio  s'eran  nutriti  degli  stessi  autori  ch'egli  con  tanto  amore 
ricercava  e  leggeva.  Ma  allora  donde  traeva  giustificazione  la  lunga 
e  vivace  polemica,  in  cui  furono  impegnati  i  primi  umanisti  dal 
Mussato  al  Salutati  e  oltre,  in  difesa  di  tin  proprio  diritto  di  stu- 
diare  e  imitare  la  poesia  pagana?  Come  poteva  il  contraddittore 
di  Comedo  Salutati,  Giovanni  Dominici,  condannare  nella  Lucula 
noctis  Facquisto  di  una  dottrina  alia  quale  in  fondo  non  era  estra- 
neo  egli  stesso?  Come  suole  accadere,  son  proprio  le  voci  discordi 
a  darci  Tavviso  che  si  preparava  qualche  cosa  di  importantc  e  di 
nuovo.  E  il  nuovo  consisteva  appunto  in  qucllo  a  cui  s'e  accennato 
a  principio,  cioe  nelFabbandono  d'una  concezione  provvideiv/iale 
della  storia  per  vedere  nella  sostanziale  identity  delle  animc  umanc 
la  possibility  di  ritorni  e  d'incontri.  Uomo  era  il  cartaginese  Ma- 
gone  che  in  punto  di  mortc  contemplava  per  naturale  impulso  la 
labilitk  della  vita  e  la  vanitk  delle  trascorse  vicende;  uomo  Ci 
cerone  il  cui  dire  sembra  talvolta  non  qucllo  d'un  filosofo  paga~ 
no  ma  d'un  apostolo  (cfr.  De  ignorantia,  p.  729);  uomo  il  giflino- 
sofista  Calano  che,  fiero  della  sua  solitaria  sapienza,  tratta  a  tu  per 
tu  con  il  grande  Alessandro  (De  vita  solitaria,  p,  512  sgg,), 

Interessanti  sono  a  tal  riguardo  alcune  pagine  del  De  vita  $0- 
litaria.  Dopo  aver  narrato  di  Pier  FEremita  e  della  prima  crociata, 
il  Petrarca  fa  alcune  amare  consideration!  sullo  stato  presente 
del  mondo  cristiano:  il  cristianesimo  ha  perduto  molto  terreno  in 
Africa  e  in  Asia,  perfino  in  Europa,  in  confronto  all'espansione 
di  cui  si  ha  noti'/ia  da  Agostino  e  Girolamo:  il  sepolcro  di  Cnsto 
6  in  mano  agrinfedeli  e  i  principi  cristiani  di  tutt'altro  sono  occu* 
pati  che  di  lavare  queU'onta. «  Se  oggi  Giulio  Cesare  ritornasae  dal* 
Tal  di  lk»  si  domanda  il  Petrarca  «e  vivendo  in  Roma  sua  patria 
conoscesse  il  nome  di  Cristo »,  non  tornerebbe  forse  a  combattere, 
non  restituirebbe  a  Cristo  ci6  che  gli  appartiene,  «egli  che  quclle 
terre  don6  a  una  concubina  quale  prezzo  del  suo  adultcrio?» 
{p.  495).  II  discorso  pu6  sembrare  anche  strano;  ma  non  mostra 
alcun  segno  della  fatale  missione  imposta  a  Cesare  «pre8so  al 


INTRODUZIONE  XVII 

tempo  che  tutto  il  ciel  voile  Redur  lo  mondo  a  suo  modo  sere- 
no  »:  Foperato  del  dittatore  non  poteva  essere  piu  bruscamente 
ridotto  entro  i  termini  di  un  agire  umano.  E  aggiunge  il  Petrarca: 
«Non  mi  domando  con  quanto  diritto  abbia  egli  agito  cosi:  am- 
miro  quella  fonsa  d'animo  e  quella  energia,  che  sarebbe  necessaria 
ai  nostri  tempi.» 

Animi  vis  et  ammonia:  e  proprio  eio  che  il  Petrarca  intende 
esaltare  nelle  sue  opere  storiche,  specialmente  nel  De  viri$  illustri- 
bus>  anche  in  quella  redazione  piu  ampia  che,  cominciando  da 
Adarno,  conta  tra  le  sue  fonti  prime  il  De  cimtate  Dei  di  Agostino. 
GFinflussi  agostiniani  sono  in  essa  evidenti,  come  del  resto  in 
molte  opere  del  Petrarca,  ma  non  profondi  e  decisivi  quanto 
si  e  voluto  da  alcuni.  II  breve  capitolo  iniziale  6  dedicato  al  primo 
uomo  e  alia  sua  caduta,  che  6  la  caduta  di  tutto  il  genere  uma 
no;  e  il  Petrarca  alia  fine  si  scusa  d'essersi  intrattenuto  a  parlare 
di  cose  che  non  appartengono  veramente  alia  storia :  « Ma  volendo 
cogliere  da  tutti  i  secoli  i  piu  floridi  esempi, »  cosl  egli  dice  cc  non 
potevo  tralaseiare  la  radice  stessa,  per  quanto  amara  ed  aspra, 
donde  tuttavia  provengono  i  rami  verdi  e  fro&dosi,  dei  quali  ho 
deciso  di  trascegliere  alcuno  qua  e  1£»  (p.  229),  II  Calcaterra  in  un 
suo  studio  sul  De  mris  mette  in  rilievo  questa  frase,  ponendo  Fac- 
cento  sulla  radix  amara  et  aspera,  che  &  certo  un  echeggiamento 
formale  e  spirituale  di  sant* Agostino.  Ma  &  evidente  tuttavia  che 
il  Petrarca  ha  fretta  di  passare  invece  alle  fronde  rigogliose,  e  che 
subito  dalle  prime  vite  di  Giacobbe  e  di  Giuseppe  la  sua  storia 
si  svolge  come  una  celebrazione  di  virtti  umane.  Accenti  di  pes- 
simismo,  che  potremo  anche  dire  agostiniano,  possono  udirsi  qua 
e  1&:  mutevolez^a  della  sorte,  triste  condixione  deiruomo  che  non 
appena  si  eleva  sugli  altri  s'imbatte  per  ci6  stesso  nelHnvidia  e 
nel  malvolere,  e  cosl  via.  Ma  non  questi  danno  il  tono  all'intero 
discorso,  che  trae  invece  forza  e  vigore  da  una  calda  simpatia 
per  il  personaggio  che  agisce,  da  un'ammimione  vivissima  per 
Topera  ardimentosa>  dalla  convinzione  che  Fesempio  possa  an- 
cora  giovare.  «Questo  infatti  deve  essere,  se  non  erro,  il  frut- 
tuoso  fine  dello  storico:  esporre  quelle  cose  che  i  lettori  debbono 
seguire  o  fuggire,  perch6  nelFuna  parte  e  nelFaltra  ci  sia  copia  di 
illustri  esempi » (p.  225).  La  vis  animi  e  Vacrimonia  che  furono  pri- 
vilegio  di  pochi  uomini  nella  storia  delFuman  genere,  potrebbero 
presentarsi  ancora  per  il  bene  delFumanit&  e  della  patria. 


XVIII  INTRODUZIONE 

Dell'ampia  biografia  dedicata  a  Cesare,  che  al  Petrarca  mature 
apparve  come  Tesempio  piu  cospicuo  di  quelle  virtu,  &  prcsentato 
in  questo  volume  un  capitolo  del  centrali  che  e  forse  tra  i  piu  signi- 
ficativi  di  tutta  Popera  storica,  perche  in  esso  il  Petrarca  affronta 
un  problema  che  lo  appassiona  vivamente:  la  difesa  di  Cesare  dal- 
Paccusa  di  aver  provocato,  per  ambizione,  le  guerre  civili.  Nella 
sua  giovinezza,  soprattutto  per  influsso  di  Lucano,  il  sue  giudmo 
in  proposito  era  stato  molto  severo  —  ne  resta  1'eco  in  alcuni  pass! 
ddly Africa— ,  poi  attraverso  la  lettura  dei  Commentarii  e  delle 
Epistole  ad  Attico,  le  quali  ultime  suggerivano  qualche  riserva  sul- 
P  operate  di  Cicerone  (cfr.  p.  1022  sgg.  di  questo  volume),  s'era 
modificato  completamente.  Sarebbe  stato  facile  condurre  la  di 
fesa  —  sulle  orme  dantesche  —  nel  nome  d'una  missionc  imposta 
a  Cesare  dal  volere  divino;  ma  il  Petrarca  £  ben  lontano  dal  iarlo* 
Dopo  averne  enunciate  e  quasi  ammesse  le  colpe  —  ma  si  tratta  di 
un  artificio  che  sa,  a  dire  il  vero,  di  avvocatesco  —  si  adopera  a  smi- 
nuirle  a  una  a  una  e  addirittura  ad  annullarle  attraverso  un'inda- 
gine  psicologica  delle  singole  azioni,  una  disamina  acuta  degli  op- 
posti  giudizi,  soprattutto  quelli  del  ncmico  piu  dichiarato  di  lui, 
cio&  Cicerone.  II  desiderio  di  scagionare  Cesare  nasce  da  un  movi- 
mento  cordiale  di  simpatia,  e  tutto  il  discorso  si  adcgua  alia  misura 
delFagire  umano. 

D'ispirazione  piu  chiaramente  agostiniana  6  la  polemica  filo- 
sofica  che  il  Petrarca  dirige  spesso  contro  gli  averroisti  e  che  trova 
la  sua  espressione  piu  completa  nel  De  ignorantia.  Degli  averroisti 
dispiaceva  al  Petrarca  cristiano  la  teoria  della « doppia  verit&»  (« che 
altro  &  questo »,  si  domanda,  «se  non  cercarc  il  vero  dopo  aver 
messo  da  parte  la  veritk?»:  cfr,  p.  733);  all'umanista  spiacevano 
invece  Finteresse  per  le  question!  naturali  e  le  sottigliezze  di  lo- 
gica  formale.  DaH'opposizione  alFaverroismo,  attraverso  la  let 
tura  di  traduzioni  latine  di  Platone,  ma  piu  per  influsso  di  sant'Ago- 
stino,  il  Petrarca  giunse  a  una  contrapposizione  tra  Aristotile  c 
Platone,  tutta  a  favore  di  quest'ultimo:  contrapposi/jonc  un  po* 
rigida  se  vogliamo,  che  ci  fa  conoscere  anche  i  limiti  del  suo  scn«o 
storico.  £  interessante  a  questo  proposito  un  passo  della  Fam.t  x, 
5,  15,  che  si  ripresenta  quasi  identico  nel  De  ignorantia  (v.  p,  746 
di  questo  volume)  e  in  cui  il  Petrarca  ci  dice  che  Aristotile  era 
solito  irridere  Socrate  perch6  si  occupava  solo  di  question!  morali : 
« circa  moralia  negotiantem».  In  una  nota  alle  Familiari  il  Rossi, 


INTRODUZIONE  XIX 

indicando  in  un  passo  della  Metafisica  la  fonte  di  quel  gmdizio,  si 
domanda  con  qualchc  meraviglia  come  potesse  scoigervi  il  Petrarca 
un  tono  di  densione.  La  risposta  veramente  ci  e  data  dal  Petrarca 
stesso  subito  dope,  quando  ci  fa  sapere  che  Socrate  e  Aristotile 
si  disprezzavano  a  vicenda,  e  cita  al  proposito  un  passo  di  Cicerone, 
dove  per  un  errorc  del  suo  codice  leggeva  « Socrate »  mvece  di 
« Isocratc ».  Ammcsso  un  reciproco  disprezzo  tra  i  due  filosofi  an- 
tichi,  il  Petrarca  s'era  dato  a  ricercarnc  un'eco  negh  scritti  aristo- 
telici  e  aveva  crcduto  di  trovaiia  in  quella  frase  dove  il  participio 
negotiantM)  a  lux  pregiatore  dcll'oftum,  appariva  come  una  parola 
di  scherno.  Ci  stupisce  non  tanto  1'errore  cronologico,  in  fondo 
non  grave,  quanto  Tincapacitk  di  comprenderc  la  successione 
Soci  ate  -  Platonc-  Aristotile,  la  quale  avrebbe  escluso  senz'altro 
quell'accento  inisono;  ma  il  Petrarca  trasferiva  all'eta  antica  una 
opposizione  polemica  che  era  tutta  sua:  Aristotile  da  un  lato, 
Socrate  e  Platonc  dall'altro.  Comunque,  pur  con  qualche  inccr- 
tezza  e  ingcnuiti,  il  Petrarca  precede  anche  qui  e  annuncia  po- 
sizioni  tcoriche  che  furono  -assai  feconde  neH'ctjk  successiva;  e 
a  ci6  e  spinto  ancora  una  volta  dalla  tendenza  a  far  convcrgere 
neiranimo  umano  tutto  il  fascio  delle  sue  curiosita  e  dei  suoi 
interessi.  «Vanno  gli  uomini  ad  ammiiare  gli  alti  monti  e  i  grandi 
flutti  del  mare  . .  *  e  trascurano  se  stessi»  (p.  841):  sono  le  pa 
role  che  il  Petrarca,  secondo  il  suo  racconto,  legge  aprendo  a  caso 
le  Confession*  di  sanf  Agostino  durante  Tascensione  al  montc  Ven- 
toso,  e  per  esse  nsuona  ancora  una  volta,  sulla  bocca  del  Petrarca, 
Tavvertimento  di  Socrate. 


Si  sono  indicati  gli  anni  dal  1342  al  1350  come  decisivi  nell'evo- 
luzionc  spirituale  dei  Petrarca;  in  essi  cade  un  avvenimento  che  ha 
ripercussioni  profonde  nella  sua  vita  e  nei  suoi  orientamenti  politici: 
il  tentative  di  Cola  di  Rienzo.  fe  noto  che  il  Petrarca  espresse  imme- 
diatamente  la  sua  solidariet&  con  il  tnbuno,  la  cui  azione  era  deter- 
minata  da  esigenze  umanistiche  e  spirituali  molto  simili  a  quelle 
ch'cgli  allora  sentiva,  e  nonostante  le  delusioni  che  ebbe  presto 
a  soffrirne  (cfr.  Fam.,  vii,  7,  p.  890  sgg.),  non  rinneg6  mai  quel 
primitivo  entusiasmo.  Si  legga  la  Fam.,  xni,  6  (p.  954  sgg.):  le 
impressioni  ricevute  per  la  vicinanza  di  Cola,  pngioniero  ormai 
ad  Avignone  e  in  stato  d'accusa,  vi  sono  cunosamente  dissimulate 


XX  INTRODUZIQNE 

dietro  un  problema  letterario  che,  almeno  nell'mtitolatura  della 
lettera,  vorrebbe  esser  presentato  come  prevalente:  se  convenisse 
a  Cola  il  titolo  di  poeta  che  alcuni  intendevano  dargli.  Ma  la  lettera 
appare  vibrante  di  commozione  per  la  fine  prossima  del  trihimo 
e  di  sdegno  contro  la  Corte  avignonese,  che  gli  fa  colpa  non  del- 
Pinsuccesso  dell'impresa  ma  di  averla  tentata,  aspirando  al  vanto 
« di  far  salva  e  libera  la  repubbhca  e  stabilire  in  Roma  ii  governo 
delPimpero  e  delle  cose  romane».  Piu  tardi,  noil*  Invectiva  contra 
eum  qui  maledixit  Italic,  uno  degli  ultimi  scritti  del  Petrarca,  egli  si 
compiace  ancora  di  ricordare  lo  smarrimento  e  il  timore  che  aveva 
gettato  nella  Curia  avignonese  1'annuncio  di  quel  tentativo  (p.  776), 
L'esperimento  di  Cola  diede  al  Petrarca  la  forza  di  estraniarsi 
anche  matenalmente  dalla  Curia  avignonese,  dalla  quale  si  sentiva 
ormai  gia  lontano  nell'ammo,  col  crescere  di  quelle  istansse  spi 
ritual!  che  lo  facevano  compagno  di  santa  Caterina  e  santa  Brigi- 
da  nel  condannare  Avignone  (l'«avara  Babiloma»)  e  la  cattivita 
avignonese.  Nel  1347,  proprio  con  1'mtenzione  cli  raggiungere 
Cola  di  Rienzo,  il  Petrarca  abbandona  la  Francia  e  si  accom- 
miata  dal  cardmale  Giovanni  Colonna.  A  giudicare  dulVEgloga 
vin  che  a  quel  distacco  si  nferisce,  sembra  che  esso  non  sia 
avvenuto  senza  vivace  contrasto  da  una  parte  e  dall'altra,  e 
ci6  troverebbe  conferma  nel  tono  impacciato  e  un  po'  ipocrita 
della  Fam.,  vn,  13  (p.  896  sgg.),  con  la  quale,  dopo  il  falhmento 
deirimpresa  di  Cola,  il  Petrarca  tent6  di  ravvicinarsi  alPantico 
patrono.  II  cardinale  del  resto  mod  poco  dopo  di  peste  e  il  Pe 
trarca,  tomato  ad  Avignone  per  la  quarta  volta  (1351),  non 
pot<§  trattenervisi:  il  distacco  era  stato  ed  era  troppo  profondo; 
ne  ripartl  nel  1353  e  da  allora  si  trattenne  sempre  in  Italia,  I/al- 
lontanamento  dall'ambiente  in  cui  aveva  vissuto  fin  dalPinfanssia 
non  fu  senza  effetti  sulla  sua  personality  Egli  era  allora  nel  pieno 
deH'attivitk  intellettuale  e  della  rmomanza  e  anche  se  non  fece 
« parte  per  se  stesso»,  anzi  ricerc6  sempre  la  protexione  dei  po~ 
tenti,  tuttavia  queste  nuove  sudditanze  apparivano  almeno  accet- 
tate  da  lui  per  libera  scelta;  e  di  quella  scelta  egli  doveva  render 
conto  agli  oppositori  e  agh  amici,  Comincia  ora  il  periodo  delle 
vivaci  polermche  a  difesa  della  propna  fama  di  uomo  e  di  letterato; 
mentre  piu  autorevole  diventa  la  sua  voce  nel  campo  degli  studi 
e  anche  in  quello  politico,  giacch<§  i  nuovi  padroni  gli  affidano 
volentien  missioni  diplomatiche  anche  important!.  Piu  frequenti 


INTRODUZIONE  XXI 

si  fanno,  ncl  suo  epistolario,  le  lettere  di  contenuto  politico,  al- 
cune  a  dire  il  veto  suggcrilc  evidentementc  dagli  interessi  dei  po- 
tcnti  presso  i  quali  ha  ricetto,  opera  di  un  cortigiano  d'eccezione 
(cfr.  la  lottcra  al  Bussolari,  a  p.  980  sgg.),  ma  pur  tutte  ispirate 
a  un  ideal  e  profondamcntc  scntito,  1'ideale  di  una  patria  che  torni, 
pacificata,  ssulla  via  della  grandezza  antica;  si  legga  per  esempio 
quella  nobilissima  ad  Andrea  Dandolo  (p.  940  sgg.)  per  la  pace 
tra  Venecia  e  Geneva,  i  due  «occhi»  d'ltalia. 

Dalla  guelfa  Avignone  il  Petrarca  si  trasferl  proprio  nel  cam- 
po  avverso,  nella  roccaforte  del  ghibellinismo,  presso  i  ViscontL 
Come  e  noto  il  fatto  suscit6  critiche  acerbe  da  parte  degli  amici 
soprattutto  fiorcntini,  e  an  che  naturalmente  della  Curia  pontificia. 
II  Petrarca  se  ne  difese  —  piu  vivacemente,  in  una  delle  invettive, 
polemizzando  coi  prclati  avignonesi  (p.  698,  n.  6  sgg.),  con  piu 
cautcla  discutendo  con  gli  amici  (cfr.  p,  974  sgg.);  —  e  gli  argo- 
menti  sono  fondamcntalmente  gli  stessi:  che  la  tirannide  di  un 
solo  non  6  peggiore  di  quella  dei  piu  (e  in  questo  periodo  proba- 
bilmente  che  si  perfeziona  I'ammirazione  del  Petrarca  per  Cesare, 
di  contro  all'eroe  prediletto  negli  anni  giovaniii,  Scipione);  che 
accettando  la  protezione  dei  Visconti  egli  non  ha  rinunciato  mi- 
nimamente  alia  sua  «libert&». 

Vero  e  che  la  libertk  di  cui  parla  il  Petrarca  somiglia  troppo  a 
quell'aristocratico  appartarsi  in  solitudinc—  o  magari  in  seno  a 
una  eletta  sodalitas  —  che  e  in  fondo  Tideale  da  lui  espresso  nel 
De  vita  solitaria,  anche  se  per  illustrarlo  ricorre  all* esempio  di 
santi  e  di  asceti  la  cui  solitudine  avcva  ben  altro  significato.  Ma 
poich6  dalla  torre  d'avorio  dcgli  studi  liberali  il  letterato  esce 
volta  a  volta  per  diffonderne  i  frutti  salutari  tra  le  persone  impe- 
gnate  ad  agire,  ecco  perfexionarsi  ora  e  colorirsi  il  piu  generoso 
forse  dei  piiti  che  il  Petrarca  abbia  creato  intorno  alia  sua  persona: 
la  missione  del  letterato  che  dalle  esperienze  di  studio  trae  forza 
e  autoriti  a  dispensare  ai  potenti  moniti  e  consigli,  lode  e  vituperio, 
interprete  tra  i  moderni  della  saggezza  antica.  La  coscienza  di 
questa  missione  e  Tattesa  della  morte,  che  lo  trani  fuori  dalFon- 
deggiamento  delle  speranze  e  dei  timori  in  un  porto  di  quiete  asso- 
luta  (si  preparano  in  questi  anni  temi  che  troveranno  la  loro  espres- 
sione  poetica  ncl  Trionfo  delVeternitdt)^  sono  le  due  note  fonda- 
mentali  a  cui  s*intona  tutto  il  gruppo  delle  Senili,  anche  per  inter- 
vento  consapevole  del  Petrarca,  che  nel  distribuire  alcune  lettere 


XXII  INTRODUZIONE 

tra  le  due  raccolte  maggiori  non  segui  sempre  criteri  strettamente 
cronologici.  £  chiaro  inoltre  che  tale  missionc  era  considerate  dal 
Petrarca  non  il  privilegio  di  un  singolo,  ma  un  bene  chc  potcssc 
idealmente  trasmettersi  attraverso  Pesempio;  come  infatti  si  tra- 
smise,  e  fu  Pumanesimo.  La  raccolta  delle  Senili  non  ebbe  no 
avrebbe  potuto  avere  dal  Petrarca  un  asscstamento  definitive)  come 
avvenne  per  le  Familiari\  ma  non  h  senza  significato  ch'essa  ter 
mini  con  un  gruppo  di  lettere  tutte  indirizzate  al  piu  grande  tra 
gli  amici  e  discepoli,  a  Giovanni  Boccaccio.  Una  e  posta  a  chiu- 
sa  del  presente  volume,  ed  e  quasi  un  testamcnto  spirituale  del 
grande  scrittore,  espressione  della  fede  ch'egli  riponcva  nclla  sua 
missione  di  letter ato. 

GUIDO  MARTELLOTTI 


Per  le  notizie  intorno  alia  vita  del  Petrarca  (20  luglio  1304-18  luglio  1374) 
si  rimanda  alle  due  ampie  lettere  autobiografiche  contcnuto  ncl  proHcnte 
volume:  la  Posteritati  (pp.  2-19)  e  la  Sen.,  x,  2,  a  Guido  Bettc  (pp.  1090- 
1125);  in  piii  si  potra  consultare  la  voce  « Petrarca,  Francesco"  ndl'imUcc 
di  questo  volume  e  del  precedente  (F.  PETRARCA,  Rime,  trionfi  e  poesie 
latine,  Milano-Napoli,  Ricciardi,  1951)-  Sui  tempi  di  composmonc  ddle 
varie  opere  e  sulle  molteplici  peregrinazioni,  tipiche  delPirrequieta  acn- 
sibilit£  petrarchesca,  orientano  agevolmente  i  nitidi  prospetti  di  KUNEST 
H.  WILKINS,  in  The  Making  of  the  KCanxonicre*  and  other  Petrarchan 
Studies,  Roma,  Edizioni  di  storia  e  letteraturu,  1951  (p.  347  »««.,  A  Chro 
nological  Conspectus  of  the  Writings  of  Petrarch-,  p.  i  stftf.,  Peregrinus 
ubique). 

La  bibliografia  petrarchesca  e  imponente  e  articolata  Kpcsso  ncllo  stu 
dio  di  question!  particolari:  ci  limitiamo  a  indicaro  le  cose  cssondsiuli* 
Sulla  vita,  a  prescindere  dalle  testimonianze  piu  antichc  (raccolto  in 
A.  SOLERTI,  Le  vite  di  Dante,  Petrarca  e  Boccaccio  scrittefmo  al  sccalo  XV 7 \ 
Milano,  Vallardi,  1904),  resta  ancora  utlle  per  la  copia  U'informaisioni 
Topera  di  I.-F.-P.  AI-DANCE  abate  DE  SADE,  Mfmoircs  pour  la  ?«>  tfa  K 
Petrarque,  tirfo  de  ses  ceuvres  et  des  auteurs  contemporains,  voll.  3,  AmHter* 
dam,  Arsk<§e  et  Mercus,  1764-67.  Important!  prccisaxioni  intorno  a  Bingoli 
fatti  sono  contenute  nelle  ricerche  di  A.  FOREST* ,  raccolte  ncl  volume 
Aneddoti  della  vita  di  F.  Petrarca,  Brescia,  Vannini,  1928.  Tra  gli  trtudi 
d'insieme  meritano  speciale  attenzione  1'ampio  e  informatiaaimo  capitolo 
dedicato-al  Petrarca  in  N.  SAPEGNO,  11  Trecento,  Milano,  Vallurdi,  1955, 
pp.  165-276  (con  ricca  bibliografia),  e  il  vol.  di  U.  Bosco,  Petrarca,  Torino, 
UTET,  1946,  che  mette  in  particolare  evidenssa  il  sostrato  culturale  della 
poesia  petrarchesca  e,  in  genere,  i  rapporti  tra  letteratura,  arte,  vita.  Sono 


NOTA   BIBLIOGRAFICA  XXIII 

anche  utili  per  un  rapido  orientamento  gli  articoli  di  E.  CARRARA,  in  Enci- 
clopedia  Italiana,  xxvn,  1935,  pp.  8-23  (stampato  a  parte,  in  forma  piu 
ampia,  Roma,  Istituto  della  Enciclopedia  Italiana,  1937),  e  di  P.  G.  RICCI, 
in  Enciclopedia  Cattolica,  ix,  1952,  coll.  1288-99;  la  vasta  trattazione  di 
C.  CALCATERRA,  //  Petrarca  e  il  Petrarchismo,  nei  Problemi  ed  orientamenti 
diretti  da  A.  MOMIGHANO,  in,  Milano,  Marzorati,  1949,  p.  167  sgg.,  e, 
per  la  varia  fortuna  del  Petrarca,  il  solido  saggio  di  E.  BONORA,  Linea- 
menti  di  storia  della  critica  petrarchesca,  nel  vol.  I  dei  Classici  italiani  nella 
storia  della  critica,  opera  diretta  da  W.  BINNI,  Firenze,  La  Nuova  Italia, 
*954»  PP-  95-i66.  Naturalmente,  da  non  trascurare  Tagile  volume  di  H. 
I  IAUVETTE,  Les  poesies  lyriques  de  PHr  argue,  Parigi,  Editions  Htt6raires  et 
technique?*,  1931  (su  cui  cfr.  A.  MOMIGLIANO,  Intorno  at  «Canzoniere»,  in 
Klseviri,  Firenze,  Le  Monnier,  1945,  PP-  65-71). 

Per  1'intendimento  della  poesia  petrarchesca  si  veda:  F.  DE  SANCTIS, 
tiaggio  critlco  ml  Petrarca,  nuova  ed.  a  cura  di  N.  GALLO,  con  prefazione 
di  N,  SAPEGNO,  Torino,  Kinaudi,  1952,  o  Ted.  a  cura  e  con  prefazione  di 
K.  BONORA,  Bari,  Laterza,  1955;  B.  CROCE,  La  poesia  del  Petrarca,  in 
Poesia  popolare  e  poesia  d'arte,  Bari,  Laterza,  1933,  pp.  65-80;  N.  SAPEGNO, 
nel  citato  capitolo  del  Trecento;  i  citati  lavori  del  Bosco  e  del  Calcaterra; 
L.  Russo,  nei  vari  saggi  petrarcheschi  del  vol.  Ritratti  e  disegni  storici, 
serie  ni,  Bari,  Lateraa,  1951,  e  nel  saggio  II  Petrarca  e  il  Petrarchismo, 
in  «Belfugor»,  ix,  1954,  pp.  497-509;  G.  BELLONCI,  //  nostro  Petrarca, 
in  «Annali  della  Cattcdra  petrarchesca",  ix,  1939  (estratto).  Sull'ordina- 
mcnto  interno  dei  Canxoniere,  v.  ERNEST  H.  WILKINS  nel  volume  gi£ 
citato  The  Making  of  the  « Canzoni ere »  ecc.  (specialmente  pp.  75-194). 
Sulla  compomione  dei  Trionft,  C.  CALCATERRA,  Nella  selva  del  Petrarca, 
Bologna,  Cappelli,  1942  (specialmente  pp.  145-208). 

Quunto  al  Petrarchismo,  oltrc  al  cit.  HAUVETTE,  Les  pofaies  lyriques  ecc., 
pp.  115-225,  e  al  cit.  Russo,  //  Petrarca  e  il  Petrarchismo ,  pp.  502-09, 
v.  B.  CROCK,  La  lirica  cinquecenttsca,  nel  vol.  cit.  Poesia  popolare  ecc., 
pp.  339-46;  C.  CALCATERRA,  //  Petrarca  e  il  Petrarchismo,  gi&  ricordato, 
pp.  198-213;  E.  BiGl,  Petrarchismo  ariostesco,  in  Dal  Petrarca  al  Leopardi, 
Milano-Nupoli,  Ricciurdi,  1954,  pp.  47-76;  e  cfr.  A.  MOMIGUANO,  Pe 
trarchismo  europeo,  nei  citati  Klxeviri,  pp.  72-7  (a  proposito  del  libro  di 
A,  Mizozzx,  II  Petrarchismo  europeo,  prima  parte,  Pisa,  Vallerini,  ^934). 

Gli  studi  suirumanesimo  petrarchesco  si  pu6  dire  comincino  con  1'opera 
fondamentale  di  P.  DE  NOLHAC,  P&trarque  et  Vhumanisme,  voll.  2,  2a  ed., 
Parigi,  Champion,  1907;  a  cui  deve  aggiungersi  R*  SABBADINI,  Le  scoperte 
dei  codici  latini  e  greci  ne*  secoli  XIV  e  XV \  vol.  1,  Firenze,  Sansoni,  1905. 
Ma  un  impulso  notevole  ebbe  questo  genere  di  indagini  dai  lavori  intorno 
all'edijsione  naxionale  delle  opere  petrarchesche  (specialmente  delle  Fami- 
liari  a  cura  di  V.  Rossi  e  di  U.  Bosco),  per  impegno  ivi  assunto  dagli 
cditori  di  rintracciare  le  citimoni  esplicite  e  implicite  di  cui  abbonda  la 
proaa  petrarchesca,  Alcuni  tra  i  risultati  di  tale  lavoro  sono  raccolti  da 
U.  Bosco,  neirarticolo  //  Petrarca  e  Vumanesimo  filologico  (postille  al 
Nolhac  e  al  Sahbadini),  in  «Giornale  storico  della  letteratura  italiana», 
exx,  1943,  pp.  65-09.  Dai  lavori  per  Tedizione  critica  ha  preso  le  mosse 
anche  Topera  di  G.  BILLANOVICH,  che  s'e  sviluppata  con  motivi  propri, 


XXIV  NOTA  BIBLIOGRAFICA 

mirando  a  ricostruire,  sulle  vicende  dei  codici  petrarcheschi,  capitoli  di 
storia  della  cultura;  principalmente :  Petrarca  Ictterato,  I,  Lo  scrittoio  del 
Petrarca,  Roma,  Edizioni  di  storia  c  letteratura,  1947;  Petrarca  c  Cicerone, 
in  Miscellanea  Giovanni  Mercati,  iv,  Citta  del  Vaticano,  Ribl.  Apost. 
Vat.,  1946;  Petrarch  and  the  Textual  Tradition  of  Livyy  in  « Journal  of  the 
Warburg  and  Courtauld  Institutes)',  xiv,  1951,  pp.  137-208.  Per  Pmter- 
pretazione  dell'umanesimo  pctrarchesco,  v.  C.  CALCATERRA,  Nella  sdva 
del  Petrarca,  gi&  citato,  e  P.  P.  GEROSA,  IJumanesimo  agostiniano  del  Pe- 
traca,  Torino,  S.E.I.,  1927,  tutti  e  due  d'ispirazione  cattolica,  miranti  a 
mettere  in  luce  soprattutto  1'innusso  di  sant' Agostino ;  con  altro  orienta- 
mento  il  limpidissimo  saggio  di  N.  SAPEGNO,  //  Petrarca  e  l'uman€$imo> 
in  «Annali  della  Cattedra  petrarchesca »,  vni,  1938  (estratto).  Cir.  anche 
A.  VISCARDI,  F.  Petrarca,  Napoli,  Perrella,  s.  a.;  G.  MARTELLOTTI,  Line? 
di  sviluppo  delVumanesimo  petrarchesco,  in  « Studi  petrarcheschi",  n,  1949, 
pp.  51-80;  J.  H.  WHITFIELD,  Petrarca  e  il  Rinascimento,  trad,  di  V.  CA- 
POCCI,  Bari,  Laterza,  1949.  Va  da  se  che  in  una  bibliograiia  sul  Petrarca 
umanista  sono  da  sottintendere,  e  non  solo  per  le  pagine  a  lui  dedicate 
specificatamente,  opere  generali  e  indagini  particolari  suU'umanesimo* 
Siano  citati  almeno:  G.  GENTILE  (Storia  della  filosofia,  Milano,  Vallardi, 
s.  a.,  e  Studi  sul  Rinascimento,  2a  ed.,  Firenze,  Sansoni,  1936);  V.  Ros 
si  (Studi  sul  Petrarca  e  sul  Rinascimento,  in  Scritti  di  critica  letteraria* 
n  vol.,  Firenze,  Sansoni,  1930);  G.  TOFFANIN  (TSUmanesinw  italiano  dal 
XIV  al  XVI  secolo,  v  ed.,  Bologna,  Zanichelli,  1952);  K.  GARIN  (fSUnw- 
nesimo  italiano,  Bari,  Laterza,  1952).  E  cfr.  i  citati  saggi  del  Kxisso  nel 
vol.  Ritratti  e  disegni  storici. 

Sul « linguaggio »  poetico  del  Petrarca  si  veda:  G.  CONTINI,  Sagtfio  d'un 
commento  alle  corresioni  del  Petrarca  volgare,  Biblioteea  del  Leonardo* 
Firenze,  Sansoni,  1943;  G.  DE  ROBERTIK,  Valore  del  Petrarca >  m  fftudi, 
Firenze,  Le  Monnier,  1944,  pp.  32-47;  M.  FUBINI,  ,//  Petrarca  artefice, 
in  Studi  sulla  letteratura  del  Rinascimento,  Firenze,  Sansoni,  1947,  pp,  i- 
12;  G.  CONTINI,  Preliminari  sulla  lingua  del  Petrarca,  in  « Paragone »,  x6 
(Letteratura),  1951,  pp.  3-26;  A.  NOFERI,  Alle  soglic  del  Secrettmt,  riflessi 
delU esperienza  poetica  delle  Rime  nelle  opere  latine  del  Petrarca,  Firenzc,  II 
Cenacolo,  1954  (della  NOFERI  cfr.  pure,  tra  altri  vari  scritti,  fSes/wrienixa 
poetica  del  Petrarca,  in  «Paragonc»,  6  (Letteratura)  1950,  pp.  16-25); 
E.  BIGI,  Alcuni  aspetti  dello  stile  del  Canzoniere  pctrarchesco  c  Nota  sulla 
sintassi  petrarchesca,  nel  cit.  vol.  Dal  Petrarca  al  Leopardi,  pp.  t»22« 
Non  esiste  uno  studio  complessivo  sul  « latino »  del  Petrarca.  Per  il  cursus* 
cfr.  G.  MARTELLOTTI,  Clausole  e  ritmi  ndla  prosa  narrativa  del  Petrarcn, 
in  « Studi  petrarcheschi »,  iv,  1951,  pp.  35-46. 

Gli  studi  relativi  al  Petrarca  si  accentrano,  in  Italia,  intorno  allu  Com- 
missione  per  1'edizione  nazionale  (gi^  diretta  da  G.  Gentile,  ora  da  C.  Mar- 
chesi),  e  intorno  alPAccademia  petrarchesca  di  lettere,  arti  e  science  dt 
Arezzo.  Sotto  gli  auspici  di  questa  Accademia  furono  pubblicati  gli  Annali 
della  Cattedra  petrarchesca,  i-ix,  1930-40;  a  cui  fecero  aeguito,  con  intent! 
pi-u  scientifici,  gli  Studi  petrarcheschi  diretti  da  C.  CALCATERRA,  voll,  l«v» 
Bologna,  Libreria  della  Minerva,  1948-52  (morto  il  Calcaterra  la  cliresdone 
ne  ^  passata  a  U.  Bosco:  il  vol.  vi  e  in  corso  di  stampa),  6  uacito  ora  anche 


NOTA   BIBLIOGRAFICA  XXV 

il  vol.  xxxv  della  N.  S.,  per  gli  anni  1949-51,  degli  Atti  e  memorie  deWAc- 
cadenda  Petrarca  di  Lettcre,  arti  e  science,  Arezzo  1954- 

Lti  bibliografia  particolare  relutiva  alle  singole  opere  del  Petrarca  non 
ha  bisogno  d'essere  qui  illustrata,  giacche  lo  e  gia  sufficientemente  nelle 
Note  critichc  in  ibndo  a  questo  volume  e  al  precedentc.  Non  compaiono 
nolle  due  ruccoltc  la  Vita  Tcrrcntii,  breve  ehiarimento  filologico  intorno  a 
Terenzio,  che  e  tra  le  scritture  piii  antiche  del  Petrarca;  V Itinerarium 
Syriacum  (propriamente :  Itinerarium  brcvc  de  lanua  usque  ad  lerusalem 
et  Terram  tfanctam))  composto  nel  1358  per  Giovanni  di  Mandello  che 
si  recava  in  Terra  Santa  (in  attesa  detla  edixione  di  G.  BILLANOVICH,  si 
pu6  leggere  in  CJ.  LuMimoso,  Memorie  italiane  del  buon  tempo  antico,  Trie 
ste,  Loescher,  1889,  pp.  16-49);  le  diciannove  lettere  Sine  nomine,  espressio- 
nc  di  quell 'atteggiamento  polemico  contro  la  Curia  avignonese  che  e  altri- 
menti  documentato  nel  presente  volume:  per  esse  si  veda  1'eccellente  edi- 
zionc  di  P*  Piuu,  Pctrarcas  « Buc h  ohne  Namen»  und  die  pdpstliche  Kurie, 
Halle,  Niemeyer,  1925.  Altri  scritti  minori  si  trovano  in  A,  HORTIS, 
ticritti  incditi  di  F.  Petrarca,  Trieste,  Tipografia  del  Lloyd,  1874;  tra  questi 
il  dincorso  tenuto  dal  Petrarca  per  Tincoronazione  in  Campidoglio,  di  cui 
ha  dato  recentemente  una  tradunione  inglese  ERNEST  H.  WILKINS,  Pe 
trarch*  $  Coronati(m  Oration,  in  PMLA  (^Publications  of  the  Modern 
Language  Association  of  America,  Lxvin,  1953,  pp.  1241-50). 


POSTERITATI 

* 

AI  POSTERI 


Jruerit  tibi  forsan  de  me  aliquid  auditum;  quanquam  et  hoc  du- 
bium  sit:  an  exiguum  et  obscurum  longe  nonien  scu  loeorum  sou 
temporum  perventurum  sit.  Et  illud  forsitan  optabis  nossc:  quid 
hominis  fuerim  aut  quis  operum  exitus  mcorum,  corum  maxinie 
quorum  ad  te  fama  pervenerit  vcl  quorum  tenuc  nomen  audieris. 
Et  de  primo  quidem  varie  erunt  hominum  voces;  ita  enim  forme 
quisque  loquitur,  ut  impellit  non  veritas  sed  voluptas:  nee  laudis 
nee  infamie  modus  est.  Vestro  de  grcge  unus  fui  autem,  mortal  is 
homuncio,  nee  magne  admodum  nee  vilis  originis,  familia  -  ut 
de  se  ait  Augustus  Cesar—  antiqua,1  natura  quidem  non  iniquo 
neque  inverecundo  ammo,  nisi  ei  consuetude  contagiosa  noeuis- 
set.  Adolescentia  me  fefellit,  iuventa  corripuit,  senecta  autem 
correxit,  experimentoquc  pcrdocuit  verurn  illud  quod  diu  ante 
perlegeram:  quoniam  adolescentia  et  voluptas  vana  sunt;  imo 
etatum  temporumque  omnium  Conditor,  qui  miseros  mortales  de 
nichilo  tumidos  aberrare  sinit  interdum,  ut  peccatorum  suorum 
vel  sero  memores  se  se  cognoscant.  Corpus  iuveni  non  magnarum 
virium  sed  multe  dexteritatis  obtigerat.  Forma  non  glorior  ex~ 
cellenti,  sed  que  placere  viridioribus  annis  posset:  colorc  vivido 
inter  candidum  et  subnigrum,  vivaeibus  oeulis  et  visu  per  Ion- 
gum  tempus  acerrimo,  qui  preter  spem  supra  sexagesimum  etatis 
annum  me  destituit,  ut  indignanti  michi  ad  oeularium  confu- 
giendum  esset  auxilium.  Tota  etate  sanissimum  corpus  senectus 
invasit,  et  solita  morborum  aeie  circurnvenit.2 

Divitiarum  contemptor  cximius :  non  quod  divitias  non  optarem, 
sed  labores  curasque  oderam,  opum  eomites  inseparables.  Non 
< michi),  ut  ista  cura  esset,  lautarum  facultas  epularum :  ego  autem 
tenui  victu  et  cibis  vulgaribus  vitam  egi  Ictius,  quam  cum  cxquiai- 
tissimis  dapibus  omnes  Apicii  successores.3  Convivia  que  dicuntur 

E  una  lettern,  o  meglio  un  frammcnto  di  lettera,  che  il  Pctrarea  immatfinu 
diretta  ai  posteri  e  che  narni  i  fatti  della  sua  vita  fmo  al  1351,  dove  rcHtti 
interrotta.  II  Petrarca  indirizz6  ai  «randi  dcirantichita  afciine  delle  Hue 
Familiari-,  k  naturalc  che  pensasse  di  rivolgersi  per  lettera  anchc  ai  postcri: 
a  ci6  1'incoraggiava  del  resto  1'csempio  di  Ovidio  (Tristn  IV,  xo,  i-a; 
« Ille  ego  qui  fuerim  . . .  Quern  legis,  ut  noris,  accipe  postcritas »).  Per  Ic 
ragioni  del  testo  e  la  data,  v.  la  Nota  critica. 

i.  familia  . .  .  antiqua:  cfr.  Svetonio,  Aug.,  2.  2.  Tota  etate  .  >  .  circumw- 
mt:  si  ncprdi  che  dall'autunno  del  1369  il  Petrarca  ebbe  le  febbri  tcraanc, 
e  nella pnmavera  del  1370  una  sincope  gravissima.  3,  Apicii  successors:  i 


Ti  verra  forsc  alPorecchio  qualeosa  di  me;  sebbcne  sia  dubbio 
die  il  mio  povcro,  oscuro  nomc  possa  arrivare  lontano  nello  spa- 
zio  e  nel  tempo.  E  forse  ti  piacera  saperc  che  uomo  fui  o 
quale  la  sorte  dcllc  opere,  soprattutto  di  quelle  la  cui  fama 
sia  giunta  sino  a  te  e  di  cui  tu  abbia  sentito  vagamente  par- 
lare,  Sul  primo  punto  se  ne  diranno  indubbiamente  di  varie: 
perchtf  quasi  tutti  parlano  non  come  vuole  la  verita,  ma  come 
vuole  il  eapriecio;  e  non  c'e  misura  giusta  ne  per  lodare  n6  per 
biasimare,  Bono  stato  uno  della  vostra  specie,  un  pover'uomo 
mortale,  di  classe  sociale  ne*  elevata  n6  bassa;  di  antica  famiglia, 
conic  dice  di  se  stesso  Cesare  Augusto;  di  temperamento  per  na- 
tura  n<5  malvagio  ne  senza  scrupoli,  se  non  fosse  stato  guastato 
dal  contatto  abituale  con  esempi  contagiosi.  L'adolescenza  mi 
illusc,  la  gioventu  mi  travio,  ma  la  vecchiaia  mi  ha  corretto,  e 
con  Fespencnza  mi  ha  messo  bcnc  in  testa  che  era  vero  quel  che 
avevo  lotto  tanto  tempo  prima:  che  i  godimenti  dell'adolescenza 
sono  vanita ;  anzi  me  lo  insegn6  Colui  che  ha  creato  tutti  i  secoli  e 
tutti  i  millcnni,  e  che  di  quando  in  quando  pennette  ai  miscri 
mortali,  picni  di  presunxione,  d'andare  fuori  strada,  perche"  pos- 
sano  conoscorc  se  stessi,  ricordando  —  sia  pure  tardi  —  i  pro- 
pri  peccati.  Da  giovanc  mjera  toccato  un  corpo  non  molto  forte, 
ma  assai  agile.  Non  mi  vanto  d'aver  avuto  una  grande  bellezza, 
ma  in  gioventu  potevo  piacere :  di  colore  vivo  tra  bianco  e  bruno, 
occhi  vivaci  e  per  lungo  tempo  di  una  grandissima  acutezza,  che 
contro  ogni  aspettativa  mi  tradl  passati  i  scssanta,  in  mode  da 
costringcrmi  a  ricorrere  con  riluttanza  aH'aiuto  delle  lenti.  La 
vecchiaia  prose  possosso  d'un  corpo  che  era  stato  sempre  sanis- 
simo  e  lo  circond6  con  la  solita  schiera  di  acciacchi. 

llo  avuto  sempre  un  grande  disprezzo  del  danaro ;  non  pcrchd  non 
mi  piacosse  essere  ricco,  ma  perch6  detestavo  le  preoccupazioni  e  le 
seccature  che  sono  compagne  inseparabili  delFessere  ricchi.  Non 
ebbi  la  possibility  di  lauti  banchctti,  e  perci6  non  ebbi  da  fissarci  il 
pcnsiero:  ma  io  mangiando  poco  e  semplicemente  passai  la  vita  piu 
contento  che  con  le  loro  raffinatissime  tavole  tutti  i  successori  di 
Apicio.  I  banchetti  —  li  chiamano  cosl,  ma  sono  gozzoviglie,  ne- 

ghiottoni;  Apicio,  vissuto  aH'eti\  di  Tiberio,  profuse  in  banchetti  il  suo 
ricco  putrimonio;  vu  sotto  il  suo  nomc  unu  ruccolta  di  ricette  culinarie: 
De  re  coqiumaria. 


4  POSTERITATI 

—  cum  sint  comessationes  modestie  et  bonis  moribus  inimicc 
semper  michi  displicuerunt.  Laboriosum  et  inutile  ratus  sum  ud 
hunc  finem  vocare  alios,  nee  minus  ab  aliis  vocari;  convivorc  autem 
cum  aniicis  adeo  iocundum,  ut  eorum  supervcntu  nil  gratius  habuc- 
rim,  nee  unquam  volens  sine  sotio  cibum  sumpserim.  Nichil  michi 
magis  quam  pompa  displicuit,  non  solum  quia  mala  et  humilitati 
contraria,  sed  quia  difficilis  et  quieti  adversa  est.  Arnore  acerrimo 
sed  unico  et  honesto  in  adolescentia  laboravi,  et  diutius  laborassem, 
nisi  iam  tepescentem  ignem  mors  aeerba  sed  utilis  extinxisset,1 
Libidinum  me  prorsus  expertem  dicere  posse  optarcm  quidcm, 
sed  si  dicam  mentiar.  Hoc  secure  dixerim:  me  quanquam  for  vo 
te  etatis  et  complexionis  ad  id  rap  turn,  vilitatem  illam  tamcn  sem 
per  animo  execratum.  Mox  vero  ad  quadragesimum  etatis  annum 
appropinquans,2  dum  adhuc  et  caloris  satis  esset  et  virium,  non 
solum  factum  illud  obscenum,  sed  eius  memoriam  omncm  sic 
abieci,  quasi  nunquam  feminam  aspexisscm.  Quod  inter  primus 
felicitates  meas  numero,  Deo  gratias  agens,  qui  me  adhuc  in- 
tegrum  et  vigentem  tam  vili  et  michi  semper  odioso  servitio 
liberavit.  Sed  ad  alia  procedo.  Scnsi  superbiam  in  aliis  non  in  me; 
et  cum  parvus  fuerim,  semper  minor  iudicio  moo  fui.  Ira  moa 
michi  persepe  nocuit,  aliis  nunquam.  Intrcpide  glorior  --  quia 
scio  me  verum  loqui  —  indignantissimi  animi,  sed  oirensurum 
obliviosissimi,  beneficiorum  permemoris.  Amicitiarum  appclcntis* 
simus  honestarum  et  fidelissimus  cultor  fui.  Sed  hoc  est  suppli- 
cium  senescentium:  ut  suorum  sepissime  mortcs  fleant.3  Princi- 
pum  atque  regum  familiaritatibus  ac  nobilium  amicitiis  usque  ad 
invidiam  fortunatus  fui.  Multos  tamen  eorum,  quos  valdc  ama- 
bam,  effugi:  tantum  fuit  michi  insitus  amor  iibertatis,  ut  euiua 
vel  nomen  ipsum  illi  esse  contrarium  videretur,  omni  studio  de- 

i.  Amore  acerrimo  .  .  .  extinxisset:  si  ricordi  che  il  Petrarea  divideva,  nl 
modo  di  Isidore  (Etym.,  xi,  a,  1-7),  il  corso  dcllu  vita  umana  in  infunssiu 
(fino  a  sette  anni),  puerizia  (fino  a  quattordici),  udolescenxa  (fino  a  von- 
totto),  giovinezza  (fino  a  cinquanta),  maturita  (fino  a  scttuntu),  vccchiuia 
(dai  settanta  in  la).  Naturalmente  il  nostro  pensicro  eorre  uU'amorc  per 
Laura;  ma  si  noti  come  del  tutto  diversa  sia  la  oronolo^ia  qui  aceenmtta 
dal  Petrarca,  in  confronto  a  quella  che  risulta  da  altri  luo^hi  di  open*  siu% 
Qui  e  detto  che  soffrl  gli  affanni  amorosi  neiradolescen/.a  c  non  ohre;  e 
che  ancora  dentro  i  confini  dell'adolescenza  queiramore  ormui  intiopidito 
fu  troncato  definitivamente  dalla  morte  della  donna  amutu.  Ma  so  tutto 
questo  5  avvenuto  nelPadolescenza,  entro  i  ventotto  anni,  conic  si  acoordu 
con  la  nota  famosa  che  assegna  al  1348  la  morte  di  Laura?  2. 


AI    POSTERI  5 

michc  della  moclcrazione  e  del  viverc  costumato  —  non  mi  sono  mai 
piaciuti,  ed  ho  giudicato  una  fatica  inutile  invitarvi  gli  altri  e  dagli 
altri  esservi  invitato.  Ma  pranzarc  con  gli  amici  mi  e  sempre  piaciu- 
to,  tanto  chc  nulla  mi  e  stato  piu  gradito  che  averli  come  commen- 
sali,  e  mai  di  mia  volonta  ho  mangiato  senza  compagnia.  Nulla  mi  ha 
tanto  infastidito  quanto  il  lusso;  non  soltanto  perche"  e  peccaminoso 
e  contrario  all'umilta,  ma  pcrch6  e  complicato  e  non  lascia  in  pace. 
Mi  travaglie-,  quand'ero  molto  giovanc,  un  amore  fortissimo;  ma 
fu  il  solo,  e  fu  puro;  e  piu  a  lungo  ne  sarei  stato  travagliato  se  la 
morte,  crudele  ma  provvidenzialc,  non  avesse  spento  definitivamen- 
te  quella  fiamma  quanxVormai  era  langucnte.  Vorrei  dawero  poter 
dire  d'essere  assolutamente  senza  libidine;  ma  se  lo  dicessi  mentirei. 
Posso  ciir  questo  con  eertezza :  d'aver  sempre  in  cuor  mio  esecrato 
quella  bassezza,  quantunque  vi  fossi  spinto  dai  calori  dell'eta  c  del 
temperaniento.  Ma  tosto  che  fui  presso  ai  quarant'anni,  quando 
ancora  avevo  parecchia  sensibilita  e  parecchie  energie,  ripudiai  sif- 
fattanicntc  non  soltanto  quelPatto  osceno,  ma  il  suo  totale  ricordo, 
come  se  mai  avessi  visto  una  donna.  E  questa  la  pongo  tra  le  mie 
principal!  felidta,  ringraziando  il  Signore  d'avermi  liberate,  ancor 
sano  e  vigoroso,  da  una  servitu  cosl  bassa  e  per  me  sempre  odiosa. 
Ma  passiamo  ad  altro.  La  superbia  1'ho  riscontrata  negli  altri, 
ma  non  in  me  stesso;  e  sebbenc  sia  stato  un  piccolo  uomo,  sempre 
mi  sono  giudicato  ancor  piu  trascurabile.  La  mia  ira  danneggi6 
assai  di  frcquente  me  stesso,  mai  gli  altri.  Mi  vanto  francamen- 
te  —  perche  so  di  dire  la  verita—  d'aver  un  ammo  molto  suscettibi- 
le,  ma  facilissimo  a  dimcnticare  le  offese,  ed  al  contrario  saldissimo 
nel  ricordo  dei  benelici  ricevuti.  Fui  desiderosissimo  delle  ami- 
cmc  oneste  e  le  coltivai  con  assoluta  fedelta.  Ma  il  supplizio  di 
chi  a  lungo  invccchia  e  appunto  di  dover  sempre  piu  spesso  pian- 
gere  la  morte  dei  propri  cari.  Ebbi  la  fortuna  di  godcre  la  fami- 
liarita  dei  principi  e  dei  re,  e  1'amicizia  dei  nobili,  tanto  da  esserne 
invidiato.  Tuttavia  da  parecchi  di  coloro  che  piti  amavo  mi  tenni 
lontano :  fu  si  radicato  in  me  1'amore  della  liberta,  da  evitare  con 
ogni  uttenssionc  coloro  che  scmbravano  esserle  contrari  anche  nel 


mum  etatis  annum  appropinguans:  vicino  ai  quarant'anni:  dunquc  primu 
del  1344.  Si  ricordt  chc  hi  figlia  Franccsca  gli  nacque  nel  '43.  3.  Bed 
hoc  .  .  .fleant:  dovctte  infatti  pitmgere  la  mortc  di  quasi  tutti  i  suoi  amici: 
il  curclinulc  Giovanni  Colonnu,  Mainardo  Accursio,  Franccschino  degli 
Albixi,  Scnnuccio  del  Bene  nel  1348,  lacopo  da  Carrara  nel  1350. 


6  POSTERITATI 

clinarem.1  Maximi  reges  mee  etatis  et  amarunt  et  coluerunt  me;3 
cur  autem  nescio:  ipsi  vidcrint.  Et  ita  cum  quibusdam  fui,  ut 
ipsi  quodammodo  mecum  essent;  et  cminentia  corurn  nullum 
tedium,  commoda  multa  perceperim.  Ingenio  fui  equo  potius 
quam  acuto,  ad  omne  bonum  et  salubre  stadium  apto,  sed 
ad  moralem  precipue  philosophiam  et  ad  poeticam  prono ;  quam 
ipse  processu  temporis  neglexi,3  sacris  literis  delectatus,  in  qui- 
bus  sensi  dulcedinem  abditam,  quam  aliquando  contempseram, 
poeticis  literis  non  nisi  ad  ornatum  reservatis.  Incubui  unice, 
inter  multa,  ad  notitiam  vetustatis,4  quoniam  michi  semper  etas 
ista  displicuit;  ut,  nisi  me  amor  carorum  in  diversum  traheret, 
qualibet  etate  natus  esse  semper  optaverim,  et  hanc  oblivisci,  ni~ 
sus  animo  me  aliis  semper  inserere,  Historicis  itaque  delectatus 
sum;  non  minus  tamen  offensus  eorum  discordia,  secutus  in  du- 
bio  quo  me  vel  veri  similitude  rerum  vel  scribentium  traxit  auto 
ritas.  Eloquio,  ut  quidam  dixerunt,  claro  ac  potenti;  ut  michi 
visum  est,  fragili  et  obscuro.  Neque  vero  in  cormmi  sermone  cum 
amicis  aut  familiaribus  eloquentie  unquam  cura  me  attigit;  mi- 
rorque  earn  curam  Augustum  Ccsarem  suscepisse.5  Ubi  autem 
res  ipsa  vel  locus  vel  auditor  aliter  poscere  visus  est,  paulo  annisus 
sum;  idque  quam  efficaciter,  nescio:  eorum  sit  iudicium  coram 
quibus  dixi.  Ego,  modo  bene  vixissem,  qualiter  dixissem  parvi  fa- 
cerem:  ventosa  gloria  est  de  solo  verborum  splendore  famarn  quc- 
rere. 

Honestis  parentibus,  florentinis  origine,  fortuna  mediocri,  et 
—  ut  verum  fatear —  ad  inopiam  vergente,  sed  patria  pulsis,6  Ar- 

i.  Multos  tamen  . .  .  declinarem:  la  frase  ha  forse  un  sapore  pokmico,  n® 
si  pensa  scritta  dopo  il  1353,  quando  il  Petrarca  aveva  accettato  1 'capita** 
lita  del  Visconti  e  sublto  da  tante  parti  1'accusa  d'essersi  acconciato  ai  ti~ 
ranni.  Egli  era  convinto  delle  sue  buone  ragioni,  e  sappiamo  che  un  intero 
volume  disegnava  di  scrivere  per  giustificare  la  sua  perrnanenza  a  Miknoj 
sta  di  fatto  che  quel  volume  non  lo  scrisse,  e  che  le  accuse  dei  male- 
voli  lo  tormentarono  sempre.  2.  Maximi  reges  , ,  ,  coluerunt  ms:  Roberto 
re  di  Napoli,  1'imperatore  Carlo  .IV,  il  pontefice  Urbano  V  e  via  dicendo. 
3.  quam . . .  neglexi:  nelle  Invective  contra  medicum  (in,  535)  dice;  «sono  piii 
di  sette  anni  che  io  chiusi  i  libri  dei  poeti  e  che  non  li  ho  letti,  perch^  mi 
pare  cosa  superflua.  Li  lessi  finche  Ve&  lo  sostenne,  e  mi  aono  ai  fisai  nel- 
ranimo,  che,  anche  se  io  volessi,  non  potrei  dimenticarli.  Non  mi  pare 
bello  esercitare  la  vecchiezza  in  quegli  studi  ne'  quali  Tuomo  ha  esercitato 
radolescenzaw.  4.  Incubui .  .  .  ad  notitiam  vetustatis:  nella  letters  al  Boc 
caccio  che,  nelle  edizioni  cinquecentesche,  precede  le  Invective  contra  tne~ 
dicum  il  Petrarca  scrive:  « credo  che  in  questo  secolo  neasuno  piu  di 


AI    POSTERI  7 

nome  solo.  I  piu  grandi  re  del  mio  tempo  mi  vollero  bene  e  mi 
onorarono  —  il  perch6  non  lo  so ;  &  cosa  che  riguarda  loro  —  e  con 
certuni  ebbi  rapporti  tali  che  in  certo  qual  modo  erano  loro  a  stare 
con  me ;  e  dalla  loro  grandezza  non  ebbi  noie,  ma  molti  vantaggi, 
Fui  d'intelligenza  equilibrata  piuttosto  che  acuta;  adatta  ad  ogni 
studio  buono  e  salutare,  ma  inclinata  particolarmente  alia  filosofia 
morale  ed  alia  poesia.  Quest'ultima  con  1'andare  del  tempo  Tho 
trascurata,  preferendo  le  Sacre  Scritture,  nelle  quali  ho  avvertito 
una  riposta  dolcezza  (che  un  tempo  avevo  spregiata),  mentre 
riservavo  la  forma  poetica  esclusivamente  per  ornamento.  Tra 
le  tante  attivitk,  mi  dedicai  singolarmente  a  conoscere  il  mondo 
antico,  giacch6  questa  ctk  presente  a  me  &  sempre  dispiaciuta, 
tanto  che  se  Faffetto  per  i  miei  cari  non  mi  indirizzasse  diversa- 
mente,  sempre  avrei  preferito  d'esser  nato  in  qualunque  altra 
et&;  e  questa  mi  sono  sforzato  di  dimenticarla,  sempre  inseren- 
domi  spiritualmente  in  altre,  E  perci6  mi  sono  piaciuti  gli  storici; 
altrettanto  deluso,  tuttavia,  per  la  loro  discordanza,  ho  seguito 
nei  casi  dubbi  la  versione  a  cui  mi  traeva  la  verisimiglianza  dei 
fatti  o  Pautoritik  dello  scrittore.  Nel  parlare,  secondo  hanno  detto 
alcuni,  chiaro  ed  efficace;  ma  a  mio  vedere  fiacco  ed  oscuro. 
Ed  in  realt^  nella  conversazione  quotidiana  con  gli  amici  e  con  i 
familiari  non  ho  mai  avuto  preoccupazione  di  parlar  forbito;  e 
mi  stupisco  che  Cesare  Augusto  1'abbia  avuta.  Ma  dove  Targo- 
mento  o  la  sede  o  la  persona  che  m'ascoltava  parevano  richiedere 
diversamente,  mi  ci  sono  provato  un  poco;  con  quanta  efficacia, 
non  so;  Fhanno  da  giudicare  coloro  di  fronte  ai  quali  parlai, 
Per  mio  conto,  purch6  abbia  vissuto  rettamente,  poco  mi  euro  di 
come  abbia  parlato :  gloria  vana  &  cercare  la  fama  unicamente  nel 
luccicare  delle  parole, 

I  miei  genitori,  originari  di  Firenze,  furono  persone  dabbene, 
di  condizione  media,  e  —  per  dir  la  veritk—  piuttosto  poveri.  Erano 


me  abbia  amato  rantichit& ».  5.  mirorque  . .  .  suscepisse:  cfr.  Svetonio, 
Aug.,  87,  6.  Uonestis  parentibus . . ,  pulsis:  Petraccolo  di  set  Parcnzo  ed 
Eletta  Canigiani.  La  famiglia  aveva  salde  tradizioni  di  cultura:  notaro  fu 
Petraccolo,  notaro  il  padre  di  lui,  e  notaro  anchc  il  nonno,  ser  Garzo,  ve- 
nuto  dairincisa  Valdarno  a  stabilirsi  a  Firenze.  Petraccolo  era  guelfo 
« bianco »;  dai  «neri»,  vittoriosi  in  Firenze  per  1'appoggio  di  Carlo  di  Va- 
lois,  fu  condannato  il  20  ottobre  1302  (nove  mesi,  dunque,  dopo  la  con- 
danna  di  Dante  Alighieri),  e  costretto  all'esilio. 


8  POSTERITATI 

retii  in  exilio  natus  sum,  anno  hums  etatis  ultime  que  a  Cristo 
incipit  MCCCIV,  die  lune  ad  auroram  .  .  ,z  kalendas  Augusti. 

Tempus  meum  sic  vel  fortuna  vel  voluntas  mea  nunc  usque 
partita  est.  Primum  ilium  vite  annum  neque  integrum  Arretii  egi, 
ubi  in  lucem  natura  me  protulerat;  sex  sequentes  Ancise,2  paterno 
in  rure  supra  Florentiam  quattuordecim  passuum  milibus,  re- 
vocata  ab  exilio  genitrice;  octavum  Pisis,  nonum  ac  deinceps 
in  Gallia  Transalpina,  ad  levam  Rodani  ripam  —  Avinio  urbi  no- 
men—,  ubi  romanus  pontifex  turpi  in  exilio  Cristi  tenet  Ecclesiam 
et  tenuit  diu,  licet  ante  paucos  annos  Urbanus  quintus  earn  re- 
duxisse  videretur  in  suam  sedem.3  Sed  res,  ut  patet,  in  nichilum 
rediit,  ipso  —  quod  gravius  fero  —  tune  etiam  superstite  et  quasi 
boni  operis  penitente.  Qui  si  modicum  plus  vixisset,  hauddubie 
sensisset  quid  michi  de  eius  abitu  videretur.  lam  calamus  erat  in 
manibus,  sed  ipse  confestim  gloriosum  principium  ipsum  cum 
vita  destituit.4  Infelix!  Quam  feliciter  ante  Petri  aram  mori  et  in 
domo  propria  potuisset!  Sive  enim  successores  eius  in  sua  sede 
mansissent,  et  ipse  boni  operis  auctor  erat;  sive  abiissent,  et  tan- 
to  ipsius  clarior  virtus,  quanto  illorum  culpa  conspectior.5  Sed 
hec  longior  atque  incidens  est  querela.  Ibi  igitur,  ventosissimi 
amnis  ad  ripam,  pueritiam  sub  parentibus,  ac  deinde  sub  vani- 
tatibus  meis  adolescentiam  totam  egi.6  Non  tamen  sine  magnis 
digressionibus :  namque  hoc  tempore  Carpentoras,  civitas  parva 
et  illi  ad  orientem  proxima,  quadriennio  integro  me  habuit;7  inque 
his  duabus  aliquantulum  gramatice  dyaletice  ac  rethorice,  quantum 
etas  potuit,  didici;8  quantum  scilicet  in  scolis  disci  solet,  quod 
quantulum  sit,  carissime  lector,  intelligis.  Inde  ad  Montem  Pes- 
sulanum  legum  ad  studium  profectus,  quadriennium  ibi  alterum  ;9 
inde  Bononiam,  et  ibi  triennium  expendi10  et  totum  iuris  civilis 
corpus  audivi:  futurus  magni  provectus  adolescens,  ut  multi 

i.  Nei  manoscritti  manca  Tindicazione  del  giorno,  che  fu  il  20  luglio  (XIII 
kalendas  Augusti).  2.  Ancise:  all'Incisa  la  famiglia  del  Petrarca  fu  tra  il 
1305  e  il  1311  circa.  3.  Avinio  ...  in  suam  sedem:  la  curia  pontificia  fu 
trasferita  ad  Avignone  nel  1309.  Urbano  V  Iasci6  Avignone  nell'aprile  1367, 
vi  torn6  nel  settembre  1370.  4.  lam  calamus.. . destituit:  Urbano  V  mori  il 
19  dicembre  1370.  La  lettera  a  cui  il  Petrarca  allude  e  la  terza  delle  Varie, 
lasciata  in  tronco.  5.  Sive  enim . . .  conspectior :  questi  concetti  sono  compiu- 
tamente  espressi  n&ll'Invectiva  contra  eum  qui  maledixit  Italic  (v.  piu  avanti, 
in  questo  volume),  che  e  del  febbraio  1373.  6.  adolescentiam  totam  egi:  in- 
fatti  ebbe  la  sua  residenza  ad  Avignone  dal  1312  circa  fino  al  1337,  cioe  fino 
a  trentatre  anni.  7.  Carpentoras ,  ..me  habuit:  a  Carpentras  stette  dal  1312 


AI    POSTERI  9 

stati  cacciati  dalla  patria,  e  percio  nacqui  in  esilio,  ad  Arezzo, 
nell'anno  di  Cristo  1304,  un  lunedl,  alPalba  del  20  luglio. 

II  caso  e  la  mia  volonta  cosi  hanno  distribuito  il  mio  tempo 
fino  ad  oggi.  II  primo  anno  di  vita,  e  neppure  intero,  lo  passai 
ad  Arezzo,  ove  la  natura  mi  aveva  portato  alia  luce;  i  sei  anni 
seguenti,  essendo  stata  richiamata  dalPesilio  mia  madre,  li  pas 
sai  air  Incisa,  in  una  campagna  del  babbo  a  14  miglia  sopra  Fi- 
renze;  Pottavq  a  Pisa,  dal  nono  in  poi  nella  Gallia  Transalpina, 
sulla  riva  sinistra  del  Rodano,  nella  citta  di  Avignone,  dove  il 
pontefi.ee  romano  ha  tenuto  a  lungo  e  tiene  in  vergognoso  esi 
lio  la  Chiesa  di  Cristo,  anche  se  pochi  anni  fa  Urbano  V  sem- 
br6  averla  ricondotta  alia  sua  propria  sede.  Ma  la  cosa,  com'e 
chiaro,  si  e  risolta  in  nulla,  mentre  lui  —  e  questo  mi  displace 
ancora  di  piu  —  era  ancora  vivo  e  quasi  pentito  del  bene  che  aveva 
fatto.  Se  avesse  vissuto  piu  a  lungo,  avrebbe  infallibilmente  sa- 
puto  la  mia  opinione  sulla  sua  partenza.  Avevo  gia  in  mano  la 
penna,  quand'egli  abbandono  all'improvviso  e  la  vita  e  quella 
gloriosa  intrapresa.  Infelice!  Come  serenamente  avrebbe  potuto 
morire  innanzi  alia  tomba  di  Pietro  e  nella  sua  propria  dimora! 
Se  i  successori  fossero  rimasti  nella  loro  sede,  lui  sarebbe  stato 
1'autore  di  qiiell'opera  felice;  se  fossero  andati  via,  piu  luminoso  il 
suo  merito  ed  altrettanto  evidente  la  loro  colpa.  Ma  questa  sarebbe 
una  lamentela  troppo  lunga  e  qui  fuori  luogo.  La  dunque,  sulla  riva 
del  ventosissimo  flume,  passai  la  fanciullezza  sotto  la  guida  dei  ge- 
nitori ;  e  poi  Padolescenza  intera  sotto  la  guida  dei  miei  vani  piace- 
ri.  Non  senza  stare  lontano,  tuttavia,  per  lunghi  intervalli:  in  quel 
tempo,  infatti,  una  piccola  citta  vicina,  ad  est  d' Avignone,  Carpen- 
tras,  m'ebbe  per  quattr'anni  interi.  In  ambedue  le  citta  imparai  un 
poj  di  grammatica,  di  dialettica,  di  retorica,  quanto  lo  comportava 
Peta:  cioe  quanto  s'usa  insegnare  nelle  scuole;  e  quanto  poco  sia, 
lo  capisci  da  te,  lettore  carissimo.  Partito  poi  per  Montpellier  a 
studiare  legge,  vi  passai  altri  quattro  anni;  poi  a  Bologna,  e  vi 
spesi  tre  anni  a  studiare  tutto  il  corpo  del  diritto  civile.  Ero  un 
giovanotto  che  secondo  Popinione  di  parecchi  prometteva  grandi 


al  1316.  8.  aliquantulum  gramatice  .  .  .  didici:  sotto  la  guida  di  Conve- 
nevole  da  Prato.  9.  quadriennium  ibi  alterum:  a  Montpellier  frequent6 
1'universita  dal  1316  al  1320.  10.  triennium  expendi:  il  triennio  si  riferisce 
unicamente  al  tempo  di  studio  effettivo,  ma  tutto  sommando,  Bologna  fu 
la  sua  residenza  dal  1320  al  '26. 


10  POSTERITATI 

opinabantur,  si  cepto  insisterem.  Ego  vero  studium  illud  omne 
destitui,  mox  ut  me  parentum  cura  destituit.1  Non  quia  legum 
michi  non  placeret  autoritas,  que  absque  dubio  magna  est  et 
romane  antiquitatis  plena,  qua  delector;  sed  quia  earum  usus  ne- 
quitia  hominum  depravatur.  Itaque  piguit  perdiscere  quo  inho- 
neste  uti  nollem,  et  honeste  vix  possem,  et  si  vellem,  puritas 
inscitie  tribuenda  esset.  Itaque  secundum  et  vigesimum  annum 
agens  domum  redii.  Domum  voco  avinionense  illud  exilium,  ubi 
ab  infantie  mee  fine  fueram:  habet  enim  consuetudo  proximam 
vim  nature.  Ibi  ergo  iam  nosci  ego  et  familiaritas  mea  a  magnis 
viris  expeti  ceperat;  cur  autem  nescire  nunc  me  fateor  et  mirari, 
tune  equidem  non  mirabar,  ut  qui  michi,  more  etatis,  omni  honore 
dignissimus  viderer.  Ante  alios  expetitus  fui  a  Columnensium  clara 
et  generosa  familia,  que  tune  romanam  curiam  frequentabat,  di- 
cam  melius:  illustrabat.  A  quibus  accitus,2  et  michi  nescio  an  et 
nunc,  sed  tune  certe  indebito  in  honore  habitus,  ab  illustri  et  in- 
comparabili  viro  lacobo  de  Columna,  Lomberiensi  tune  epyscopo, 
cui  nescio  an  parem  viderim  seu  visurus  sim,  in  Vasconiam  ductus, 
sub  collibus  Pireneis  estatem  prope  celestem,3  multa  et  domini  et 
comitum  iucunditate,  transegi,  ut  semper  tempus  illud  memorando 
suspirem.  Inde  rediens  sub  fratre  eius  lohanne  de  Columna,  car- 
dinali,  multos  per  annos,  non  quasi  sub  domino  sed  sub  patre,  imo 
ne  id  quidem,  sed  cum  fratre  amantissimo,  imo  mecum  et  propria 
mea  in  domo  fui.4  Quo  tempore  iuvenilis  me  impulit  appetitus  ut 
et  Gallias  et  Germaniam  peragrarem.5  Et  licet  alie  cause  fmgerentur 
ut  profectionem  meam  meis  maioribus  approbarem,  vera  tamen 
causa  erat  multa  videndi  ardor  ac  studium.  In  qua  peregrinatione 
Parisius  primum  vidi,  et  delectatus  sum  inquirere  quid  verum 
quid  ve  fabulosum  de  ilia  urbe  narraretur.  Inde  reversus  Romam 
adii,6  cuius  vidende  desiderio  ab  infantia  ardebam ;  et  huius  familie 

i.  ut  me  parentum  cura  destituit:  la  madre  gli  era  morta  quando  si  trovava 
a  Montpellier.  II  padre  gli  mori  forse  nel  1326.  2.  A  quibus  accitus: 
Giacomo  e  Giovanni  Colonna.  II  primo  fu  eletto  vescovo  di  Lombez  (in 
Guascogna)  nel  1328;  il  secondo  fu  eletto  cardinale  nel  '27  quando  ancora 
non  era  trentenne.  Giacomo  morl  nel  1341,  Giovanni  nel  '48.  3.  estatem 
prope  celestem:  fu  Testate  del  1330.  II  Petrarca  vi  trov6  il  rornano  Lello 
Tosetti  e  il  fiammingo  Luigi  Santo,  che  del  Petrarca  furono  amicissimi. 
4.  Inde  rediens .  ..fui:  fu  con  il  Cardinale  fino  al  1347.  5.  ut  et  Gallias  et 
Germaniam  peragrarem:  il  viaggio  in  Francia,  nel  Belgio,  in  Germania  fu 
dell' estate  del  1333.  A  Parigi  torn6  nel  1360-61.  6.  reversus  Romam  adii ': 

11  viaggio  a  Roma  e  del  1336-37. 


AI   POSTERI  II 

cose,  se  avessi  seguitato  quella  strada;  ma  io  quello  studio  lo 
lasciai  completamente  appena  mi  lascio  la  sorveglianza  paterna. 
Non  perche  non  mi  piacesse  la  maesta  del  diritto,  che  indubbia- 
mente  e  grande  e  satura  di  quella  romana  antichita  di  cui  sono 
ammiratore,  ma  perche  la  malvagita  degli  uomini  lo  piega  ad  uso 
perfido.  E  cosi  mi  spiacque  imparare  cio  che  non  avrei  potuto  usare 
onestamente;  d'altra  parte  con  onesta  sarebbe  stato  pressoche 
impossible,  ed  il  comportamento  retto  sarebbe  stato  imputato 
a  imperizia.  E  cosi  a  ventidue  anni  tornai  a  casa.  Chiamo  « casa » 
quell'esilio  ad  Avignone,  dove  ero  stato  sin  dalla  fine  della  mia 
infanzia.  L'abitudine  ha  infatti  una  forza  quasi  pari  a  quella 
della  natura.  Gia  dunque  cominciavo  ad  esservi  conosciuto,  e 
cominciava  ad  esser  desiderata  da  personaggi  importanti  la  di- 
mestichezza  con  me:  il  perche  ora  confesso  di  non  saperlo  e 
me  ne  meraviglio.  Ma  allora  non  mi  meravigliavo,  perche  1'eta 
mi  faceva  credere  piu  che  degno  di  qualsiasi  onore,  Fui  soprat- 
tutto  richiesto  dai  Colonna,  una  famiglia  illustre  e  nobile,  che 
allora  frequentava  la  curia  romana:  diro  meglio,  la  onorava; 
fui  accolto  da  loro,  e  tenuto  in  un  conto  che  non  so  se  oggi,  ma 
allora  certo  non  meritavo.  Con  Pillustre  ed  incomparabile  lacopo 
Colonna,  allora  vescovo  di  Lombez  —  non  so  se  ho  mai  visto  e  se 
vedro  mai  un  altro  che  gli  stia  a  pari — ,  passai  in  Guascogna,  sotto 
i  Pirenei,  un'estate  quasi  divina  per  la  grande  piacevolezza  del 
padrone  di  casa  e  degli  ospiti,  e  sempre  la  ricordo  e  la  sospiro. 
Al  ritorno  stetti  sotto  suo  fratello,  il  cardinale  Giovanni  Colonna, 
per  parecchi  anni,  non  come  sotto  un  padrone,  ma  come  sotto  un 
padre;  anzi,  neppure:  come  sotto  un  fratello  affettuosissimo  e 
addirittura  come  in  casa  mia.  In  quel  tempo  la  curiosita  che  e  dei 
giovani  m'indusse  a  percorrere  in  lungo  e  in  largo  la  Francia  e  la 
Germania;  e  quantunque  altri  motivi  fossero  posti  innanzi  uf- 
ficialmente  per  giustificare  la  mia  partenza  agli  occhi  dei  superiori, 
tuttavia  la  ragione  vera  era  il  desiderio  vivo  di  vedere  tante  cose. 
In  quei  viaggi  visitai  prima  di  tutto  Parigi,  e  mi  divertii  a  veri- 
ficare  cosa  c'era  di  vero  e  di  fantastico  in  quel  che  si  raccontava 
di  quella  citta.  Tomato  di  la,  andai  a  Roma,  che  sin  dalPinfanzia 
desideravo  ardentemente  di  vedere ;  a  Roma  mi  affezionai  tanto  al 
magnanimo  capo  della  famiglia  Colonna,  Stefano,  uomo  della 


12  POSTERITATI 

magnanimum  genitorem  Stephanum  de  Columna,  virum  cuilibet 
antiquorum  parem,  ita  colui  atque  ita  sibi  acceptus  fui,  ut  inter 
me  et  quemiibet  filiorum  nil  diceres  interesse.  Qui  viri  excel- 
lentis  amor  et  affectus  usque  ad  vite  eius  extremum1  uno  erga  me 
semper  tenore  permansit;  et  in  me  nunc  etiam  vivit,  neque  un- 
quam  desinet  nisi  ego  ante  desiero.  Inde  etiam  reversus,  cum 
omnium  sed  in  primis  illius  tediosissime  urbis  fastidium  atque 
odium,  naturaliter  ammo  meo  insitum,  ferre  non  possem,  di- 
verticulum  aliquod  quasi  portum  querens,  repperi  vallem2  perexi- 
guam  sed  solitariam  atque  amenam,  que  Clausa  dicitur,  quinde- 
cim  passuum  milibus  ab  Avinione  distantem,  ubi  fontium  rex 
omnium  Sorgia  oritur.  Captus  loci  dulcedine,  libellos  meos  et 
meipsum  illuc  transtuli,  cum  iam  quartum  et  trigesimum  etatis 
annum  post  terga  relinquerem.  Longa  erit  historia  si  pergam  exequi 
quid  ibi  multos  ac  multos  egerim  per  annos.  Hec  est  summa:  quod 
quicquid  fere  opusculorum  michi  excidit,  ibi  vel  actum  vel  ceptum 
vel  conceptum  est;3  que  tarn  multa  fuerunt,  ut  usque  ad  hanc 
etatem  me  exerceant  ac  fatigent.4  Fuit  enim  michi  ut  corpus  sic 
ingenium:  magis  pollens  dexteritate  quam  viribus;  itaque  multa 
michi  facilia  cogitatu,  que  executione  difficilia  pretermisi.  Hie 
michi  ipsa  locorum  facies  suggessit  ut  Bucolicum  carmen,  silvestre 
opus,  aggrederer,  et  Vite  solitarie5  libros  duos  ad  Philippum,  semper 
magnum  virum  sed  parvum  tune  epyscopum  Cavallicensem,  nunc 
magnum  Sabinensem  epyscopum  cardinalem;6  qui  michi  iam  solus 
omnium  veterum  superstes,  non  me  epyscopaliter,  ut  Ambrosius 
Augustinum,  sed  fraterne  dilexit  ac  diligit.7  Illis  in  montibus  va- 
ganti,  sexta  quadam  feria  maioris  hebdomade,8  cogitatio  incidit, 
et  valida,  ut  de  Scipione  Africano  illo  primo,  cuius  nomen  minim 
inde  a  prima  michi  etate  carum  fuit,  poeticum  aliquid  heroico 
carmine  scriberem  —  sed,  subiecti  de  nomine,  Africe  nomen  libro 
dedi,  operi,  nescio  qua  vel  sua  vel  mea  fortuna,  dilecto  multis  ante- 
quam  cognito9  —  quod  tune  magno  ceptum  impetu,  variis  mox 

i.  usque . . .  extremum:  Stefano  Colonna  mori  tra  il  1348  e  il  1350.  2.  rep- 
peri  vallem:  questo  awenne  nel  giugno  o  luglio  del  1337.  3.  quod  quic 
quid .  . .  conceptum  est:  compiute:  Secretum,  Psalmi,  De  vita  solitaria,  De 
otio  religiosoy  Invective  contra  medicum;  cominciate:  Africa,  De  viris  illu- 
stribus,  Epystole  metricey  Bucolicum  carmen,  senza  contare  le  lettere  e  le 
liriche.  4.  que  tarn  multa. .  .fatigent:  infatti  gli  rimasero  incompiuti  I'A- 
frica,  il  De  viris  illustribus,  i  Rerum  memorandarum.  5.  Bucolicum  carmen . . . 
Vite  solitarie:  il  Bucolicum  carmen  e  il  De  vita  solitaria  furono  iniziati 
e  condotti  innanzi  quando  il  Petrarca  torno  in  Valchiusa  per  la  terza 


AI   POSTERI  13 

stessa  levatura  di  qualsivoglia  degli  antichi,  e  tanto  gli  fui  accetto, 
che  avresti  detto  non  facesse  differenza  fra  me  e  i  suoi  figlioli. 
L'affettuoso  attaccamento  di  quelPuomo  eminente  rimase  im- 
mutato  verso  di  me  fino  al  termine  della  sua  vita,  ed  in  me  se- 
guita  a  vivere,  e  non  cessera  se  non  quando  saro  morto.  Tomato 
anche  di  la,  non  riuscivo  a  sopportare  il  senso  di  fastidiosa  av- 
versione  che  provavo  per  quella  disgustosissima  Avignone  (awer- 
sione  in  me  costituzionale  per  tutte  le  citta,  ma  particolarmente 
per  quella).  Cercavo  un  rifugio  come  si  cerca  un  porto,  quando 
trovai  una  valle  piccola  ma  solitaria  ed  amena,  che  si  chiama  Val- 
chiusa,  a  quindici  miglia  da  Avignone ;  e  vi  nasce  la  Sorga,  regina 
di  tutte  le  fontL  Incantato  dal  fascino  di  quel  luogo,  mi  trasferii 
11  con  tutti  i  miei  libri,  quando  gia  avevo  trentaquattro  anni. 
Sarebbe  una  lunga  storia  se  volessi  raccontare  tutto  quello  che 
ivi  ho  fatto  per  tanti  e  tanti  anni;  basti  questo:  quasi  tutti  i 
libercoli  miei  11  ho  compiuti  o  cominciati  o  concepiti  11,  e 
furono  tanti  che  fino  a  questa  eta  continuano  a  tenermi  inten- 
samente  occupato.  La  mia  intelligenza  e  come  il  mio  corpo: 
ha  piu  agilita  che  robustezza;  e  percio  mi  fu  agevole  concepire 
tanti  disegni  che  poi  lasciai  da  parte  per  la  difficolta  di  eseguirli. 
L'aspetto  stesso  della  valle  mi  suggeri  di  porre  mano  al  Buco- 
licum  carmen^  un' opera  boschereccia,  e  ai  due  libri  sulla  Vita 
solitaria  dedicati  a  Filippo,  grand'uomo  sempre,  ma  allora  mode- 
sto  vescovo  di  Cavaillon  ed  ora  eminente  cardinal  vescovo  sa- 
binense,  che  ormai  e  Punico  vivo  di  tutti  i  miei  vecchi  amici 
e  m'ha  voluto  e  mi  vuole  bene  non  da  vescovo,  come  Ambrogio 
verso  sant' Agostino,  ma  da  fratello.  Un  Venerdi  Santo  cammina- 
vo  per  quelle  colline  quando  mi  venne  I*  idea  imperiosa  di  scri- 
vere  un  poema  epico  su  quel  primo  Scipione  Africano,  la  cui 
fama  straordinaria  mi  fu  cara  sin  da  quand'ero  ragazzo;  dal  nome 
del  soggetto  lo  intitolai  Africa:  poema  che  per  non  so  quale  ven- 
tura,  se  sua  o  mia,  a  tanti  e  stato  caro  senza  che  ancora  lo  cono- 
scessero.  Lo  cominciai  con  grande  lena,  ma  presto  distratto  da  varie 

volta  dal  1345  al  '47.  6.  nunc  .  .  .  cardinalem:  Filippo  di  Cabassole  di- 
venne  cardinale  nel  1368  e  nel  1370  cardinale  vescovo  di  Sabina;  mori  nel 
1 372.  7.  non  me...  diligit :  cfr.  Agostino,  Conf.9  v,  1 3 : « Suscepit  me  pater- 
ne  . . .  et  peregrinationem  meam  satis  episcopaliter  dilexit. »  8.  sexta . . .  heb- 
domade:  il  Venerdi  Santo  del  1338  (o  del  '39).  9-  open . . .  cognito:  I3 Africa, 
che  il  Petrarca  non  termin6,  fu  pubblicata  dopo  la  sua  morte ;  mentre  egli  era 
in  vita  circo!6  soltanto  il  frammento  della  morte  di  Magone  (vi,  885-918). 


14  POSTERITATI 

distractus  curis  intermisi.1  Illis  in  locis  moram  trahenti—  dictu  mi- 
rabile!  —  uno  die2  et  ab  urbe  Roma  senatus,  et  de  Parisius  cancel- 
larii  studii3  ad  me  litere  pervenerunt,  certatim  me  ille  Romam  ille 
Parisius  ad  percipiendam  lauream  poeticam  evocantes.  Quibus 
ego  iuveniliter  gloriabundus,  et  me  dignum  iudicans  quo  me  di- 
gnum  tanti  viri  iudicarent,  nee  meritum  meum  sed  aliorum  li- 
brans  testimonia,  parumper  tamen  hesitavi  cui  potius  aurem  da- 
rem.  Super  quo  consilium  lohannis  de  Columna  cardinalis  supra 
nominati  per  literas  expetii.  Erat  enim  adeo  vicinus4  ut,  cum  sibi 
sero  scripsissem,  die  altero  ante  horam  tertiam  responsum  eius 
acciperem.  Cuius  consilium  secutus,  romane  urbis  autoritatem 
omnibus  preferendam  statui;  et  de  petitione  et  de  approbatione 
consilii  eius  mea  duplex  ad  ilium  extat  epystola.5  Ivi  ergo;  et 
quamvis  ego,  more  iuvenum,  rerum  mearum  benignissimus  iudex 
essem,  erubui  tamen  de  me  ipso  testimonium  meum  sequi,  vel 
eorum  a  quibus  evocabar;  quod  proculdubio  non  fecissent,  nisi 
me  dignum  oblato  honore  iudicassent.  Unde  Neapolim  primum 
petere  institui  ;6  et  veniad  ilium  summum  et  regem  et  philosophum, 
Robertum,  non  regno  quam  literis  clariorem,  quern  unicum  regem 
et  scientie  amicum  et  virtutis  nostra  etas  habuit,  ut  ipse  de  me, 
quod  sibi  visum  esset  censeret.  A  quo  qualiter  visus,  et  cui  quam 
acceptus  fuerim,  et  ipse  nunc  miror  et  tu,  si  noveris,  lector,  puto 
mirabere.  Audita  autem  adventus  mei  causa,  mirum  in  modum 
exhilaratus  est,  et  iuvenilem  cogitans  fiduciam,  et  forsitan  co- 
gitans  honorem,  quern  peterem,  sua  gloria  non  vacare,  quod  ego 
eum  solum  iudicem  ydoneum  e  cuntis  mortalibus  elegissem.  Quid 
multa?  Post  innumeras  verborum  collationes  variis    de  rebus, 
ostensamque  sibi  Africam  illam  meam,  qua  usqueadeo  delectatus 
est,  ut  earn  sibi  inscribi  magno  pro  munere  posceret  —  quod  ne- 
gare  nee  potui  certe,  nee  volui  —  super  eo  tandem  pro  quo  ve- 
neram  certum  michi  deputavit  diem,  et  a  meridie  ad  vesperam 
me  tenuit.  Et  quoniam,  crescente  materia,  breve  tempus  apparuit, 
duobus  proximis  diebus  idem  fecit.  Sic  triduo  excussa  ignorantia 

i.  quod .  .  .intermisi:  probabilmente  per  proseguire  la  composizione  del 
De  viris  illustribus,  iniziata,  come  appare  dal  Secretum  (cfr.  qui  p.  192  e 
nota  2),  poco  prima  dell' Africa.  2.  uno  die:  il  primo  settembre  1340. 
3.  cancellarii  studii:  era  cancelliere  Roberto  de'  Bardi.  4.  Erat . . .  vicinus: 
il  Cardinale  stava  ad  Avignone,  e  Valchiusa  ne  dista,  come  il  Petrarca  ha 
detto,  quindici  miglia.  5.  et  de  petitione .,  .epystola:  cfr.  Fam.t  IV,  465. 
6.  Unde ..  .institui:  inizi6  il  viaggio  il  16  febbraio  del  1341. 


•     AI   POSTERI  15 

occupazioni  lo  misi  in  disparte.  Soggiornavo  in  quei  luoghi  quando 
—  sembra  una  favola!  —  mi  arrivarono  nella  medesima  giornata  due 
lettere,  dal  senate  di  Roma  e  dalla  cancelleria  dell' universita  di 
Parigi,  che  a  gara  m'invitavano  a  ricevere  Talloro  di  poeta  e  a  Roma 
e  a  Parigi.  Ero  giovane  e  me  ne  inorgoglii,  stimandomi  anche  io 
meritevole  di  quell'onore  di  cui  m'avevano  giudicato  degno  uomini 
si  autorevoli,  e  dando  peso  non  ai  miei  meriti  ma  alle  asserzioni 
altrui.  Ero  tuttavia  esitante  a  chi  dare  la  preferenza,  e  per  lettera 
ne  chiesi  consiglio  al  cardinale  Giovanni  Colonna:  abitava  cosi 
vicino  che  avendogli  scritto  sul  tardi,  potei  ricevere  la  risposta 
il  giorno  dopo  prima,  delle  nove.  Seguii  il  suo  consiglio,  e  decisi 
di  preferire  ad  ogni  altra  cosa  la  maesta  di  Roma.  Ci  sono  due  mie 
lettere  a  lui,  che  chiedono  e  approvano  il  suo  consiglio.  Dunque 
ci  andai ;  e  sebbene  —  come  tutti  i  giovani  —  io  fossi  giudice  molto 
indulgente  delle  cose  mie,  tuttavia  ebbi  vergogna  di  fidarmi  al 
giudizio  che  di  me  stesso  davo  io,  o  che  ne  davano  coloro  che  mi 
avevano  invitato,  i  quali  certo  non  Pavrebbero  fatto  se  non  m'aves- 
sero  stimato  degno  delPonore  che  mi  offrivano.  Decisi  perci6  di 
recarmi  prima  di  tutto  a  Napoli,  e  mi  presentai  a  Roberto,  gran- 
dissimo  re  e  grandissimo  filosofo,  non  meno  illustre  per  la  dottrina 
che  per  lo  scettro:  1'unico  re  che  i  nostri  tempi  abbiano  avuto 
amico  e  del  sapere  e  della  virtu.  Vi  andai  perche  mi  giudicasse 
secondo  il  suo  parere;  ed  oggi  io  mi  stupisco  —  e  credo  che  sa- 
pendolo  anche  tu,  lettore,  ti  meraviglierai  —  pensando  a  quale 
gli  sembrai  ed  a  come  gli  "fui  accetto.  Sentita  la  ragione  della 
mia  venuta,  se  ne  rallegro  straordinariamente,  pensando  alia  mia 
giovanile  confidenza,  e  forse  riflettendo  che  Ponore  che  gli  chie- 
devo  non  era  senza  sua  gloria,  dal  momento  che  per  degno  giudice 
io  avevo  scelto  lui  solo  fra  tutti  i  mortali.  Insomma,  dopo  infiniti 
discorsi  sopra  vari  argomenti,  e  dopo  avergli  mostrato  la  mia 
Africa  di  cui  tanto  si  compiacque  da  chiedermi  il  favore  che  la 
dedicassi  a  lui  —  e  naturalmente  non  potei  ne  volli  rifiutarglielo  — 
mi  fiss6  un  giorno  preciso  per  darmi  il  giudizio  per  cui  ero  ve- 
nuto,  e  mi  trattenne  da  mezzodi  fino  a  sera.  E  poiche  il  tempo 
risultb  inadeguato  agli  argomenti  in  continuo  aumento,  ripet6 
la  cosa  anche  nei  due  giorni  successivi.  Sondata  cosi  in  tre  gior- 
ni  la  mia  ignoranza,  alia  fine  del  terzo  mi  proclamo  degno 


!6  POSTERITATI 

mea,  die  tertio  me  dignum  laurea  iudicavit.  Earn  michi  Neapoli 
offerebat  et,  ut  assentirer,  precibus  etiam  multis  urgebat;  vicit 
amor  Rome  venerandam  tanti  regis  instantiam.  Itaque,  inflexible 
propositum  meum  cernens,  literas  michi  et  nuntios  ad  senatum 
romanum  dedit,  quibus  de  me  indicium  suum  magno  favore  pro- 
fessus  est.  Quod  quidem  tune  iudicium  regium  et  multorum  et 
meo  in  primis  iudicio  consonum  fuit;  hodie  et  ipsius  et  meum  et 
omnium  idem  sentientium  iudicium  non  probo :  plus  in  eum  va- 
luit  amor  et  etatis  favor  quam  veri  studium.  Veni  tandem;  et 
quamlibet  indignus,  tanto  tamen  fretus  fisusque  iudicio,  summo 
cum  gaudio  Romanorum,  qui  illi  solemnitati  interesse  potuerunt, 
lauream  poeticam  adhuc  scolasticus  rudis  adeptus  sum.1  De  quibus 
etiam  et  carmine  et  soluta  oratione  epystole  mee  sunt.2  Hec  michi 
laurea  scientie  nichil,  plurimum  vero  quesivit  invidie;  sed  hec 
quoque  historia  longior  est  quam  poscat  hie  locus.3  Inde  ergo 
digressus  Parmam  veni4  et  cum  illis  de  Corrigia,  viris  in  me  libe- 
ralissimis  atque  optimis,  sed  inter  se  male  concordibus,  qui  tune 
urbem  illam  tali  regimine  gubernabant,5  quale  nee  ante  in  me- 
moria  hominum  habuerat  civitas  ilia,  nee  etate  hac  —  ut  auguror  — 
habitura  est,  aliquantulum  tempus  exegi.6  Et  suscepti  memor 
honoris,  sollicitusque  ne  indigno  collatus  videretur,  cum  die  quo- 
dam  in  montana  conscendens  forte  trans  Entiam  amnem  reginis 
in  finibus  silvam  que  Plana  dicitur  adiissem,  subito  loci  specie  per- 
cussus,  ad  intermissam  Africam  stilum  verti,  et  fervore  animi  qui 
sopitus  videbatur  excitato,  scripsi  aliquantulum  die  illo ;  post  con- 
tinuis  diebus  quotidie  aliquid,  donee  Parmam  rediens  et  re- 
postam  ac  tranquillam  nactus  domum  —  que  postea  empta7  nunc 
etiam  mea  est  — ,  tanto  ardore  opus  illud  non  magno  in  tempore 
ad  exitum  deduxi,  ut  ipse  quoque  nunc  stupeam.  Inde  reversus, 
ad  fontem  Sorgie  et  ad  solitudinem  transalpinam  redii . .  .8  Lon- 
gum  post  tempus,  viri  optimi  et  cuius  nescio  an  e  numero  domi- 

i.  lauream  .  .  .  adeptus  sum:  fu  incoronato  in  Campidoglio  1'8  aprile  1341 
dal  senatore  Orso  dell'Anguillara.  2.  De  quibus  .  .  .  epystole  mee  sunt:  cfr. 
Fam.j  iv,  7  e  8;  Epyst.  metr.,  n,  10.  3.  plurimum  .  .  .  locus:  sopra  le  mal- 
dicenze  degli  invidiosi  si  veda  Sen.,  n,  i  e  Epyst.  metr.,  n,  10.  4.  Jw- 
de  .  .  .  veni:  a  Roma  si  trattenne  poco:  il  29  aprile  1341  era  a  Roma; 
il  23  maggio  entro  in  Parma,  dove  nella  notte  precedence  i  Da  Correggio 
avevano  tolto  il  dominio  a  Mastino  della  Scala.  5.  cum  illis  de  Corrigia. .. 
gubernabant:  erano  Azzo,  Simone,  Giovanni  e  Guido.  6.  aliquantulum 
tempus  exegi:  si  trattenne  a  Parma  circa  otto  mesi  fino  a  tutto  il  gen- 
naio  del  1342.  7.  postea  empta'.  acquist6  la  casa  probabilmente  durante 


AI    POSTERI  17 

dell'alloro.  Me  1'offriva  a  Napoli  e  mi  pregava  con  grande  insi- 
stenza  perche"  consentissi:  1'amore  per  Roma  1'ebbe  vinta  sulla 
veneranda  insistenza  d'un  tanto  re.  E  cosi,  vedendo  che  il  mio 
proposito  era  inflessibile,  mi  accompagno  con  lettere  e  messi  al 
senato  romano,  per  manifestare  con  grande  benevolenza  il  suo 
giudizio  su  di  me. 

Ed  il  giudizio  del  re  fu  allora  perfettamente  armonico  con  quello 
di  tanti  altri  e  soprattutto  con  il  mio;  ma  oggi  non  mi  sento  di 
approvare  quel  consenso  unanime  suo,  mio,  di  tutti:  sul  re  ebbe 
maggior  peso  il  desiderio  di  incoraggiare  la  mia  eta,  che  non  la 
ricerca  del  vero.  Tuttavia  andai  a  Roma  e  quantunque  senza  merito 
adeguato,  rinfrancato  e  reso  fiducioso  da  un  giudizio  tanto  auto- 
revole,  con  grande  esultanza  dei  Romani  che  poterono  assistere 
a  quella  cerimonia,  ebbi  1'alloro  di  poeta  quando  ero  ancora  uno 
scolaro  da  dirozzare.  Ed  anche  su  cio  esistono  delle  lettere  mie, 
in  versi  e  in  prosa.  Questa  mia  incoronazione  non  mi  arricchi 
di  sapienza;  mi  attiro  invece  una  grandissima  invidia.  Ma  an 
che  questo  sarebbe  un  discorso  troppo  piu  lungo  di  quanto  qui 
si  richiede.  Partito  di  la  andai  a  Parma,  e  vi  passai  qualche  tempo 
con  i  Da  Correggio,  eccellenti  signori,  pieni  di  liberalita  a  mio 
riguardo,  ma  in  disaccordo  tra  loro;  i  quali  allora  governavano 
la  citta  con  tale  regime,  quale  non  aveva  avuto  a  memoria  d'uo- 
mo,  e  quale  prevedo  non  potra  piu  avere  in  questo  secolo.  Ero 
pensoso  delPonore  che  avevo  ricevuto,  e  preoccupato  che  non  ap- 
parisse  conferito  immeritatamente,  quando  un  giorno,  salendo  una 
collina,  giunsi  in  un  bosco  chiamato  Selvapiana  situato  al  di  la  del 
fiume  Enza  nel  territorio  di  Reggio.  Colpito  dalla  bellezza  del 
luogo,  ripresi  V Africa  lasciata  interrotta,  e,  svegliata  Pispirazione 
che  sembrava  essersi  assopita,  quel  giorno  scrissi  qualcosa;  e  tut 
ti  i  giorni  successivi  sempre  un  poco,  finch£,  ritornato  a  Parma  e 
trovata  un'abitazione  appartata  e  tranquilla  (che  poi  ho  comprata 
ed  ancora  e  mia),  in  un  tempo  non  lungo  condussi  a  fine  quel- 
1'opera  con  tanto  entusiasmo,  che  oggi  me  ne  stupisco  io  stesso. 
Di  la  tornai  alia  fonte  di  Sorga  ed  alia  mia  solitudine  d'Oltralpe. .. 
Avevo  gia  da  lungo  tempo  conquistata  la  benevolenza  di  Giacomo 

il  secondo  soggiorno  a  Parma,  nel  biennio  1343-45.  Certo  e  che  nel  '44  era 
sua.  8.  Inde  .  .  .  redii:  questa  seconda  residenza  a  Valchiusa  dur6  dalla 
primavera  del  1342  al  settembre  del  '43.  Dopo  redii  e  certa  1'esistenza  di 
unavasta  lacuna  (secondo  soggiorno  a  Parma,  i343-45>  e  terzo  a  Valchiu 
sa,  1346-47). 


l8  POSTERITATI 

norum  quisquam  similis  sua  etate  vir  fuerit  —  imo  vero  scio  quod 
nulhis  —  lacobi  de  Carraria  iunioris,1  fame  preconio  benivolentiam 
adeptus,  nuntiisque  et  literis  usque  trans  Alpes  quando  ibi  eram, 
et  per  Italiam  ubicunque  fui,  multos  per  annos  tantis  precibus 
fatigatus  sum  et  in  suam  solicitatus  amicitiam,  ut,  quamvis  de 
felicibus  nil  sperarem,  decreverim  tandem  ipsum  adire  et  videre, 
quid  sibi  hec  et  magni  et  ignoti  viri  tanta  vellet  instantia.  Itaque, 
sero  quidem,  diuque  et  Panne  et  Verone  versatus,2  et  ubique  Deo 
gratias  carus  habitus  multo  amplius  quam  valerem,  Patavum  veni,3 
ubi  ab  illo  clarissime  memorie  viro  non  humane  tantum,  sed 
sicut  in  celum  felices  anime  recipiuntur  acceptus  sum,  tanto 
cum  gaudio  tamque  inextimabili  caritate  ac  pietate,  ut,  quia  equa- 
re  earn  verbis  posse  non  spero,  silentio  opprimenda  sit.  Inter 
multa,  sciens  me  clericalem  vitam  a  pueritia  tenuisse,  ut  me  non 
sibi  solum  sed  et  patrie  arctius  astringeret,  me  canonicum  Pa- 
due  fieri  fecit.4  Et  ad  summam,  si  vita  sibi  longior  fuisset,  michi 
erroris  et  itinerum  omnium  finis  erat.  Sed —  heu!  —  nichil  inter 
mortales  diuturnum,  et  siquid  dulce  se  obtulerit  amaro  mox  fine 
concluditur.  Biennio  non  integro  eum  michi  et  patrie  et  mundo 
cum  dimisisset,  Deus  abstulit,  quo  nee  ego  nee  patria  nee  mundus 
—  non  me  fallit  amor—  digni  eramus.  Et  licet  filius  sibi  successerit,5 
prudentissimus  et  clarissimus  vir,  et  qui  per  paterna  vestigia  me 
carum  semper  et  honoratum  habuit,  ego  tamen,  illo  amisso  cum 
quo  magis  michi  presertim  de  etate  convenerat,  redii  rursus  in 
Gallias,6  stare  nescius,  non  tarn  desiderio  visa  milies  revisendi, 
quam  studio  more  egrorum  loci  mutatione  tediis  consulendi.7 


i.  lacobi  .  .  .  iunioris:  govern6  Padova  fino  al  dicembre  1350,  quando 
fu  assassinate  da  un  figlio  spurio.  2.  diuque  et  Parme  et  Verone  versatus: 
fu  a  Verona  tutto  1'inverno  del  1348;  poi  a  Parma  per  un  anno.  3.  Pa 
tavum  veni:  ci  fu  dal  10  marzo  al  4  maggio  del  1349.  4.  me  canonicum 
Padue  fieri  fecit:  ne  prese  possesso  appunto  nella  primavera  del  1349. 
5.  filius  sibi  successerit:  Francesco.  6.  redii  rursus  in  Gallias:  quest'ultimo 
ritorno  a  Valchiusa  awenne  nelP estate  1351.  7.  Per  altre  notizie  biogra- 
fiche  cfr.,  in  questo  volume,  Sen.,  x,  2  a  Guido  Sette. 


AI    POSTERI  19 

da  Carrara  il  Giovane,  gentiluomo  perfetto  e  signore  quale  non  so 
se  in  questo  secolo  ce  n'e  stato  uno  simile;  anzi  lo  so:  non  ce  n'e 
stato  uno.  Con  messi  e  con  lettere  fin  oltre  le  Alpi,  quand'ero  li,  e 
per  T  Italia  ovunque  mi  trovassi,  per  parecchi  anni  mi  sollecito  e  mi 
prego  con  grande  insistenza  di  entrare  in  relazione  con  lui.  Da  colo- 
ro  che  stanno  bene  non  spero  mai  nulla ;  pure  decisi  di  andare  da 
lui  e  vedere  un  po5  a  che  tendeva  tutto  quell' insistere  di  un  per- 
sonaggio  che  era  grande  e  che  non  conoscevo.  E  cosi,  sia  pure  tardi, 
e  dopo  aver  dimorato  a  lungo  a  Parma  e  a  Verona,  ovunque, 
ringraziando  Iddio,  accarezzato  assai  piu  di  quanto  meritassi, 
andai  a  Padova.  Vi  fui  ricevuto  da  quelPuomo  di  illustre  me- 
moria,  non  come  tra  mortali,  ma  come  in  cielo  vengono  accolte 
le  anime  dei  beati ;  e  fui  accolto  con  tanta  gioia  e  con  tanta  inesti- 
mabile  ed  affettuosa  reverenza,  che  sono  costretto  a  passarla  sotto 
silenzio,  visto  che  non  posso  sperare  di  esprimerla  a  parole.  Tra 
1'altro,  saputo  che  fin  dall'adolescenza  ero  chierico,  mi  fece  eleggere 
canonico  di  Padova,  per  legarmi  piu  strettamente,  oltre  che  a  se 
stesso,  anche  alia  sua  citta.  Insomnia,  se  avesse  vissuto  piii  a  lungo, 
avrei  fatto  punto  con  il  mio  vagabondare  e  con  tutti  i  miei  viaggi. 
Ma  ahime,  nulla  tra  i  mortali  dura,  e  se  ti  e  toccata  una  dolcezza, 
presto  ti  finisce  nell'amaro.  Iddio  lo  port6  via,  dopo  averlo  la- 
sciato  meno  di  due  anni  a  me,  alia  sua  patria  ed  al  mondo,  che  non 
eravamo  degni  di  lui.  Gli  succedette  il  figlio,  illustre  signore  pieno 
di  prudenza,  che  sulle  orme  del  padre  mi  ha  sempre  avuto  caro  e 
sempre  mi  ha  onorato :  ma  io,  incapace  di  stare  fermo,  me  ne  tornai 
in  Francia,  non  tanto  per  il  desiderio  di  rivedere  cio  che  avevo 
gia  veduto  le  mille  volte  quanto  per  cercare,  come  fanno  i  malati, 
di  rimediare  al  disagio  cambiando  posto. 


SECRETUM 

if 

IL  MIO  SEGRETO 


DE  SECRETO  CONFLICT!!  CURARUM  MEARUM 
LIBER  PRIMUS  INCIPIT  FELICITER 

PROHEMIUM   INCIPIT 

Attonito  michi  quideni  et  sepissime  cogitanti  qualiter  in  hanc 
vitam  intrassem,  qualiter  ve  forem  egressurus,1  contigit  nuper  ut 
non,  sicut  egros  animos  solet,  somnus  opprimeret,  sed  anxium 
atque  pervigilem  mulier  quedam  inenarrabilis  etatis  et  luminis, 
formaque  non  satis  ab  hominibus  intellecta,  incertum  quibus  viis 
adiisse  videretur.  Virginem  tamen  et  habitus  nuntiabat  et  facies. 
Hec  igitur  me  stupentem  insuete  lucis  aspectum  et  adversus 
radios,  quos  oculorum  suorum  sol  fundebat,  non  audentem  oculos 
attollere,  sic  alloquitur:  —  Noli  trepidare,  neu  te  species  nova  per- 
turbet,  Errores  tuos  miserata,  de  longinquo  tempestivum  tibi 
auxilium  latura  descendi.  Satis  superque  satis  hactenus  terram 
caligantibus  oculis  aspexisti;  quos  si  usqueadeo  mortalia  ista 
permulcent,  quid  futurum  speras  si  eos  ad  eterna  sustuleris  ?  — 
His  ego  auditis,  necdum  pavore  deposito,  maroneum  illud  tre- 
mulo  vix  ore  respondi: 

o  quam  te  memorem,  virgo?  namque  hand  tibi  vultus 
mortalis,  nee  vox  hominem  sonat.2 

—  Ilia  ego  sum  —  inquit  —  quam  tu  in  Africa  nostra  curiosa 
quadam  elegantia  descripsisti ;  cui,  non  segnius  quam  Amphyon 
ille  dirceus,3  in  extremo  quidem  occidentis  summoque  Atlantis 
vertice  habitationem  clarissimam  atque  pulcerrimam  mirabili 
artificio  ac  poeticis,  ut  proprie  dicam,  manibus  erexisti.  Age  ita- 
que,  iam  securus  ausculta,  neve  illius  presentem  faciem  perhor- 
rescas,  quam  pridem  tibi  sat  familiariter  cognitam  arguta  circum- 
locutione  testatus  es.  —  Vixdum  verba  finierat,  cum  michi  cunta 
versanti  nichil  aliud  occurrebat  quam  Veritatem  ipsam  fore4  que 
loqueretur.  Illius  enim  me  palatium  atlanteis  iugis  descripsisse 
memineram;5  at  quanam  ex  regione  venisset  ignorabam,  nisi  ce- 

i.  intrassem  .  .  .  egressurus:  il  Petrarca  ebbe  qui  presente  un  passo  di  Se 
neca  (Ep.  ad  LuciL,  22,  14-7)  in  cui  si  discute  la  proposizione  di  Epicure: 
«nemo  non  ita  exit  e  vita  tamquam  modo  intraverit».  2.  Virgilio,  Aen., 
I,  327-8.  3.  Anfione,  figlio  di  Giove  e  di  Antiope,  fond6  col  suono  della 
lira  la  citta  di  Tebe;  dirceus:  tebano,  dal  nome  di  Dirce,  moglie  di  Lico 
re  di  Tebe  e  zio  di  Antiope.  4.  fore:  e  nel  latino  medievale,  e  del  Pe- 


DEL   SEGRETO   CONFLITTO  DEI 
MIEI  AFFANNI 

COMINCIA   IL  PROEMIO 

Mentre  stavo  sospeso  meditando,  come  fo  spesso,  in  qual  modo 
fossi  entrato  in  siffatta  vita  e  in  quale  ne  sarei  uscito,  mi  accadde, 
or  non  e  molto,  non  gia  che  il  sonno  mi  vincesse  come  suole  gli 
animi  infermi,  ma  che  mi  sembrasse  di  vedere,  ansioso  e  ben  desto, 
venuta  non  so  per  che  vie  a  visitarmi,  una  donna  di  eta  e  splendo- 
re  impareggiabile,  e  di  tal  bellezza  che  gli  uomini  non  apprezzano 
abbastanza:  vergine  tuttavia  la  palesavano  le  vesti  e  Taspetto. 
Stupito  al  cospetto  dell'inconsueta  luce  e  non  ardito  di  alzare  gli 
sguardi  contro  i  raggi  che  il  sole  de'  suoi  occhi  effondeva,  cosi 
udii  da  costei  dirmi:  —  Non  temere,  n<§  ti  turbare  alia  mia  bellezza 
nuova.  Impietosita  ai  tuoi  errori,  sono  discesa  di  lontano  per 
recarti  aiuto,  mentre  che  e  a  tempo.  Abbastanza,  e  piu  che  abba- 
stanza,  hai  sin  qui  con  occhi  annebbiati  mirata  la  terra;  ma  se  li 
hanno  dilettati  a  tal  segno  codeste  cose  mortal!,  che  non  potrai 
attenderti  se  li  alzerai  alle  eterne  ?  —  A  queste  parole,  non  ancora 
avendo  sgombrato  ogni  timore,  appena  fu  che  con  tremante  voce 
rispondessi  il  virgiliano :  « Or  come,  o  vergine,  ti  chiamero  ?  Che 
ne  tu  hai  volto  mortale,  ne  suona  mortale  la  tua  voce. »  —  lo  sono 
colei  _  rispose  —  che  tu  nella  nostra  Africa  hai  rappresentata  con 
amorosa  eleganza;  colei  alia  quale  con  mirabile  arte  e,  per  cosi 
dire,  con  poetiche  mani  hai  costruito,  non  diversamente  dall'an- 
tico  Anfione  tebano,  una  dimora  splendidissima'  e  bellissima,  la 
neU'estremo  occidente,  sulla  piu  alta  vetta  dell'Atlante.  Suwia, 
dunque,  ormai  sicuro  dammi  ascolto,  e  non  temere  da  vicino  il 
volto  di  colei,  che  tu  affermasti  con  arguta  espressione  di  avere  da 
tempo  per  nota  e  familiare.  —  Non  aveva  appena  finite  queste 
parole  che,  considerata  ogni  cosa,  mi  apparve  evidente  non  poter 
essere  altri  che  la  Verita  costei  che  parlava,  perche  mi  ricordavo 
d'averne  descritta  la  reggia  sui  gioghi  d'Atlante;  ma  da  qual  plaga 
ora  venisse  io  non  sapevo,  benche  fossi  certo  ch'ella  non  poteva 

trarca,  1'equivalente  di  «esse».  5.  Illius  .  .  .  memineram:  in  realta  nessu- 
na  descrizione  del  palazzo  della  Verita  e  nell'4/nca  quale  ci  e  pervenuta, 
sicche  il  Festa  suppose  che  a  tale  argomento  fossero  destinati  in  origine  i 
w.  90-264  del  libro  in,  che  ora  vi  figurano  come  una  descrizione  della 
reggia  di  Siface  (N.  Festa,  Introd.  alia  ed.  ddl'Africa,  p.  LXV). 


24  SECRETUM   •    PROHEMIUM 

litus  tamen  venire  nequivisse  certus  eram.  Itaque  videndi  avidus 
respicio,  et  ecce  lumen  ethereum  acies  humana  non  pertulit.  Rur- 
sus  igitur  in  terram  oculos  deicio;  quod  ilia  cognoscens,  brevis 
spatii  interveniente  silentio,  iterumque  et  iterum  in  verba  pro- 
rumpens,  minutis  interrogatiunculis  me  quoque  ut  secum  multa 
colloquerer  coegit.  Duplex  hinc  michi  bonum  provenisse  co- 
gnovi:  nam,  et  aliquantulum  doctior  factus  sum,  aliquantoque  ex 
ipsa  conversatione  securior  spectare  coram  posse  cepi  vultum  il 
ium,  qui  nimio  primum  me  splendore  terruerat.  Quern  postquam 
sine  trepidatione  sustinui,  dum  mira  dulcedine  captus  inhereo, 
circumspiciensque  an  quisquam  secum  afforet,  an  prorsus  inco- 
mitata  mee  solitudinis  abdita  penetrasset,  virum  iuxta  grandevum 
ac  multa  maiestate  venerandum  video. 

Non  fuit  necesse  nomen  percuntari:  religiosus  aspectus,  frons 
modesta,  graves  oculi,  sobrius  incessus,  habitus  afer  sed  romana 
facundia  gloriosissimi  patris  Augustini  quoddam  satis  apertum 
indicium  referebant.  Accedebat  dulcior  quidam  maiorque  quam 
nonnisi  hominis  affectus,  qui  me  suspicari  aliud  non  sinebat. 
Nee  tamen  ideo  tacitus  mansissem;  iam  interrogationis  verba 
dictaveram,  iamque  in  extremum  oris  limen  vox  egressura  pro- 
cesserat,  cum  subito  ex  ore  Veritatis  dulcisonum  illud  michi 
nomen  auditum  est.  Ad  eum  siquidem  conversa,  ac  meditationem 
ipsius  profundissimam  interrumpens  sic  ait:  —  Care  michi  ex 
milibus  Augustine;  mine  tibi  devotum  nosti,  nee  te  latet  quam 
periculosa  et  longa  egritudine  tentus  sit,  que  eo  propinquior  morti 
est  quo  eger  ipse  a  proprii  morbi  cognitione  remotior!  Itaque  nunc 
vite  huius  semia*nimis  consulendum  est,  quod  pietatis  opus  melius 
quam  tu  nullus  hominum  prestare  potest.  Nam  et  iste  tui  semper 
nominis  amantissimus  fuit;  habet  autem  hoc  omnis  doctrina,1 
quod  multo  facilius  in  auditorum  animum  ab  amato  preceptore 
transfunditur;  et,  nisi  te  presens  forte  felicitas  miseriarum  tuarum 
fecit  immemorem,  multa  tu,  dum  corporeo  carcere  claudebaris, 
huic  similia  pertulisti.  Quod  cum  ita  sit,  passionum  expertarum 
curator  optime,  tametsi  rerum  omnium  iocundissima  sit  taci- 
turna  meditatio,  silentium  tamen  istud,  ut  sacra  et  michi  sin- 


i.  habet  .  .  .doctrina:  cfr.,  per  il  costrutto,  Boezio,  De  consol.  phil.,  m, 
metrum  vn :  «  Habet  hoc  voluptas  omnis  ...» 


IL   MIO    SEGRETO   •    PROEMIO  25 

essere  giunta  che  dal  cielo.  Pertanto,  avido  di  contemplarla,  la  ri- 
guardo:  ed  ecco  che  Tumane  mie  forze  non  ressero  alPetereo 
lume.  Di  nuovo  dunque  inchino  gli  occhi  a  terra;  ed  ella  di  cio 
accortasi,  dopo  un  attimo  di  silenzio,  piu  e  piu  volte  uscendo  a 
parlare  con  minute  interrogazioncelle,  indusse  anche  me  a  di- 
scorrere  a  lungo  seco.  Doppio  e  il  vantaggio  che  ho  riconosciuto 
essermene  derivato:  e  che  ne  sono  uscito  un  poco  piu  saggio, 
e  che  da  tale  conversazione  reso  piu  sicuro,  cominciai  a  poter 
mirare  palese  quel  volto,  il  cui  soverchio  splendore  sulle  prime 
m'aveva  atterrito.  Da  poi  che  lo  sostenni  senza  tremare,  mentre 
preso  da  mirabile  dolcezza  stavo  in  lei  fisso  e  scrutando  intorno 
se  altri  le  si  fosse  aggiunto  o  tutta  sola  avesse  penetrato  il  rifugio 
della  mia  solitudine,  un  personaggio  grave  di  eta  e  per  molta 
maesta  venerando  vidi  starle  accanto.  Non  mi  fu  bisogno  di  chie- 
derne  il  nome:  Paspetto  sacerdotale,  la  fronte  austera,  gli  occhi 
gravi,  il  raccolto  portamento,  le  vesti  alPafricana  ma  la  facondia 
tutta  romana,  porgevano  un  indizio  abbastanza  palese  ch'egli 
era  il  gloriosissimo  padre  Agostino.  S'aggiungeva  un'espressione 
d'affetto  piu  do  Ice  e  maggiore  che  una  soltanto  umana,  la  quale 
non  mi  permetteva  di  pensare  altrimenti.  Tuttavia  non  sarei  per 
cio  rimasto  muto,  e  gia  avevo  preparate  le  parole  della  domanda, 
e  gia  la  voce  stava  per  uscire  dall'estremo  limitare  della  bocca, 
quando  d'un  subito  udii  dal  labbro  della  Verita  quel  nome  che 
mi  suona  cosi  dolcemente.  A  lui  infatti  rivolta  e  interrompendo 
la  sua  profondissima  meditazione  cosi  disse :  —  O  caro  a  me  tra 
mille  e  mille  Agostino;  tu  conosci  costui  per  tuo  devoto,  ne  ti  e 
ignoto  da  quale  pericolosa  e  inveterata  malattia  sia  posseduto: 
tanto  piu  vicina  ad  essere  mortale  quanto  Pinfermo  stesso  piu 
e  lontano  dal  conoscere  il  proprio  male.  Occorre  dunque  prowe- 
dere  alia  vita  di  questo  moribondo:  opera  di  pieta  che  nessun 
mortale  potrebbe  prestare  meglio  di  te:  sia  perche  egli  fu  sempre 
devotissimo  al  tuo  nome,  ed  e  proprieta  d'ogni  dottrina  di  trasfon- 
dersi  molto  piu  facilmente  nelPanimo  dei  discepoli  quando  il 
precettore  e  benvoluto;  sia  perche  rammenterai,  salvo  che  la 
felicita  d'ora  non  ti  abbia  per  awentura  reso  immemore  delle 
antiche  miserie,  che  molte  e  consimili  ne  soffristi,  mentre  fosti 
chiuso  nel  corporeo  carcere.  Che  se  cosi  e,  da  ottimo  medico  di 
passioni  che  hai  sperimentate,  ancorche  il  tacito  meditare  ci  dia  la 
miglior  dolcezza,  ti  prego  di  rompere  codesto  silenzio  con  la  tua 


26  SECRETUM   •    PROHEMIUM 

gulariter  accepta  voce  discutias  oro,  tentans  si  qua  ope  languores 
tarn  graves  emollire  queas.  —  Ad  hec  iller  —  Tu  michi  dux,  tu 
consultrix,  tu  domina,  tu  magistra:  quid  igitur  me  loqui  iubes  te 
presente  ?  —  Ilia  autem :  —  Aurem  mortalis  hominis  humana  vox 
feriat ;  hanc  iste  f eret  equammius.  Ut  tamen  quicquid  ex  te  audiet 
ex  me  dictum  putet,  presens  adero.  —  Parere  —  inquit  —  et  lan- 
guentis  amor  cogit  et  iubentis  autoritas  — ;  simul  me  benigne  in- 
tuens  paternoque  refovens  complexu,  in  secretiorem  loci  partem 
Veritate  previa  parumper  adduxit;  ibi  tres  pariter  consedimus. 
Turn  demum,  ilia  de  singulis  in  silentio  iudicante,  submotisque 
procul  arbitris,  ultro  citroque  sermo  longior  obortus,  atque  in 
diem  tertium,  materia  protrahente,  productus  est.  Ubi  multa  licet 
adversus  seculi  nostri  mores,  deque  comunibus  mortalium  pia- 
culis  dicta  sint,  ut  non  tarn  michi  quam  toti  humano  generi  fieri 
convitium  videretur,  ea  tamen,  quibus  ipse  notatus  sum,  memorie 
altius  impressi.  Hoc  igitur  tarn  familiare  colloquium  ne  forte 
dilaberetur,  dum  scriptis  mandare  instituo,  mensuram  libelli 
huius  implevi.  Non  quem  annumerari  aliis  operibus  meis  velim, 
aut  unde  gloriam  petam  (maiora  quedam  mens  agitat)  sed  ut 
dulcedinem,  quam  semel  ex  collocutione  percepi,  quotiens  libuerit 
ex  lectione  percipiam. 

Tuque  ideo,  libelle,  conventus  hominum  fugiens,  mecum 
mansisse  contentus  eris,  nominis  proprii  non  immemor.  Secretum 
enim  meum  es  et  diceris;  michique  in  altioribus  occupato,  ut 
unumquodque  in  abdito  dictum  meministi,  in  abdito  memorabis. 
Ego  enim  ne,  ut  ait  Tullius,  (dnquam  et  inquit  sepius  interpone- 
rentur,  atque  ut  coram  res  agi  velut  a  presentibus  videretur  »*  col- 
locutoris  egregii  measque  sententias,  non  alio  verborum  ambitu, 
sed  sola  propriorum  nominum  prescriptione  discrevi.  Hunc 
nempe  scribendi  morem  a  Cicerone  meo  didici ;  at  ipse  prius  a  Pla- 
tone  didicerat.  Ac  rie  longius  vager,  his  ille  me  primum  verbis  ag- 
gressus  est. 


i.  Cicerone,  De  am.,  i,  3 :  «ne  "inquam"  et  "inquit"  saepius  interponeretur, 
atque  ut  tamquam  a  praesentibus  coram  haberi  sermo  videretur ». 


IL   MIO   SEGRETO   -    PROEMIO  27 

santa  voce  a  me  singolarmente  diletta,  tentando,  se  puoi,  di  atte- 
nuare  con  qualche  soccorso  cosi  gravi  abbandoni.  —  E  quegli  a 
tali  parole :  —  Tu  mi  sei  guida,  tu  consigliera,  tu  signora,  tu  mae- 
stra:  a  che  dunque  comandi  che  parli  io,  quando  sei  presente 
tu  ?  —  Ed  ella:  —  A  orecchio  mortale  suoni  una  voce  umana:  que- 
sta  egli  sopportera  piu  facilmente.  Tuttavia,  perche  faccia  conto 
che  quanto  udra  da  te  sia  detto  da  me,  restero  presente.  —  A 
ubbidirti  —  rispose  Faltro  —  mi  costringe  e  la  carita  verso  costui 
che  langue  e  Tautorita  di  chi  mi  comanda  — ;e  in  questo  dire 
guardandomi  benignamente  e  confortandomi  con  un  paterno  am- 
plesso,  mi  trasse  seco  in  una  piu  segreta  parte,  un  poco  preceden- 
doci  la  Verita.  Ivi  sedemmo  tutti  e  tre;  e  allora  finalmente,  mentre 
ella  giudicava  silenziosamente  ogni  detto,  lontani  da  ogni  testi- 
monio,  si  inizio  scambievolmente  un  lungo  colloquio  che  per  1'ab- 
bondanza  della  materia  si  protrasse  sino  al  terzo  giorno.  E  benche 
molto  vi  si  parlasse  contro  i  costumi  del  tempo  nostro  e  delle  colpe 
comuni  dei  mortali,  si  da  risultarne  un  atto  d'accusa  non  tanto  con 
tro  di  me  quanto  contro  tutto  il  genere  umano,  tuttavia  m'impressi 
piu  profondamente  nella  memoria  le  cose  di  cui  sono  stato  rim- 
proverato  io.  Affinche  dunque  un  cosl  intimo  colloquio  non  vada 
per  awentura  dimenticato,   avendo   deliberate  di  affidarlo  alia 
scrittura,  me  n'e  venuto  steso  questo  libretto;  e  non  gia  perche 
Io  voglia  comprendere  fra  le  altre  mie  opere  e  attendermene  glo 
ria  —  ne  volgo  per  la  mente  certe  ben  maggiori  —  ma  per  gustare 
quante  volte  mi  piacera,  leggendolo,  la  dolcezza  che  una  volta 
trassi  dalla  viva  voce.  Tu  dunque,  o  mio  libretto,  fuggendo  i 
ritrovi  degli  uomini  sarai  contento  di  restare  qui  meco,  ne  vorrai 
smentire  il  tuo  titolo.  Giacche  sei  e  sarai  detto  il  Mio  Segreto  \  e 
quando  io  sia  occupato  in  molto  gravi  opere,  a  quel  modo  che 
registrasti  tutto  cio  che  in  segreto  fu  detto,  in  segreto  a  me  Io 
rammenterai.  Per  evitare  poi  che  troppo  spesso  (come  dice  Cice 
rone)  ritornino  nel  discorso  «dissi»  e  «disse)),  e  perche  appaia 
che  1'azione  si  svolga  come  tra  persone  presenti,  ho  distinte  le 
parole  del  mio  alto  interlocutore  e  le  mie  senza  altro  giro  di  frase 
che  il  preporvi  i  nostri  norni.  Ho  appreso  veramente  questo  modo 
di  scrivere  dal  mio  Cicerone;  ed  egli  1'aveva  appreso  a  sua  volta 
da  Platone.  Ma  non  divaghiamo :  Agostino  comincio  ad  incalzarmi 
con  queste  parole. 


28  SECRETUM  -    LIBER   PRIMUS 


INCIPIT   LIBER   PRIMUS 

Aug.  Quid  agis,  homuncio  ?  quid  somnias  ?  quid  expectas  ?  mi- 
seriarum  ne  tuarum  sic  prorsus  oblitus  es?  An  non  te  mortalem 
esse  meministi? 

Fr.  Memim  equidem  nee  unquam  sine  horrore  quodam  cogitatio 
ilia  subit  animum. 

Aug.  Utinam  meminisses,  ut  dicis,  et  tibi  consulmsses '  etenim 
et  multum  michi  negotii  remisisses,  cum  sit  profecto  verissimum 
ad  contemnendas  vite  huius  illecebras  componendumque  inter 
tot  mundi  procellas  animum  nichil  efficacms  reperiri  quam  me- 
moriam  proprie  miserie  et  meditationem  mortis  assiduam,  modo 
non  leviter,  aut  superficietenus  serpat,  sed  in  ossibus  ipsis  ac 
medullis  insideat.  At  multum  vereor  ne  in  hac  re,  quod  in  multis 
animadverti,  te  ipse  decipias 

Fr.  Qualiter,  queso  ?  non  enim  clare  intelligo  que  narras. 

Aug.  Atqui  omnibus  ex  conditiombus  vestris,  o  mortales,  nul- 
lam  magis  adrniror,  nullam  magis  exhorreo,  quam  quod  miseriis 
vestris  ex  industria  favetis  et  impendens  periculum  dissimulatis 
agnoscere,  considerationemque  illam,  si  ingeratur,  excluditis. 

Fr.  Quo  pacto? 

Aug.  Putas  ne  quempiam  adeo  delirare,  ut  morbo  ancipiti  cor- 
reptus  non  summe  cupiat  sanitatem? 

Fr.  Nemmem  tam  dementem  arbitror. 

Aug.  Quid  ergo  ?  putas  ne  quempiam  fore  tam  pigri  remissique 
animi  ut  non,  quod  tota  mente  desiderat,  omm  studio  consectetur? 

Fr.  Ne  istud  quidem. 

Aug.  Si  hec  duo  inter  me  teque  conveniunt,  tertium  quoque 
convemat  necesse  est. 

Fr   Quod  est  tertium  hoc? 

Aug.  Ut,  sicut  qui  se  miserum  alta  et  fixa  meditatione  cogno- 
verit  cupiat  esse  non  miser,  et  qui  id  optare  ceperit  sectetur,  sic 
et  qui  id  sectatus  fuerit,  possit  etiam  adipisci.  Emmvero  tertium 
huiusmodi  sicut  nonnisi  ex  secundi,  sic  secundum  nonnisi  ex 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  29 


COMINCIA  IL  LIBRO  PRIMO 

Ag.  Che  fai  pover'uomo?  che  sogni?  che  attend!?  Sei  cosi 
al  tutto  dimentico  delle  tue  miserie  o  non  ti  ricordi  d'essere 
mortale  ? 

Fr.  Lo  ricordo  si,  ne  mai  senza  un  brivido  di  terrore  questo 
pensiero  mi  scende  nell'animo. 

Ag.  Magari  lo  ricordassi  come  dici  e  avessi  proweduto  a  te 
stesso!  che  mi  risparmieresti  assai  del  mio  compito;  pero  che  senza 
dubbio  e  verissimo  che  per  disprezzare  le  lusinghe  di  questa 
vita  e  per  placare  Panimo  fra  le  tante  procelle  del  mondo,  non  si 
trova  mezzo  piu  efficace  che  il  ricordare  la  propria  miseria  e 
il  meditare  assiduo  sulla  morte;  pur  che  questo  pensiero  non  ci 
sfiori  leggermente  e  superficialmente,  ma  ci  penetri  entro  le  mi- 
dolla  delle  ossa.  Ma  temo  assai  che  in  cio  anche  tu,  come  osservai 
in  molti,  ti  inganni. 

Fr.  Come  mai,  di  grazia  ?  che  non  intendo  bene  quel  che  tu  dici. 

Ag.  Eppure  di  tutte  le  vostre  tendenze,  o  mortali,  nessuna 
piu  mi  stupisce,  nessuna  mi  sdegna  piu  di  codesto  indulgere  a 
bella  posta  alle  vostre  miserie,  e  di  fingere  di  non  riconoscere  il 
pericolo  che  vi  sovrasta,  o,  se  il  pensiero  ve  ne  viene,  di  allontanarlo. 

Fr.  In  qual  modo? 

Ag.  Credi  tu  alcuno  cosi  folle,  che  se  e  assalito  da  una  malattia 
pericolosa  non  desideri  ardentemente  la  salute? 

Fr.  Non  credo  ci  sia  alcuno  pazzo  a  tal  segno. 

Ag.  E  ancora:  credi  tu  ci  sia  alcuno  di  cosi  pigro,  di  cosi  fiacco 
animo,  da  non  perseguire  con  ogni  studio  cio  che  desidera  di  tutto 
cuore  ? 

Fr.  Neppure  codesto. 

Ag.  Se  conveniamo  fra  noi  su  questi  due  punti,  di  necessita 
converremo  anche  sul  terzo. 

Fr.  E  che  e  questo  terzo  ? 

Ag.  Che  come  conveniamo  che  colui,  il  quale  mediante  una 
profonda  e  intensa  meditazione  si  sia  riconosciuto  infelice,  desi 
deri  di  infelice  non  essere ;  come  conveniamo  che,  chi  incominci  a 
desiderarlo,  ci  si  adopri;  cosi  converremo  ancora  che,  qualunque 
vi  si  sia  adoprato,  possa  riuscirvi.  Ma  e  di  piena  evidenza  che  a 
quella  guisa  che  codesto  terzo  punto  non  puo  essere  impedito 


30  SECRETUM  -    LIBER   PRIMUS 

primi  defectu  prepediri  posse  compertum  est;  ita  primum  illud 
ceu  radix  humane  salutis  subsistat  oportet.  Vos  autem,  insensati, 
tuque  adeo  ingeniosus  in  perniciem  propriam,  e  pectoribus  ve- 
stris  salutiferam  hanc  radicem  omnibus  terrenarum  blanditiarum 
laqueis,  quod  mirari  me  atque  horrere  dicebam,  extirpare  nitimini. 
lure  igitur  et  illius  avulsione  et  reliquorum  aversione  plectimini. 

Fr.  Hec  quidem,  ut  auguror,  longior  est  querela  egensque  ver- 
borum  plurium.  Ea  ergo,  si  libet,  in  tempus  aliud  dilata,  cum  cer- 
tior  ad  sequentia  proficiscar,  aliquantisper  in  precedentibus  im- 
moremur. 

Aug.  Tarditati  tue  mos  gerendus  est,  ubicunque  igitur  visum 
fuerit  pedem  fige. 

Fr.  Consequentiam  istam  ego  non  video. 

Aug.  Quid  caliginis  intervenit,  quid  ve  mine  dubietatis  aboritur  ? 

Fr.  Quoniam  innumerabilia  sunt,  que  ardenter  optamus  stu- 
dioseque  petimus,  ad  que  tamen  nullus  labor  nulla  nos  diligentia 
aut  provexit  aut  provehet. 

Aug.  In  rebus  ceteris  id  verum  esse  non  inficior,  at  in  eo,  quod 
nunc  agitur,  contra  est. 

Fr.  Quam  ob  causam? 

Aug.  Quia  qui  miseriam  suam  cupit  exuere,  modo  id  vere  ple- 
neque  cupiat,  nequit  a  tali  desiderio  frustrari. 

Fr.  Pape,  quid  ego  audio!  Pauci  admodum  sunt,  qui  non  multa 
sibi  deesse  provideant;  quod  quam  verum  sit,  quisquis  ad  se  ipsum 
fuerit  conversus,  intelliget ;  atqui  in  eo  se  se  miseros  fateantur  con- 
sequens  est.  Siquidem  et  bonorum  cumulatissimus  acervus  felices 
facit,  et  quicquid  inde  decesserit  pro  ea  parte  necesse  est  efficiat  in- 
felices.  Hanc  miserie  sarcinam  omnes  quidem  deponere  voluisse, 
rarissimos  autem  potuisse,  notissimum  est.  Quam  multi  enim  sunt, 
quos  vel  corporis  adversa  valitudo,  vel  carorum  mors,  vel  career, 
vel  exilium,  vel  paupertas,  perpetuis  premit  angoribus,  aliaque 
huius  generis,  que  sicut  enumerare  longum  est,  sic  tolerare  dif 
ficile  atque  miserrimum;  que,  quamvis  sint  patientibus  permole- 
sta,  tamen,  ut  vides,  abiecisse  non  licet.  Dubitari  igitur  meo  iudi- 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO   PRIMO  31 

che  da  fiacchezza  del  secondo,  e  il  secondo  similmente  da  fiac- 
chezza  del  primo,  cosi  bisogna  in  quel  primo  riconoscere,  come 
a  dire,  la  radice  della  umana  salvezza.  Ma  voi,  o  insensati,  e  tu 
cosi  ingegnoso  ai  tuoi  danni,  vi  sforzate  d'estirparvi  dal  petto 
questa  salutare  radice  con  tutti  i  lacci  delle  lusinghe  terrene: 
il  che  e  ci6  che  io  dicevo  stupirmi  e  sdegnarmi.  Giusto  e  dunque 
che  siate  puniti  dell'estirpazione  di  quella  e  delPabbandono  degli 
altri  due  punti. 

Fr.  A  vero  dire  mi  sembra  che  sia  questa  una  assai  lunga  que- 
stione  che  ha  bisogno  di  piu  parole.  Differiamola  dunque  ad  altro 
momento,  e  perche  io  muova  piu  sicuro  verso  cio  che  seguira, 
indugiamo  un  poco  sulle  premesse. 

Ag.  .Conviene  conformarci  alia  tua  tardita:  ferma  dunque  il 
piede  dovunque  ti  paia  bene. 

Fr.  Non  veggo  quella  conseguenza  che  tu  ne  derivi. 

Ag.  Quale  nebbia  ora  ti  si  cala,  quale  dubbiezza  ti  sorge  im- 
prowisa  ? 

Fr.  Perche  sono  innumerevoli  i  beni  che  desideriamo  ardente- 
mente  e  cerchiamo  studiosamente  possedere,  ma  ai  quali  tuttavia 
nessuna  fatica  o  nessuna  diligenza  ci  ha  accostati  o  ci  accostera. 

Ag.  Negli  altri  casi  non  nego  che  ci6  sia  vero;  ma  in  questo, 
di  cui  ora  si  tratta,  e  il  contrario. 

Fr.  Per  quale  ragione? 

Ag.  Perche  chi  brama  spogliarsi  della  propria  miseria,  pur  che 
Io  brami  veramente  e  compiutamente,  non  puo  essere  deluso  in  tale 
desiderio. 

Fr.  Ewia,  che  ascolto!  Sono  ben  pochi  quelli  che  non  prevedano 
che  molte  cose  verranno  loro  a  mancare :  e  che  ci6  sia  vero  intende 
qualunque  pensi  a  se  stesso.  Ma  allora  ne  consegue  che  in  cio 
si  dichiarino  miseri ;  cosi,  se  un  gran  cumulo  di  beni  ci  rende  f elici, 
e  logico  che  quanto  ne  venga  a  mancare  d'altrettanto  ci  renda 
infelici.  Si  sa  benissimo  che  tutti  hanno  bensi  voluto  porre  giii 
questa  soma  d'infelicita,  ma  che  pochissimi  Phanno  potato.  Quanti 
sono  infatti  quelli  cui  opprime  di  perenni  angosce  o  la  cattiva 
salute  del  corpo,  o  la  morte  delle  persone  care,  o  il  carcere,  o  Pesi- 
glio,  o  la  poverta,  o  altri  mali  siffatti  che,  come  sarebbero  lunghi  a 
enumerarsi,  cosi  sono  difficili  e  tristissimi  a  sopportarsi.  E  tutti, 
benche  siano  molestissimi  a  chi  li  soffre,  tuttavia,  come  sai,  non  si 
riesce  ad  allontanarli.  Non  si  pu6  dunque  a  mio  giudizio  porre  in 


32  SECRETUM    •    LIBER    PRIMUS 

cio  non  potest  quin  multi  quidem  inviti  nolentesque  sint  miseri. 

Aug.  Longius  retro  revocandus  es  et,  quod  usu  evenit  vagis 
tardioribusque  iuvenculis,  sepius  a  primis  elementis  dicendorum 
series  retexenda  est.  Provectioris  te  quidem  ingenii  arbitrabar, 
nee  putabam  adhuc  tarn  puerilibus  admonitionibus  indigere.  Et 
profecto  si  illas  philosophorum  veras  saluberrimasque  sententias, 
quas  mecum  sepe  relegisti,  memorie  commendasses ;  si,  ut  cum 
bona  venia  loqui  sinas,  tibi  non  aliis  laborasses,  et  lectionem  tot 
voluminum  ad  vite  tue  regulam,  non  ad  ventosum  vulgi  plausum 
et  inanem  iactantiam  traduxisses,  tarn  insulsa  et  tam  rudia  ista  non 
diceres. 

Fr.  Quid  pares  ignoro.  lam  nunc  tamen  frontem  meam  rubor 
invasit,  experiorque  quod,  pedagogis  obiurgantibus,  pueri  solent. 
Ut  enim  illi,  antequam  admissi  criminis  nomen  audiant,  multa 
se  deliquisse  memorantes,  prima  castigatoris  voce  confunduntur ; 
sic  ego,  ignorantie  et  errorum  michi  conscius  multorum,  etsi 
nondum  intelligo  quorsum  tua  pergat  oratio,  quia  tamen  nichil 
michi  non  obici  posse  presentio,  ante  finem  sermonis  erubui.  Fare 
autem  apertius,  queso:  quid  hoc  est,  quod  in  me  satis  mordaciter 
arguisti  ? 

Aug.  Multa  posthac;  nunc  unum  illud  indignor,  quod  fieri 
quenquam  vel  esse  miserum  suspicaris  invitum.1 

Fr.  Erubescere  desii.  Quid  enim  hoc  vero  verius  excogitari 
potest?  aut  quis  tam  ignarus  rerum  humanarum  tamque  ab  omni 
mortalium  commercio  segregatus  est,  qui  non  intelligat  egestatem, 
dolores,  ignominiam,  denique  morbos  ac  mortem  aliaque  huius 
generis,  que  putantur  esse  miserrima,  invitis  accidere  plerunque, 
volentibus  autem  nunquam  ?  Ex  quo  verum  fit  miseriam  propriam 
et  novisse  et  odisse  facillimum,  depulisse  non  ita;  quod  prima  duo 
nostri  arbitrii,  tertium  hoc  sit  in  potestate  fortune. 

Aug.  Erroris  veniam  verecundia  merebatur;  impudentie  autem 
irascor  gravius  quam  errori.  Quomodo  enim,  amens,  ille  tibi  phi- 
losophice  sanctissimeque  voces  exciderunt:  <(neminem  his,  que 
paulo  ante  nominabas  miserum  fieri  posse  ?»  Nam  si  sola  virtus 


i.  quod  fieri ..  .invitum:   la  felicita  e  I'lnfelicita  dipendono   dall'umano 
volere:  e  questo  il  motive  dominante  nel  primo  libro  del  Secretum. 


IL    MIO    SEGRETO   -    LIBRO    PRIMO  33 

dubbio  che  mold,  pur  contro  intenzione  e  non  volendolo,  sono 
infelici. 

Ag.  Conviene  che  io  ti  richiami  molto  addietro  e  che,  come  oc- 
corre  fare  con  i  ragazzi  disattenti  e  tardi,  ti  ripeta  piu  volte  la 
serie  delle  cose  da  dire  fin  dai  primi  elementi.  Ti  giudicavo  d'in- 
gegno  piu  maturo;  ne  pensavo  che  bisognassi  ancora  di  cosi 
puerili  ammonizioni.  E  dawero,  se  quelle  giuste  salutari  sentence 
dei  filosofi  che,  come  me,  hai  spesso  rilette,  ti  fossero  ben  en- 
trate  in  mente ;  se  —  con  tua  buona  pace  permetti  che  cosi  dica  — 
avessi  studiato  per  te  e  non  per  gli  altri,  e  se  la  lettura  di  tanti 
volumi  avessi  indirizzata  a  dar  norma  alia  tua  esistenza,  non  al 
vacuo  plauso  del  volgo  o  a  vano  vantamento,  non  diresti  codeste 
cose,  cosi  stolte  e  cosi  grossolane. 

Fr.  Non  so  a  che  alludi;  e  tuttavia  gia  fin  d'ora  mi  e  salito  il 
rossore  alia  fronte  e  faccio  come  i  fanciulli  rimproverati  dai  peda- 
goghi ;  che  ancor  prima  d'udire  la  sorta  di  colpa  di  cui  sono  accusati, 
ricordando  d'averne  molte  commesse,  alia  prima  parola  di  chi  li  ca- 
stiga  si  confondono ;  cosi  io,  conscio  della  mia  ignoranza  e  dei  molti 
miei  errori,  benche  ancor  non  intenda  dove  miri  il  tuo  discorso, 
tuttavia,  perche  capisco  che  non  c'e  cosa  che  non  mi  si  possa  ad- 
debitare,  ho  arrossito  innanzi  che  tu  finissi  di  parlare.  Ma  parlami, 
ti  prego,  piu  apertamente:  che  e  cio  che  mi  hai  rimproverato 
abbastanza  aspramente? 

Ag.  Molte  cose,  che  ti  dir6  poi;  per  ora  solo  questo  mi  indigna: 
che  tu  credi  che  ognuno  divenga  o  sia  infelice  contro  la  propria 
volonta. 

Fr.  Non  arrossisco  piu ;  che  si  puo  pensare  di  piu  vero  di  questo 
vero  ?  E  chi  e  cosi  ignaro  delle  vicende  umane  e  tanto  segregate 
da  ogni  contatto  coi  mortali,  da  non  intendere  che  la  poverta,  i 
dolori,  il  disonore,  e  infine  le  malattie  e  la  morte  e  altri  accident! 
cotali,  che  si  ritengono  i  piu  dolorosi,  ci  soprawengono  spesso 
nostro  malgrado,  ma  per  nostra  volonta  giammai  ?  Dal  che  risulta 
vero  che,  se  e  facilissimo  conoscere  e  odiare  la  propria  infelicita, 
non  altrettanto  e  Io  scacciarla;  che  i  primi  due  punti  sono  in  nostro 
arbitrio,  questo  terzo  in  potere  della  fortuna. 

Ag.  La  vergogna  ti  avrebbe  meritato  il  perdono  delPerrore; 
ma  della  tua  impudenza  mi  adonto  piu  che  dell'errore.  Come  mai, 
pazzo!  ti  uscirono  di  mente  quelle  filosofiche  e  sante  voci:  «Nes- 
suno  poter  essere  reso  infelice  da  quei  mali  che  hai  nominato 


34  SECRETUM   •    LIBER   PRIMUS 

animum  felicitat,1  quod  et  a  Marco  Tullio  et  a  multis  sepe  vali- 
dissimis  rationibus  demonstratum  est,  consequentissimum  est  ut 
nichil  quoque  nisi  virtutis  oppositum  a  felicitate  dimoveat,  quod 
quale  sit,  nisi  prorsus  obtorpuisti,  me  licet  tacente  recordaris. 

Fr.  Recorder  equidem;  ad  stoicorum  precepta  me  revocas, 
populorum  opinionibus  aversa  et  veritati  propinquiora  quam  usui. 

Aug.  O  te  omnium  infelicem,  si  ad  veritatis  inquisitionem  per 
vulgi  deliramenta  contendis,  aut  cecis  ducibus2  ad  lucem  te  per- 
venturum  esse  confidis.  Calcatum  pubblice  callem  fugias  oportet 
et  ad  altiora  suspirans  paucissimorum  signatum  vestigiis  iter  ar- 
ripias,  ut  poeticum  illud  audire  merearis : 

made  nova  mrtute  puer:  sic  itur  ad  astral 

Fr.  Utinam  id  michi  contingere  possit,  antequam  moriar!  Sed 
perge,  queso ;  neque  enim  prorsus  depuduit,  et  stoicorum  senten- 
tias  publicis  erroribus  preferendas  esse  non  dubito.  Quid  autem 
hinc  persuadere  velis,  expecto. 

Aug.  Si  hoc  inter  nos  convenit:  nisi  vitio  miserum  non  esse 
neque  fieri,  iam  quid  verbis  opus  est  ? 

Fr.  Quia  multos  vidisse  michi  videor,  inter  quos  et  me  ipsum, 
nichil  molestius  ferentes  quam  quod  vitiorum  iugum  non  liceret 
excutere,  quamvis  ad  id  per  omnem  vitam  summis  viribus  nite- 
rentur.  Quam  ob  rem,  stante  licet  stoicorum  sententia,  tolerari 
potest  multos  invitos  ac  dolentes  optantesque  contrarium  esse 
miserrimos. 

Aug.  Aliquantulum  evagati  sumus,  sed  iam  sensim  ad  primor- 
dia  nostra  revertimur,  nisi  forte  unde  discesseramus  oblitus  es. 

Fr.  Oblivisci  ceperam,  sed  incipio  recordari. 

Aug.  Id  agere  tecum  institueram,  ut  ostenderem,  ad  evadendum 
huius  nostre  mortalitatis  angustias  ad  tollendumque  se  se  altius, 
primum  veluti  gradum  obtinere  meditationem  mortis  humaneque 
miserie;  secundum  vero  desiderium  vehemens  studiumque  sur- 
gendi;  quibus  exactis  ad  id,  quo  vestra  suspirat  intentio,  ascensum 
facilem  pollicebar;  nisi  tibi  forte  nunc  etiam  contrarium  videatur. 


i.  Nam .  .  .felicitat:  tale  e  la  tesi  del  libro  v  delle  Tusculanae  e  in  genere 
della  morale  stoica  di  Cicerone  (cfr.  De  fin.,  v,  26,  77).  2.  cecis  ducibus: 
un  ricordo  del  vangelico  «caeci  sunt  et  duces  caecorum»  (Matteo  is  14.)' 
3.  Virgilio,  Aen.9  ix,  641.  ' 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  35 

poco  fa » ?  E  veramente,  se  e  la  sola  virtu  che  rende  felicl  gli  ani- 
mi,  come  e  stato  dimostrato  spesso  con  solidissime  ragioni  da 
Marco  Tullio  e  da  molti  altri,  anche  ne  consegue  strettamente  che 
nulla  possa  allontanare  dalla  felicita  salvo  il  contrario  della  virtu; 
e  quel  che  sia  cio,  anche  senza  ch'io  te  lo  dica,  se  non  sei  al  tutto 
smarrito  lo  devi  ricordare. 

Fr.  Lo  ricordo  di  certo:  tu  mi  richiami  alle  dottrine  degli 
stoici,  lontane  dalle  opinioni  correnti  e  piuttosto  conformi  alia 
verita  astratta  che  non  alia  pratica. 

Ag.  Oh  il  piu  disgraziato  degli  uomini,  se  vai  alia  ricerca  della 
verita  attraverso  i  deliri  del  volgo,  e  se  confidi  di  giungere  alia 
luce  dietro  la  guida  dei  ciechi.  Bisogna  evitare  la  via  calcata  da 
tutti,  e,  tendendo  alPalto,  prendere  un  cammino  segnato  da  raris- 
sime  orme,  se  vuoi  meritarti  il  poetico  elogio :  «  Onore  alia  nuova 
virtu,  o  giovanetto :  cosi  si  sale  agli  astri. » 

Fr.  Voglia  Iddio  che  questo  mi  possa  toccare  prima  ch'io  muoia. 
Ma  continua,  ti  prego;  non  ho  al  tutto  perduta  vergogna  e  non 
dubito  che  le  sentenze  degli  stoici  siano  da  preferire  agli  errori 
comuni.  Ora  dunque  attendo  quel  che  tu  voglia  da  cio  venirmi  a 
persuadere. 

Ag.  Se  conveniamo  fra  noi  in  questo :  che  uno  non  e  ne  diviene 
infelice  se  non  per  il  vizio,  che  bisogno  ormai  c'e  di  altre  parole? 

Fr.  Per  questo:  che  mi  par  d'avere  osservato  che  molti,  tra  i 
quali  ancor  io,  non  avevano  maggior  tormento  del  non  riuscire  a 
scuotere  il  giogo  dei  vizi,  sebbene  con  ogni  sforzo  vi  si  adoperas- 
sero  per  tutta  la  vita.  Per  il  che,  anche  restando  ferma  la  sentenza 
degli  stoici,  si  puo  ammettere  che  molti  sono  infelicissimi  contro 
loro  intenzione  e  dolendosene  e  desiderando  il  contrario. 

Ag.  Abbiamo  un  pochetto  divagato;  ma  a  poco  a  poco  stiamo 
tornando  al  principio  nostro,  se  pur  non  ti  sei  dimenticato  donde 
c'eravamo  mossi. 

Fr.  Cominciavo  a  scordarlo,  ma  riprendo  a  rammentarmene. 

Ag.  M'ero  prefisso  di  far  cosi:  di  mostrarti  come  ad  evadere 
dalle  strette  della  vostra  mortalita  e  ad  elevarvi  piu  in  alto,  la  medi- 
tazione  della  morte  e  dell'umana  infelicita  costituisca  per  cosi 
dire  il  primo  passo;  come  il  secondo  sia  Tintenso  desiderio  e  lo 
sforzo  di  assurgere ;  mossi  i  quali  passi,  ti  promettevo  facile  il  sa- 
lire  al  punto  al  quale  intensamente  aspirate.  Se  pure  anche  qui 
a  te  non  sembri  altrimenti. 


36  SECRETUM   -    LIBER   PRIMUS 

Fr.  Contrarium  michi  quidem  videri  dicere  non  ausim;  ea 
namque  de  te  ab  adolescentia  mea  mecum  crevit  opinio  ut,  siquid 
aliter  michi  visum  fuerit  quam  tibi,  aberrasse  me  noverim. 

Aug.  Cessent,  oro,  blanditie.  At  quoniam  non  tarn  iudicio  quam 
reverentia  assensum  dictis  meis  prebuisse  te  video,  loquendi  tibi, 
quicquid  ex  arbitrio  tuo  fuerit,  libertas  datur. 

Fr.  Trepidus  quidem  adhuc,  sed  licentia  tua  uti  velim.  Atque, 
ut  de  reliquis  hominibus  sileam  testis  est  michi  hec,  que  cuntis 
actibus  meis  semper  interfuit  testis,  tu  quoque,  quotiens  ad  con- 
ditionis  mee  miseriam  mortemque  respexerim,  quantisque  cum 
lacrimis  sordes  meas  diluere  nisus  sim;  verum,  id  quod  sine  la- 
crimis  narrare  non  possum,  ut  videtis  hactenus  frustra  fuit.  Hoc 
igitur  unum  est,  quod  me  super  ambigenda  propositionis  tue  ve- 
ritate  solicitat,  qua  conaris  astruere  neminem  nisi  sponte  sua  in 
miseriam  corruisse,  neminem  miserum  esse,  nisi  qui  velit;  cuius 
rei  contrarium  in  me  tristis  experior. 

Aug.  Vetus  est  hec  et  nunquam  fmem  habitura  querimonia. 
Atqui  Hcet  idem  necquicquam  sepe  tentaverim,  adhuc  inculcare 
non  desinam,  nee  fieri  miserum  nee  esse  qui  nolit.  Sed  est  ut 
dicere  ceperam,  in  animis  hominum  perversa  quedam  et  pestilens 
libido  se  ipsos  fallendi,  quo  nichil  potest  esse  funestius  in  vita. 
Si  enim  familiarium  dolos  iure  pertimescitis,  proptereaquod  et 
fallentium  autoritas  remedium  preripit  cautele,  et  aures  vestras 
assidue  vox  eorum  blanda  circumsonat,  quorum  utrunque  in 
aliis  cessare  videatur;  quanto  magis  proprias  fraudes  formidare 
deberetis,  ubi  et  amor  et  autoritas  et  familiaritas  ingens  est,  quod 
se  quisque  plus  extimet  quam  valeat,  plus  diligat  quam  oporteat; 
nunquam  preterea  deceptus  a  deceptore  separetur. 

Fr.  Sepe  his  verbis  hodie  usus  es.  At  ego  me  ipsum  nunquam, 
quod  meminerim,  fefelli.  Utinam  non  me  alii  fefellissent! 

Aug.  Nunc  te  maxime  fallis  cum  nunquam  te  ipsum  fefellisse 
gloriaris.  Nee  tarn  tenuis  tue  indolis  spes  est  michi  quin,  si  ani- 
mum  acriter  intenderis,  per  te  ipsum  videas  neminem  in  mise 
riam  nisi  sponte  corruere.  Super  hoc  enim  altercatio  nostra  fun- 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  37 

Fr.  Non  oserei  mai  dire  die  mi  sembra  altrimenti.  Perche  dalla 
fanciullezza  crebbe  meco  tale  opinione  di  te,  che  se  in  qualche  cosa 
avessi  pensato  altrimenti  da  te,  riconoscerei  di  avere  sbagliato. 

Ag.  Bando  alle  adulazioni;  in  lor  vece,  poiche  mi  awedo  che  tu 
hai  acconsentito  ai  miei  detti  non  tanto  per  convinzione  quanto 
per  riverenza,  hai  liberta  di  dire  qualunque  cosa  tu  voglia. 

Fr.  Benche  tuttora  trepidante,  pur  vorrei  approfittare  del  tuo 
permesso.  E,  per  tacere  degli  altri  uomini,  mi  e  testimonio  Costei, 
che  sempre  assistette  testimonio  a  ciascun  mio  atto,  e  tu  pure, 
quante  volte  io  abbia  riflettuto  sulla  miseria  della  mia  condizione 
e  sulla  morte ;  e  con  quante  lagrime  abbia  tentato  di  lavare  le  mie 
macchie;  ma,  come  vedete  (ne  posso  dirlo  senza  lagrime),  finora  e 
stato  invano.  E  quest' e  Tunica  ragione  che  mi  spinge  a  contrastare 
alia  verita  della  tua  tesi,  con  la  quale  ti  sforzi  di  provare  che 
nessuno  e  precipitate  nella  infelicita  se  non  volontariamente ;  che 
e  inf elice  solo  chi  vuole ;  del  che  tristemente  faccio  contraria  espe- 
rienza  in  me. 

Ag.  £  questo  un  vecchio  lamento,  che  non  e  per  aver  mai  fine. 
Eppure,  benche  spesso  1'abbia  tentato  invano,  ancora  non  cessero 
di  inculcarti  che  non  diventa,  n£  e  infelice,  chi  non  voglia.  Ma, 
come  avevo  cominciato  a  dirti,  c'e  negli  animi  umani  una  tal 
perversa  e  pestifera  volutta  d'ingannare  se  stessi,  che  nulla  di 
piu  funesto  ha  la  vita.  Se  infatti  a  ragione  temete  sopra  tutti 
gli  inganni  dei  familiari,  sia  perche  la  fiducia  in  chi  vi  inganna 
vi  impedisce  il  riparo  della  diffidenza;  sia  perche  la  loro  voce  vi 
suona  ogni  ora  suaditrice  alPorecchio  —  due  cose  che,  si  capisce, 
non  accadono  con  gli  estranei— ,  quanto  maggiormente  dovreste 
temere  le  frodi  che  tramate  a  voi  stessi,  dove  grande  e  Tamo  re  e 
la  fiducia  e  la  dimestichezza,  posto  che  ognuno  si  stima  piu  che 
non  valga,  si  ama  piu  che  non  convenga;  e  dove,  oltre  tutto,  1'in- 
gannato  non  e  mai  separate  dalPingannatore. 

Fr.  Spesso  hai  usato  oggi  di  queste  parole,  eppure,  per  quanto 
mi  ricordi,  io  non  ho  mai  ingannato  me  stesso.  Cosi  non  m'aves- 
sero  gli  altri  ingannato! 

Ag.  Ti  inganni  grandemente  ora,  nel  vantarti  di  non  aver  mai 
ingannato  te  stesso.  Eppure  non  ho  cosi  scarsa  fidanza  nell'indole 
tua,  che  anche  tu,  se  ci  pensi  intensamente,  non  riesca  a  vedere  che 
nessuno  cade  nell' infelicita  altrimenti  che  spontaneamente :  che 
e  il  punto  sul  quale  in  sostanza  si  fonda  la"  disputa  nostra.  E  infatti 


38  SECRETUM   •    LIBER   PRIMUS 

data  est.  Die  enim,  oro  te  —  sed  cogita  priusquam  respondeas, 
atque  animum  indue  non  contentionis  sed  veritatis  avidum  — 
die  michi:  quern  hominem  putas  peccassc  coactum,  cum  velint 
sapientes  peccatum  esse  voluntariam  actionem,  usque  adeo  ut  si 
voluntas  desit,  desinat  esse  peccatum?  Sine  peecato  autem  nemo 
fit  miser,  quod  michi  iam  superius  concessisti. 

Fr.  Video  me  paulatim  de  proposito  excidere,  et  fateri  cogor, 
quod  initium  rniserie  mee  ex  proprio  processit  arbitrio;  hoc  in 
me  sentio  in  aliisque  conicio.  Modo  tu  michi  quoque  verum  fa- 
tear  e. 

Aug.  Quid  me  fateri  postulas? 

Fr.  Ut  sicut  verum  est  neminem  nisi  sponte  corruere,  sic  etiam 
illud  verum  sit:  innumerabiles  sponte  prolapsos  non  sua  tamcn 
sponte  iacere;  quod  de  me  ipso  fidenter  affirmem.  Idque  michi 
datum  arbitror  in  penam  ut,  quia  dum  stare  possem  nolui,  as- 
surgere  nequeam  dum  velim. 

Aug.  Quanquam  haud  prorsus  delirantis  opinio  ista  sit,  post- 
quam  te  tamen  in  primo  errasse  recognoscis,  idem  in  secundo 
fatearis  oportebit. 

Fr.  «  Cadere  »  igitur  et  « iacere  »  unum  atque  idem  esse  diffinis  ? 

Aug.  Imo  vero  diversa ; « voluisse  »  tamen  et  «  velle »,  etsi  in  tern- 
pore  differunt,  in  re  ipsa  inque  animo  volentis  unum  sunt. 

Fr.  Sentio  quibus  me  nexibus  involvas;  nee  tamen  fortior  lu~ 
ctator  est  qui  arte  sibi  victoriam  quesivit  sed  profecto  versutior* 

Aug.  Coram  Veritate  loquimur,  cui  simplicitas  omnis  arnica  est, 
calliditas  inimica;  quod  ut  clare  videas,  cum  quantalibet  deinceps 
simplicitate  procedamus. 

Fr.  Nichil  possem  audire  iucundius.  Die  ergo,  quoniam  de  me 
ipso  mentio  fuerat,  quanam  michi  ratione  monstraveris  hoc,  quod 
miser  sim  —  id  enim  me  esse  non  inficior  —  nunc  etiam  mee  volun- 
tatis  existere;  cum  ego  contra  sentiam  nil  me  perpeti  molestius, 
nil  magis  aversum  proprie  voluntati;  sed  ultra  non  valeo. 

Aug.  Modo  conventa  serventur  ostendam  aliis  tibi  verbis  uten- 
dum  fore. 


IL   MIO    SEGRETO  -    LIBRO   PRIMO  39 

dimmi  di  grazia  —  ma  pcnsaci  prima  di  rispondere  e  assumi  1'ani- 
mo  d'uno  che  sia  avido  di  verita  e  non  di  contesa  — ,  dimmi:  credi 
che  alcuno  possa  peccare  per  forza?  dato  che  i  saggi  stabiliscono 
che  il  peccato  &  un'azione  volontaria,  al  punto  che  se  non  c'&  la 
volontk  cessa  dall'essere  peccato.  Eppure  senza  peccato,  come 
dianzi  mi  hai  ammesso,  nessuno  diventa  infelice. 

Fr.  Veggo  che  a  poco  a  poco  cedo  dalle  mie  posizioni;  e  sono 
costretto  ad  ammettere  che  il  principio  della  mia  infelicitk  mosse  dal 
mio  stesso  arbitrio.  Lo  sento  in  me  e  lo  congetturo  in  altrL  Ma  ora 
anche  tu  riconosci  una  verita. 
Ag.  Che  mi  chiedi  di  riconoscere  ? 

Fr.  Che,  siccome  e  vero  che  ognuno  si  perde  per  sua  volonta, 
cosi  sia  vero  anche  questo :  che  infiniti,  anche  se  precipitati  vo- 
lontariamente,  non  giacciono  poi  di  loro  volonta,  come  di  me  posso 
in  buona  fede  affermare.  Anzi  io  credo  che  ci6  mi  sia  dato  per  pu- 
nizione,  perch6,  non  avendo  voluto  star  dritto  quando  potevo,  ora 
che  vorrei  rialzarmi  non  posso. 

Ag.  Bench6  questa  opinione  non  sia  punto  irragionevole,  tut- 
tavia,  da  che  tu  riconosci  di  aver  errato  sul  primo  punto,  bisognera 
che  confessi  lo  stesso  pel  secondo. 

Fr.  Ma  dunque  « cadere »  e  « giacere »  secondo  te  sono  una  sola 
e  medesima  cosa  ? 

Ag.  Tutt'altro:  sono  diverse,  ma  «aver  voluto »  e  «volere», 
bench6  si  differenzino  per  il  tempo,  nella  realta  e  neiranimo  del 
soggetto  sono  una  cosa  sola. 

Fr.  Sento  con  quali  lacci  mi  circondi;  ma  via,  non  diremo  che 
il  lottatore  che  si  e  procacciata  la  vittoria  con  1'artificio  sia  piu 
forte,  bensl  che  &  piii  astuto. 

Ag.  Noi  parliamo  in  cospetto  della  Verita,  a  cui  4  sempre  caro 
ci6  che  4  limpido,  odiosa  1'astuzia;  e  perch6  tu  lo  vegga  chiara- 
mente,  procederb  d'ora  innanzi  con  ogni  possibile  semplicita. 

Fr.  Non  potrei  udir  cosa  piu  gradita,  Dimmi  dunque  —  dac- 
ch<§  si  &  trattato  di  me  —  in  qual  modo  mi  vorrai  dimostrare 
che  il  fatto  che  io  sia  infelice  (il  che  non  nego  d'essere)  duri  an- 
cora  per  mia  volonta;  mentre  io,  al  contrario,  sento  che  nulla  mi 
e  piii  molesto  a  sopportare,  nulla  piu  lontano  dalla  mia  volonta; 
ma  non  posso  di  piii. 

Ag.  Purch6  tu  mantenga  ci6  che  si  4  convenuto,  ti  dimostrer6 
che  dovresti  far  uso  di  altre  parole. 


40  SECRETUM  -    LIBER   PRIMUS 

Fr.  Quenam  conventa  memoras,  quibus  ve  ammones  utendum 
verbis  ? 

Aug.  Conventa  sunt,  ut  fallaciarum  laqueis  reiectis  circa  veri- 
tatis  studium  pura  cum  simplicitate  versemur.  Verba  vero,  quibus 
uti  te  velim,  hec  sunt :  ut  ubi  « ultra  te  non  posse  »  dixisti  « ultra 
te  nolle))  fatearis. 

Fr.  Nunquam  erit  finis;  nunquam  enim  hoc  fatebor.  Scio  qui- 
dem,  et  tu  testis  es  michi,  quotiens  volui  nee  potui ;  quot  lacrimas 
fudi,  nee  profuerint. 

Aug.  Lacrimarum  tibi  testis  sum  multarum,  voluntatis  vero 
minime. 

Fr.  Proh  superum  fidem!  hominem  enim  scire  neminem  puto, 
quid  ego  passus  sim,  quantumque  voluerim,  si  licuisset,  assur- 
gere. 

Aug.  Sile!  prius  celum  tellusque  miscebitur,  prius  astra  con- 
cident  Averno,  et  arnica  nunc  invicem  elementa  pugnabunt,  quam 
hec  que  inter  nos  diiudicat  falli  queat. 
Fr.  Quid  ais  igitur? 

Aug.  Lacrimas  tibi  sepe  conscientiam  extorsisse,  sed  propo- 
situm  non  mutasse. 

Fr.  Quotiens  dixi  me  ulterius  nequivisse? 
Aug.  Quotiensque  respondi,  imo  verius  noluisse?  Nee  tamen 
admiror  te  in  his  nunc  ambagibus  obvolutum  in  quibus  olim  ego 
ipse  iactatus,  dum  novam  vite  viam  carpere  meditarer.  Capillum 
vulsi,  frontem  percussi  digitosque  contorsi;  denique  complosis 
genua  manibus  amplexus  amarissimis  suspiriis  celum  aurasque 
complevi  largisque  gemitibus  solum  omne  madefeci.  Et  tamen 
hec  intqr  idem  ille  qui  fueram  mansi,  donee  alta  tandem  meditatio 
omnem  miseriam  meam  ante  oculos  congessit.  Itaque  postquam 
plene  volui,  ilicet  et  potui,  miraque  et  felicissima  celeritate  trans- 
formatus  sum  in  alterum  Augustinum,  cuius  historic  seriem,  ni 
fallor,  ex  Confessionibus  meis  nosti. 

Fr.  Novi  equidem,  illiusque  ficus  salutifere,  cuius  hoc  sub 
umbra  contigit  miraculum,  immemor  esse  non  possum.1 


i.  illiusque  .  .  .possum:  cfr.  Agostino,  Conf.,  vm,  12,  28. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  41 

Fr.  A  quali  convenzioni  alludi,  di  quali  parole  mi  ammonisci 
che  debba  far  uso? 

Ag.  Le  convenzioni  sono  che,  lasciati  i  laccioli  degli  ingan- 
ni,  ci  si  trattenga  sulla  ricerca  del  vero  con  limpida  semplicita. 
Quanto  alle  parole  delle  quali  vorrei  che  tu  usassi,  sono  queste: 
che  dove  hai  detto  ccnon  posso  di  piu»  tu  dichiari  «non  voglio 
di  piu». 

Fr.  Non  la  finiremo  piii,  perche"  codesto  io  non  lo  confessero 
mai.  So  ben  io,  e  tu  me  ne  sei  testimonio,  quante  volte  volli  e 
non  potei;  quante  lagrime  ho  versate,  e  a  nulla  giovarono. 

Ag.  Ti  sono  buon  testimonio  di  molte  lagrime,  ma  di  volonta 
per  nulla. 

Fr.  Lo  sa  il  Cielo  —  che  non  credo  che  alcun  uomo  lo  sappia 
—  quel  che  ho  sofferto  e  quanto  avrei  voluto  ergermi,  se  mi  fosse 
stato  possibile. 

Ag.  Tacil  Prima  il  cielo  e  la  terra  si  frammischieranno,  prima 
precipiteranno  nelFAverno  le  stelle,  prima  gli  elem'enti,  ora  con- 
cordi,  si  combatteranno  a  vicenda,  che  possa  sbagliare  Costei, 
che  fra  noi  da  giudizio. 

Fr.  Che  dici  dunque? 

Ag.  Che  la  coscienza  ti  avra  bensi  spremute  spesso  codeste 
lagrime,  ma  che  non  ti  ha  mutato  il  proposito. 

Fr.  Quante  volte  ti  ho  detto  di  non  aver  potuto  piu  di  cosi? 

Ag.  E  quante  volte  ti  ho  risposto:  «Anzi,  piu  sinceramente, 
non  hai  voluto » ?  Ma  non  mi  meraviglio  di  vederti  awolto  ora  in 
quelle  perplessita,  nelle  quali  un  tempo  mi  dibattetti  anch'io, 
quando  cercavo  di  prendere  una  via  nuova  nella  vita.  Mi  strappai 
le  chiome,  mi  percossi  la  fronte,  mi  torsi  le  dita  e  infine  stringen- 
domi  e  percotendomi  con  le  mani  le  ginocchia,  empii  il  cielo  e 
Taura  d'amarissimi  sospiri,  e  di  largo  pianto  resi  molle  tutto 
intorno  il  suolo.  Eppure  con  tutto  cio  io  rimanevo  quello  che 
ero  stato  prima,  quando  una  profonda  meditazione  finalmente  mi 
adun6  innanzi  agli  occhi  tutta  la  mia  infelicita.  E  cosi,  dal  momento 
che  volli  pienamente,  subito  anche  potetti,  e  con  meravigliosa  e 
felicissima  rapidita  mi  trasformai  in  un  altro  Agostino,  le  vicende 
della  cui  storia,  se  non  sbaglio,  tu  conosci  dalle  mie  Confes- 

sioni. 

Fr.  Le  conosco  di  certo;  ne  potrei  dimenticarmi  di  quel  fico 
salutare  sotto  la  cui  ombra  ti  awenne  questo  miracplo. 


42  SECRETUM  •    LIBER   PRIMUS 

Aug.  Recte  quidem;  nee  enim  mirtus  ulla  nee  hedera,  denique 
dilecta,  ut  aiunt,  Phebo  laurea,  quamvis  ad  hanc  poetarum  cho 
rus  omnis  afficitur  tuque  ante  alios,  qui  solus  etatis  tue  contextam 
eius  ex  frondibus  coronam  gestare  meruisti,1  gratior  esse  debet 
animo  tuo,  tandem  aliquando  in  portum  ex  tarn  multis  tempesta- 
tibus  revertenti,  quam  ficus  illius  recordatio,  per  quam  tibi  cor- 
rectionis  et  venie  spes  certa  portenditur. 

Fr.  Nichil  adversor,  sed  inceptum  perage. 

Aug.  Hoc  inceperam,  atque  hoc  prosequor:  contigisse  tibi 
hactenus  quod  multis,  quibus  dici  potest  versus  ille  Vergilii: 

mens  immota  manet,  lacrime  volvuntur  inanes.z 

Verum  ego,  etsi  multa  congerere  poteram,  unico  tamen  eoque 
domestico  exemplo  contentus  fui. 

Fr.  Consulte;  neque  enim  aut  pluribus  res  egebat  aut  aliud 
quodlibet  in  pectus  hoc  profundius  descendisset ;  eo  presertim 
quia,  licet  per  maximis  intervallis,  quanta  inter  naufragum  et 
portus  tuta  tenentem,  interque  felicem  et  miserum  esse  solent, 
quale  quale  tamen  inter  procellas  meas  fluctuationis  tue  vestigium 
recognosco.  Ex  quo  fit  ut,  quotiens  Confessionum  tuarum  libros  lego, 
inter  duos  contraries  affectus,  spem  videlicet  et  metum,  letis  non 
sine  lacrimis  interdum  legere  me  arbitrer  non  alienam  sed  propriam 
mee  peregrinationis  historiam.  Deinceps  autem,  quoniam  omne 
studium  contentionis  abieci,  ut  libuerit  perge.  Sequi  enim,  non 
obstare  disposui. 

Aug.  Haud  hoc  postulo.  Sicut  enim  quod  doctissimus  qui- 
dam  ait: 

Nimium  alter cando  veritas  amittitur? 

sic  ad  verum  multos  sepe  perducit  modesta  contentio.  Neque 
igitur,  qui  pigrioris  et  torpentis  ingenii  mos  est,  passim  omnibus 
acquievisse  conveniet,  nee  rursus  comperte  veritati  studiosius 
obluctari,  quod  clarum  litigiose  mentis  inditium  est. 

Fr.  Intelligo  et  laudo  et  consilio  utar.  Perge  modo. 

Aug.  Recognoscis  ne  igitur  veram  illam  fuisse  sententiam  gran- 
devumque  progressum,  ut  miseriarum  suarum  perfecta  cognitio 

1.  coronam  .  .  .  meruisti:  la  coronazione  in  Campidoglio  dell'8  aprile  1341. 

2,  Virgilio,  Aen.,  iv,  449:  di  Enea  partente  da  Cartagine;  il  Petrarca  in- 
tendeva  dunque  che  le  «vane  lacrime »  fossero  dello  stesso  Enea,  non  di 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  43 

Ag.  E  giustamente!  Che  non  mirto  ne  edera,  e  perfino  quell' al- 
loro  —  caro  (come  si  dice)  a  Febo,  sebbene  1'intero  coro  dei  poeti 
se  ne  strugga  e  tu  sopra  tutti,  che  unico  del  tempo  tuo  meritasti 
di  cingerti  della  ghirlanda  contesta  delle  sue  fronde  —  debbono 
essere  cosi  graditi  alPanimo  tuo,  se  finalmente  un  giorno  ti  rico- 
vererai  in  porto  da  tante  tempeste,  quanto  il  ricordo  di  quel  fico, 
per  il  quale  ti  si  preconizzava  una  sicura  speranza  di  correzione 
e  di  perdono. 

Fr.  Non  lo  contesto;  ma  continua  quanto  avevi  cominciato. 

Ag.  Avevo  cominciato  e  continuo  a  dir  questo;  che  a  te  fi- 
nora  e  capitato  il  medesimo  che  a  molti,  ai  quali  si  pu6  adattare  il 
verso  di  Virgilio  «L'animo  resta  immutato,  scorrono  lagrime  in- 
vano  ».  Vedi  che,  benche  molti  ne  potessi  addurre,  mi  sono  accon- 
tentato  d'un  unico  esempio,  ma  che  ti  e  familiare. 

Fr.  Hai  fatto  bene,  perche  ne  la  cosa  ne  richiedeva  di  piu, 
ne  qualsiasi  altro  piu  profondamente  di  questo  mi  sarebbe  disceso 
in  cuore;  per  ci6  specialmente  che,  sebbene  a  si  grande  distanza 
quanta  ne  pu6  essere  tra  il  naufrago  e  chi  possiede  la  sicurezza 
del  porto,  tra  il  felice  e  il  misero,  tuttavia  rawiso  nelle  mie  tem 
peste  un  cotal  quale  ricordo  del  tuo  ondeggiamento.  Dal  che 
discende  che  ogni  volta  che  leggo  i  libri  delle  tue  Confession^ 
commosso  da  due  contrari  sentimenti,  dalla  speranza  cioe  e  dal 
timore,  non  senza  liete  lagrime  mi  sembra  talora  di  leggere  non  la 
storia  d'altri,  ma  del  mio  stesso  peregrinare.  D'ora  innanzi  dun- 
que,  da  poi  che  ho  dimesso  ogni  desiderio  di  contesa,  prosegui 
come  ti  piace.  Sono  disposto  a  seguirti,  non  a  contrastarti. 

Ag.  Non  pretendo  codesto;  purche  a  quel  modo  che  (secondo 
disse  un  dottissimo  scrittore)  troppo  disputando  si  smarrisce 
la  verita,  cosi  una  moderata  discussione  molti  conduce  di  fre- 
quente  alia  verita.  Non  converra  dunque  ne  acquietarsi  via  via 
ad  ogni  affermazione,  com'e  costume  di  troppo  pigri  e  torpidi 
ingegni,  ne  viceversa  battagliare  troppo  pertinacemente  contro  una 
verita  acquisita,  che  e  segno  evidente  d'una  mentalita  litigiosa. 

Fr.  Capisco  e  approvo,  e  user6  del  tuo  consiglio.  Ora  prosegui. 

Ag.  Riconosci  dunque  che  era  vera  quella  sentenza  e  ch'era  un 
risultato  da  tempo  acquisito  Fammettere  che  la  perfetta  conoscen- 

Didone  e  della  sorella  che  cercavano  invano  di  trattenerlo.  3.  6  un  verso 
di  Publilio  Siro,  citato  da  A.  Gellio,  Noct.  att.,  xvn,  14  (anche  Macrobio, 
Saturn.,  II,  7,  n). 


44  SECRETUM  •    LIBER   PRIMUS 

perfectum  desiderium  pariat  assurgendi?  Desidcrium  potentia 
consequitur. 

Fr.  lam  in  animum  induxi  nichil  tibi  non  credere. 

Aug.  Sentio  aliquid  etiam  nunc  restare  quod  vellicet.  Fare,  age, 
quicquid  id  est. 

Fr.  Nichil  aliud  nisi  quod  ipse  mecum  obstupeo,  noluisse 
hactenus  quod  semper  voluisse  credideram. 

Aug.  Adhuc  hesitas;  atqui,  ut  his  iantandem  sermonibus  finis 
sit,  fateor  et  ipse  te  voluisse  nonnunquam. 

Fr.  Quid  ergo  dixisti? 

Aug.  An  non  succurrit  illud  Ovidii: 

velle  parum  est;  cupias,  ut  re  potiaris,  oporUt.1 

Fr.  Intelligo,  sed  et  desiderasse  putabam. 

Aug.  Fallebaris. 

Fr.  Credo. 

Aug.  Ut  certius  credas  conscientiam  ipse  tuam  consulc.  Ilia 
optima  virtutis2  interpres,  ilia  infallibilis  et  verax  est  operum 
cogitationumquc  pensatrix.  Ilia  tibi  dicet  nunquam  te  ad  salutem 
qua  decuit  aspirasse,  sed  tepidius  remissiusque  quam  periculo- 
rum  tantorum  consideratio  requirebat. 

Fr.  Cepi,  quam  iubes,  conscientiam  excutere. 

Aug.  Quid  illic  invenis? 

Fr.  Vera  esse  que  dicis. 

Aug.  Profecimus  aliquantulum ;  en  incipis  expergisci.  lam  me- 
lius  tibi  erit  si,  quam  male  olim  erat,  agnoveris. 

Fr.  Si  hoc  vel  nosse  satis  est,  non  tanturn  bene,  sed  optime, 
michi  propediem  esse  posse  confido.  Nichil  enim  unquam  clarius 
intellexi  quam  nunquam  me  satis  ardenter  optasse  libertatem  et 
miseriarum  finem.  Nunquid  autem  post  hac  optasse  sufficiet? 

Aug.  Quid  ni? 

Fr.  Ut  nil  amplius  agam. 

Aug.  Impossibilem  proponis  conditionem:  ut,  qui  quod  assequi 
potest  ardenter  cupit,  obdormiat. 

Fr.  Quid  igitur  ipsum  optare  profuerit? 

Aug.  Nempe  per  medias  difficultates  iter  pandet.  Ad  hoc  ipsum 
per  se  virtutis  desiderium  pars  est  magna  virtutis, 

i.  Ovidio,  Ex  Ponto,  in,  i,  35.  2.  virtutis:  cosl  il  codice  Laurenziano; 
altri  codici  hanno  « veritatis ». 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   PRIMO  45 

za  dclle  proprie  miserie  produca  un  perfetto  desiderio  di  risorgere, 
Al  desiderio  segue  la  forza  di  farlo. 

Fr.  Sai  che  mi  sono  proposto  di  non  contraddirti  in  nulla. 

Ag.  Sento  che  ti  resta  ancora  qualche  cosa  che  ti  irrita.  Di' 
su,  qual  che  si  sia. 

Fr.  Null'altro  che  lo  stupirmi  meco  stesso  di  aver  rifiutato  fin 
qui  proprio  Tunica  cosa,  che  ho  sempre  creduto  di  aver  desiderate. 

Ag.  Esiti  ancora!  Ma  per  farla  finita  ormai  con  questi  discorsi, 
dichiaro  anch'io  che  qualche  volta  hai  voluto. 

Fr.  Che  dunque  dicevi? 

Ag.  Non  ricordi  quel  motto  d'Ovidio:  «£  poco  il  volere;  per 
conseguire  1'intento  occorre  bramare»? 

Fr.  Capisco,  ma  credevo  di  aver  bramato. 

Ag,  T'ingannavi. 

Fr.  Lo  credo. 

Ag.  Per  crederlo  piu  sicuramente,  consulta  la  tua  stessa  coscien- 
za.  Ella  e  la  migliore  interprete  delle  virtu;  ella  e  Pinfallibile  e 
veracc  valutatrice  degli  atti  e  dei  pensieri.  Ella  ti  dirk  che  tu  non 
hai  aspirato  alia  salvezza  come  dovevi,  ma  piu  tiepidamente  e 
piu  fiaccamente  di  quanto  richiedesse  la  considerazione  di  cosl 
grandi  pericoli. 

Fr.  Comincio,  come  comandi,  a  frugarmi  nella  coscienza. 

Ag,  E  che  vi  trovi  ? 

Fr.  Che  e  vero  quanto  dici. 

Ag.  Siamo  progrediti  un  pochetto ;  ecco  che  cominci  a  destarti. 
Sara  gia  un  miglioramento  se  riconoscerai  come  un  tempo  stavi 
male. 

Fr.  Se  basta  soltanto  il  riconoscere  codesto,  ho  fiducia  di  poter 
trovarmi  tra  poco  non  solo  bene,  ma  benissimo;  perch6  nulla  mi 
e  mai  stato  piu  chiaro  di  questo ;  che  non  ho  mai  desiderato  abba- 
stanza  ardentemente  la  liberazione  e  la  fine  delle  mie  infelicita. 
Forse  che  d'ora  in  avanti  basterk  desiderare  ? 

Ag.  A  che  fine  ? 

Fr.  Per  non  aver  a  fare  altro. 

Ag.  Proponi  una  condizione  impossible ;  come  che  stesse  inerte 
chi  pu6  conseguire  un  bene  che  desidera  ardentemente. 

Fr.  Che  gioverk  dunque  quel  desiderare  ? 

Ag.  In  quanto  apre  il  cammino  attraverso  alle  difficolta.  Oltre 
a  ci6  il  desiderio  della  virth  e  per  se  stesso  gran  parte  della  virtu. 


46  SECRETUM   •    LIBER   PRIMUS 

Fr.  Magne  michi  spei  materiam  prebuisti. 

Aug.  Idcirco  te  alloquor  ut  et  sperare  doceam  et  timere. 

Fr.  Timere  quonam  modo? 

Aug.  Imo  vero  qualiter  sperare? 

Fr.  Quia,  cum  hactenus  non  mediocre  studium  gesserim  ne 
pessimus  forem,  tu  michi  viam  aperis  qua  optimus  fiam. 

Aug.  At  quam  id  iter  laboriosum  sit,  fortasse  non  cogitas. 

Fr.  Quid  novi  terroris  ingeminas,  quid  ve  tarn  laboriosum  dicis  ? 

Aug.  Quia  hoc  ipsum  «optare»  verbum  unum  est,  sed  quod 
innumerabilibus  consistat  ex  rebus. 

Fr.  Terrificas. 

Aug.  Atqui,  ut  ea  sileam,  ex  quibus  desiderium  istud  constat, 
quam  multa  sunt  ex  quorum  eversione  conficitur! 

Fr.  Quid  dicere  velis  non  intelligo. 

Aug.  Nulli  potest  desiderium  hoc  absolute  contingere  nisi  qui 
omnibus  aliis  desideriis  finem  fecit.  lam  intelligis  quam  multa  et 
varia  sunt  que  optantur  in  vita,  que  prius  omnia  nichili  pendenda 
sunt,  ut  sic  ad  concupiscentiam  summe  felicitatis  ascendas,  quam 
profecto  minus  amat  qui  secum  aliquid  amat,  quod  non  proptcr 
ipsam  amat. 

Fr.  Agnosco  sententiam.1 

Aug.  Quotus  ergo  fuerit  qui  omnes  cupiditatcs  extinxerit  quas 
ne  dicam  extinguere  sed  vel  enumerare  longum  sit;  qui  anirno 
suo  frenum  rationis  admoverit;  qui  dicere  audeat:  «nil  michi 
iam  comune  cum  corpore ;  que  videntur  cunta  sordescunt ;  ad  fe- 
liciora  suspiro»? 

Fr.  Rarissimum  genus  hominum;  et  nunc  difficultatem,  quam 
comminabaris,  intelligo. 

Aug.  His  nempe  cessantibus,  desiderium  illud  plenum  expe- 
ditumque  non  erit;  necesse  est  enim  ut,  quantum  animus  ad  celum 
propria  nobilitate  subvehitur,  tanto  mole  corporea  et  terrenis 
pregravetur  illecebris;  ita,  dum  et  ascendere  et  in  imis  perma- 
nere  cupitis,  neutrum  impletis  in  alterna  distracti. 

Fr.  Quid  igitur  censes  esse  faciendum,  ut  integer  animus,  di- 
scussis  terre  compedibus,  tollatur  ad  supera? 

Aug.  Ad  hunc  terminum  profecto  meditatio  ilia  perducit,  quam 

i.  sententiam:  &  1'opinione  di  Platone  che  il  Petrarca  conosceva  diretta- 
mente  —  attraverso  traduzioni  latine  di  alcune  opere  —  o  indirettamente, 
soprattutto  attraverso  1'opera  di  Cicerone. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   PRIMO  47 

Fr.  Mi  porgi  argomento  di  grande  speranza. 

Ag.  Infatti  ti  parlo  per  insegnarti  sia  a  sperare  sia  a  temere. 

Fr.  Per  che  modo  temere? 

Ag.  0  piuttosto,  come  sperare? 

Fr.  Perche,  mentre  finora  ho  posto  non  poco  studio  per  non 
essere  pessimo,  tu  mi  apri  la  via  per  riuscire  ottimo, 

Ag.  Ma  forse  non  pensi  quanto  faticoso  sia  codesto  cammino. 

Fr,  Perche"  torni  a  gravarmi  di  nuovo  terrore?  Perch6  lo  dici 
tanto  faticoso? 

Ag,  Perche"  codesto  virtuoso  « desiderare »  e  una  parola  sola, 
ma  tale  che  e  materiata  di  innumerevoli  cose. 

Fr,  Mi  atterrisci. 

Ag.  Cosl  e:  per  non  dire  di  quelle  di  cui  codesto  desiderio  si 
nutre,  infinite  sono  le  altre  dalla  cui  distruzione  esso  si  crea. 

Fr.  Non  intendo  che  tu  voglia  dire, 

Ag.  Che  codesto  desiderio  non  pu6  pienamente  sorgere  se  non 
in  chi  abbia  estinti  tutti  gli  altri.  Intendi  gia  quanti  e  quanto  vari 
siano  i  beni  desiderati  nella  vita,  i  quali  tutti  devi  in  prima  sprez- 
zare,  se  vuoi  salire  al  desiderio  della  somma  felicita;  alia  quale 
meno  aspira  chi  ama  con  essa  qualche  altra  cosa,  perch6  non 
Tama  per  se  stessa. 

Fr.  Conosco  qucsta  sentenza. 

Ag.  Come  sara  raro  dunque  chi  abbia  estinti  tutti  i  desideri 
cui  sarebbe  lungo,  non  dico  estinguere,  ma  pur  solo  enumerare; 
chi  abbia  imposto  al  proprio  animo  il  freno  della  ragione;  chi  osi 
dire:  «non  ho  phi  nulla  di  comune  coi  sensi;  le  cose  tutte  che  si 
vedono  mi  fan  ribrezzo;  aspiro  alle  piu  felici»! 

Fr,  Rarissima  codesta  sorta  d'uomini,  ed  ora  capisco  la  diffi- 
colta  che  mi  opponevi. 

Ag,  Naturalmente  pur  cessando  queste  cupidigie,  quel  desi 
derio  non  sara  ancora  pieno  e  libero ;  &  fatale,  infatti,  che  di  quanto 
Taiximo  per  propria  nobilti  si  solleva  verso  il  cielo,  di  tanto  sia 
aggravate  dal  peso  mortale  e  dalle  terrene  lusinghe;  cosi,  mentre 
desiderate  ora  di  salire  ora  di  restare  nelle  bassure,  sospinti  in 
alterne  vicende,  non  fate  n6  Tuna  cosa  n6  1'altra. 

Fr.  Che  ritieni  dunque  sia  da  fare  pcrche"  Tanimo,  scossi  da 
s6  i  ceppi  della  terra,  integro  si  innalzi  alle  cose  celesti? 

Ag.  Senza  dubbio  a  questa  meta  conduce  la  meditazione  che  in 


48  SECRETUM   •    LIBER   PRIMUS 

primo  loco  nominaveram,  cum  mortalitatis  vcstre  recordatione 
continua. 

Fr.  Nisi  et  hie  fallor,  nullus  hominum  crebrius  in  has  rcvol- 
vitur  curas. 

Aug.  Nova  lis  laborque  alius. 

Fr.  Quid  ergo  ?  etiam  ne  hoc  mentior  ? 

Aug.  Urbanius  loqui  velim. 

Fr.  Hanc  tamen  sententiam. 

Aug.  Certe  non  aliam. 

Fr.  Ergo  ego  de  morte  non  cogito? 

Aug.  Perraro  quidem,  idque  tarn  segniter,  ut  in  imum  cala- 
mitatis  tue  fundum  cogitatio  ipsa  non  penetret. 

Fr.  Contra  credideram. 

Aug.  Non  quid  credideris,  sed  quid  credere  debueris  attendo. 

Fr.  Nunquam  post  hac  me  michi  crediturum  scito,  si  et  hoc 
falso  credidisse  monstraveris. 

Aug.  Monstrabo  perfacile,  modo  bona  fide  verum  confiteri  in 
animum  inducas.  Utar  in  hac  re  teste  etiam  non  longinquo. 

Fr.  Quonam,  queso? 

Aug.  Conscientia  tua. 

Fr.  Ilia  contrarium  dicit. 

Aug.  Ubi  confusa  preit  interrogatio,  certum  respondentis  testi- 
monium  esse  vix  potest. 

Fr.  Quid  ad  rem? 

Aug.  Multum  sane;  quod  ut  clare  pervideas,  adverte.  Nemo 
tarn  demens  est,  nisi  sit  idem  prorsus  insanus,  cui  non  interdum 
conditio  proprie  fragilitatis  occurrat;  qui  non,  si  interrogetur,  re- 
spondeat  se  esse  mortalem  et  caducum  habitare  corpusculum.  Id 
enim  et  membrorum  dolor  et  febrium  tentamenta  testantur,  a 
quibus  prorsus  immunem  vitam  degere  quenam  Dei  unquam  in- 
dulgentia  prestabit?  Adde,  quod  et  ex  funeribus  amicorum,  que 
assidue  preter  oculos  vestros  eunt,  spectantium  animis  terror  in- 
cutitur;  quia,  dum  equevum  quisque  comitatur  ad  sepulcrum, 
necesse  est  ipse  etiam  ad  alieni  casus  precipitium  contremiscat, 
et  de  se  incipiat  esse  solicitus.  Sicut,  ubi  flagrantia  vicinorum  tecta 
conspexeris,  de  tuis  securus  esse  non  potes,  quoniam,  ut  ait 
Flaccus, 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  49 

primo  luogo  ho  consigliata,  con  Passiduo  ricordo  della  vostra 
mortalita. 

Fr.  Se  non  sbaglio  anche  qui,  non  c'e  uomo  che  s'indugi  piu 
sovente  di  me  in  questi  pensieri. 

Ag.  Nuova  questione  e  altra  mia  fatica. 

Fr.  E  che?  mentisco  pure  in  ci6? 

Ag.  Vorrei  dirtelo  piu  gentilmente. 

Fr.  Ma  il  pensiero  &  questo. 

Ag.  Certamente:  non  altro. 

Fr,  Dunque  io  non  medito  sulla  morte  ? 

Ag.  Molto  di  rado,  in  vero,  e  cos!  fiaccamente,  che  la  tua 
meditazione  non  penetra  nell'imo  fondo  della  miseria  tua. 

Fr.  Credevo  il  contrario. 

Ag.  Io  bado  non  a  ci6  che  tu  abbia  creduto,  ma  a  ci6  che  dovevi 
credere. 

Fr.  Ti  accerto  che  d'ora  in  poi  non  credere-  mai  piu  a  me  stesso, 
se  mi  dimostri  che  anche  qui  credevo  il  falso. 

Ag.  Te  Io  dimostrer6  molto  facilmente,  purche"  tu  faccia  il 
proposito  di  confessare  lealmente  il  vero.  User6  a  questo  proposito 
anche  d'un  testimonio  non  lontano. 

Fr.  Di  quale,  per  piacere? 

Ag.  Della  tua  coscienza. 

Fr.  Questa  afferma  il  contrario. 

Ag.  Quando  precede  un  interrogatorio  confuso,  difficilmente 
la  testimonianza  di  chi  risponde  pu6  essere  sicura. 

Fr.  Che  c'entra? 

Ag.  Moltissimo;  e  se  vuoi  riconoscerlo  chiaramente,  stai  attento. 
Non  c'i  alcuno  cosl  irragionevole,  salvo  non  sia  al  tutto  pazzo, 
a  cui  talora  non  appaia  Io  stato  della  propria  fragilita;  e  che,  se 
interrogate,  non  risponda  d' essere  mortale  e  di  abitare  in  un 
corpicciuolo  caduco.  GliePattestano  infatti  i  dolori  delle  membra  e 
gli  assalti  delle  febbri,  onde  quale  benignita  divina  ci  concedera 
mai  di  trascorrere  al  tutto  immune  la  vita  ?  Aggiungi  che  anche 
dai  funerali  degli  amici,  che  tuttodl  vi  passano  innanzi  agli  occhi, 
spira  terrore  negli  animi  dei  riguardanti ;  perch6,  mentre  uno 
accompagna  un  coetaneo  al  sepolcro,  e  fatale  che  al  precipitare 
dell*  altrui  rovina  tremi  lui  pure  e  cominci  a  paventare  per  s6;  a 
quel  modo  che  dopo  aver  visti  incendiarsi  i  tetti  dei  vicini,  non 
puoi  essere  sicuro  de'  tuoi,  dacch6,  come  dice  Orazio:  «Vedi  i 


50  SECRETUM   •    LIBER   PRIMUS 

ad  te  post  paulum  ventura  pericula  cernis.1 

Eo  autem  vehementius  movebitur,  qui  iuniorem,  qui  validio- 
rem  formosioremque  videat  repentina  morte  subtractum.  Se  se 
enim  circumspiciet  et  dicet:  —  Securius  hie  habitare  vidcbatur,  et 
tamen  eiectus  est,  nee  etas  profuit,  nee  forma,  nee  robur.  Michi 
securitatem  quis  spopondit?  Deus  ne,  magus  ne?  mortalis  sum 
profecto!  —  Quod  si  hoc  idem  imperatoribus  regibusque  terrarum, 
si  egregiis  formidatisque  personis  evenerit,  multo  etiam  aerius 
concutientur  astantes,  quoniam  quern  vel  alios  sternere  solitum 
norant,  subito  videant,  vel  paucarum  fortassis  horarum  anxietate 
prostratum.  Unde  enim  nisi  ex  hoc  fonte  procedunt  ilia,  que  in 
mortibus  summorum  hominum  stupentes  faeiunt  populi,  qualia 
multa,  ut  te  tantispcr  ad  historias  revocem,  in  funere  lulii  Ccsaris 
meministi  ?2  Hoc  est  illud  comune  spectaculum  quod  mortalium 
oculos  et  corda  perstringit,  fatique  sui  memoriam  ingerit  aliena 
cernentibus.  Accedit  bclluarum  furor  atquc  hominum,  rabiesque 
bellorum;  accedunt  et  magnarum  edium  ruine,  quas  bene  quidam 
ait  olim  tutelam  hominum  fuisse,  nunc  esse  periculum,  Acce 
dunt  sinistro  sidere  motus  aerei,  et  celi  pestilentis  afflatus,  et  tot 
terre  marisque  discrimina;  quibus  undique  circumsepti  non  po- 
testis  oculos  advertere,  ubi  non  eis  occurrat  proprie  mortalitatis 
effigies. 

Fr.  Indulge,  queso:  amplius  exspectare  non  possum.  Nichil 
enim  ad  confirmandam  rationem  meam  dici  reor  efficacius,  quam 
tu  multa  dixisti:  egoque  ipse  inter  audiendum  mirabar  quid  tua 
vellet  oratio  aut  ubi  desineret. 

Aug.  Nondum  quippe  desierat  cum  tu  earn  precidisti.  Hoc  enim 
conclusio  restabat:  quanquam  multa  vellicantia  circumstent  (ni- 
chil  tamen  ad  interiora  penetrare  duratis  longa  consuetudine 
pectoribus  miserorum,  vetustoque  velut  callo  salutiferis  ammo- 
nitionibus  resistente)  paucos  invenies  sat  profunde  cogitantes  esse 
sibi  necessario  moriendum. 

Fr.  Faucis  ergo  diffinitio  hominis  nota  est,  que  tamen  omnibus 
in  scolis  tarn  crebro  repetitur,  ut  nedum  auditorum  aures  fati- 
gasse,  sed  ipsas  edificiorum  columnas  iam  pridem  imminuisse 
debuerit  ? 

i.  Orazio,  Epist.,  I,  18,  83  («.  ..post  paulo . .  .pericula  senti$»).     z.  qualia 
multa  .  ,  .  meministi:  cfr.  Svetonio,  Caes.,  84-5. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   PRIMO  SI 

pericoli  che  tra  breve  verranno  a  te».  E  tanto  piu  violentemente 
sara  commosso  chi  vegga  rapito  da  improvvisa  morte  uno  piu  gio- 
vane,  piu  forte,  piu  bello.  6  naturale  che  si  guardera  dattorno  e 
dira:—  Questi  pareva  starsene  qui  tanto  sicuramente,  eppure  e 
stato  bandito;  n6  gli  giov6  1'eta,  ne  la  bellezza,  n6  il  vigore.  A  me 
chi  ha  promessa  la  sicurezza  ?  Un  Dio  forse  od  un  mago  ?  Senza 
dubbio  io  sono  mortale.  —  Che  se  il  letale  evento  capita  agli  impera- 
tori  e  ai  re  della  terra,  se  a  eminenti  e  temute  persone,  molto  piu 
vivamente  ne  saranno  colpiti  i  viventi,  quando  veggano  a  un 
tratto,  forse  nella  stretta  di  poche  ore,  prostrate  anche  colui 
che  avevano  conosciuto  awezzo  ad  abbattere  gli  altri.  Donde  in- 
fatti,  se  non  da  tal  fonte,  derivano  le  azioni  che  nelle  morti  dei 
sommi  personaggi  commettono  i  popoli  turbati?  molte  delle 
quali  (vogliamo  riandare  un  poco  alle  storie?)  tu  rammenti  nei 
funerali  di  Giulio  Cesare.  Quest' e  quel  comune  spettacolo  che  col- 
pisce  gli  occhi  e  i  cuori  dei  mortali,  e  desta,  in  chi  vede  la  fine  al- 
trui,  il  ricordo  della  propria.  Si  aggiunge  il  furore  delle  belve  e 
degli  uomini,  1'ira  delle  guerre;  si  aggiungono  pure  le  rovine  dei 
grandi  palazzi,  che  (come  altri  ben  disse)  un  tempo  furono  di 
difesa,  ora  sono  di  pericolo  agli  uomini;  si  aggiungono  i  nembi 
mossi  da  maligne  stelle,  e  gli  influssi  pestilenziali  del  cielo,  e 
tanti  rischi  della  terra  e  del  mare.  Cosl  da  questi  per  ogni  parte 
circondati,  non  potete  volger  gli  occhi  ove  non  si  appresenti  loro 
1'immagine  della  vostra  mortalita. 

Fr.  Permetti,  un  momento:  non  posso  piu  oltre  attendere. 
Penso  che,  a  confermare  la  mia  opinione,  non  si  possa  dir  nulla  di 
prii  efficace  delle  molte  cose  che  tu  dicesti;  perci6  tra  me  e  me, 
mentre  t'ascoltavo,  mi  chiedevo  stupito  che  volesse  significare 
il  tuo  discorso  e  dove  andasse  a  finire. 

Ag.  Non  era  punto  finito  quando  tu  Thai  interrotto.  Mancava 
infatti  questa  conclusione:  bench<§  molte  circostanze  vi  stimolino 
(non  sufficient!  tuttavia  a  penetrare  profondamente  nei  petti  degli 
infelici,  indurati  dalla  lunga  consuetudine  e  quasi  da  un  vecchio 
callo  resistente  ai  salutari  ammonimenti),  troverai  pochi  che  pen- 
sino  abbastanza  intensamente  che  e  loro  necessario  morire. 

Fr.  A  pochi  dunque  e  nota  la  definizione  deiruomo,  la  quale 
tuttavia  in  ogni  scuola  si  ripete  cosl  spesso,  che  non  solo  deve 
aver  affaticate  le  orecchie  dei  discepoli,  ma  da  tempo  logorate 
le  colonne  stesse  degli  edifici. 


52  SECRETUM   -    LIBER   PRIMUS 

Aug.  Ista  quidem  dyaleticorum  garrulitas  nullum  finem  ha- 
bitura,  et  diffinitionum  huiuscemodi  compendiis  scatet  et  immor- 
talium  litigiorum  materia  gloriatur:  plerunque  autem,  quid  ipsum 
vere  sit  quod  loquuntur,  ignorant.  Itaque  si  quern  ex  eo  grege  de 
diffinitione  non  tantum  hominis  sed  rei  alterius  interroges,  pa- 
rata  responsio  est;  si  ultra  progrediare,  silentium  fiet,  aut,  si  assi- 
duitas  disserendi  verborum  copiam  audaciamque  pepererit,  mores 
tamen  loquentis  ostendent  veram  sibi  rei  diffinite  notitiam  non 
adesse.  Contra  hoc  tarn  fastidiose  negligens  tamque  supervacuo 
curiosum  genus  hominum  iuvat  invehi :  —  Quid  semper  frustra 
laboratis,  ah  miseri  et  inanibus  tendiculis  exercetis  ingeniurn? 
Quid,  obliti  rerum,  inter  verba  senescitis,  atque  inter  pueriles 
ineptias  albicantibus  comis  et  rugosa  fronte  versamini?  Vobis 
utinam  solis  vestra  noceret  insania,  et  non  nobilissima  sepe  ado- 
lescentium  ingenia  corrupisset! 

Fr.  Contra  id,  fateor,  studiorum  monstrum  nichil  satis  mor- 
daciter  dici  potest.  Tu  tamen  interea,  dicendi  studio  evectus, 
quod  de  diffinitione  hominis  inceperas  omisisti. 

Aug.  Abunde  dictum  rebar,  sed  agam  expressius.  Hominem 
quidem  esse  animal,  imo  vero  animalium  principem  cuntorum, 
nemo  tarn  durus  pastor  invenietur  ut  nesciat;  nemo  rursus,  si 
interrogetur,  aut  rationale  animal  aut  mortale  negaverit. 

Fr.  Ita  omnibus  diffinitio  nota  est. 

Aug.  Imo  vero  perpaucis. 

Fr.  Quid  ergo  ? 

Aug.  Siquem  videris  adeo  ratione  pollentem  ut  secundum  earn 
vitam  suam  instituerit,  ut  sibi  soli  subiecerit  appetitus,  ut  illius 
freno  motus  animi  coherceat,  ut  intelligat  se  se  per  illam  tantum 
a  brutorum  animantium  feritate  distingui,  nee  nisi  quatenus  ra 
tione  degit  nomen  hoc  ipsum  hominis  mereri;  adeo  preterea 
mortalitatis  sue  conscium,  ut  earn  cotidie  ante  oculos  habeat, 
per  earn  se  ipsum  temperet,  et  hec  peritura  despiciens  ad  illam 
vitam  suspiret,  ubi,  ratione  superauctus,  desinet  esse  mortalis; 
hunc  tandem  veram  de  diffinitione  hominis  atque  utilem  scientiam 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  S3 

Ag.  Codesta  garrulita  dei  dialettici,  che  non  avra  mai  fine,  bru- 
lica  di  siffatte  compendiose  definizioni  e  si  vanta  di  dar  materia  a 
dispute  eterne;  ma  per  lo  piu  che  cosa  sia  veramente  ci6  di  cui 
discutono,  non  sanno.  Pertanto,  se  interroghi  qualcuno  di  tal 
greggia,  non  solo  sulla  definizione  delPuomo,  ma  di  altra  cosa, 
la  risposta  &  pronta;  ma  se  t'addentri  oltre,  si  fara  silenzio:  ovvero, 
se  Pabitudine  al  disputare  gli  ha  procurato  facilita  e  audacia  di 
parola,  i  modi  del  suo  dire  mostreranno  che  non  ha  vera  cognizione 
della  cosa  definita.  Contro  questa  sorta  di  gente,  cosl  fastidiosa- 
mente  superficial  e  cosl  inutilmente  ingegnosa,  &  giusto  gridare: 
—  A  che  sempre,  o  miseri,  vi  affaticate  senza  costrutto  e  logo  rate 
Tingegno  in  vani  lacciuoli?  A  che,  dimentichi  delle  cose,  vi  invec- 
chiate  fra  le  parole,  e  vi  aggirate  con  i  capelli  bianchi  e  le  guance 
rugose  tra  puerili  inezie?  E  ancora  nocesse  a  voi  soli  la  vostra 
pazzia,  e  non  riuscisse  spesso  a  corrompere  nobilissimi  ingegni  di 
giovanetti! 

Fr.  Riconosco  che  contro  tale  mostruosita  di  studi  non  si  im- 
preca  mai  abbastanza  mordacemente ;  ma  tu  frattanto,  trascinato 
dalla  foga  del  dire,  hai  lasciato  ci6  che  avevi  cominciato  sulla  de 
finizione  dell'uomo. 

Ag.  Pensavo  di  averne  detto  assai;  ma  lo  far6  piu  espressa- 
mente.  Che  Tuomo  sia  un  animale,  anzi  il  primo  di  tutti  gli  ani- 
mali,  non  si  trovera  nessun  cosl  rozzo  pastore  da  ignorarlo; 
nessuno  d' altra  parte,  se  venga  interrogate,  neghera  ch'esso  sia  un 
animale  e  ragionevole  e  mortale. 

Fr.  Questa  definizione  &  nota  a  tutti. 

Ag.  Anzi  proprio  a  pochissimi. 

Fr.  Come  dunque? 

Ag.  Quando  tu  abbia  veduto  qualcuno  cosl  padrone  della  pro- 
pria  ragione  da  conforrnare  ad  essa  la  propria  esistenza,  da  sotto- 
mettere  ad  essa  sola  ogni  appetito,  da  domare  col  suo  freno  i 
moti  dell'animo,  da  intendere  che  soltanto  in  grazia  di  essa  si 
distingue  dalla  ferinita  dei  bruti,  e  che  solo  in  quanto  vive  razio- 
nalmente  merita  propriamente  il  nome  di  uomo;  qualcuno,  inoltre, 
siffattamente  conscio  della  propria  mortalita,  da  averla  tuttodl 
innanzi  agli  occhi,  da  regolarsi  secondo  questa;  e  che,  disprezzando 
questi  beni  caduchi,  aspiri  a  quella  esistenza  dove,  grandemente 
cresciuto  di  razionalita,  cessi  d'essere  mortale;  costui  finalmente 
dirai  possedere  la  vera  ed  utile  conoscenza  della  definizione  del- 


54  SECRETUM  •    LIBER   PRIMUS 

habere  dicito.  Hums  ultimi,  quoniam  de  eo  nobis  sermo  erat, 
dicebam  paucos  cognitionem  aut  meditationem  ydoneam  sortitos. 

Fr.  Ego  me  hactenus  ex  paucis  rebar. 

Aug.  Et  ego  quidem  non  ambigo  tibi  tarn  multa  per  omnem 
vitam  experientia  magistra,  tarn  multa  ex  librorum  lectione  repe- 
tenti,  crebras  cogitationes  mortis  occurrere,  sed  que  nee  satis  alte 
descendant  nee  satis  tenaciter  hereant. 

Fr.  Quid  vocas  «alte  descendere » ?  Etsi  enim  intclligere  michi 
videar,  cupio  tamen  ex  te  clarius  audire. 

Aug.  Dicam  (quamvis  iam  vulgo  persuasum  sit  atque  etiam  e 
medio  philosophorum  grege  clarissimi  testes  aceesserint)  mortem 
inter  tremenda  principatum  possidcre,  usque  adeo  ut  iampridem 
nomen  ipsum  mortis  auditu  tetrum  atque  asperum  videatur.  Non 
tamen  vel  sillaba  hec  summis  auribus  excepta  vel  rei  ipsius  re- 
cordatio  compendiosa  sufficiet;  immorari  diutius  oportet  atque 
acerrima  meditatione  singula  morientium  membra  percurrcre;  ct 
extremis  quidem  iam  algentibus  media  torreri  et  importuno  sudore 
diffluere,  ilia  pulsari,  vitalem  spiritum  mortis  vicinitate  lentescere. 
Ad  hec  defossos  natantesque  oculos,  obtuitum  lacrimosum,  con- 
tractam  frontem  liventemque,  labantes  genas,  luridos  dentes, 
rigentes  atque  acutas  nares,  spumantia  labia,  torpentem  squamo- 
samque  linguam,  aridum  palatum,  fatigatum  caput,  hanelum 
pectus,  raucum  murmur  et  mesta  suspiria,  odorcm  totius  corporis 
molestum,  precipueque  alienati  vultus  horrorem.  Que  omnia  fa- 
cilius  ac  velut  in  promptu  et  ad  manum  collocata  succurrent,  si 
cui  familiariter  obversari  ceperit  memorandum  aliquod  conspecte 
mortis  exemplum;  tenacior  enim  esse  solet  visorum  quam  audi- 
torum  recordatio.  Quam  ob  causam  non  sine  alto  consilio  in 
quibusdam  devotis  religionibus  atque  sanctissimis,  usque  etiam  ad 
hanc  etatem,  que  bonis  moribus  inimica  est,  ilia  consuetudo  per- 
durat  quod  ad  cernendum  corpora  defunctorum,  dum  lavantur 
preparanturque  sepulture,  eiusdem  rigidi  propositi  professores 
intersint,  ut  scilicet  triste  miserandumque  spectaculum  oculis 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  55 

Tuomo.  Di  quest'ultimo  concetto  (poich6  intorno  a  ci6  si  discorre- 
va)  io  dicevo  che  pochissimi  hanno  conseguito  la  cognizione  e  la 
meditazionc. 

Fr.  Fino  ad  oi*a  io  mi  credevo  di  codesti  pochi. 

Ag.  Io  pure  non  dubito  che  anche  a  te,  quando  ripensi  ai 
tanti  fatti  appresi  in  tutta  la  vita  sotto  1'insegnamento  delPespe- 
rienza,  ai  tanti  appresi  dalla  lettura  dei  libri,  non  vengano  fre- 
quenti  i  pensieri  di  morte;  ma  tali  da  non  scenderti  abbastanza 
profondamente  in  cuore  n6  da  radicarvisi  abbastanza  tenacemente. 

Fr.  Che  cosa  chiami  (cscendere  profondamente »?  Gli  e  che, 
sebbene  crcda  di  capirlo  da  me,  tuttavia  desidero  apprenderlo 
piii  chiaramente  da  te. 

Ag,  Ti  dir6,  sebbene  sia  comune  persuasione  e  anche  la  confer- 
mino  illustri  testimonianze  di  tra  le  schiere  dei  filosofi,  che  la 
morte  tiene  il  primo  luogo  tra  gli  eventi  tremendi,  sicche",  da  gran 
tempo,  il  nome  stesso  di  morte  appare  giungere  lugubre  e  duro 
alForecchio.  Tuttavia  non  baster&  quella  piccola  parola  colta 
distrattamente  dalPorecchio  o  il  sommario  ricordo  della  cosa  in 
s6;  bisogna  insistervi  piu  a  lungo,  e  con  una  intensa  meditazione 
rappresentarsi  ad  una  ad  una  le  sembianze  di  chi  muore:  come, 
nel  mentre  che  le  estremita  si  agghiacciano,  il  petto  arda  e  diffonda 
un  penoso  sudore;  i  fianchi  ansino,  si  rallenti  il  respiro  vitale  per 
1'avvicinarsi  della  morte.  Inoltre  gli  occhi  che  s'incavano  e  si 
smarriscono,  gli  sguardi  velati  da  lagrime,  la  fronte  increspata  e 
livida,  le  guance  cadenti;  i  denti  ingialliti,  le  narici  profilate  e 
strette,  la  schiuma  alle  labbra,  la  lingua  impacciata  e  secca,  il  pa- 
lato  arido;  la  gravezza  del  capo,  Taffanno  del  petto,  il  rantolo 
lamentoso,  il  ributtante  lezzo  di  tutto  il  corpo,  e  soprattutto 
Forrore  del  volto  senza  conoscenza.  Tristi  immagini  tutte  queste, 
che  piu  facilmente  appariranno  e  quasi  spontanee  e  per  cosl  dire 
alia  portata  di  mano,  a  chi  abbia  cominciato  ad  andar  a  osservare 
abitualmente  qualche  impressionante  esempio  di  morte;  piu  te- 
nace  infatti  e  di  solito  la  memoria  di  quanto  si  e  visto  che  non  di 
quanto  si  e  udito.  Per  il  che  non  senza  profonda  saggezza  in  certi 
devoti  e  pii  ordini  religiosi  perdura,  finanche  in  questa  etk  che 
pur  &  av versa  alle  buone  usanze,  la  consuetudine  che  chi  ha  fatto 
professione  di  quella  severa  regola,  assista  alia  lavanda  dei  corpi 
dei  defunti  nel  momento  in  cui  sono  preparati  per  la  sepoltura; 
affinche"  il  triste  e  miserando  spettacolo  offerto  agli  occhi  ammoni- 


56  SECRETUM  •    LIBER   PRIMUS 

subiectum  et  memoriam  semper  admoneat  et  animos  superstitum 
ab  omni  spe  mundi  fugacis  exterreat.  Hoc  est  igitur  quod  « satis 
alte  descendere»  dicebam,  non  dum  forte  consuetudinis  causa 
mortem  nominatis,  dum  «nil  morte  certius,  nil  hora  mortis  incer- 
tius»  ceteraque  huius  generis  usu  quotidiani  sermonis  iteratis.  Pre- 
tervolant  enim  ilia,  non  insident. 

Fr.  Assentior  eo  facilius  quia  multa,  que  mecum  tacitus  agitare 
soleo,  nunc  te  loquente  recognosco.  Signum  tamen  aliquod  me- 
morie  mee,  si  videtur,  imprime,  quo  admonitus  posthac  de  me 
ipse  michi  non  mentiar,  nee  erroribus  meis  interblandiar.  Id  enim 
est,  ut  video,  quod  mentes  hominum  calle  virtutis  avertit,  dum 
metam  apprehendisse  rate  ulterius  non  aspirant. 

Aug.  Libens  hoc  audio  ex  te;  neque  enim  otiosi  et  a  casu  pen- 
dentis,  sed  multa  circumspicientis  animi  verba  sunt.  Signum  igi 
tur,  quo  nunquam  fallaris,  accipe.  Si,  quotiens  de  morte  cogitabis, 
loco  non  moveberis,  scito  te  velut  de  rebus  ceteris  inutiliter  co- 
gitasse.  At  si  in  ipso  cogitatu  obrigueris,  contremueris,  expallueris; 
tibique  iam  hinc  laborare  visus  fueris  medias  inter  mortis  angu- 
stias;  si  cum  hoc  et  illud  occurrat,  animam  ilicet  ut  ex  his  mem- 
bris  exierit,  sistendam  in  eterno  iudicio,  totius  vite  preterite 
actuumque  et  verborum  rationem  exactissimam  esse  reddendam; 
nullam  in  ingenio  eloquentia  ve,  nullam  in  opibus  aut  potentia; 
nullam  denique  in  forma  corporis  aut  in  mundi  gloria  spem  ha- 
bendam;  nee  corrumpi  posse,  nee  falli  iudicem  nee  placari; 
mortem  ipsam  laborum  non  finem  esse,  sed  transitum;  hoc  inter 
mille  suppliciorum,  mille  tortorum  genera;  et  stridor  ac  gemitus 
Averni  et  sulphurei  amnes  et  tenebre  et  ultrices  Furie;  postremo 
universa  simul  Orchi  pallentis  immanitas;  que  ve  his  omnibus 
preponderant  malis:  infelix  sine  fine  perpetuitas,  terminandeque 
calamitatis  desperatio,  et  in  eternum  mansura  non  iam  amplius 
miserantis  ira  Dei;  si  hec  simul  omnia  ante  oculos  venerint,  non 
ut  ficta  sed  ut  vera,  non  ut  possibilia  sed  ut  necessario  inevita- 
biliterque  ventura  et  pene  iam  presentia:  inque  his  curis  non 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO    PRIMO  57 

sea  sempre  la  memoria  dei  superstiti  e  allontani  gli  animi  loro 
da  ogni  speranza  del  mondo  fugace.  Questo  dunque  e  ci6  che  io 
dicevo  «discendere  abbastanza  profondamente»;  e  non  quando 
nominate  la  morte  tratti  forse  dall'abitudine,  o  quando  ripetete 
«nulla  e  piu  certo  della  morte,  nulla  piu  incerto  dell'ora  della 
morte »,  e  altre  frasi  di  tal  fatta  nell'uso  del  linguaggio  quotidiano. 
Perch6  le  parole  volano  via,  non  vi  restano  dentro. 

Fr.  Ne  convengo  tanto  piu  facilmente  in  quanto  riconosco  nel 
tuo  dire  molte  delle  cose  che  soglio  meco  rimuginare  in  silenzio; 
tuttavia  imprimi  nella  mia  memoria,  se  non  ti  spiace,  alcun  segno 
che  mi  ammonisca  d'ora  in  poi  a  non  mentire  a  me  stesso  n6  a 
indulgere  ai  miei  errori.  Capisco  che  quest' e,  in  sostanza,  ci6  che 
allontana  le  menti  degli  uomini  dal  cammino  della  virtu:  quando, 
persuase  di  aver  raggiunta  la  meta,  non  aspirano  ad  andar  oltre. 

Ag.  Con  piacere  ti  odo  dir  questo,  perch6  non  sono  parole  d'un 
animo  inerte  e  che  si  abbandona  al  caso,  ma  d'uno  che  osserva 
bene  intorno  a  s6.  Ecco  dunque  il  segno,  al  quale  non  ti  sbaglierai 
mai.  Se  ogni  volta  che  mediterai  sulla  morte  non  ti  sentirai  scon- 
volto,  sappi  che  quella  tua  sark  meditazione  vana,  come  fosse 
di  altre  cose.  Ma  se  in  quel  pensiero  tj  agghiaccerai,  tremerai, 
impallidirai,  e  ti  parrk  g&  fin  d'allora  di  dibatterti  tra  le  angosce 
della  morte;  se  con  ci6  ti  si  faccia  presente  anche  questo:  che  L'ani- 
ma  non  appena  sia  uscita  da  codeste  membra  deve  sostare  nel 
tribunale  eterno,  deve  dare  strettissima  ragione  e  degli  atti  e  delle 
parole  di  tutta  la  passata  esistenza;  che  non  c'&  da  fare  nessuna 
fidanza  nelFingegno  o  nella  eloquenza,  nella  ricchezza  o  nella 
potenza;  nessuna  infine  nella  bellezza  corporea  o  nella  fama  mon- 
dana;  che  il  giudice  &  tale  che  non  pu6  essere  n6  corrotto,  n6 
ingannato,  n6  placato;  che  la  morte  per  s6  non  &  termine  ma  un 
trapasso  di  affanni  fra  mille  specie  e  mille  di  supplizi  e  di  tor- 
mentatori:  quali  le  strida  e  i  gemiti  delPAverno,  i  fiumi  sulfurei, 
le  tenebre  e  le  Furie  punitrici,  insomma  tutta  quanta  la  terribilitk 
del  livido  Oreo ;  e  quegli  altri  mali  che  sono  piu  gravi  di  tutti  questi : 
una  eternit^  senza  fine  infelice,  un  disperare  che  la  sciagura  sia 
mai  per  terminare;  che  Pira  di  Dio,  non  piu  placabile,  durerk 
in  eterno ;  se  queste  visioni  ti  verranno  tutte  insieme  innanzi  agli 
occhi,  non  come  immaginate  ma  come  vere,  non  come  possibili 
ma  come  necessariamente  ed  inevitabilmente  venture  e  quasi  gik 
presenti;  e  se  in  questi  gravi  pensieri,  n6  indifferente  n6  disperato, 


58  SECRETUM  •    LIBER   PRIMUS 

preteriens  nee  desperans,  sed  spei  plenus  quod  Dei  dextera  potens 
promptaque  sit  ex  tantis  malis  eruere,  dummodo  te  curabilem 
prebeas,  surgendique  avidus  et  propositi  tenax  assiduusque  ver- 
saberis;  non  frustra  te  meditatum  esse  confide. 

Fr.  Graviter  me,  fateor,  tantis  ante  oculos  coacervatis  miseriis 
terruisti.  Sed  sic  michi  Deus  venie  largus  sit,  ut  ego  per  dies 
singulos  in  has  cogitationes  immergor  precipueque  noctibus,  cum 
diurnis  curis  relaxatus  animus  se  in  se  ipsum  recolligit.  Turn 
corpus  hoc  in  morem  morientium  compono,  ipsam  quoque  mortis 
horam  et  quicquid  circa  earn  mens  horrendum  repperit,  intcntis- 
sime  michi  ipse  confingo,  usque  adeo  ut,  in  agone  moriendi  positus, 
michi  videar  interdum  Tartara  et  que  narras  omnia  mala  con- 
spicere;  eaque  tam  graviter  visione  conturbor,  ut  exterritus  tre- 
mensque  consurgam,  et  sepe,  usque  ad  horrorem  astantium,  hec 
in  verba  prorumpam:  —  Heu  quid  ago?  quid  patior?  cui  me  exitio 
fortuna  reservat?  Miserere,  lesu,  fer  opem: 

eripe  me  his,  invicte,  malis  .  .  .* 

da  dextram  miser  o^  et  tecum  me  tolle  per  undas; 

sedibus  ut  saltern  placidis  in  morte  quiescam.2 

Multa  preter  hec  alia,  frenetici  in  morem  quacunque  vagum 
animum  paventemque  tulit  impetus,  mecum  loquor;  multa  quo 
que  cum  amicis,  quibus  illacrimans  ipse  nonnunquam  cetcros  in 
lacrimas  coegi,  licet  utrique  post  lacrimas  reverteremur  ad  solita. 
Que  cum  ita  sint,  quid  ergo  me  retinet?  quid  latcntis  obstaculi 
est  ut  nunc  usque  nil  ista  michi  cogitatio  preter  molestias  terrores- 
que  pepererit,  ego  autem  idem  sim  adhuc  qui  fueram  prius  quod- 
que  hi  sunt,  quibus  forte  nunquam  tale  aliquid  contigit  in  vita? 
Eoque  miserior,  quod  illi,  quisquis  sit  futurus  exitus,  presentibus 
saltern  voluptatibus  delectantur:  michi  vero  et  finis  incertus  sit 
et  nulla  voluptas,  nisi  talibus  amaritudinibus  respersa,  proveniat, 

Aug.  Noli,  precor,  ubi  gaudendum  est  dolere;3  peccator  enim, 
quo  maiorem  voluptatem  ac  titillationem  percipit  ex  sceleribus 
suis,  eo  miserior  calamitosiorque  iudicandus  est. 

Fr.  Forte  ideo  quia  nunquam  ad  virtutis  semitam  reflectitur 
quern  nusquam  interrupta  voluptas  sui  raptat  in  merorem.  Qui 
vero  inter  carnis  illecebras  et  blandimenta  fortune  durum  ali- 

i.  Virgilio,  Aen.,  vi,  365.  2.  Virgilio,  Aen.t  vi,  370-1.  3.  Noli.. .  dolere: 
si  ricordi  il  dantesco:  «e  piange  1&  dove  esser  de'  giocondo»  (Inf.y  XI,  45). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   PRIMO  59 

anzi  pieno  di  speranza  che  la  destra  di  Dio  sia  possente  e  disposta 
a  trarti  da  tanti  mali  purch6  tu  le  ti  offra  curabile,  ti  aggirerai 
costantemente,  cosl  avido  di  risorgere  come  tenace  di  propositi; 
oh  allora  abbi  fiducia  di  non  avere  meditato  invano. 

Fr,  Confesso  che  con  tanti  terror!  accumulatimi  innanzi  agli 
occhi  m'hai  atterrito.  Ma  cosi  mi  sia  largo  di  perdono  Iddio, 
com'e  vero  che  ogni  giorno  mi  immergo  in  tali  meditazioni: 
specialmente  di  notte,  quando  Panimo  sciolto  dalle  cure  giornaliere 
si  raccoglie  in  se  stesso.  Allora  mi  compongo  il  corpo  nelPatteggia- 
mento  dei  moribondi,  ed  an  che  mi  fingo  intensamente  Pora 
della  morte  e  quanto  di  pru  pauroso  il  pensiero  pu6  suggerirmi 
intorno  ad  cssa,  sino  al  segno  che,  posto  come  nel  punto  del  morire, 
mi  sembra  talora  di  scorgere  il  Tartaro  e  tutti  quegli  orrori  che 
dici,  e  da  tale  visione  sono  cosl  profondamente  turbato  che 
atterrito  e  tremante  mi  alzo,  e  spesso  con  terrore  di  chi  mi  e 
vicino  prorompo  in  queste  parole :  —  Ahime,  che  faccio  ?  che  sento  ? 
a  qual  danno  la  fortuna  mi  riserba?  Misericordia,  Gesti,  aiutami; 
«strappami,  o  invitto,  da  questi  mali;  porgi  la  mano  al  misero  e 
traimi  teco  sulPonde,  si  che  almeno  da  morto  riposi  in  placide 
sedi ».  —  Ed  oltre  a  queste,  molte  altre  parole  dico  tra  me,  a  guisa 
di  delirante,  cui  un  accesso  travolga  ove  che  sia  Panimo  errante 
e  spaventato.  E  molte  anche  ne  dico  con  gli  amici,  per  le  quali, 
piangcndo  io,  spesso  indussi  gli  altri  alle  lagrime:  benche"  vera- 
mente  dopo  il  pianto  ritornassimo  io  e  loro  alle  solite  cure.  Stando 
cosl  le  cose,  che  e  dunque  quel  che  mi  trattiene  ?  quale  e  il  celato 
ostacolo  pel  quale  fino  ad  ora  codesta  meditazione  non  mi  ha  pro- 
fittato  nulla  fuori  che  molestie  e  terrori,  e  io  resto  ancora  quale 
sono  stato  prima  e  quali  sono  coloro  a  cui  probabilmente  non 
occorse  mai  nella  vita  alcun  che  di  simile  ?  Di  tanto  piu  disgraziato 
anzi,  in  quanto  quelli,  come  che  vadano  a  riuscire,  almeno  go- 
dono  dei  piaceri  present i,  laddove  per  me  ed  e  incerta  la  riuscita 
e  nessun  piacere  mi  giunge  che  non  sia  asperso  di  tali  amarezze. 

Ag.  Ah!  non  volerti  dolere  di  ci6  che  e  ragione  di  contentezza. 
Perche"  il  peccatore,  quanto  maggior  piacere  ed  allettamento  trae 
dalla  propria  scelleratezza,  tanto  e  da  dirsi  pill  tristo  e  disgraziato. 

Fr,  Forse  per  questo :  che  non  si  rivolgera  mai  al  sentiero  della 
virfrii  quegli  al  quale  Pinterruzione  di  un  godimento  non  induce 
mai  compassione  di  se  stesso.  Laddove  chi  avverte  alcunche"  di 
aspro  tra  le  lusinghe  della  carne  e  le  seduzioni  della  fortuna, 


60  SECRETUM  -    LIBER   PRIMUS 

quid  experitur,  totiens  conditionis  sue  meminit  quotients  ilium 
delectatio  preceps  et  inconsulta  destituit.  Quod  si  unus  esset 
arnborum  finis,  non  intclligo  cur  non  felicior  dici  possit  qui  nunc 
gaudet  doliturus  in  posterum,  quam  qui  nee  sentit  in  presens 
gaudium,  nee  expectat.  Nisi  te  moveat  forte  quod  in  finem  risus 
sit  luctus  acerbior. 

Aug.  Illud  magis  quoniam,  freno  rationis  abiecto,  quod  qui- 
dem  prorsus  in  ilia  suprema  voluptate  deseritur,  gravior  casus  est, 
quam,  eodem  vel  tenuiter  retento,  ex  pari  precipitio  corruentis. 
Ante  omnia  tamen  a  te  illud  dictum  prius  attendo,  quod  de  altc- 
rius  sperandum  de  alterius  conversione  desperandum  sit. 

Fr.  Istud  quidem  sic  esse  considero.  Sed  tu  interim  nunquid 
non  prime  questionis  oblitus  es? 

Aug.  Cuius? 

Fr.  «  Quid  est  quod  me  retinet  ? »  hoc  enim  quesieram:  cur  michi 
uni  cogitatio  mortis  intensa  non  profuit,  quam  miris  modis  fruc- 
tuosam  dicis? 

Aug.  Primum  quippe  quia  de  longinquo  forsitan  ilia  consideras 
que,  turn  propter  brevissime  vite  cursum  turn  propter  incertos  et 
varios  casus,  longinqua  esse  non  possunt.  Omnes  enim  fermc  «in 
hoc  fallimur»  ut  ait  Cicero  «quod  mortem  prospicimus  »:*  quern 
textum  correctores  quidam,  an  verius  corruptores,  mutare  volue- 
runt  negationem  verbo  preponentes,  et « mortem  non  prospicimus  » 
dicendum  esse  firmantes.  Ceterum  qui  mortem  omnino  non 
aspiciat  sani  capitis  nullus  invenitur;  re  autem  vera  « prospicere » 
« procul  aspicere  »  est.  Quod  unum  super  cogitanda  morte  multos 
illusit,  dum  illam  vivendi  metam  sibi  quisque  proposuit,  ad  quam 
etsi  perveniri  possit  per  naturam,  tamen  paucissimi  pervenerunt. 
Fere  enim  nullus  moritur,  cui  non  conveniat  poeticum  illud: 

canitiemque  sibi  et  longos  promiserat  annos* 

Hoc  nocere  tibi  potuit;  nam  et  etas  et  complexionis  vigor  et 
vite  modestioris  observantia  hanc  tibi  spem  fortasse  prebuerunt. 

Fr.  Noli,  queso,  de  me  talia  suspicari.  Avertat  Deus  hanc  in- 
saniam : 

me  ne  huic  confidere  monstro,3 

i.  La  frase  non  e  di  Cicerone,  ma  di  Seneca  (Ep.  ad  LuciL,  i,  2,  dove  la 
tradizione  manoscritta  attesta  anche  la  correzione  « non  prospicimus  »)• 
La  svista  del  Petrarca  caus6  forse,  in  un  secondo  tempo,  1'espunzione  di 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   PRIMO  6l 

si  ricordera  della  propria  condizione  ogni  volta  che  resta  abbando- 
nato  dal  suo  piacere  fugace  e  spensierato.  Ch6  se  la  sorte  d'en- 
trambi  fosse  la  stessa,  non  capisco  perch£  non  si  possa  dire  piu 
fortunate  chi,  pur  destinato  un  dl  al  dolore,  ora  gode,  in  confronto 
di  colui  che  non  sente  gioia  al  presente  n6  la  attende.  Salvo  che 
non  ti  muova  il  pensiero  che  alia  fine  del  riso  e  piu  acerbo  il  lutto. 

Ag.  Piuttosto  quest' altro :  che  piii  grave  e  la  caduta  di  chi  alia 
ragione  ha  tolto  ogni  freno  (che  in  realt&  si  abbandona  in  quel 
godere  fino  alPultimo),  che  non  di  chi  precipiti  da  pari  altezza 
ma  serbando  in  parte  quel  freno.  Ma  innanzi  tutto  do  importanza 
a  ci6  che  hai  detto  prima:  che  della  conversione  delFuno  &  dato 
sperare,  dell'altro  si  deve  disperare. 

Fr.  E  cosl  infatti  credo  che  codesto  sia.  Ma  tu  frattanto  hai 
forse  dimenticata  la  mia  prima  domanda? 

Ag.  Quale? 

Fr.  «Che  cos'fe  che  mi  trattiene?»  Questo  infatti  ti  domandavo: 
perche"  solo  a  me  Tintensa  meditazione  della  morte  non  ha  giovato, 
mentre  tu  dici  che  e  mirabilmente  feconda? 

Ag.  In  primo  luogo,  credo,  perch6  forse  consideri  come  lon- 
tani  quei  momenti  che,  sia  per  la  brevita  del  corso  della  vita  sia 
per  1'incertezza  e  la  varieta  degli  eventi,  lontani  non  possono  es- 
sere.  « Senza  dubbio  in  ci6  sbagliamo  tutti »  scrive  Cicerone 
«perch6  scorgiamo  lontana  la  morte »:  testo  che  alcuni  correttori, 
o  piii  veramente  corruttori,  vollero  mutare  premettendo  al  ver- 
bo  la  negazione  e  stabilendo  che  debba  scriversi:  mortem  non 
prospicimus.  Lasciando  che  non  c'&  nessuno  di  sano  cervello  che 
non  vegga  aflfatto  la  morte,  in  realta  prospicere  significa  «veder 
di  lontano».  Ci6  solo  ha  illuso  molti  nel  meditare  sulla  morte, 
quando  ognuno  suole  attribuirsi  quel  limite  di  esistenza  al  quale, 
ancor  che  si  possa  per  legge  di  natura  pervenire,  pochissimi 
tuttavia  sono  giunti.  Quasi  nessuno,  infatti,  muore  a  cui  non  possa 
attribuirsi  il  verso :  « Si  era  ripromessa  la  canizie,  e  lunghi  anni. » 
Questo  avra  potuto  nuocerti,  perch6  Peta,  la  vigoria  della  comples- 
sione  e  1'osservanza  d'un  vivere  molto  temperato  ti  hanno  nutrito 
forse  di  tale  speranza, 

Fr.  Ti  prego  di  non  pensare  cosl  di  me.  Mi  tolga  Iddio  que- 
sta  sciocchezza  «di  confidare  in  tal  miracolo)),  come  dice  presso 

tutto  il  periodo  che  manca  in  alcuni  codici  del  Secretum.  2.  Virgilio,  Aen., 
x,  549.  3.  Virgilio,  Aen.,  v,  849, 


62  SECRETUM   •    LIBER    PRIMUS 

quod  apud  Virgilium  famosissimus  ille  magister  maris  ait.  Et  ego, 
in  mari  magno  sevoque  ac  turbido  iactatus,  tremulam  cimbam 
fatiscentemque  et  rimosam  ventis  obluctantibus  per  tumidos 
fluctus  ago.  Hanc  diu  durare  non  posse  certe  scio  nullamque  spem 
salutis  superesse  michi  video,  nisi  miseratus  Omnipotens  prebeat 
ut  gubernaculum  summa  vi  flectens  antequam  peream  litus  ap- 
prehendam,  qui  in  pelago  vixerim  moriturus  in  portu.1  Huic  opi- 
nioni  debeo  quod  opum  magneque  potentie  desiderio,  quo  mul- 
tos  non  modo  coetaneos  meos  sed  longevos  homines  et  comunem 
vivendi  modum  supergressos  exestuare  videmus,  nunquam  arsisse 
me  recolo.  Quis  enim  furor  est  omnem  etatem  in  laboribus  et  in 
paupertate  transducere,  ut  inter  tot  curis  coacervandas  divitias 
statim  moriar?  Sic  itaque  de  his  formidolosis  rebus  cogito  non 
ut  longe  distantibus,  sed  mox  affuturis,  iamiamque  presentibus. 
Necdum  de  memoria  mca  excessit  versiculus  quidam  quern  adhue 
admodum  iuvenis  scripsi,  inter  multa  que  ad  amicum  scripseram 
hoc  in  fine  subiungens: 

loquimur  dum  tatia,  forsan 
innumeris  proper ata  wits,  in  limine  mors  est.2 

Quod  si  tune  dicere  potui,  quid  modo  dicam  et  experimento  re- 
rum  et  etate  provectior?  Quicquid  video,  quicquid  audio,  quic- 
quid  sentio,  quicquid  cogito  ad  hoc  unum  refero.  Quod,  si  in 
hac  cogitatione  non  fallor,  ad  hec  questio  ilia  superest:  «quid 
ergo  me  retinet?». 

Aug.  Humiles  Deo  gratias  age,  qui  te  tarn  salubribus  habenis 
frenare  stimulisque  tarn  pungentibus  solicitare  dignatur.  Vix 
enim  possibile  fuerit  ut,  quern  cogitatio  mortis  habet  tarn  quoti- 
diana,  tarn  presens,  hunc  mors  eterna  contingat.  Sed  quoniam 
deesse  tibi  aliquid  sentis,  nee  immerito,  quid  illucl  sit  aperire  ten- 
tabo,  ut  eo  si  Deus  faverit  amoto,  in  cogitationes  tuas  totus  as- 
surgens,  quo  adhuc  premeris,  vetustum  servitutis  iugum  possis 
excutere. 

Fr.  Utinam  id  tibi  contingat  efficere,  et  ego  tanti  muneris  ca- 
pax  inveniar. 

Aug.  Inveniere  si  voles,  neque  enim  res  impossibilis  est;  sed  in 
actibus  humanis  duo  versantur,  quorum  si  desit  alterum,  prepediri 

I.  qui  in  pelago  .  .  ,  in  portu:  cfr.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  19,  2:  «in  freto 
viximus,  moriamur  in  portu ».  2,  Citazione  non  identifi cata ;  la  lettera 
giovanile  non  fu  accolta  dal  Petrarca  nelle  sue  Metriche. 


IL   MIO   SEGRETO  -    LIBRO   PRIMO  63 

Virgilio  quel  famosissimo  nocchiero.  Anch'io,  sbalestrato  in  un 
gran  mare  adirato  e  turbato,  traggo  Toscillante  navicella  sconquas- 
sata  e  rotta  sui  flutti  tumefatti  dai  contrastanti  venti.  So  di  certo  che 
essa  non  potra  durare  a  lungo,  e  veggo  che  nessuna  speranza 
di  salvezza  m'avanza  se  POnnipossente  impietosito  non  mi  con- 
ceda  di  drizzare  con  un  supremo  sforzo  il  timone  e  di  toccare  il 
lido  prima  di  perire;  sicch6  se  ho  vissuto  tra  Ponde  venga  a  morire 
nel  porto.  A  questa  persuasione  debbo  di  non  ricordarmi  d'avere 
mai  arso  di  quel  desiderio  di  ricchezze  o  di  grande  potere,  dal 
quale  veggo  essere  agitati  non  solo  i  miei  coetanei,  ma  anche  i 
vecchi  e  coloro  che  hanno  superata  la  consueta  durata  del  vi- 
vere.  Qual  follia  non  e  infatti  passare  tutta  Pesistenza  nelle  fatiche 
e  nelle  strettezze  per  morire  poi  ad  un  tratto  tra  ricchezze  che  si 
abbiano  ad  adunare  con  tanto  affanno  ?  Per  ci6,  adunque,  medito 
su  quegli  spaventosi  eventi  non  come  molto  distanti  ma  come 
prossimi  e  gik  present! ;  n6  ancora  mi  e  uscito  di  mente  un  breve 
verso  che  da  giovanetto  composi  tra  molti  altri  che  scrivevo  ad  un 
amico,  aggiungendo  sulla  fine:  «Mentre  cosl  parliamo,  forse  af- 
frettandosi  per  infinite  vie  giunge  sul  limitare  la  morte. »  Che  se 
potetti  dir  questo  allora,  che  dir6  ora  piti  maturo  d'esperienza  e  di 
et&?  Tutto  che  vedo,  tutto  che  odo,  tutto  che  sento,  tutto  che 
penso,  riduco  a  quel  solo  punto.  Dunque  se  non  erro  in  questo 
pensare,  resta  tuttora  quella  domanda:  «Che  e  infine  che  mi  rat- 
tiene  ? » 

Ag.  Ringrazia  umilmente  il  Signore,  che  si  degna  frenarti  con 
si  salutari  redini  ed  eccitarti  con  si  pungenti  sproni.  £  quasi 
impossibile  che  chi  e  posseduto  da  una  visione  cosl  quotidiana, 
cosl  immediata  della  morte,  abbia  a  sortire  la  morte  eterna.  Ma 
poich6  senti,  e  non  a  torto,  che  ti  manca  alcunch6,  tenter6  di  sco- 
prirti  che  si  sia  ci6,  affinche",  se  con  1'aiuto  di  Dio  lo  rimoveremo, 
tu  possa,  immergendoti  tutto  nelle  tue  meditazioni,  scuoterti  di 
dosso  quelPantichissimo  giogo  di  servitti  dal  quale  sei  oppresso 
tuttavia. 

Fr.  Magari  ci6  ti  venga  fatto  e  io  sia  trovato  meritevole  di 
tanta  grazia. 

Ag.  Lo  sarai,  se  vorrai,  ch<§  in  fondo  non  e  cosa  impossibile. 
Ma  negli  atti  umani  entrano  due  fattori,  e  se  ne  manca  uno 


64  SECRETUM   •    LIBER    PRIMUS 

constet  effectum.  Voluntas  igitur  presto  sit,  eaque  tarn  vehemens 
ut  merito  desiderii  vocabulum  sortiatur. 

Fr.  Ita  fiet. 

Aug.  Scis  quid  cogitationi  tue  officiat  ? 

Fr.  Hoc  est  quod  peto,  hoc  est  quod  tantopere  scire  desidero. 

Aug.  Audi  ergo.  Animam  quidem  tuam,  sicut  celitus  bene 
institutam  esse  non  negaverim,  sic  ex  contagio  corporis  huius, 
ubi  circumsepta  est,  multum  a  primeva  nobilitate  sua  degenerasse 
ne  dubites;  nee  degenerasse  duntaxat,  sed  longo  iam  tractu  tem- 
poris  obtorpuisse,  factam  velut  proprie  originis  ac  superni  Con- 
ditoris  immemorem.  Nempe  passiones  ex  corporea  commistione 
subortas  oblivionemque  nature  melioris,  divinitus  videtur  atti- 
gisse  Virgilius,  ubi  ait: 

Igneus  est  illis  vigor  et  celestis  origo 
seminibuSy  quantum  non  noxia  corpora  tardant 
terrenique  hebetant  artusy  moribundaque  membra. 
Him  metuunt  cupiuntque  dolent  gaudentque,  neque  auras 
respiciunty  clause  tenebris  et  career e  ceco.1 

Discernis  ne  in  verbis  poeticis  quadriceps  illud  monstrum  na 
ture  hominum  tarn  adversum? 

Fr.  Discerno  clarissime  quadripartitam  animi  passionem,  que 
primum  quidem,  ex  presentis  futurique  temporis  respectu,  in 
duas  scinditur  partes;  rursus  quelibet  in  duas  alias,  ex  boni  ma- 
lique  opinione,  subdistinguitur ;  ita  quattuor  velut  flatibus  aversis 
humanarum  mentium  tranquillitas  perit. 

Aug.  Rite  discernis,  atqui  verificatum  est  in  vobis  illud  aposto- 
licum:  ((Corpus,  quod  corrumpitur,  aggravat  animam,  et  depri- 
mit  terrena  inhabitatio  sensum  multa  cogitantem.  »2  Conglobantur 
siquidem  species  innumere  et  imagines  rerum  visibilium,  que 
corporeis  introgresse  sensibus,  postquam  singulariter  admisse  sunt, 
catervatim  in  anime  penetralibus  densantur;  eamque,  nee  ad  id 
genitam  nee  tarn  multorum  difformiumque  capacem,  pregravant 
atque  confundunt.  Hinc  pestis  ilia  fantasmatum  vestros  discer- 
pens  laceransque  cogitatus,  meditationibusque  clarificis,  quibus 

i.  Virgilio,  Aen.tvi,  73°-4  (al  v.  734  il  testo  di  Virgilio  ha  «dispiciunt» 
in  luogo  di  respiciunt) ;  il  passo  virgiliano  &  citato  e  commentate  in  questo 
senso  da  Agostino  in  De  civ.  Dei,  xiv,  3  (ivi  anche  la  distinzione  in  « quat 
tuor  animi  perturbationes :  cupiditatem  timorem,  laetitiam  tristitiam»). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    PRIMO  65 

e  fatale  che  ogni  effetto  sia  impedito.  Sia  dunque  vigile  la  volonta, 
e  questa  cosl  intensa  che  meriti  di  assumere  il  nome  di  desiderio. 

Fr.  Cosl  sara. 

Ag.  Sai  che  cosa  danneggia  la  tua  meditazione  ? 

Fr.  Quest'^  ci6  che  chiedo,  quest' e  ci6  che  con  tanta  cura  desi- 
dero  di  sapere. 

Ag.  Ascolta  dunque.  L'anima  tua,  come  non  nego  sia  stata  ben 
formata  dal  cielo,  cosl  devi  riconoscere  che  per  il  contatto  del  corpo, 
ove  e  costretta,  molto  &  degenerata  dalla  primiera  nobilta:  ne* 
semplicemente  degenerata,  ma  gia  da  lungo  tratto  di  tempo  intor- 
pidita,  resa  come  immemore  della  propiria  origine  e  del  superno 
suo  Fattore.  Veramente  mi  sembra  che  Virgilio  divinando  alludes- 
se  alle  passioni  insorgenti  dal  loro  contatto  col  corpo  e  alia  dimen- 
ticanza  della  natura  migliore,  ove  disse :  «£  in  quei  semi  un  ardente 
vigore  d'origine  divina,  salvo  quanto  li  grava  la  dannosa  corporeita, 
li  smorzano  le  terrene  giunture  e  le  membra  moriture.  Di  qui  il 
temere  delle  anime,  il  desiderare,  il  soffrire,  il  godere ;  n6  contem- 
plano  il  cielo  chiuse  nelle  tenebre  di  cieco  carcere. »  Non  discerni 
nelFespressione  poetica  il  mostro  dalle  quattro  teste,  cosi  infesto 
alia  natura  umana  ? 

Fr.  Discerno  chiarissimamente  quadripartita  la  passione  del- 
1'anima:  la  quale  in  primo  luogo,  nei  rispetti  e  del  presente  e  del 
passato,  si  divide  in  due  parti:  e  ognuna  di  queste  di  nuovo  si 
distingue  in  altre  due,  secondo  il  concetto  del  bene  e  del  male; 
cosl  a  causa  di  quattro  quasi  a  dire  turbini  contrari,  viene  distrutta 
la  tranquillita  delle  menti  umane. 

Ag.  Giustamente  discerni;  e  cosl  si  verifica  in  noi  1'apostolico: 
«I1  corpo  corruttibile  aggrava  Tanima,  e  Tabitazione  terrena  de- 
prime  i  sensi  che  a  molte  cose  intendono. »  Si  accumulano  infatti 
innumerevoli  aspetti  e  immagini  di  cose  visibili,  le  quali,  penetrando 
per  i  sensi  corporei,  dopo  che  vi  sono  state  accolte  una  per  una,  si 
addensano  in  folia  nei  penetrali  deiranima;  e  non  essendo  essa 
creata  a  ci6,  ne*  atta  ad  accoglierne  tante  e  cosl  disformi,  ne  rimane 
aggravata  e  confusa.  Di  qui  quel  malanno  dei  <(fantasmi»,  che  dissi- 
pano  e  rompono  i  vostri  pensamenti,  e  con  una  perniciosa  varia- 


2.  Sono  parole  di  Sap.,  9,  15:  il  Petrarca  le  attribuisce  per  errore  a  san 
Paolo  (illud  apostolicum)  perchc" ,  sempre  nello  stesso  passo  di  Agostino  (De 
civ.  Dei)  xiv,  3),  sono  citate  insieme  con  n  Cor.,  5,  i  sgg. 


66  SECRETUM   •    LIBER   PRIMUS 

ad  unum  solum  summumque  lumen  ascenditur,  iter  obstruens 
varietate  mortifera. 

Fr.  Hums  quidem  pestis,  cum  sepe  alias,  turn  in  libro  DC 
vera  religione,  cui  nichil  constat  esse  repugnantius,  preclarissime 
meministi,1  In  quern  librum  nuper  incidi,  a  philosophorum  et 
poetarum  lectione  digrediens,  itaque  cupidissime  perlegi:  haud 
aliter  quam  qui  videndi  studio  peregrinatur  a  patria,  ubi  ignotum 
famose  cuiuspiam  urbis  limen  ingreditur,  nova  captus  locorum 
dulcedine  passimque  subsistens,  obvia  queque  circumspicit. 

Aug.  Atqui  licet  aliter  sonantibus  verbis  secundum  catholice 
veritatis  preceptorem  decuit,  reperies  libri  illius  magna  ex  parte 
philosophicam  precipueque  platonicam  ac  socraticam  fuisse  doc- 
trinam.  Et  nequid  tibi  subtraham,  scito  me,  ut  opus  illud  incipe- 
rem,  unum  maxime  Ciceronis  tui  verbum  induxisse.  Affuit  Deus 
incepto,  ut  ex  paucis  seminibus  messis  opima  consurgeret.  Sed  ad 
propositum  revertamur. 

Fr.  Ut  libet,  pater  optime.  Ante  tamen  unum  oro:  ne  michi 
abscondas  verbum  illud,  quod  tarn  preclaro  open,  ut  ais,  prebuit 
materiam. 

Aug.  Cicero  siquidem  in  quodam  loco,  iam  tune  errores  tem- 
porum  perosus,  sic  ait:  « Nichil  animo  videre  poterant,  ad  oculos 
omnia  referebant;  magni  autem  est  ingenii  revocare  mentem  a 
sensibus  et  cogitationem  a  consuetudine  abducere.  »a  Hec  ille.  Ego 
autem  hoc  velut  fundamentum  nactus,  desuper  id  quod  tibi 
placuisse  dicis  opus  extruxi. 

Fr.  Teneo  locum :  in  Tusculano  est ;  te  autem  hoc  Ciceronis  dicto 
et  illic  et  alibi  in  operibus  tuis  delectari  solitum  animadverti; 
nee  immerito;  est  enim  ex  eorum  genere,  quibus  cum  veritate 
permixtus  lepos  ac  maiestas  inest.  Tu  vero  iantandem,  ut  vi- 
detur,  ad  propositum  redi. 

Aug.  Hec  tibi  pestis  nocuit;  hec  te,  nisi  provideas  perditum 
ire  festinat.  Siquidem  fantasmatibus  suis  obrutus,  multisque  et 
variis  ac  secum  sine  pace  pugnantibus  curis  animus  fragilis  op- 
pressus,  cui  primum  occurrat,  quam  nutriat,  quam  perimat,  quam 
repellat,  examinare  non  potest;  vigorque  eius  omnis  ac  tempus, 


i.  Agostino,  De  vera  rel.,  I,  3.      2.  Cicerone,  Tusc.t  I,  16,  37-8. 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO   PRIMO  67 

bilita  ingombrano  il  cammino  alle  meditazioni  rivelatrici,  per  le 
quali  si  sale  all'unico  e  sommo  lume. 

Fr.  Di  questo  malanno  hai  fatto  splendidamente  ricordo,  oltre 
che  piu  volte  altrove,  nel  libro  Delia  vera  religione,  come  di  ci6 
che  piu  di  tutto  evidentemente  e  alia  religione  contrario.  Mi  sono 
avvenuto  in  questo  libro  or  non  e  molto,  lasciando  la  lettura  del 
filosofi  e  dei  poeti,  e  per  ci6  Pho  letto  avidissirnamente ;  non 
altrimenti  di  chi  vada  peregrinando  fuor  dalla  sua  patria  per  desi- 
derio  di  vedere,  che  quando  entra  nelPignoto  limitare  di  qualche 
famosa  citta,  preso  dalla  dolcezza  della  novita  dei  luoghi  e  soffer- 
mandosi  qua  e  la,  osserva  attentamente  ogni  cosa  che  incontra. 

Ag.  Eppure,  quantunque  con  parole  diversamente  intonate 
come  conveniva  ad  un  espositore  della  verita  cattolica,  troverai 
che  la  dottrina  di  quel  libro  e  per  gran  parte  tratta  dai  filosofi  e 
specialmente  da  Platone  e  da  Socrate.  E  per  non  celarti  nulla, 
sappi  che  ad  accingermi  a  quel  lavoro  m'indusse  specialmente  una 
sola  parola  del  tuo  Cicerone.  Iddio  m'assistette  poi  nelPimpresa, 
si  che  da  quel  piccolo  seme  germogliasse  una  messe  copiosa. 
Ma  torniamo  al  nostro  proposito. 

Fr.  Come  ti  piace,  ottimo  padre  mio ;  ma  prima  vorrei  pregarti 
solo  di  non  nascondermi  quella  parola  che  forni  materia,  come  dici, 
a  cosl  splendida  opera. 

Ag.  Ebbene,  Cicerone,  gia  da  allora  riprovando  gli  errori  dei 
tempi,  in  un  luogo  dice  cosl:  «Non  sapevano  veder  nulla  con 
1'animo,  tutto  riferivano  agli  occhi;  invece  e  proprio  d'un  alto  in- 
gegno  astrarre  la  mente  dai  sensi  e  staccare  il  pensiero  dalla  pra- 
tica  comune.))  Cosl  Cicerone;  ed  io  scorsi  in  ci6  come  a  dire  le  fon- 
damenta  sulle  quali  erigere  quelPopera  che  dici  esserti  piaciuta. 

Fr.  Ricordo  il  passo :  e  nelle  Tusculane.  Ho  osservato  anzi  che  11 
ed  altrove  nelle  tue  opere  suoli  compiacerti  di  questa  sentenza  di 
Cicerone ;  ed  a  ragione,  perch6  e  di  quel  genere  di  detti  nei  quali, 
congiunte  a  veritk,  splendono  maesta  ed  arguzia.  Ed  oramai,  se  ti 
piace,  torna  al  tuo  proposito. 

Ag.  Questo  dei  fantasmi  e  il  brutto  male  che  ti  ha  nociuto; 
questo  in  breve,  se  non  vi  provvedi,  ti  trarra  in  perdizione.  E 
per  vero  il  debole  animo,  invaso  dai  suoi  fantasmi  e  oppresso  da 
molte  preoccupazioni  varie  e  senza  tregua  fra  se*  e  se"  lottanti, 
non  pu6  determinare  a  quale  prima  rivolgersi,  quale  coltivare, 
quale  spegnere,  quale  respingere ;  e  tutto  il  vigore  e  tutto  il  tempo, 


68  SECRETUM  •    LIBER   PRIMUS 

parca  quod  tribuit  manus,  ad  tarn  multa  non  sufficit.  Quod  igitur 
evenire  solet  in  angusto  multa  serentibus,  ut  impediant  se  sata 
concursu,  idem  tibi  contingit,  ut  in  ammo  nimis  occupato  nil  utile 
radices  agat,  nichilque  fructiferum  coalescat;  tuque  inops  consilii 
modo  hue  modo  illuc  mira  fluctuatione  volvaris,  nusquam  integer, 
nusquam  totus.  Hinc  est  ut  quotiens  ad  hanc  cogitationem  mortis 
aliasque,  per  quas  iri  possit  ad  vitam,  generosus,  si  sinatur,  ani 
mus  accessit,  inque  altum  naturali  descendit  acumine,  stare  ibi 
non  valens,  turba  curarum  variarum  pellente,  resiliat.  Ex  quo  fit 
ut  tarn  salutare  propositum  nimia  mobilitate  fatiscat,  oriturque  ilia 
intestina  discordia  de  qua  multa  iam  diximus,  illaque  anime  sibi 
irascentis  anxietas,  dum  horret  sordes  suas  ipsa  nee  diluit,  vias 
tortuosas  agnoscit  nee  deserit,  impendensque  periculum  metuit 
nee  declinat. 

Fr.  Heu  mi  misero!  Nunc  profunde  manum  in  vulnus  adegisti. 
Istic  dolor  meus  inhabitat,  istinc  mortem  metuo. 

Aug.  Bene  habet!  torpor  abscessit.  Sed  quoniam  iam  satis 
hodiernum  colloquium  absque  intermissione  protulimus,  reliquis, 
si  placet,  in  diem  proximum  dilatis,  nunc  aliquantisper  in  si- 
lentio  respiremus. 

Fr.  Peroportuna  duo  quidem  languori  meo :  quies  et  silentiumu 

Explicit  liber  primus. 


LIBER   INCIPIT   SECUNDUS 

Aug.  Satis  ne  feriati  sumus?1 

Fr,  Ut  libet  quidem. 

Aug.  Quid  tibi  nunc  animi  est  quantum  ve  fiducie  ?  Prefert  enim 
non  leve  salutis  indicium  spes  languentis. 
,    Fr.  Quid  de  me  sperem  non  habeo:  spes  mea  Deus  est. 

Aug.  Sapienter.  Nunc  ad  rem'redeo.  Multa  te  obsident,  multa 
circumstrepunt,  tuque  ipse  quot  adhuc  aut  quam  validis  hostibus 
circumsidcaris  ignoras.  Quod  igitur  evenire  solet  condensam  pro- 


i.  Cfr.  Agostino,  SoL,  a  principle  del  libro  n  (Pair,  lat.,  32,  col.  885): 
«  Satis  intermissum  est  opus  nostrum ». 


IL   MIO    SEGRETO  -    LIBRO   PRIMO  69 

che  un'avara  mano  gli  ha  concessi,  non  bastano  a  tanto  lavoro. 
Come  dunque  suole  accadere  a  chi  coltiva  troppe  piante  in  un  ter- 
reno  angusto,  che  queste  per  la  fittezza  si  impediscano ;  cosl 
accade  il  medesimo  in  te,  per6  che  nelFanimo  tuo  troppo  occupato 
nulla  di  utile  mette  radice,  e  nulla  attecchisce  di  fruttifero;  e  tu, 
pnvo  di  consiglio,  sei  trascinato  con  improvvise  oscillaziom,  ora 
qua  ed  ora  la,  ma  in  nessun  luogo  tutto  ed  intero.  Ond'e  che  ogni 
volta  che  a  talc  meditazione  della  morte  o  ad  altre,  per  le  quali  si 
possa  gmngcre  alia  vita,  un  animo  quanto  si  voglia  nobile  viene 
ispirandosi  e  per  naturale  acutezza  vi  penetra  al  fondo,  non  riu~ 
scendo  poi  per  la  pressione  delle  varie  altre  preoccupation!  a 
restarvi,  torna  su  alia  superficie.  Dal  che  accade  che  quel  proponi- 
mento  cosl  salutare  per  troppa  mobilitk  si  fiacchi  e  ne  sorga 
1'mtima  discordia,  di  cui  molto  abbiamo  discorso,  e  Tansia  delPani- 
ma  scontcnta  di  se  stessa  perche",  mentre  ha  schifo  delle  propne 
macchie,  non  le  deterge;  mentre  riconosce  gh  avvolgimenti  delle 
sue  vie,  non  li  abbandona;  mentre  teme  I'immmente  pencolo, 
non  Pallontana. 

Fr.  Ahi  me  misero'  Ora  hai  profondata  la  mano  nella  piaga. 
Quivi  e  il  mio  dolore,  quindi  temo  la  morte. 

Ag.  Sta  benc.  Ti  si  e  sgombrato  il  torpore.  Ma  poiche*  abbiamo 
oggi  protratto  gik  abbastanza  il  colloquio  senza  interromperlo  mai, 
ora,  sc  credi,  riposeremo  alcun  poco  m  silenzio,  rimandando  quel 
che  resta  al  prossimo  giorno. 

Fr.  Giungono  opportumssime  alia  mia  stanchezza  Tuna  e  Pal- 
tra  cosa-  quiete  e  silenzio. 

Tcrmina  il  libro  prime. 


COM1NCIA   IL  LIBRO   SECONDO 

Ag.  Ci  siamo  riposati  abbastanza  ? 

Fr.  Come  ti  piace.  SI. 

Ag.  Quanto  ti  senti  ora  animoso  e  fiducioso  ?  Perch6  in  uno  che 
langue  lo  sperare  mostra  g&  un  segno  non  lieve  di  salvezza. 

Fr.  Non  ho  di  che  sperare  in  me.  Mia  speranza  e  Dio. 

Ag.  Giusto.  Ed  ora  torniamo  al  tema.  Molti  mah  ti  assediano, 
molti  ti  tumultuano  attorno ;  ma  per  te  ignori  da  quanti  ancora  e 
da  quanto  potenti  nemici  sii  circondato.  Insomma:  quel  che  suole 


70  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

cul  aciem  cernenti,  ut  contemptus  paucitatis  hostium  fallat;  quo 
vero  propius  accesserint,  quoque  distinctius  subiecte  oculis  co- 
hortes  effulxerint,  prestringente  oculos  fulgore,  metus  crescat  et 
minus  debito  timuisse  peniteat,  idem  tibi  eventurum  reor.  Ubi 
ante  oculos  tuos  hinc  illinc  prementia  teque  circunvallantia,  mala 
coniecero,  pudebit  te  minus  doluisse  minus  ve  metuisse  quam  de- 
cuit,  parciusque  miraberis  animum,  tarn  multis  obsessum,  per 
medios  hostium  cuneos  erumpere  nequivisse.  Videbis  profecto 
cogitatio  ilia  salubris,  ad  quam  te  nitor  attollere,  quot  adversan- 
tibus  cogitationibus  victa  sit. 

Fr.  Perhorresco  graviter;  quoniam  si  periculum  meum  ma 
gnum  semper  agnovi  tuque  illud  tanto  super  extimationem  meam 
esse  ais  ut  respectu  eius  quod  timere  debui  nil  pene  timuerim, 
quid  iam  spei  reliquum  est? 

Aug.  Ultimum  malorum  omnium  desperatio  est,  ad  quam 
nemo  unquam  nisi  ante  tempus  accessit;  ideoque  hoc  in  primis 
scias  velim:  nichil  esse  desperandum. 

Fr.  Sciebam,  sed  memoriam  terror  abstulerat. 

Aug.  Nunc  ad  me  oculos  animumque  converte,  et  ut  familiaris- 
simi  tibi  vatis  verbo  utar: 

aspice  qui  coeant  populi,  que  menia  clausis 
ferrum  acuant  portis  in  te  excidiumque  tuorum.1 

Vide  quos  tibi  mundus  laqueos  tendit,  quot  inanes  spes  cir~ 
cumvolant,  quot  supervacue  premunt  cure.  Primum  quidem,  ut 
inde  initium  faciam  unde  ab  initio  creaturarum  omnium  illi  no- 
bilissimi  spiritus  corruerunt,  tibique  ne  post  illos  corruas  summo 
opere  providendum  est.  Quam  multa  sunt  que  animum  tuum 
funestis  alis  extollunt  et  sub  insite  nobilitatis  obtentu,  totiens 
experte  fragilitatis  immemorem  fatigant,  occupant,  circumvolvunt, 
aliud  cogitare  non  sinunt,  superbientem  fidentemque  suis  viribus, 
et  usque  ad  Creatoris  odium  placentem  sibi!  Que,  quanquam  gran- 
dia  et  qualia  tibi  fingis  essent,  non  in  supcrbiam2  tamen  sed  in 
humilitatem  inducere  debuissent,  memorantem  nullis  tuis  meritis 
ilia  sibi  singularia  contigisse.  Quid  enim  ne  dicam  eterno,  sed 

i.  Virgilio,  Aen.,  vni,  385-6  («.  .  .  in  me  excidiumque  meorum^;  e  cfr. 
anche  Seneca,  Ep.  ad  Lucil.,  49,  7,  dove  sono  citati  con  analogo  intento 
gli  stessi  versi  di  Virgilio.  2.  superbiam:  con  la  superbia  comincia  1'esame 
del  sette  peccati  capitali  allo  scopo  di  stabilire  fino  a  che  punto  il  Petrarca 
ne  sia  macchiato. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  71 

accadere  a  chi  osservi  una  folta  schiera  da  lontano  e  Tinganni 
Tesiguita  dei  nemici  a  non  fame  conto ;  ma  che  poi,  come  si  siano 
fatte  vicine  le  coorti  e  piu  distintamente  gli  lampeggino  spiegate 
dinanzi  agli  occhi  abbagliandoli  con  lo  sfolgorio,  senta  crescersi 
il  timore  e  si  penta  di  aver  temuto  meno  del  debito ;  questo  mede- 
simo  avverta,  credo,  a  te.  Quando  ti  avr6  adunati  innanzi  agli 
occhi  i  mali  che  da  ogni  lato  ti  premono  e  ti  assediano,  ti  vergogne- 
rai  d'esserti  doluto  e  intimorito  meno  di  quanto  ti  sarebbe  con- 
venuto;  e  piu  scarsamente  ti  meraviglierai  che  Tanimo  tuo,  cir- 
condato  da  tanti  nemici,  non  abbia  potuto  sfuggire  attraverso  le 
loro  file.  Vedrai  allora  da  quanti  avversi  pensieri  sia  stata  vinta 
quella  salutare  meditazione  alia  quale  mi  sforzo  di  sollevarti. 

Fr.  Sono  profondamente  atterrito;  perch6,  se  ho  riconosciuto 
sempre  il  mio  pericolo  come  grave,  e  se  tuttavia  mi  dici  che  e 
tanto  superiore  al  mio  credere  che  al  suo  rispetto  non  ho  quasi 
punto  temuto  quel  che  avrei  dovuto  temere,  che  cosa  mi  resta  da 
sperare  ? 

Ag.  La  disperazione  e  Testremo  dei  mali  n6  alcuno  le  si  abban- 
don6  mai  se  non  troppo  presto.  Voglio  pertanto  che  tu  sappia, 
innanzi  tutto,  che  nulla  c'&  di  cui  disperare. 

Fr.  Lo  sapevo,  ma  il  terrore  me  ne  tolse  la  memoria. 

Ag.  Ed  ora  rivolgi  a  me  gli  occhi  e  Panimo,  e  —  per  usare  le 
parole  d'un  poeta  a  te  sovra  tutti  familiare  —  « Mira  quali  popoli 
s'adunino,  quali  citta  entro  le  chiuse  porte  affilino  il  ferro  in  ecci- 
dio  tuo  e  de'  tuoi. »  Vedi,  cio&,  quali  lacci  il  mondo  ti  tende,  quali 
vane  speranze  ti  aleggiano  intorno,  quante  vanissime  cure  ti  op- 
primono.  E  primieramente,  per  cominciare  dal  peccato  per  il  quale 
al  principio  della  creazione  quegli  spiriti  nobilissimi  precipitarono, 
ti  conviene  con  ogni  studio  di  provvedere  affinch6  non  precipiti 
dopo  loro  anche  tu.  Quanti  sono  i  pregi  che  ti  estollono  Tanimo  su 
funeste  ali  e  sotto  il  pretesto  deirinsita  nobilta  sua,  immemore 
della  tante  volte  esperimentata  sua  fragilita,  lo  affaticano,  1'occu- 
pano,  lo  circuiscono,  non  gli  permettono  di  pensare  ad  altro, 
insuperbito  e  presuntuoso  delle  proprie  forze,  e  compiaciuto  di 
s6  fino  a  spregiare  il  proprio  Creatore?  Ma  fossero  pur  grandi 
queste  doti  singolari  e  quali  tu  ti  immagini,  dovrebbero  anzi  che 
alia  superbia  indurti  alia  umilta,  ricordando  che  ti  sono  toccate 
senza  tuo  merito  alcuno.  E  invero,  che  pu6  rendere  gli  animi  dei 


72  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

temporali  domino  obsequentiores  fecerit  subiectorum  animos, 
quam  in  illo  spectata  liberalitas  nullis  suorum  meritis  excitata? 
Student  enim  benefactis  subsequi  quern  prevenire  debuerant. 
Nunc  vero  facillime  licebit  quam  pusilla  sunt,  quibus  superbis, 
intelligere.  Fidis  ingenio  et  Hbrorum  Icctione  multorum;  gloriaris 
eloquio,  et  forma  morituri  corporis  delectaris.  Enimvero  sentis 
ingenium  in  quam  multis  sepe  destituat,  quot  sunt  artium  species, 
in  quibus  vilissimorum  acumen  hominum  equarc  non  poteris, 
Minus  dixi:  animalia  ignobilia  et  pusilla  reperies,  quorum  opera 
nullo  studio  queas  imitari.  I  nunc,  et  ingenio  gloriare!  Lectio 
autem  ista  quid  profuit?  Ex  multis  enim,  que  legisti,  quantum 
est  quod  inheserit  animo,  quod  radices  egerit,  quod  fructum 
proferat  tempestivum  ?  Excute  pectus  tuum  acriter ;  invenies  cunta 
que  nosti,  si  ad  ignorata  refcrantur,  earn  proportionem  obtinere 
quam  collatus  Occeano  rivolus  estivis  siccandus  ardoribus.  Quan- 
quam  vel  multa  nosse  quid  relevat  si,  cum  celi  terrequc  ambitum, 
si,  cum  maris  spatium  et  astro  rum  cursus  herbarumque  virtutes 
ac  lapidum  et  nature  secreta  didiceritis,  vobis  estis  incogniti?1 
Si,  cum  rectam  virtutis  ardue  semitam  scripturis  ducibus  agno- 
veritis,  obliquo  calle  transversos  agit  furor?  Si,  cum  omnis  evi 
clarorum  hominum  gesta  memineritis,  quid  vos  quotidie  agitis  non 
curatis  ?  De  eloquio  quid  dicam,  nisi  quod  tu  ipse  fateberis ;  sepe 
te  quidem  eius  fiducia  fuissse  delusum?  Quid  autem  attinet  au- 
dientes  forsitan  approbasse  que  diceres,  si  te  iudice  damnaban- 
tur  ?  Quamvis  enim  audientium  plausus  non  spernendus  eloqucn- 
tie  fructus  esse  videatur,  si  tamen  ipsius  oratoris  <plausus>  in 
terior  desit,  quantulum  voluptatis  prestare  potest  strepitus  ille 
vulgaris  ?  Quomodo  autem  alios  loquendo  mulcebis,  nisi  te  pri- 
mum  ipse  permulseris?  Idcirco  sane  nonnunquam  sperata  elo- 
quentie  gloria  frustratus  es,  ut  facili  cognosceres  argumento 
quam  ventosa  ineptia  superbires.  Quid  enim,  queso,  puerilius  imo 
vero  quid  insanius  quam,  in  tanta  rcrum  omnium  incuria  tan- 
taque  segnitie,  verborum  studio  tempus  impcndere  et  lippis  oculis 


i.  Quanquam  . . .  incogniti:  cfr.  Agostino,  Conf.,x,  8, 15:  «Kt  eunt  homines 
admirari . .  .  ingcntes  fluctus  maris  .  .  .  et  Oceani  ambitum  et  gyros  side- 
rum  et  relinquunt  se  ipsos»;  sono  le  parole  che  il  Petrarca  legge,  aprendo 
a  caso  le  Confessioni,  sulla  cima  del  monte  Ventoso  (cfr.  pKi  oltre,  in  que- 
sto  volume,  Fam.,  iv,  i). 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  73 

soggetti  piu  ossequienti  al  loro  signore,  non  dir6  1'Eterno  ma  uno 
mortale,  quanto  una  sua  splendida  liberalita  non  provocata  dai 
merit!  loro?  Si  studieranno  certamente  col  ben  fare  di  confor- 
marsi  a  colui  che  avrebbero  dovuto  prevenire.  Cosl  potrai  ora  molto 
facilmcnte  intendere  quanto  sono  meschini  i  pregi  di  cui  insuper- 
bisci.  Confidi  nell'ingegno  e  nella  lettura  di  molti  libri;  ti  vanti  del 
bel  parlare  e  ti  compiaci  della  leggiadria  del  perituro  tuo  corpo. 
Eppure  tu  senti  in  quante  occasioni  e  come  spesso  1'ingegno  ti 
vien  meno,  e  quante  sono  le  sorta  di  attivita  nelle  quali  non  puoi 
eguagliare  la  destrezza  di  umilissime  persone.  Dico  poco:  puoi 
trovare  dcgli  ignobili  e  deboli  animali,  la  cui  opera,  per  quanto  ti 
studi,  non  potresti  imitare.  Va'  ora  a  gloriarti  delPingegno.  D'al- 
tra  parte,  codesta  lettura  che  ti  giov6?  Delle  tante  cose  che  hai 
lette,  quanto  e  che  ti  sia  restato  nell'animo,  che  vi  abbia  messe  ra- 
dici,  che  vi  produca  tempestivi  frutti  ?  Frugati  dentro  severamente, 
e  troverai  che  tutto  ci6  che  sai,  se  lo  paragoni  a  quanto  ignori,  pa- 
reggia  la  proporzione  di  un  ruscello  destinato  a  seccarsi  per  gli 
ardori  estivi,  confrontato  con  POceano.  Benche",  anche  il  conosccre 
molte  cose  che  mai  rileva  se,  quando  bene  abbiate  apprese  le  di- 
mensioni  del  cielo  e  della  terra,  Testensione  del  mare  e  le  orbite 
degli  astri,  le  virtu  delle  erbe  e  delle  pietre  e  gli  arcani  della  natura, 
siete  ignoti  a  voi  stessi?  Se,  quando  abbiate  conosciuto  dietro  la 
guida  delle  scritture  il  retto  sentiero  delPardua  virtu,  la  passione 
vi  travia  per  obliquo  cammino  ?  Se,  quando  abbiate  fatto  ricordo 
delle  gesta  degli  uomini  illustri  d'ogni  eta,  non  curate  ci6  che  fate 
voi  ogni  giorno  ?  Quanto  al  bel  parlare  che  dir6,  se  non  cio  che  tu 
stesso  confesserai,  che  sei  spesso  rimasto  deluso  nella  fiducia 
che  vi  ponevi  ?  E  infatti,  che  importa  che  gli  uditori  abbiano  forse 
approvato  ci6  che  dicevi,  se  questo  era  condannato  dal  tuo  giudizio  ? 
E  veramente,  bench.6  il  plauso  degli  uditori  paia  essere  un  frutto 
non  dispregevole  della  eloquenza,  se  tuttavia  manchi  1'intimo 
applauso  dell'oratore,  ben  poco  piacere  pu6  offrire  siffatto  strepito 
del  volgo.  D'altra  parte  come  potrai  parlando  piacere  altrui,  se 
prima  di  tutti  non  sarai  piaciuto  a  te  stesso?  Epper6,  cred'io, 
fosti  non  di  rado  frustrato  della  spcrata  gloria  dell'eloquenza,  af- 
finch6  con  evidentc  prova  conoscessi  di  che  vana  inezia  andavi 
superbo.  Non  so  davvero  che  cosa  ci  sia  di  piu  puerile,  anzi  di 
piu  insano,  in  cotanta  vostra  trascuratezza,  in  cotanta  inerzia 
per  tutte  le  faccende,  che  sciupare  il  tempo  nello  studio  delle 


74  SECRETUM  -    LIBER   SECUNDUS 

nunquam  sua  probra  cernentem,  tantam  voluptatem  ex  sermone 
percipere,  quarundam  avicolarum  in  morem,  quas  aiunt  usque  in 
perniciem  proprii  cantus  dulcedine  delectari?  Et  hoc  quidem  scpe 
tibi  contigit  in  rebus  quotidianis  atque  vulgaribus,  quo  magis  cru- 
besceris,  quas  tuo  inferiores  arbitrabaris  eloquio  eas  te  vcrbis 
equare  nequivisse.  Quam  multa  sunt  autem  in  rerum  natura, 
quibus  nominandis  proprie  voces  desunt;  quam  multa  preterea 
que,  quanquam  suis  vocabulis  discernantur,  tamen  ad  eorum  di 
gnitatem  verbis  amplectendam  ante  ullam  experientiam  sentis 
eloquentiam  non  pervenire  mortalium.  Quotiens  ego  te  que- 
rentem  audivi,  quotiens  taciturn  indignantemque  conspexi,  quod 
que  clarissima  cognituque  facillima  essent  animo  cogitanti,  ea 
nee  lingua  nee  calamus  sufficienter  exprimeret.  Que  est  igitur 
ista  eloquentia,  tarn  angusta,  tarn  fragilis,  que  nee  cunta  complec- 
titur  et  que  fuerit  complexa  non  stringit  ?  Greci  vobis,  vos  vicissim 
Grecis,  verborum  penuriam  soletis  obicere.  Seneca  quidem  illos 
verbis  ditiores  extimat;  at  M.  Tullius  in  primordio  operis  quod 
De  bonorum  et  malorum  finibus  edidit:  «Ego,  inquit,  satis  mirari 
non  queo  unde  hoc  sit  tarn  insolens  domesticarum  rcrum  fasti- 
dium.  Non  est  omnino  hie  docendi  locus,  sed  ita  sentio  et  sepe 
disserui,  latinam  Hnguam  non  modo  non  inopem,  ut  vulgo 
putarent,  sed  locupletiorem  etiam  esse  quam  grecam.  »*  Et  idem, 
cum  sepe  alias,  turn  in  Tusculano  suo  disputans  exclamavit: 
« 0  verborum  mops,  quibus  abundare  te  semper  putas,  Grecia,  »s 
Dixit  hec  vir  ille  fidentissime,  ut  qui  se  latine  eloquentie  principem 
sciret,  auderetque  de  huius  rei  gloria  iam  tune  bellum  Grecie 
movere;  iuxta  id  quod  ab  eodem  Seneca,  greci  sermonis  miratore, 
in  Declamationibus  scriptum  est.  ccQuicquid  habet»  inquit  «ro~ 
mana  facundia,  quod  insolenti  Grecie  aut  opponat  aut  preferat, 
circa  Ciceronem  effloruit.  »3  Magna  laus,  sed  sine  ulla  dubitatione 
verissima.  Est  ergo,  ut  vides,  de  eloquentie  principatu  non  tantum 
inter  nos  et  Graios,  sed  inter  nostrorum  etiam  doctissimos  magna 
contentio ;  inque  his  castris  est  qui  illis  faveat,  sicut  in  illis  forsi- 
tan  qui  nobis;  quod  de  Plutarcho,  illustri  philosopho,  quidam 

i.  Cicerone,  De  fin.,  I,  3,  10.  Per  1'opinione  contraria  di  Seneca,  cfr. 
p.  es.  Ep.  ad  LuciL>  58,  i : « Quanta  verborum  nobis  paupertas »,  2.  Cice 
rone,  Tusc.,  n,  15,  35.  3.  Seneca,  Controv.,  I,  praef.,  6.  Si  ricordi  che  per 
il  Petrarca  Seneca  il  retore,  autore  delle  Controver$ie>  era  tutt'uno  con 
Seneca  il  filosofo  e  che  Topera  era  nota  allora  attraverso  un'epitome, 
intitolata  Declamationes. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  75 

parole ;  e  mentre  con  miopi  occhi  non  mirate  mai  al  vostro  proprio 
utile,  trarre  tanto  piacere  dal  discorrere:  al  modo  di  certi  uccel- 
lini,  che  si  dice  si  dilettino  della  dolcezza  del  proprio  canto  fino  a 
morirne.  Eppure  ci6  ti  accadde  spesso  nelle  necessita  quotidiane 
e  volgari,  affinche  avessi  maggior  vergogna  di  non  potere  adeguare 
con  le  parole  queste  che  tu  giudicavi  inferior!  al  tuo  stile.  Infinite 
sono  in  natura  le  cose  esistenti  per  cui  mancano  le  voci  proprie 
a  designarle ;  e  infinite  le  altre  che,  sebbene  si  indichino  con  i  loro 
nomi,  tuttavia  a  rappresentarne  con  parole  la  dignita,  prima  di 
fame  esperienza,  tu  senti  che  Peloquenza  dei  mortali  non  ci  arriva. 
Quante  volte  ti  udii  lamentare,  quante  volte  ti  vidi  tacito  e  sde- 
gnato,  perche"  quelle  idee  che  al  pensiero  ti  erano  chiarissime 
e  facilissime  a  concepire,  ne"  la  lingua  ne"  la  penna  fossero  suffi- 
cienti  a  esprimerle!  Che  6  dunque  codesta  eloquenza,  cosl  an- 
gusta,  cosl  fragile  che  non  abbraccia  tutto,  e,  se  pur  qualche  cosa 
ha  abbracciato,  non  la  stringe  ?  I  Greci  a  voi  e  voi  di  ricambio  ai 
Greci  soletc  rinfacciare  la  povertk  delle  parole.  Seneca  per  esem- 
pio  reputa  quelli  piu  ricchi  di  parole ;  ma  Marco  Tullio  nel  prin- 
cipio  dell'opera  che  pubblic6  intorno  ai  Confini  dei  beni  e  dei  mali 
dice :  « lo  non  posso  abbastanza  stupirmi  donde  provenga  cotanto 
superbo  fastidio  delle  cose  nostrali.  Non  e  questo  di  certo  il  luogo 
di  dar  lezioni ;  ma  io  penso  saldamente,  e  spesso  dimostrai,  che  la 
lingua  latina  non  solo  non  e  povera,  come  volgarmente  si  cre- 
deva,  ma  anzi  e  piu  ricca  della  greca. »  E  il  medesimo  Cicerone, 
come  spesso  in  altri  luoghi,  cosl,  disputando  nelle  Tusculane, 
esclam6 ;  « 0  Grecia,  povera  di  parole,  delle  quali  sempre  ti  credi 
esser  copiosa.»  Questo  disse  egli  con  ogni  baldanza,  come  colui 
che  sapeva  d'essere  il  principe  dell'eloquenza  latina,  e  poteva 
osare  fin  d'allora  di  muovere  guerra  alia  Grecia  per  questa  gloria; 
conforme  a  quanto  fu  affermato  nelle  Declamazioni  dallo  stesso 
Seneca,  pur  ammiratore  del  greco:  « Quanto  la  facondia  romana 
ha  da  opporre  o  da  preferire  alPinsolente  Grecia  fiori  tutto  intorno 
a  Cicerone,»  Grande  lode  ma  senza  alcun  dubbio  verissima! 
C'&  dunque,  come  vedi,  una  grande  contesa  intorno  alia  supremazia 
rxella  eloquenza  non  soltanto  tra  noi  e  i  Greci,  ma  anche  fra 
i  piu  dotti  dei  nostri;  e  nelle  schiere  di  questi  c'e  chi  sta  per  quelli, 
come  tra  quelli  forse  chi  sta  per  noi,  come  alcuni  affermano  di 
Plutarco,  illustre  filosofo.  In  breve:  il  nostro  Seneca,  bench£  con- 


?  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

referunt.  Denique  Seneca  noster,  etsi  Ciceroni  deferat,  ut  dixi, 
coactus  maiestate  tarn  predulcis  eloqui,  in  reliquis  tamen  Grecic 
palmam  defert.  Ciceroni  contrarium  vidctur.  Si  vero  meum  his 
de  rebus  iudicium  expectas,  utrunque  veridicum  pronuntio,  et 
qui  Greciam  et  qui  Italiam  verborum  dixit  inopcm.  Quod  si  de 
his  duabus  tarn  famosis  regionibus  recte  dicitur,  quid  possunt 
sperare  alie?  Quatenus  tibi  preterca  in  hac  re  fidendum  viribus 
tuis  sit,  ubi  toti  provincie,  cuius  percxigua  portiuncula  es,  hanc 
sermonis  vides  esse  penuriam,  tccum  ipse  considera.  Pudebit 
tantum  temporis  consumpsissc  in  earn  rem,  quam  et  assequi  irn- 
possibile,  et  assecutam  esse  vanissimum  sit.  Ut  vero  iam  hinc  ad 
alia  pcrtractanda  transgrediar :  corporis  huius  bonis  extolleris? 

Nee  quc  te  circumstent  deindc  pcricula  ccrnis?1 

Quid  autem  tuo  tibi  placet  in  corpore?  robur  ne  an  valitudo 
prosperior?  At  nichil  imbecillius.  Fatigatio  ex  levibus  causis 
obrepens,  et  insultus  morbomm  varii,  et  vermiculorum  morsus, 
seu  levissimus  afflatus,  atque  huius  generis  multa  consternant.  An 
forme  forsan  fulgore  deciperis,  et  proprii  vultus  colorem  seu  li- 
neamenta  conspiciens,  habes  cui  inhies,  quod  mircris,  quod  mul- 
ciat,  quod  delectet?  Neque  te  Narcissi  terruit  fabella,  nee  quid 
esses  introrsus  virilis  consideratio  corporee  feditatis  admonuit? 
Exterioris  cutis  contentus  aspectu,  oculos  mentis  ultra  non  por- 
rigis.  Atqui  huius  quoque  caducum  fore  precipitemque  flosculum, 
etsi  alia,  que  innumerabilia  sunt,  argumenta  cessarent,  ipse  tibi 
etatis  irrequietus  cursus,  per  singulos  aliquid  decerpens  dies,  luce 
clarius  ostendere  debuisset.  Etsi  forte  (quod  dicere  non  audcbis) 
adversus  etatem  et  morbos  ceteraque  formam  corporis  alterantia 
tibi  ipse  videreris  indomitus,  at  illius  saltern  cunta  subruentis  ex- 
tremi  non  decuit  oblivisci,  fixumque  alta  sub  mente  geri  debuit 
illud  satyricum: 

.  .  .  Mors  sola  fatetur 
quantula  sint  hominum  corpuscula  .  ,  ,2 

Hec,  nisi  fallor,  sunt  que  te  superbis  flatibus  elatum  humilita- 
tem  conditionis  tue  considerare  prohibent,  mortisque  reminisci. 
Sunt  etiam  alia,  que  iam  hinc  exequi  fert  animus. 

i.  Virgilio,  Aen.,  iv,  561.      z.  Giovenale,  Sat.,  x,  172-3. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  77 

ferisca,  come  ho  detto,  la  palma  a  Cicerone,  costrettovi  dalla 
maesta  di  cosl  dolce  loquela,  per  il  resto  tuttavia  la  da  ai  Greci, 
e  Cicerone  la  pensa  altrimenti.  Se  poi  desideri  il  mio  giudizio  su 
di  ci67  dichiaro  che  hanno  ragione  entrambi,  e  chi  disse  povera  di 
parole  la  Grecia  e  chi  Pltalia.  Che  se  rettamente  ci6  si  dice  di  queste 
due  cosl  famose  terre,  che  possono  sperare  le  altre  ?  Pensa  ora  per  te 
sino  a  che  punto  tu  possa  aver  fiducia  nelle  tue  forze  a  questo 
riguardo,  quando  vedi  che  tutta  la  nazione,  di  cui  tu  sei  una  mi 
nima  particella,  ha  codesta  penuria  di  linguaggio!  Ti  vergognerai 
di  aver  consumato  tanto  tempo  intorno  a  una  cosa  che  e  impossi- 
bile  conseguire  e  sarebbe  vanissimo  avere  conseguita.  Ma  pas- 
sando  da  ci6  a  trattare  un  altro  punto :  ti  insuperbisci  dei  beni  di 
codesto  tuo  corpo  «n6  scorgi  i  pericoli  che  di  11  ti  minacciano ». 
Ma  che  ti  piace  nel  tuo  corpo  ?  forse  la  vigoria  e  la  prospera  sa 
lute?  Eppure  nulla  di  piu  precario:  una  debolezza  che  s'insinui 
per  lievi  cagioni,  e  i  vari  assalti  dei  rnorbi,  e  il  morso  d'un  vermic- 
ciuolo,  o  una  leggerissima  esalazione  e  molte  cause  siffatte  le  distrug- 
gono.  0  forse  sei  preso  dallo  splendore  della  bellezza,  e  mirando  i 
colori  o  i  lineamenti  del  tuo  volto  hai  di  che  contemplarti,  am- 
mirarti,  compiacerti,  dilettarti  ?  Non  ti  ha  spaventato  la  favoletta  di 
Narciso  ?  n<§  la  coraggiosa  considerazione  di  come  tu  sia  di  dentro, 
ti  ammonl  della  bruttura  corporea?  Contentandoti  dell'aspetto 
esterno  della  pelle,  non  ficchi  prii  addentro  gli  occhi  della  mente. 
Eppure,  che  anche  codesto  poco  fiorire  del  corpo  sia  caduco  e 
labile,  ancor  che  mancassero  altri  argomenti  (che  sono  innume- 
revoli),  te  Pavrebbe  dovuto  mostrare  piu  chiaro  della  luce  1'inces- 
sante  trascorrere  dell'etk  che  strappa  ogni  giorno  qualche  fiore. 
Che  se  per  avventura  (ma  non  oserai  dirlo)  contro  1'etSi  e  le  malattie 
e  Paltre  cagioni  alteranti  Faspetto  dei  corpi  ti  credevi  invinci- 
bile,  non  era  almeno  degno  di  te  dimenticare  quel  punto  estremo 
che  trascina  ogni  cosa;  e  dovevi  tener  fisso  nel  profondo  della  me- 
moria  quel  detto  del  Satirico : « solo  la  morte  rivela  che  misera  cosa 
siano  i  corpi  degli  uomini».  Son  queste,  se  non  m'inganno,  le 
cagioni  che,  sollevandoti  sulla  buffa  della  superbia,  t'impediscono 
di  considerare  PumiltS,  del  tuo  stato  e  di  rammentarti  della  morte. 
Ma  ce  ne  sono  anche  dell' altre  che  gia  da  ora  ho  in  animo  di  svilup- 
pare. 


7§  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

Fr.  Subsiste  paululum,  queso,  ne  tanta  mole  return  obrutus 
nequeam  responsurus  assurgere. 

Aug.  Die  age:  subsistam  libens. 

FT.  In  admirationem  me  non  modicam  coegisti,  multa  michi 
obiciens,  que  nunquam  in  animum  meum  descendisse  sum  con- 
scius.  Me  ne  fisum  ais  ingenio  ?  At  profecto  nullum  ingenioli  mei 
signum  est,  nisi  hoc  unum,  nullam  me  in  eo  posuisse  fiduciam.  Ego 
ne  librorum  ex  lectione  superbior  fiam,  que  michi  sicut  scientie 
modicum  invexit,  sic  curarum  materiam  multarum?  An  lingue 
gloriam  sectatus  dicor  qui,  ut  tu  ipse  memorasti,  nichil  magis  in- 
digner,  quam  conceptibus  illam  meis  non  posse  sufficere?  Nisi 
tentandi  propositum  tibi  sit,  scis  me  parvitatis  mee  michi  con- 
scium  semper  fuisse,  et  siquid  michi  forte  visus  sum,  potuit  hoc 
interdum  aliene  ruditatis  consideratione  contingere.  Eo  enim, 
quod  sepe  dicere  soleo,  perventum  est  ut,  iuxta  vulgatum  Cice- 
ronis  dictum,  potius  «aliorum  imbecillitate  »  quam  ccnostra  virtute 
valeamus)).1  Quid  autem,  etsi  abunde  contigissent  ista  que  narras, 
quid  michi  tarn  magnificum  contulissent,  ut  hinc  supcrbiendum 
foret  ?  Non  sum  tarn  mei  ipsius  immemor,  neque  tarn  levis,  ut  his 
me  auris  agitandum  prebeam.  Quantulum  enim  vel  ingenium  vel 
scientia,  vel  eloquentia  profuerit,  nullum  lacerantibus  animum 
morbis  afferens  remediuml  quam  rem  in  epystola  quadam*  me 
diligentius  questum  fuisse  commemini.  lam  quod  de  corporeis 
bonis  quasi  serio  dixisti  pene  in  risum  excitavit.  Me  ne  in  hoc 
mortali  et  caduco  corpusculo  spern  posuisse,  quotidianas  eius  rui- 
nas  sentientem?  Deus  meliora.  Fuit  hec  puero,  fateor,  cura 
pectendi  capitis,  vultus  ornandi;  verum  hoc  cum  primis  annis 
simul  evanuit,  reque  ipsa  nunc  experior  illud  Domitiani  principis, 
qui  in  epystola  ad  amicum  de  se  ipso  scribens  querensque  corporee 
pulcritudinis  prerapidam  fugam:  «Scias»  inquit  «nil  gratius 
decore,  nil  brevius.  »3 

Aug.  Copiose  possem  adversus  ista  disserere;  malo  tamen  tibi 
conscientia  tua  quam  sermo  meus  incutiat  pudorem.  Non  agam 
pertinaciter,  neque  tormcntis  verum  extorquebo;  quod  generosi 
solent  ultores,  simplici  negatione  contentus  precabor  ut  post  hac 
omni  studio  declines  quod  hactenus  te  non  admlsisse  contendis. 


i.  Cicerone,  De  off.,  n,  21,  75.     z.  in  epystola  quadam:  cfr.  Petrarca,  Epyst. 
metr.,  i,  6,  20-6.     3.  Svetonio,  Domit.,  18. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  79 

Fr.  Fermati  un  momento,  ti  prego ;  altrimenti,  schiacciato  sotto 
tanta  mole  di  accuse,  non  potr6  poi  sollevarmi  a  rispondere. 

Ag.  Di'  pure:  volentieri  m'interrompo. 

Fr.  Non  poco  stupore  m'hai  recato,  col  rinfacciarmi  molte  colpe 
che  ho  coscienza  non  essermi  mai  scese  nelPanimo.  Tu  dici  che  mi 
vanto  delPingegno  ?  Eppure  se  vi  ha  alcun  segno  in  me  d'un  poco 
d'ingegno,  questo  e  soltanto  di  non  avervi  posto  punta  fiducia. 
lo  dunque  mi  invanirei  della  lettura  dei  libri,  donde  mi  venne  cosi 
scarsa  materia  di  dottrina  quanto  copiosa  di  affanni  ?  E  sono  accu- 
sato  di  aver  perseguita  la  gloria  della  lingua  io  che,  come  tu  stesso 
hai  ricordato,  non  ho  maggior  tormento  del  sentire  ch'ella  non  pu6 
bastare  ai  miei  concetti  ?  Se  non  e  per  il  proposito  di  provocarmi, 
tu  sai  bene  ch'io  fui  sempre  conscio  della  mia  pochezza;  che 
se  mi  sono  creduto  qualche  cosa,  ci6  pote*  accadere  talora  per  aver 
osservata  Paltrui  rozzezza.  Si  e  giunti  infatti  al  punto,  come  soglio 
spesso  dire,  che,  secondo  la  nota  sentenza  di  Cicerone,  si  vale 
piuttosto  per  la  pochezza  degli  altri  che  non  per  la  forza  nostra. 
In  che  mai,  ancorche"  mi  fossero  abbondate  tutte  quelle  doti  che 
tu  dici,  in  che  mai  mi  avrebbero  recata  tale  magnificenza  da  andarne 
superbo  ?  Non  sono  cosl  ignaro  di  me  stesso,  ne*  cosl  leggero,  da 
lasciarmi  agitare  da  queste  aure.  E  in  realta  ben  poco  mi  giova- 
rono  o  il  piccolo  ingegno  o  il  sapere  o  Peloquenza,  se  non  hanno 
arrecato  alcun  rimedio  ai  mali  che  mi  lacerano  1'anima!  Ma  di  ci6 
ricordo  che  feci  lungo  lamento  in  certa  mia  lettera.  Quanto  poi 
hai  detto  quasi  sul  serio  dei  beni  corporali,  per  poco  non  mi  ha 
volto  al  riso.  Che  io  abbia  poste  le  mie  speranze  in  questo  mortale 
e  caduco  corpicciuolo,  mentre  ne  avverto  la  quotidiana  rovina? 
Iddio  me  ne  guardil  Ebbi,  e  vero,  da  ragazzo  questa  vanitk  di 
lisciarmi  il  capo,  di  ornarmi  il  volto,  ma  ci6  svanl  con  gli  anni 
giovanili;  oggi  esperimento  con  i  fatti  quel  detto  del  principe 
Domiziano,  che  scrivendo  di  se"  ad  un  amico  e  lagnandosi  della 
precipitosa  fuga  della  avvenenza  corporea:  «Sappi»  diceva  «che 
nulla  &  piti  grato  e  nulla  e  piu  breve  della  bellezza. » 

Ag.  Potrei  copiosamente  dissertare  contro  codeste  difese,  ma 
preferisco  che  ti  faccia  vergognare  la  tua  coscienza  anzi  che  la  mia 
parola.  Non  procederb  implacabilmente  ne  ti  strapper6  la  confes- 
sione  con  la  tortura;  ma,  come  sogliono  i  nobili  inquisitori,  ac- 
contentandomi  d'un  tuo  semplice  ripudio  ti  esorterb  ad  evitare 
d'ora  in  poi  con  ogni  cura  ci6  che  fin  qui  neghi  di  avere  tollerato. 


8o  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

Siquando  autem  vultus  tui  species  tentare  animum  forte  ceperit, 
occurrat  qualia  mox  eadem  futura  sint  membra  que  nunc  placcnt, 
quam  feda,  quam  tristia,  quam  tibi  ipsi,  si  revidere  possis,  hor- 
renda;  tecumque  hec  inter  philosophicum  illud  frequenter  in- 
gemina  «Ad  maiora  sum  genitus  quam  ut  sim  mancipium  corpo- 
ris  mei. »*  Profecto  enim  summa  insania  est  hominum,  se  se  negli- 
gentium,  corpus  autem  et,  in  quibus  habitant,  membra  comentium, 
Siquis  in  carcerem  tenebrosum  atque  humentem  olentemque  pe- 
stifere  ad  breve  tempus  intrusus  sit,  nonne,  si  non  desipiat,  in- 
tactum  se,  quam  possibile  fuerit,  ab  omni  parietum  ct  soli 
contagione  servabit  et,  iamiam  egressurus,  intentis  auribus  libe- 
ratoris  sui  expectabit  adventum?  Quod  si,  his  curis  abiectis 
cenoque  et  horrore  carceris  delibutus,  exire  metuat,  ac  pingendis 
ornandisque  circa  se  menibus  omnem  curam  studiosus  impendat, 
loci  stillantis  naturam  frustra  superare  meditans,  nunquid  non 
merito  insanus  videatur  et  miser?  Nempe  vos  carcerem  vcstrum 
et  nostis  et  amatis,  ah  miseri!  et  mox  vel  educendi  certc  vel 
extrahendi  heretis  in  eo  exornando  soliciti  qucm  odisse  decuerat. 
Sicut  tu  ipse  in  Africa  tua  Scipionis  illius  magni  patrem  loquen- 
tern  induxisti: 

odimus  et  laqueos  et  vincula  nota  timemus 
libertatis  onus:  quod  nunc  sumus  illud  amamus* 

Preclare  quidem,  modo  quod  alios  dicere  facis  ipse  tibi  diceres. 
Unum  vero,  quod  ex  omni  sermone  tuo  tibi  fortassis  humillimum 
michi  autem  arrogantissimum  videtur,  dissimulare  non  valeo. 

Fr.  Doleo  si  superbe  aliquid  dixi;  at  si  factorum  dictorum  ve 
moderator  est  animus,  nichil  me  arrogans  dixisse  ipse  michi 
testis  est. 

Aug.  Multo  quidem  importunius  superbie  genus  est  alios  de- 
primere,  quam  se  ipsum  debito  magis  attollere;  longeque  maluis- 
sem  ceteros  magnifieares,  te  quanquam  ceteris  anteferres,  quam, 
calcatis  omnibus,  ex  alieno  contemptu  superbissime  tibi  clipeum 
humilitatis  assumeres. 

Fr.  Ut  voles  accipe.  Ego  ncc  michi  nee  aliis  multum  tribuo; 
piget  referre  quid  de  maiore  parte  hominum  sentiam  expertus. 

i.  Seneca,  Ep.  ad  LitciL,  65,  21 :  «maior  sum  ct  ad  maiora  genitus,  quam 
ut  mancipium  sim  mei  corporis».  2.  Petrarca,  Africa,  I,  329-30  (dove 
il  Festa  preferisce  invece  di  «nunc  sumus »  la  lezione  «wow  sumus »  che 
&  anche  in  alcuni  codici  del  Secretum). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   SECONDO  8l 

Se  talora  dunque  cominciasse  per  avventura  a  tentarti  1'animo 
la  leggiadria  del  volto,  ti  sovvenga  quali  siano  per  diventare  presto 
quelle  membra  di  cui  ora  ti  piaci:  quanto  sozze,  quanto  tristi, 
quanto  a  te  stesso  orrende  se  le  potessi  rivedere!  e  fra  te  e  te 
frattanto  ripeti  di  frequente  quella  filosofica  sentenza:  «Sono 
stato  create  a  maggior  destine  che  d'essere  servo  del  mio  corpo. » 
Ch6  dawero  6  somma  stoltezza  degli  uomini  il  trascurare  se  stessi  e 
invece  abbellire  il  corpo  e  le  membra  in  cui  vivono.  Se  uno  e 
gettato  per  breve  tempo  in  un  carcere  oscuro,  umido,  pestilenzial- 
mente  fetido,  non  vorra  forse,  a  meno  che  non  sia  pazzo,  serbarsi 
quanto  gli  sia  possibile  immune  da  ogni  sozzura  del  suolo  e  delle 
pareti;  e  giunto  al  momento  di  uscirne,  non  spiera  con  attento 
orecchio  Tarrivo  del  suo  liberatore?  Che  se,  trascurando  questi 
riguardi  e  intriso  del  fango  e  del  sudiciume  del  carcere,  avesse 
timore  di  uscirne  e  studiosamente  attendesse  a  dipingerne  e  ador- 
narne  le  pareti  che  lo  circondano,  sperando  invano  di  vincere  la 
condizione  delPumido  luogo,  forse  che  non  sarebbe  a  ragione  rite- 
nuto  pazzo  e  miserevole  ?  Similmente  voi  considerate  ed  amate  il 
carcere  vostro,  oh  miseri!  e  sul  punto  d'esserne  certamente  condotti 
o  strappati  fuori  vi  ci  abbrancate,  intenti  ad  adornarlo,  mentre 
dovreste  odiarlo.  Cosl  tu  nella  tua  Africa  fai  dire  al  padre  del  gran- 
de  Scipione:  «0diamo  i  lacci  e  temiamo  le  note  catene,  impedi- 
menti  alia  liberazione.  Amiamo  quello  che  siamo  ora. »  Benissimo 
dawero,  pur  che  dicessi  a  te  stesso  quello  che  fai  dire  agli  altri. 
Pero  in  tutto  il  tuo  discorso  non  so  dissimularti  che  cJ6  un  punto, 
il  quale  forse  a  te  pare  umilissimo,  ma  a  me  supremamente  arro- 
gante. 

Fr.  Mi  displace  se  ho  detto  alcun  che  di  superbo ;  ma  se  1'animo 
&  la  guida  degli  atti  e  delle  parole,  esso  m' &  testimonio  che  non  dissi 
nulla  di  arrogante. 

Ag.  L'abbassare  gli  altri  &  una  sorta  di  superbia  molto  piii  spia- 
cevole  che  non  quella  d'esaltare  se  stessi  piu  del  dovuto.  E  avrei 
di  gran  lunga  preferito  che  tu  esaltassi  gli  altri,  pur  anteponendo 
a  loro  te  stesso,  che  non  vederti,  dopo  averli  calcati,  superbamente 
imbracciare  uno  scudo  d'umiltk  fatto  di  sprezzo  altrui. 

Fr.  Prendila  come  vuoi.  lo  non  faccio  gran  conto  n6  di  me  n6 
degli  altri.  Mi  ripugna  esprimere  quello  che  per  esperienza  io 
pensi  della  maggior  parte  degli  uomini. 


82  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

Aug.  Se  ipsum  spernere  tutissimum  est;  alios  vero  periculo- 
sissimum  atque  vanissimum.  Sed  progrediamur  ad  reliqua.  Scis 
quid  te  aliud  avertit? 

Fr.  Quicquid  libuerit  dicito,  modo  ne  accuses  invidie. 

Aug.  Utinam  non  tibi  magis  superbia  quam  invidia  nocuissct. 
Hoc  enim  crimine  me  iudice  liber  es.  Sed  alia  quedam  dicturus 
sum. 

Fr.  Nulla  me  deinceps  accusatione  turbaveris.  Die  ingenue 
quicquid  est,  quod  me  transversum  agat. 

Aug.  Rerum  temporalium  appetitus. 

Fr.  Apage  obsccro;  nichil  unquam  absurdius  audivi. 

Aug.  Repente  turbatus  et  proprie  promissionis  oblitus  es! 
lam  invidie  mentio  nulla  est! 

Fr.  At  avaritie,  a  quo  crimine  nescio  an  remotior  quisquam  sit. 

Aug.  Multum  te  iustificas.  Sed  michi  crede,  non  es  ab  hac 
peste,  ut  tibi  videris,  alienus. 

Fr.  Ego  ne  ab  avaritie  labe  non  immunis  sum? 

Aug.  Ne  ab  ambitione  quidem. 

Fr.  Age,  iam  urge,  ingcmina,  accusatoris  officium  imple;  quid 
iam  novi  vulneris  infligere  velis  expecto. 

Aug.  Proprie  quidem  veritatis  testimonium  accusationem  et 
vulnus  appellasti.  Verum  est  enim  satyricum: 

accusator  erit  qui  verum  dixerit.1 
Nee  minus  et  comicum  illud: 

obsequium  amicos  veritas  odium  parit.2 

Sed  die  oro:  quorsum  he  solicitudines  et  exedentes  animum 
cure?  Quid  necesse  erat  in  tarn  brevibus  vite  spatiis  tarn  longas 
spes  ordiri? 

Vite  summa  brevis  spem  nos  vetat  inchoare  longam? 

Legis  semper  ista,  sed  negligis.  Respondebis,  ut  arbitror,  ami- 
corum  te  caritate  compelli,  et  pulcrum  errori  nomen  invenies. 
Atqui  dementia  quanta  est,  ut  alteri  sis  amicus,  tibi  ipsi  bellum 
et  inimicitias  indicerel 

Fr.  Non  sum  tarn  illiberalis  et  inhumanus  ut  non  me  contingat 
amicorum  cura;  eorum  presertim,  quos  virtus  michi  meritumque 

i.  Giovenale,  Sat.,it  161.    2,  Terenzio,  Andr.y  68.  3.  Orazio,  Carmn  1, 4, 15, 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  83 

Ag.  Non  pregiare  se  stessi  &  un  metodo  sicurissimo;  spregiare 
gli  altri  e  molto  pericoloso  e  sterile.  Ma  procediamo  ai  restanti 
punti.  Sai  che  altro  ti  travia  ? 

Fr.  Di'  pure  ci6  che  ti  piace,  pur  che  non  m'accusi  d'invidia. 

Ag.  Dio  volesse  che  la  superbia  ti  avesse  nociuto  nel  grado  stesso 
che  Tinvidia;  dacch6  di  questa  colpa  a  mio  giudizio  sei  libero. 
Ma  debbo  dirti  alcune  altre  cosette. 

Fr.  D'ora  in  poi  con  nessuna  accusa  mi  turberai  piii.  Di' 
schiettamente,  checch6  sia  ci6  che  mi  fa  deviare. 

Ag.  La  cupidigia  dei  beni  temporali. 

Fr.  Evvia,  ti  prego!  Non  ho  udito  mai  nulla  di  piii  assurdo. 

Ag.  Eccoti  d'improwiso  turbato  e  dimentico  della  tua  pro- 
messa.  E  si  che  non  ho  parlato  di  invidia. 

Fr.  Ma  si  di  avarizia,  vizio  dal  quale  non  conosco  chi  sia  piu 
lontano  di  me. 

Ag.  Hai  gran  premura  di  giustificarti;  eppure  credimi  che  non 
sei  cosl  alieno  da  questo  pestifero  male  come  ti  credi. 

Fr.  lo  dunque  non  sarei  immune  dalla  macchia  di  avarizia? 

Ag.  E  neppure  da  quella  dell'ambizione. 

Fr.  Or  via:  incalza,  ripicchia,  compi  il  tuo  ufScio  di  accusatore. 
G&  attendo  le  nuove  ferite  che  vorrai  inferirmi. 

Ag.  Hai  ragione  di  chiamare  accusa  e  ferita  Penunciazione  della 
veritk ;  perch6  i  giusto  il  detto  del  poeta  satirico : « Sara  accusatore  chi 
avrk  detto  il  vero»;  n6  meno  giusto  6  quello  del  comico:  «L'adula- 
zione  ci  crea  gli  amici,  la  veritk  ci  procura  odio. »  Ma  dimmi  di  gra- 
zia:  a  che  codeste  preoccupazioni,  codesti  affanni  che  ti  rodono 
1'anima  ?  Che  necessitk  c'era  di  tessere  si  lunghe  speranze  per  si 
breve  spazio  di  vita  ? « La  complessiva  brevitk  della  vita  ci  vieta  di 
assumere  una  speranza  lontana,»  Ognora  leggi  queste  sentenzc, 
ma  le  trascuri.  Risponderai,  m'immagino,  che  vi  sei  spinto  dalla 
sollecitudine  per  gli  amici;  e  cosl  darai  un  bel  nome  alPerrore, 
Se  non  che  sarebbe  una  grossa  stoltezza,  per  essere  amico  agli 
altri,  dichiarare  guerra  e  ostiliti  a  te  stesso. 

Fr,  Non  sono  cosl  egoista  e  disumano  che  non  mi  muova  solle 
citudine  d'amici,  di  quelli  specialmente  che  a  me  concilia  la  virtu 


84  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

conciliat.  Sunt  enim  quos  suspiciam,  quos  venerer,  quos  amem, 
quos  ve  miserear.  Ex  diverso  autcm  nee  adeo  liberalis  sum,  ut 
propter  amicos  me  perditum  earn.  Haud  hoc  dixerim.  Pro  victu 
quotidiano  preparare  aliquid  mens  optat;  atque  hoc  studco  ut 
(quoniam  Horatii  iaculis  me  petis,  horatianus  clipeus  tegat) 

sit  bona  librorum  et  provise  frugis  in  annum 
copia,  ne  fluitem  dubie  spc  pendulus  hore.1 

Et  quia  propositum  est  michi,  ut  ait  idem, 

nee  turpem  senectam 
degcre  nee  cithara  carentem? 

et  multurn  vereor  vite  prolixioris  insidias,  longe  in  utrunque  michi 
ipse  provideo,  et  Musarum  studiis  rei  familiaris  curas  intersero; 
verum  id  ago  tarn  segniter  ut  evidenter  appareat  me  coactum  ad 
ista  descendere. 

Aug.  Intelligo  quam  alte  in  cor  tuum  ista  penetrarint,  quibus 
excusatio  quereretur  arnentie.  Cur  autem  non  eque  satyricum  il- 
lud  precordiis  inheserit: 

sed  quo  dwitias  hec  per  tormenta  coactas, 

cum  furor  haud  dubius,  cum  sit  manifesto,  phretiesis, 

ut  locuples  moriaris  egenti  vivere  fato?3 

Credo  quia  preclarum  extimas  purpureis  stratis  obsitum  mori, 
sepulcro  iacere  marmoreo,  linquere  successoribus  de  opulenta 
hereditate  certamen.  Illasque  ideo,  quibus  ista  parantur,  divitias 
concupiscis.  Supervacuus  labor  et,  siquid  michi  credis,  insanus. 
lam  si  ad  comunem  hominum  respicis  naturam,  nosti  earn  paucis 
esse  contentam;  sin  ad  propriam  cogitando  reflecteris,  vix  natus 
est  cui  pauciora  sufficerent,  nisi  publicus  error  obstreperet.  Ad 
populares  mores  vel  ad  ipsius  forte,  qui  loquebatur,  animum 
respexit  poeta  dum  diceret: 

victum  infelicem  tellus  lapidosaque  coma 
dant  rami,  et  vulsis  pascunt  radicibus  herbe.4 

Tibi  contra  fatearis  oportet  nichil  tali  victu  dulcius  nichilque 
suavius,  si  tuis  et  non  insanientis  vulgi  legibus  vivas.  Quid  ergo 

i.  Orazio,  Epist.,  i,  18,  109-10  («neu  fluitem »).  2.  Orazio,  Carm,,  I,  31, 
19-20.  3.  Giovenale,  Sat.,  xiv,  135-7.  4-  Virgilio,  Aen.,  HI,  649-50 
(« . .  .  infelicem,  bacas  lapidosaque  .  .  . »). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  85 

o  il  merito  loro.  Ce  n'e  infatti  alcuni  che  ammiro,  altri  che  venero, 
altri  che  amo,  altri  che  compiango.  D'altra  parte  poi  non  sono  cosi 
altruista  d'andare  io  in  rovina  per  gli  amicL  Non  oserei  dirlo. 
Desidero  di  risparmiare  qualche  cosetta  per  il  vitto  giornaliero; 
e  questo  procuro  affinche  (da  poi  che  tu  m'assali  con  f recce  ora- 
ziane  voglio  ripararmi  pure  sotto  uno  scudo  oraziano)  ami  resti 
una  buona  provvista  di  libri  e  di  messi  raccolte  per  Panno,  sicch6 
non  trepidi  sospeso  nell'ansia  d'un'incerta  ora».  E  poich6  mi  pro- 
pongo,  come  dice  il  poeta  stesso,  di  ccpassare  una  vecchiaia  ne 
squallida,  n6  priva  di  cetra»,  e  perch6  temo  assai  le  insidie  d'una 
vita  troppo  lunga,  provvedo  assai  per  tempo  io  stesso  a  Tuna  cosa  e 
a  Paltra,  e  intreccio  agli  studi  delle  Muse  le  cure  familiari ;  bench6 
Io  faccia  cosl  straccamente,  che  appare  evidente  come  a  queste 
m'abbassi  per  necessita. 

Ag.  Capisco  quanto  profondamente  siano  penetrati  nel  tuo  cuore 
questi  sentimenti,  ai  quali  altra  scusa  non  si  richiederebbe  che  la 
stoltezza.  Ah!  perch6  non  vi  si  apprese  egualmente  quel  detto  del 
satirico:  «Ma  a  che  queste  ricchezze  tormentosamente  adunate, 
quando  e  indubbio  furore,  quand'e  manifesta  pazzia,  per  morire 
doviziosi  vivere  in  misero  state  ?»  Suppongo  perch6  stimi  un 
grande  vantaggio  morire  coperto  di  porpuree  coltri,  giacere  in  un 
sepolcro  marmoreo,  lasciare  ai  tuoi  successor!  di  che  litigare  intorno 
a  un'opulenta  eredita;  per  questo  desideri  quelle  ricchezze  con  le 
quali  tali  guadagni  si  acquistano.  Inutile  fatica,  e  se  un  po'  mi 
credi,  insana.  Gia  se  riguardi  alia  comune  natura  degli  uomini, 
riconoscerai  che  si  accontenta  di  poco;  se  poi  rivolgila  riflessione 
alia  tua  propria,  non  c'£  forse  al  mondo  chi  s'accontenterebbe  di 
meno,  se  il  pubblico  errore  non  ti  frastornasse.  Ma  ebbe  1'occhio 
all'usanza  comune,  o  forse  all'indole  di  colui  che  fa  parlare,  il 
poeta  quando  disse :  « Triste  vitto  da  la  terra  e  duri  cornioli  gli 
arbusti  e  ci  pascono  Perbe  strappate  con  le  radici. »  A  te  invece 
convien  confessare  che  nulla  ti  riescirebbe  piu  dolce  di  tale  vitto, 
e  nulla  piu  soave,  se  vivessi  secondo  i  tuoi  e  non  secondo  i  dettami 


86  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

tc  crucias?  Si  ad  naturam  tuam  te  metiris,  iam  pridcm  dives  eras; 
si  ad  populi  plausum,  dives  esse  nunquam  poteris,1  scmperque 
aliud  restabit,  quod  sequens  per  cupiditatum  abrupta  rapiaris. 
Meministi  quanta  cum  voluptate  reposto  quondam  rare  vaga- 
baris,  et  nunc  herbosis  pratorum  thoris  accubans  murmur  aque 
luctantis  hauriebas,  nunc  apertis  collibus  rcsidens  subiectam  pla- 
nitiem  libero  metiebaris  intuitu;  nunc  in  aprice  vallis  umbraculo 
dulci  sopore  correptus  optato  silentio  fruebaris;  nunquam  otiosus, 
mente  aliquid  altum  semper  agitans,  et,  solis  Musis  comitantibus, 
nusquam  solus?  Denique  virgiliani  senis  exemplo  qui 

regum  equabat  opes  ammo,  seraque  revertens 
nocte  domum,  dapibus  mensas  onerdbat  inemptis2 

sub  occasum  solis  angustam  domum  repetens  et  tuis  contentus 
bonis,  nunquid  non  tibi  omnium  mortalium  longe  ditissimus  et 
plane  felicissimus  videbaris? 

Fr.  Hei  michi!  nunc  recolo,  atque  illius  temporis  commemora- 
tione  suspiro. 

Aug.  Quid  suspiras,  aut  quis  tibi,  dcmens,  horum  malorum 
prebuit  materiam?  Nempe  animus  ipse  tuus,  quern  puduit  tarn  diu 
nature  sue  legibus  parere  quique  frenum  non  fregisse  credidit 
servitutem.  Is  modo  te  raptat  violentus,  et,  nisi  habenas  contrahis, 
precipitaturus  in  mortem.  Ex  quo  primum  cepisti  ramorum 
tuorum  bachas  fastidire,  amictusque  simplicior  et  agrestium  ho- 
minum  sorduit  convictus,  in  medios  urbium  tumultus,  urgente 
cupiditate,  relapsus  es,  ubi  quam  lete  quamque  tranquille  degas 
frontis  tue  habitus  et  verba  testantur.  Quid  enim  ibi  miseriarum 
non  vidisti,  pertinacissimus  adversus  infeliciter  experta!  et  adhuc 
hesitas,  peccatorum  forsitan  illigatus  nexibus,  ac  favente  Deo  ut, 
ubi  sub  aliena  ferula  pueritiam  exegisti,  ibidem,  tui  iuris  effectus, 
miserabilem  conteras  senectutem.3  Certe  ego  presens  aderam, 
cum  adhuc  adolescentulum  te  nulla  cupiditas,  nulla  prorsus  tan- 
gebat  ambitio,  cum  cuiusdam  magni  futuri  viri  specimen  pre- 
ferebas,  Nunc  mutatis  moribus,  infelix,  quo  magis  ad  terminum 

i.  Si  ad  naturam  .  .  .  poteris:  e  il  motto  di  Epicure  riferito  e  illustrato  da 
Seneca  (Ep.  ad  LuciL,  16,  7):  «si  ad  naturam  vives,  numquam  eris  pauper; 
$iadopiniones,numquamerisdives».  2.Virgilio,Geor^.,iv,  130-1  («...opes 
animis ...»):  vi  si  descrive  la  vita  del  vecchio  di  Corico,  coltivatore  sere- 
no  di  un  piccolo  campicello.  3.  ubi  sub  aliena. . .  senectutem'.  la  composi- 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO    SECONDO  87 

dello  sciocco  volgo.  Perche*  dunque  ti  crucci  ?  Se  ti  commisuri  al- 
Findole  tua,  gia  da  tempo  sei  ricco ;  se  all'approvazione  del  popolo, 
ricco  non  potrai  essere  mai;  e  sempre  ti  mancher^  dell'altro,  e  per 
conseguirlo  sarai  trascinato  attraverso  i  dirupi  del  desideri.  Ti 
ricordi  con  quanto  piacere  vagavi  un  tempo  per  la  remota  campa- 
gna,  ed  ora  sdraiato  sull'erboso  giaciglio  dei  prati  ascoltavi  il 
mormorio  deiracqua  frusciante;  ed  ora,  posato  sugli  aerei  colli, 
misuravi  con  libera  vista  la  sottoposta  pianura ;  ora  alPombra  tenue 
di  una  valle  aprica,  preso  da  dolce  sonno,  godevi  del  silenzio  desi- 
derato;  non  ozioso  mai,  sempre  mulinando  qualche  cosa  di  alto 
nella  mente  e,  bench6  dalle  sole  Muse  accompagnato,  in  nessun 
luogo  mai  sentendoti  solo!  Finalmente  al  modo  del  vecchio  di 
Virgilio  « che  pareggiava  coll'animo  le  ricchezze  dei  re  e  a  tarda 
notte  tornando  a  casa  ingombrava  la  mensa  con  cibi  non  com- 
pri»,  anche  tu  verso  il  tramonto,  tornando  alia  tua  casetta,  con- 
tento  de'  tuoi  piaceri,  forse  che  non  ti  sentivi  di  gran  lunga  il  piu 
ricco  dei  mortali  e  pienamente  felice? 

Fr.  Ahime,  come  lo  rammento  e  al  ricordo  di  quel  tempo 
sospiro! 

Ag.  A  che  sospiri?  chi  ti  fornl,  o  stolto,  materia  ai  mail  d'ora? 
Non  altri  che  il  tuo  stesso  animo,  a  cui  parve  vergogna  ubbidire 
cosl  a  lungo  alle  leggi  dcll'indole  propria,  e  a  cui  parve  essere 
servo,  se  non  spezzava  il  freno.  Esso  ora  impetuoso  ti  trascina 
e,  se  non  tiri  le  redini,  ti  precipitera  alia  morte.  Dal  primo  momento 
che  cominciasti  a  spregiare  le  bacche  dei  tuoi  arbusti  e  il  rozzo 
vestire  e  il  vivere  con  i  campagnuoli  ti  vennero  a  schifo,  ecco  che 
fosti  trascinato  dall'incalzare  della  cupidigia  nel  mezzo  dei  citta- 
dini  tumulti,  dove  quanto  lietamente  e  quanto  tranquillamente  tu 
viva,  Pattestano  le  tue  parole  e  Paspetto  del  viso.  Quante  miserie 
infatti  non  ci  hai  vedute,  ostinandoti  contro  la  dolorosa  esperienza! 
ed  ancora  esiti,  forse  avvinto  dai  lacci  del  peccato,  o  forse  perche* 
Dio  vuole  che,  dove  trascorresti  Pinfanzia  sotto  Paltrui  disciplina, 
ivi  pure,  padrone  di  te  stesso,  finisca  una  triste  vecchiezza.  SI, 
io  ti  era  accanto  quando  ancor  giovinetto  nessuna  cupidigia,  nes- 
suna  ambizione  punto  ti  assaliva,  mentre  offrivi  indizi  di  diventare 
pur  qualche  cosa  di  grande.  Ora,  disgraziato!  cangiati  i  costumi, 

zione  del  Secretum  cade  nel  1342-43  in  corrisponclenza  della  seconda  resi- 
denza  di  Valchiusa;  ma  buona  parte  di  quel  tempo  fu  trascorsa  dal  Petrarca 
ad  Avignone  ed  e  questa  la  citt&  a  cui  qui  si  allude. 


88  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

appropinquas,  eo  viatici  reliquum  conquiris  attentius.  Quid  su- 
pcrest  igitur  nisi  ut  in  die  mortis,  que  forte  iam  iuxta  est  et  pro- 
fecto  procul  esse  non  potest,  aurum  sitiens  kalendario  semivivus 
incumbas?  siquidem  quod  per  dies  singulos  crescit,  supremo  die 
necesse  est  ad  summum  et  augeri  vetitum  pervencrit  incrementum. 

Fr.  Senectutis  pauperiem  ante  prospiciens  si  fatigate  etati  adiu- 
menta  conquiro,  quid  hie  tam  reprehensibile  est? 

Aug.  0  ridiculas  curas  insanamque  negligcntiam,  id  anxie  co- 
gitare,  quo  vel  nunquam  forte  perventurus,  certe  vel  ubi  bre- 
vissimo  tempore  permansurus  sis;  illius  autem  oblivisci,  quo  et 
pcrvenire  necessarium  sit,  et  irremeabile  pervenisse.  Sed  ille  mos 
vester  execrandus  est;  transitoria  curatis,  cterna  negligitis.  In  eo 
quidem  quod  de  senili  paupertate  clipeum  queris  errori,  inhesit, 
credo,  tibi  virgilianum  illud 

atque  inopis  metuens  formica  senecte.1 

Itaque  illam  tibi  vite  magistram  delegisti,  excusabilior  diccnte 
Satyrico : 

frigusque  fame?nque 
formica  tandem  quidam  expavere  magistral 

At  si  non  totus  in  formice  magisterium  abiisti,  reperies  niehil 
miserius,  niehil  amentius  quam  semper  pauperiem  pati  ne  quando 
patiaris.  Quid  ergo?  Pauperiem  ne  suadeo?  Optare  quidem  mi- 
nime;  tolerare  summo  operc,  si  sic  res  humanas  miscens  fortuna 
coegerit.  Mediocritatem  sane  in  omni  statu  expetendam  censco. 
Non  igitur  ad  illorum  statuta  te  revoco  qui  aiunt :  «  Satis  est  vite 
hominum  panis  et  aqua;  nemo  ad  hec  pauper  est,  intra  que  quis- 
quis  desiderium  suum  clausit,  cum  ipso  love  de  felicitate  conten 
ded;3  nee  modum  vite  hominum  «fluvium  Cereremque»  con- 
stituo.  Sunt  enim  ut  magnifice  sic  auribus  hominum  importune 
pridem  odioseque  sententie.  Itaque,  ut  infirmitati  tue  morem 
geram,  exinanire  naturam  non  doceo,  sed  frenare.  Sufficiebant 
tua  quidem  usibus  necessariis,  si  tu  ipse  tibi  suffecisses;  nunc 
autem  ipse  quam  pateris  indigentiam  peperisti.  Cumulationem 
enim  opum  necessitatem  ac  solicitudinem  cumulare,  iam  toticns 
disputatum  est,  ut  amplioribus  non  egeat  argumentis.  Mirus  error 

i.  Virgilio,  Georg,,  i,  186.  2.  Giovenale,  Sat.}  vi,  360-1.  3.  Seneca,  Ep. 
ad  LuciL,  25,  4. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  89 

quanto  piu  ti  avvicini  al  termine  tanto  piu  sollecitamente  accumuli 
il  viatico  pel  restante  cammino.  Che  ti  resta  dunque  se  non  che  nel 
giorno  delta  moite  (che  forse  e  gia  vicina  e  ad  ogni  modo  non  pu6 
esser  lontana)  assetato  d'oro  tu  ti  curvi  moribondo  sopra  il  libro 
dei  prestiti?  dacch6  ci6  che  cresce  di  giorno  in  giorno  conviene 
che  nel  giorno  supremo  pervenga  al  suo  massimo  senza  possibilita 
di  aumentare. 

Fr.  Se  antiveggendo  la  miseria  per  quando  sar6  vecchio,  prov- 
veggo  aiuti  per  quella  stanca  eta,  che  v'e  in  ci6  di  tanto  riprovevole  ? 

Ag.  O  ridicola  sollecitudine  e  folle  trascuratezza  pensare  ansio- 
samente  a  un  punto  al  quale  forse  non  perverrai  mai,  o  nel  quale 
ad  ogni  modo  rimarrai  per  brevissimo  tempo ;  e  frattanto  dimenti- 
carti  di  quello  a  cui  e  fatale  tu  giunga  e  da  cui  non  si  scampa  quando 
vi  si  e  giunti.  Ma  quest'e  Tesecrabile  abitudine  vostra;  curare  ci6 
che  e  effimero,  trascurare  Peterno.  Certo  in  quel  che  dici  della 
poverta  senile  a  difesa  del  tuo  errore,  c'e  rimasto,  credo,  la  traccia 
di  quel  motto  virgiliano:  «e  la  formica  timorosa  della  vecchiaia 
povera ».  E  cosi  te  la  sei  scelta  come  maestra  di  vita,  un  po'  scusa- 
bile  per  il  detto  del  Satirico :  «  Alcuni  finalmente  temettero  il  fred- 
do  e  la  fame,  dietro  rcsempio  della  formica. »  Ma  se  non  ti  sei  perso 
tutto  alia  scuola  della  formica,  troverai  che  nulla  e  piu  meschino, 
nulla  piu  insensato  del  soffrire  sempre  la  poverta  per  non  soffrirla 
un  giorno.  E  che  perci6?  Vorr6  io  consigliarti  la  poverta?  A  desi- 
derarla  per  nulla  affatto,  si  a  decisamente  sopportarla  se  cosl  vi  ti 
costringa  la  fortuna  che  sovverte  le  cose  umane.  In  realta  penso  che 
in  ogni  condizione  sia  da  desiderare  un  che  di  mezzo;  perci6  non 
ti  richiamo  alle  teorie  di  quelli  che  dicono :  « Alia  vita  delPuomo  & 
sufficiente  il  pane  e  Pacqua:  nessuno  e  povero  a  tal  punto,  e  chi  a  ci6 
abbia  limitato  il  proprio  desiderio  potra  gareggiare  con  lo  stesso 
Giove  in  felicita. »  E  neppure  limito  « a  Cerere  e  al  fiume » il  tenore 
della  vita  degli  uomini.  Sono  codeste,  infatti,  delle  massime  tanto 
solenni  quanto  importune  e  da  gran  tempo  odiose  alle  orecchie 
degli  uomini;  pertanto,  se  voglio  porre  rimedio  al  tuo  male,  non  ti 
ammaestrer6  a  debilitare  la  natura,  ma  a  frenarla.  Quel  che 
possedevi  bastava  alle  tue  necessita,  pur  che  tu  fossi  bastato  a  te 
stesso;  ora,  invece,  ti  sei  procurata  da  te  Pindigenza  della  quale 
sorTri,  Che  Paccumularsi  delle  ricchezze  accumuli  le  esigenze  e  le 
preoccupazioni,  e  stato  tante  volte  dimostrato  da  non  richiedere 
piu  ampie  argomentazioni.  Strano  errore  si  e,  e  deplorevole  cecita, 


90  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

et  miseranda  cecitas,  preclarissime  nature  ac  celestis  originis  hu- 
manum  animum,  celestibus  neglectis,  metallis  inhiare  terrestribus. 
Cogita,  queso,  acriter  atque  oculos  mentis  intende,  nee  eos  cir- 
cumradiantis  auri  fulgor  impediat:  quotiens  uncis  avaritie  tractus 
ab  altissimis  curis  ad  hec  inferiora  diverteris,  nonne  de  celo  in 
terras  precipitem  corruisse,  et  e  mediis  sideribus  in  profundis- 
simam  voraginem  demersum  te  esse  cognoscis? 

Fr.  Cognosce  equidem,  et  dici  non  posset  quam  graviter  pre- 
cipitatus  allidor. 

Aug.  Quid  ergo  totiens  experta  non  metuis?  et  cum  fueris 
erectus  ad  supera,  non  tenacius  pedem  figis  ? 

Fr.  Nitor  quippe,  sed  quoniam  humane  conditionis  concutit 
necessitas,  invitus  avellor.  Nee  enim  sine  causa  veteres  poetas 
geminum  Parnassi  collem  duobus  diis  dedicasse  suspicor,  sed  ut 
ab  Apolline,  quem  deum  ingenii  vocabant,  internum  animi 
presidium,  a  Bacho1  autem  rerum  externarum  sufficientiam  im- 
plorarent.  In  quam  sententiam  me  non  modo  rerum  experientia 
magistra,  sed  crebra  etiam  doctissimorum  hominum  inclinavit 
autoritas,  quos  tibi  quidem  inculcare  non  attinet.  Ita,  quamvis 
turba  deorum  ridiculosa  sit,  hec  tamen  vatum  opinio  haud  prorsus 
insensata  est;  quam  ego,  si  ad  unum  retulerim  Deum,  a  quo 
omnis  oportuna  subventio  est,  non  me  deli  rare  quidem  arbitra- 
bor,  nisi  tibi  aliter  videatur. 

Aug.  Ego  ita  esse  non  nego,  sed  quod  tempus  tarn  inique  par- 
tiaris  indignor.  Universam  enim  etatem  tuam  honestis  olim  curis 
destinaveras ;  sic,  quid  in  aliis  coactus  expenderes,  id  tempus  per- 
ditum  iudicabas;  nunc  vero  tantum  honestati  tribuis,  quantum 
tibi  reliquum  fecit  avaritie  studium.  Quis  non  ad  etatem  pro- 
vectiorem  pervenisse  cupiat,  que  sic  consilia  hominum  alternat? 
Sed  quis  erit  finis  aut  quis  modus  ?  Prefige  tibi  metam,  ad  quam 
cum  perveneris  subsistes  et  aliquando  respires.  Scis  illud  hu~ 
mano  ore  prolatum  oraculi  vim  habere: 

semper  avarus  eget;  cerium  veto  pete  finem* 

Quis  autem  cupiditatibus  tuis  erit  finis? 
Fr.  Nee  egere, 'nee  abundare;  nee  preesse  nee  subesse  aliis> 
finis  est  meus. 

i.  Bacho:  «Bachus»  &  la  grafia  medievale  per  « Bacchus",  2.  Orazio, 
Epist.,  i,  2,  56. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  91 

che  Panimo  delPuomo,  di  elettissima  essenza  e  d'origine  divina, 
trascurando  le  ricchezze  divine  aderisca  tutto  alle  terrene.  Or  via! 
ripensa  intensamente,  e  aguzza  gli  occhi  del  pensiero,  si  che  non  li 
abbagli  il  fulgore  delPoro  che  splende  loro  intorno.  Ogni  volta 
che,  trascinato  dagli  artigli  della  cupidigia,  sei  distratto  dalle  no- 
bili  cure  a  queste  inferiori,  non  riconoscerai  d'essere  dal  cielo 
precipitato  in  terra  e  di  tra  le  stelle  sommerso  in  una  profondis- 
sima  voragine? 

Fr.  Lo  riconosco,  si,  e  non  potrebbe  dirsi  quanto  gravemente  sia 
percosso  in  questo  precipitare. 

Ag.  Perche"  dunque  non  temi  i  danni  tante  volte  sperimentati 
e,  drizzato  che  sii  alle  cose  superne,  piu  tenacemente  non  vi  fermi 
il  piede? 

Fr.  Lo  tento  di  certo;  ma  quando  batte  la  necessity  della  na- 
tura  umana,  di  contraggenio  me  ne  traggo.  E  veramente  non  senza 
cagione,  suppongo,  gli  antichi  poeti  dedicarono  il  gemino  giogo  di 
Parnaso  a  due  numi;  bensl  per  implorare  da  Apollo  (che  chiama- 
vano  il  dio  delPingegno)  Pinterno  presidio  delPanimo,  da  Bacco 
invece  la  copia  dei  beni  esteriori.  In  tale  opinione  mi  ha  indotto 
non  soltanto  Pesperienza,  maestra  dei  fatti,  ma  anche  Pautorita 
di  molti  uomini  dottissimi,  che  non  e  certo  necessario  ricordare  a 
te.  Cosl,  sebbene  la  molteplicitk  degli  dei  sia  degna  di  riso,  questa 
opinione  dei  poeti  non  e  in  fondo  insensata.  E  se  io  la  trasportassi 
alPunico  Dio,  dal  quale  viene  ogni  utile  soccorso,  non  credo  che 
direi  una  sciocchezza,  salvo  che  a  te  non  paia  altrimenti. 

Ag.  Non  dico  che  cosl  non  sia:  ma  mi  fa  sdegno  che  tu  distri- 
buisca  cosl  malamente  il  tuo  tempo.  Una  volta  avevi  destinata  tutta 
la  tua  esistenza  alle  nobili  occupazloni ;  e  se  eri  costretto  a  spender- 
ne  un  poco  in  altre  lo  giudicavi  tempo  perduto;  ora,  invece,  ne  de- 
dichi  agli  onesti  studi  tanto  quanto  te  ne  lascia  libero  la  passione 
delPavarizia.  Chi  non  pu6  desiderare  di  giungere  ad  una  piu  matu- 
ra  etk,  che  cangia  cosl  i  pensieri  degli  uomini  ?  Ma  quale  limite  ti 
imporrai,  quale  misura?  Prefiggiti  una  meta,  giunto  alia  quale 
fermarti  e  respirare  una  buona  volta.  Tu  sai  che  ha  valore  di 
divino  response  quel  detto  pur  proferito  da  bocca  umana:  «Sem- 
pre  Pavaro  e  bisognoso,  poni  un  saldo  termine  ai  desideri.»  Or 
quale  termine  avranno  i  tuoi? 

Fr.  Non  avere  meno  ne"  avere  piu  del  bisogno;  n6  essere  in- 
nanzi  agli  altri  ne"  sotto  agli  altri ;  questo  e  il  mio  limite. 


92  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

Aug.  Humanitatem  exuas  oportet  et  deus  fias,  ut  tibi  non 
egere  contingat.  An  ignoras  ex  cuntis  animalibus  egentissimum 
esse  hominem? 

Fr.  Audieram.  sepissime,  sed  integrari  memoriam  velim. 

Aug.  Aspice  nudum  et  informem  inter  vagitus  et  lacrimas 
nascentem,  exiguo  lacte  solandum,  tremulum  atque  reptantem, 
opis  indigum  aliene,  quern  muta  pascunt  anlmalia  et  vestiunt; 
caduci  corporis,  animi  inquieti,  morbis  obsessum  variis,  subiectum 
passionibus  innumeris,  consilii  inopem,  alterna  letitia  et  tristitia 
fluctuantem,  impotentem  arbitrii,  appetitus  cohibere  ne&cium;  quid 
quantum  ve  sibi  expediat,  quis  cibo  potuique  modus  ignorantcm ; 
cui  alimenta  corporis,  ceteris  animalibus  in  aperto  posita,  multo 
labore  conquerenda  sunt;  quern  somnus  inflat,  cibus  distendit, 
potus  precipitat,  vigilie  extenuant,  fames  contrahit,  sitis  arefacit; 
avidum  timidumque,  fastidientem  possessa,  perdita  deplorantem 
et  presentibus  simul  et  preteritis  et  futuris  anxium;  superbientem 
inter  rhiserias  suas  et  fragilitatis  sibi  conscium;  vilissimis  ver- 
mibus  imparem,  vite  brevis,  etatis  ambigue,  fati  inevitabilis,  ac 
mille  generibus  mortis  expositum. 

Fr.  Coacervasti  miserias  infinitas  atque  egestates,  ut  pene  iam 
rne  hominem  natum  esse  peniteat. 

Aug.  In  hac  tanta  hominum  imbecillitate  tantaque  penuria,  tu 
tibi  copiam  ac  potentiam  auspicaris,  que  nullis  Cesaribus  nullisque 
unquam  regibus  perfecta  contigerit. 

Fr.  Quisnam  his  vocabulis  usus  est?  quis  seu  copiam  sen  po 
tentiam  nominavit? 

Aug.  At  que  maior  copia  quam  non  egere  ?  que  maior  potentia 
quam  non  subesse  ?  Profecto  enim  reges  dominique  terrarum,  quos 
opulentissimos  reris,  innumerabilibus  rebus  egent.  Ipsi  quoque 
duces  exercituum,  quibus  preesse  videntur  subsunt  et,  ab  armatis 
legionibus  obsessi,  per  quas  metuuntur,  vicissim  metuant  oportet. 
Desine  iam  impossibilia  sperare  et,  humana  sorte  contentus,  a- 
bundare  et  egere,  preesse  pariter  et  subesse  condiscas;  neu,  his 
moribus  degens,  fortune  iugum,  quo  colla  regum  premuntur, 
excutias;  quod  turn  demum  excidisse  tibi  noveris,  cum,  calcatis 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  93 

Ag.  Occorrerebbe  ti  spogliassi  della  tua  umanita  e  divenissi 
un  dio,  perch6  ti  accadesse  di  non  avere  bisogno.  Ignori  dunque 
che  1'uomo  e  il  piu  bisognoso  di  tutti  gli  animali  ? 

Fr.  L'ho  udito  spessissimo,  ma  vorrei  ravvivarmene  la  memoria. 

Ag.  Vedilo  nudo  e  informe  nascere  tra  vagiti  e  pianti,  tale  da 
dover  essere  consolato  con  un  po'  di  latte;  vedilo  vacillante  muo- 
versi  carponi;  bisognoso  dell'aiuto  altrui,  alimcntato  e  vestito  dalle 
mute  bestie;  caduco  del  corpo,  inquieto  deiranimo;  insidiato  da 
mali  diversi;  soggetto  a  infinite  passioni;  povero  di  senno;  ondeg- 
giante  in  alternative  di  letizia  e  di  tristezza;  non  padrone  del  pro- 
prio  volere,  inetto  a  domare  gli  appetiti;  ignaro  di  che  cosa  e  di 
quanto  gli  occorra;  ignaro  della  misura  nel  mangiare  e  nel  bere; 
costretto  a  procacciarsi  con  grande  fatica  gli  alimenti  del  corpo, 
che  agli  altri  animali  si  offrono  spontaneamente.  Cui  il  sonno 
intorpidisce,  il  cibo  gonfia,  il  bere  fiacca,  le  veglie  estenuano,  la 
fame  macera,  la  sete  inaridisce.  Avido  e  pauroso,  annoiato  di  ci6 
che  possiede,  dolente  di  ci6  che  ha  perduto;  ansioso  delle  pre- 
scnti  cose  e  insieme  delle  passate  e  delle  future  ancora.  Che 
insuperbisce  tra  le  sue  miserie,  e  pur  s'accorge  della  propria  fragi- 
lita;  da  meno  dei  vermi  piu  vili;  dalla  breve  vita;  dalla  mal  sicura 
eta,  dalF inevitable  fine:  ed  esposto  a  mille  generi  di  morte. 

Fr.  M'hai  accumulate  infinite  miserie  e  necessita  si  che  quasi 
mi  duole  di  essere  nato  uomo. 

Ag.  In  tanta  debolezza  e  in  tanta  poverta  umana,  tu  ti  auguri 
una  ricchezza  e  una  potenza  quale  non  tocc6  mai  di  conseguire 
ne"  ad  alcun  Cesare  n6  ad  alcun  re. 

Fr.  Chi  ha  usate  codeste  parole  ?  Chi  ha  nominate  la  ricchezza  o 
la  potenza? 

Ag.  Eppure  qual  maggior  ricchezza  che  non  avere  meno  del 
bisogno?  Quale  sarebbe  maggior  potenza  che  non  essere  sotto- 
posto  ad  alcuno  ?  Ch6  in  realtk  i  re  e  i  signori  della  terra,  che  giu- 
dichi  ricchissimi,  hanno  pur  bisogno  di  innumerevoli  cose;  e  gli 
stessi  capitani  degli  eserciti  sono  soggetti  a  quelli  a  cui  sembrano 
comandare,  e,  prigionieri  di  quelle  legioni  per  le  quali  sono  temuti, 
conviene  che  a  lor  volta  le  temano.  Or  cessa  dallo  sperare  1'impossi- 
bile,  e  adattandoti  alia  umana  sorte  apprendi  ad  avere  il  troppo 
e  il  manco,  a  dominare  e  insieme  ad  essere  dominato:  perch6 
vivendo  come  fai,  non  potrai  scuotere  il  giogo  della  fortuna  dal 
quale  e  gravato  il  collo  dei  re ;  solo  allora  sentirai  finalmente  che 


94  SECRETUH   •    LIBER   SECUNDUS 

passionibus  humanis,  totus  sub  virtutis  imperium  concesseris, 
liber'  illic  futurus,  nulla  egens  re,  nulli  subiectus  hominum,  de- 
nique  rex  et  vere  potens  absoluteque  felix. 

Fr.  lam  piget  incepti,  cupioque  nichil  cupere ;  sed  consuetudine 
rapior  perversa  sentioque  inexplctum  quiddam  in  precordiis  meis 
semper. 

Aug.  Hoc  est,  ut  propositum  spectet  oratio,  hoc  est  quod  te 
a  cogitatione  mortis  avertit,  dum  terrenis  solicitudinibus  impli- 
citus  oculos  ad  altiora  non  erigis.  Quas  quidem  velut  pestifcras 
animorum  sarcinas,  siquid  michi  credis,  abides;  nee  abiecisse 
labor  magnus  fuerit,  modo  te  ad  naturam  tuam  composueris,  eique 
potius  quam  vulgi  furiis  te  vehendum  regendumque  commiseris, 

Fr.  Fiet  id  quidem  me  volente.  Sed  quod  de  ambitione  loqui 
ceperas,  iam  pridem  audire  desidero. 

Aug.  Quid  a  me  expetis,  quod  ipse  tibi  prestare  potes?  Pectus 
tuum  examina;  reperies  inter  pestes  ceteras  non  minimum  am- 
bitioni  locum. 

Fr.  Nichil  ergo  michi  profuit  urbes  fugisse,  dum  licuit,  popu- 
losque  et  actus  pubblicos  despexissc,  silvarum  recessus  et  silentia 
rura  secutum  odium  ventosis  honoribus  indixisse:  adhuc  ambi- 
tionis  insimulor! 

Aug.  Multa  linquitis,  mortales,  non  quia  contemnitis,  sed  quia 
desperatis  posse  consequi.  Excitant  enim  se  alternis  stimulis  spes 
et  desiderium,  usque  adeo  ut  altera  frigescente  tepescat  alterum, 
et  recalente  referveat. 

Fr.  Quid,  oro,  me  sperare  prohibebat?  adeo  ne  cunte  bone 
artes  deerant? 

Aug.  De  bonis  artibus  sileo,  at  ille  deerant  profecto,  quibus  ho- 
die  presertim  ad  altos  gradus  ascenditur:  ambiendi  scilicet  ma- 
gnorum  limina;  blandiendi,  fallendi,  promittendi,  mentiendi,  si~ 
mulandi  dissimulandique ;  gravia  et  indigna  quelibet  patiendL 
Harum  et  similium  egenus  artium,  nee  naturam  vinci  posse  ratus, 
ad  alia  studia  transivisti:  caute  quidem  et  prudenter.  «Quid  est 
enim  aliud»  ut  ait  Cicero  «gigantum  more  pugnare  cum  diis,  nisi 
nature  repugnare  ?  »r 


i.  Cicerone,  De  sen.,  2,  5. 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO    SECONDO  95 

esso  ti  s'e  tolto  quando,  vinte  le  passioni  umane,  ti  sarai  sottomesso 
tutto  alPimpero  della  virtu.  Da  quel  momenta  sarai  libero,  non 
bisognoso  di  nulla,  non  sottoposto  ad  uomo  alcuno ;  insomma  re  e 
veramente  potente  e  assolutamente  felice. 

Fr.  Gia  mi  dolgo  di  ci6  che  ho  intrapreso  e  desidero  di  non 
desiderare  nulla ;  ma  sono  trascinato  dalla  perversa  abitudine  e  sento 
sempre  in  cuore  alcun  che  di  insoddisfatto. 

Ag.  Quest'e,  per  tornare  il  discorso  al  proposito  nostro,  quest' e 
ci6  che  ti  distoglie  dal  pensiero  della  morte,  mentre,  involto  nelle 
preoccupazioni  terrene,  non  alzi  gli  occhi  a  qualche  cosa  di  piii 
alto.  Se  vuoi  darmi  retta,  caccia  via  queste,  per  cos!  dire,  pestifere 
some  degli  animi;  n6  il  gettarle  ti  sara  di  gran  fatica,  solo  che  ti 
conformi  all'indole  tua  e  ad  essa,  piuttosto  che  alia  pazzia  del  volgo, 
tu  commetta  Pufficio  di  condurti  e  di  reggerti. 

Fr.  Sara  fatto  con  ogni  mio  volere.  Ma  da  un  pezzo  desidero 
sentire  quello  che  avevi  cominciato  a  dire  delPambizione. 

Ag.  Perch6  chiedi  a  me  ci6  che  ti  puoi  fornire  tu  stesso?  Esa- 
minati  il  cuore  e  troverai  che  tra  gli  altri  mali  Pambizione  vi  tiene 
non  poco  spazio. 

Fr.  Dunque  non  mi  valse  nulla  avere  sfuggite,  quando  mi  fu 
possibile,  le  cittk;  avere  sdegnate  le  folle  e  le  pubbliche  cerimonie 
e,  ricercando  i  recessi  delle  selve  e  le  silenti  campagne,  aver  giu- 
rato  odio  ai  fugaci  onori,  che  ancora  mi  sento  accusare  d'ambizione! 

Ag.  A  molte  cose  voi  mortali  rinunciate  non  perch6  le  disprez- 
ziate,  ma  perch6  disperate  di  poterle  conseguire ;  per6  che  si  stimo- 
lano  a  vicenda  con  alterni  sproni  speranza  e  desiderio,  in  mo  do 
che  se  quella  si  raffredda,  si  intiepidisca  Paltro,  e  se  si  riaccende, 
anche  Paltro  si  ravvivi. 

Fr.  Che  m'impediva,  di  grazia,  di  sperare?  Mi  mancavano 
proprio  tutte  le  buone  attitudini? 

Ag.  Delle  attitudini  buone  non  parlo;  ma  certo  ti  mancavano 
quelle  con  le  quali  —  oggi  specialmente  —  si  sale  agli  alti  gradi : 
aggirarti  presso  le  soglie  dei  potenti,  lusingare,  ingannare,  promet- 
tere,  mentire,  simulare  e  dissimulare:  sopportare  ogni  grave  e  in- 
degno  trattamento.  Scarso  di  queste  e  di  simili  arti,  n6  pensando  di 
poter  vincere  la  tua  indole,  passasti  ad  altri  mezzi :  pensiero  cauto  e 
prudente,  perch6  (come  diceva  Cicerone)  che  altro  significa  il 
combattere  contro  gli  dei  al  modo  dei  giganti  se  non  un  ribellarsi 
alia  natura? 


96  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

Fr.  Valeant  magni  honores,  si  his  artibus  acquiruntur. 

Aug.  Bene  ais.  Non  tamen  ideo  prorsus  in  auribus  mcis  tuam 
innocentiam  comprobasti;  neque  enim  honores  te  non  optassc 
concludis,  tametsi  querendi  molcstiam  perhorrescas ;  sicut  nee 
Romam  vidisse  contempsit,  quisquis  viarum  labores  perterritus 
pedes  retulit  ab  incepto.  Adde  quod  nee  pedem  retulisti,  ut  tibi 
ipse  persuades  michique  persuadere  niteris.  Neu  te,  ut  aiunt, 
digito  contexeris;  quicquid  cogitas,  quicquid  agis,  ante  oculos 
meos  est.  Et  quod  fuga  urbium  silvarumque  cupidine  gloriaris, 
non  excusationem  sed  culpe  mutationem  arguit.  Multis  namque 
viis  ad  unum  terminum  pervenitur;  et  tu,  michi  crede,  licet  cal- 
catam  vulgo  deserueris  viam,  tamen  ad  eandem,  quam  sprevisse 
te  dicis,  ambitionem  obliquo  calle  contendis;  ad  quam  otium, 
solitudo,  incuriositas  tanta  rerum  humanarum,  atque  ista  tua  te 
perdu  cunt  studia,  quorum  usque  nunc  finis  est  gloria.1 

Fr.  Ad  angulum  urges  me,  unde  possem  licet  subterfugere.  Quia 
tamen  tempus  breve  est  et  in  multa  dispartiendum,  si  libet  pro- 
grediamur  ad  reliqua. 

Aug.  Sequere  igitur  precedentem.  Gule  nulla  fit  mentio,  cuius 
studio  nullatenus  tenereris,  nisi,  voluptati  favens  nonnunquam 
amicorum,  blandior  convictus  obreperet.  Veruntarnen  nichil  hine 
metuo;  quotiens  enim  urbibus  ereptum  rus  suum  recuperavit 
incolam,  omnes  repente  diffugiunt  insidie  talium  voluptatum. 
Quibus  amotis,  ita  te  viventem  fateor  animadverti  ut  et  proprios 
et  comunes  annos  supergressa  sobrietate  ac  modestia  delectarer. 
Iram  quoque  pretervehor,  qua  etsi  sepe  iusto  magis  exardeas, 
confestim  tamen  nature  bonitate  mitigabilis  compescere  motus 
animi  soles,  memor  horatiani  consilii: 

ira  furor  brevis  est,  animum  rege;  qui,  nisi  paret, 
imperat;  hunc  vinclis,  hunc  tu  compesce  cathena? 

Fr.  Aliquantulum  michi,  fateor,  et  poeticum  hoc  et  plurima 
huius  generis  philosophorum  consilia  profuerunt,  atque  in  primis 
evi  brevis  recordatio.  Que  enim  rabies  pauculos  dies,  quos 
inter  homines  agimus,  in  hominum  odium  perniciemque  consu- 

i.  Et  quod  fuga  .  .  .gloria:  si  noti  la  seventh  con  cui  il  Petrarca  giudica  il 
suo  viver  solitario:  non  segno  di  modestia  bensl  ostentazione  di  un  co 
stume  spirituale  che  lo  fa  « singular  da  1'altra  gente».  2.  Orazio,  Epist., 
I,  2,  62-3  (« .  .  .  hunc  frenis>  hunc  .  .  . »). 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  97 

Fr.  Se  ne  vadano  gli  onori,  se  si  acquistano  con  tali  arti. 

Ag.  Dici  bene:  ma  con  ci6  non  hai  provato  compiutamente  ai 
miei  orecchi  la  tua  innocenza:  non  dimostri  infatti  di  non  aver 
desiderato  gli  onori,  ancor  che  ti  ripugni  la  molestia  del  sollecitarli ; 
come  non  ha  disdegnato  di  veder  Roma  chi,  atterrito  dalla  fatica 
del  viaggio,  abbia  torto  il  piede  dalPiniziato  cammino:  con  in 
piii  che  veramente  tu  neppure  hai  torto  il  piede,  come  ne  sei 
persuaso  e  tenti  di  persuadere  a  me.  Non  sperare  di  nasconderti 
(come  si  dice)  dietro  un  dito :  tutto  ci6  che  pensi,  tutto  ci6  che  fai 
mi  e  palese  agli  occhi;  e  quel  fuggire  le  citta  e  amare  le  selve,  di 
cui  ti  vanti,  non  ti  fa  scusato,  e  solo  un  mutamento  di  colpa. 
Si  sa  che  per  molte  vie  si  pu6  giungere  alia  medesima  meta; 
e  tu,  credi  a  me,  anche  se  hai  lasciata  la  via  battuta  comunemente, 
tuttavia  tendi  per  sentiero  traverse  a  quella  stessa  ambizione  che 
dici  di  sprezzare;  alia  quale  ti  conducono  il  disimpegno  da  occu- 
pazioni,  la  solitudine,  Pindifferenza  grande  per  gli  affari,  e  codesti 
tuoi  studi,  dei  quali  ancora  e  meta  la  gloria. 

Fr,  Mi  incalzi  in  una  strettoia  dalla  quale  potrei  forse  fuggire ; 
ma  poich6  il  tempo  e  breve  e  molti  gli  argomenti  in  cui  partirlo, 
se  credi  procediamo  a  ci6  che  resta. 

Ag,  Seguimi  dunque,  che  ti  precedo.  Non  far6  cenno  della  gola; 
dalla  sollecitudine  per  essa  non  saresti  in  nessun  modo  occupato, 
se  non  fosse  che  talora,  per  indulgere  al  piacere  degli  amici,  si 
insinua  lusinghiera  nei  conviti.  Ma  veramente  da  questo  lato  non 
temo  nulla;  infatti  ogni  volta  che  la  campagna  ricupera  il  suo  abita- 
tore  strappato  alia  citta,  subito  scompaiono  tutte  le  insidie  di 
siffatti  piaceri.  Postili  in  disparte  confesso  che  io  ti  vidi  vivere  in 
modo  da  compiacermi  della  sobrietk  e  della  temperanza  che  supera 
la  tua  e  la  comune  eta.  Tralascio  anche  Pira  perch6,  se  spes'so  ti 
accendi  piii  del  dovuto,  tosto  per  naturale  mitezza  suoli  frenare  i 
moti  delPanimo,  ricordando  il  consiglio  di  Orazio:  « Breve  furore 
&  Pira;  frena  Panimo,  che  se  non  ubbidisce  tiranneggia:  caricalo 
di  ceppi,  caricalo  di  catene.» 

Fr.  Un  po'  (lo  confesso)  mi  ha  giovato  sia  questo  poetico  am- 
monimento  sia  gli  infiniti  di  tal  genere  dei  filosofi;  e  soprattutto 
il  ricordo  della  brevita  della  vita.  E  veramente  qual  furore  & 
questo  del  consumare  i  pochi  giorni  che  meniamo  tra  gli  uomini, 


90  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

mere?  Aderit  ecce  dies  ultima  que  has  flammas  in  pectoribus  hu~ 
manis  extinguat,  et  finem  positura  odiis  et,  si  inimico  nichil 
gravius  morte  optamus,  iniquissimi  voti  compotes  factura.  Itaque 
quid  se  quid  alios  precipitare  iuvat  ?  quid  optimas  partes  brevissi- 
mi  temporis  amittere;  et  vel  presentibus  honestis  gaudiis  vel 
future  vite  consiliis  deputatos  dies,  vix  suffecturos  ad  singula, 
summa  licet  cum  parsimonia  dispensantis,  auferre  necessariis  ac 
propriis  usibus,  inque  alienam  pariter  et  nostram  tristitiam  mor- 
temque  convertere?  Verum  hec  michi  meditatio  eousque  profuit, 
ut  impulsus  non  totus  ruerem  et,  si  corruissem,  exurgerem.  Ne  ul- 
lis  autem  iracundie  fiatibus  agitarer,  nullum  michi  hactemis  stu- 
dium  prestare  quivit. 

Aug.  At  quia  nullum  ex  huiusce  flatibus  aut  tibi  aut  alteri 
vereor  naufragium,  facile  patiar,  ut  si  stoicorum  promissa  non 
attingis,  qui  morbos  animorum  radicitus  se  vulsuros  spondent, 
sis  in  hac  re  perypateticorum  mitigatione  contentus.  His  igitur 
in  presens  omissis,  ad  periculosiora  et  tibi  multo  diligentius  pro- 
videnda  festino. 

Fr.  Deus  bone,  quid  adhuc  periculosius  restat? 

Aug.  Quantis  luxurie  flammis  incenderis? 

Fr.  Tantis  equidem  interdum,  ut  graviter  doleam,  quod  non 
insensibilis  natus  sim.  Immobile  saxum  aliquod  esse  maluerim, 
quam  tarn  multis  corporis  mei  motibus  turbari. 

Aug.  Habes  igitur  quod  te  vel  maxime  ab  omni  divinorum  co~ 
gitatione  dimoveat.  Quid  enim  aliud  celestis  doctrina  Platonis 
admonet,  nisi  animum  a  libidinibus  corporeis  arcendum  et  era- 
denda  fantasmata,  ut  ad  pervidenda  divinitatis  archana,  cui  proprie 
mortalitatis  annexa  cogitatio  est,  purus  expeditusque  consurgat? 
Scis  quid  loquor,  et  hec  ex  Platonis  libris  tibi  familiariter  nota 
sunt,  quibus  avidissime  nuper  incubuisse  diceris. 

Fr.  Incubueram,  fateor,  alacri  spe  et  magno  desiderio;  sed 
peregrine  lingue  novitas  et  festinata  preceptoris  absentia1  preci- 
derunt  propositum  meurn.  Ceterum  ista  michi,  quam  memoras, 


i.  preceptoris  absentia:  il  Petrarca  aveva  cominciato  nell'estate  del  1343 
lo  studio  del  greco,  ad  Avignone,  con  il  monaco  basiliano  Barlaam;  ma 
lo  studio  fu  interrotto  per  la  partenza  improvvisa  di  Barlaam,  creato 
vescovo  di  Gerace.  Altro  tentative  di  accostarsi  alia  lingua  di  Platone 
fece  il  Petrarca  piii  tardi,  quando  entr6  in  relazione  con  Leon2io  Pilato: 
anche  questa  volta  con  scarso  successo. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  99 

nell'odio  e  nella  rovina  degli  uomini  ?  Verra  presto  Tultimo  giorno 
ad  estinguere  queste  fiamme  nei  petti  umani  e  a  por  fine  agli  odi 
e  a  farci  paghi  del  crudele  nostro  voto,  se  non  auguriamo  al  nostro 
nemico  di  peggio  della  morte.  Che  giova  dunque  rovinare  se  e  gli 
altri  ?  che  giova  perdere  le  preziose  particelle  del  nostro  brevissimo 
tempo  ?  e  i  giorni,  destinati  o  ai  virtuosi  gaudi  present!  o  ai  pen- 
sieri  della  vita  futura,  e  appena  sufficienti  alle  individuali  bisogne 
di  chi  li  dispensi  pur  con  somma  parsimonia,  sottrarre  agli  usi 
propri  e  necessari,  e  volgerli  nell'altrui  (e  nostra  insieme)  tristezza 
e  morte  ?  Questa  meditazione  in  veritk  mi  giov6  tanto  che,  anche 
sospinto,  non  caddi  al  tutto,  o  se  pur  caddi  mi  sollevai.  Ma  che 
proprio  nessuna  ventata  d'iracondia  non  mi  agiti,  nessuno  sforzo  fin 
qui  me  1'ha  potuto  ottenere. 

Ag.  Ebbene:  poich6  da  queste  ventate  non  temo  nessun  nau- 
fragio  o  tuo  o  d'altri,  tollererb  bonariamente  che,  se  non  consegui 
la  promessa  degli  stoici,  i  quali  si  ripromettono  di  svellere  dalle 
radici  i  morbi  deH'anima,  tu  ti  limiti  su  questo  punto  alPattenua- 
zione  offerta  dai  peripatetici.  Lasciando  dunque  al  presente  queste, 
mi  affretto  a  passioni  piii  pericolose  e  da  ripararvi  molto  piu 
attentamente. 

Fr.  Buon  Dio,  che  resta  ancora  di  piii  pericoloso? 

Ag.  Di  che  forza  sono  le  fiamme  di  lussuria  di  cui  ardi? 

Fr.  Talvolta,  si,  sono  tanto  forti  da  farmi  gravemente  dolere 
di  non  essere  nato  insensibile.  Preferirei  essere  un'immobile  pie- 
tra,  anzi  che  sentirmi  turbato  da  tanti  trasporti  carnali. 

Ag.  Ecco,  dunque,  di  che  grandemente  allontanarti  da  ogni 
pensiero  delle  cose  divine.  La  celeste  dottrina  di  Platone  ad  altro 
infatti  non  tende  che  ad  allontanare  Tanimo  dalle  voluttk  corporee 
e  a  cancellarne  le  immagini,  affinch6  esso  s'innalzi  puro  e  libero  alia 
visione  degli  arcani  divini,  ai  quali  &  connessa  la  meditazione  della 
sua  propria  mortalitk  Sai  a  che  alludo ;  queste  dottrine  ti  si  sono 
fatte  familiari  di  sui  libri  di  Platone,  ai  quali  so  che  tu  da  poco 
tempo  avidissimamente  ti  sei  dato, 

Fr.  Mi  ci  ero  applicato,  6  vero,  con  alacre  speranza  e  intenso 
desiderio;  ma  la  novitk  di  quella  lingua  straniera  e  Taffrettata 
partenza  del  mio  maestro  attraversarono  il  mio  proposito.  Ma  ad 


100  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

disciplina  et  ex  scriptis  tuis  et  ex  aliorum  platonicorum  relatione 
notissima  est. 

Aug.  Haud  refert  quo  verum  monstrante  didiceris;  quamvis 
multum  sepe  prosit  autoritas. 

Fr.  Apud  me  presertim  hominis  illius,  de  quo  alte  michi  qui- 
dem  insedit  illud  Ciceronis  in  Tusculano.  « Plato »  inquit  «etsi 
rationem  nullam  afferret  (vide  quid  homini  tribuo),  ipsa  autori- 
tate  me  frangeret.  »*  Michi  autem  sepe  divinum  illud  ingenium 
cogitanti,  iniuriosum  videretur  si,  cum  ducem  suum « analogistam  »2 
facial  pithagoreum  vulgus,  reddende  rationi  foret  obnoxius  Plato. 
Sed,  ne  a  proposito  longius  earn,  Platonis  hanc  sententiam  michi 
pridem  adeo  et  autoritas  et  ratio  et  experientia  commcndant,  ut 
nichil  verius  nichilque  sanctius  dici  posse  non  dubitem.  Ita  cnim 
interdum,  Deo  manum  porrigente,  surrexi  ut  incredibili  quadam 
ct  immensa  cum  dulcedine  quid  michi  tune  prodesset,  quid  ve 
antea  nocuisset,  agnoscerem;  et  nunc  meo  pondere  in  antiquas 
miserias  relapsus,  quid  me  iterum  perdiderit  cum  amarissimo 
gustu  mentis  experior.  Quod  idcirco  retuli,  ne  forte  mirarcris 
huius  me  platonici  dogmatis  expcrientiam  profiteri. 

Aug.  Non  miror  equidern!  Laboribus  enim  tuis  interfui  et 
cadentem  et  resurgentem  vidi,  et  nunc  prostratum  miseratus  opem 
ferre  disposui. 

Fr.  Gratias  ago  tarn  misericordis  affectus.  Quid  autem  opis  su- 
perest  humane? 

Aug.  Nichil,  at  divine  plurimum.  Continens  equidem,  nisi  cui 
Deus  dederit,  esse  non  potest.3  Ab  Eo  igitur  munus  hoc  in  primis 
humiliter  et  sepe  cum  lacrimis  postulandum  est.  Solet  ille  que 
rite  poscuntur  non  negare. 

Fr.  Feci  tam%  sepe  ut  pene  iam  sibi  molestus  esse  verear, 

Aug.  At  non  satis  humiliter,  non  satis  sobrie.  Semper  aliquid 
loci  Venturis  cupiditatibus  reservasti;  semper  in  longum  preces 
extendisti.  Expertus  loquor;  hoc  et  michi  contigit.  Dicebam: 
—  Da  michi  castitatem,  sed  noli  modo;  differ  paululum.  Statim 


i.  Cicerone,  Tusc.,  I,  21,  49  («.  .  .  quid  homini  tribuam  .  .  . »).  2.  analo 
gistam:  nel  latino  giuridico  medievale  il  termine  fu  usato  come  sinonimo 
di  « alogista »  nel  senso  di  « liber  a  reddenda  ratione ».  3 .  Continens .  . . 
potest:  cfr.  Sap.,  8,  21  (e  Agostino,  Con/.,  vi,  it,  20). 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  IOI 

ogni  modo  codesta  teoria,  cui  alludi,  mi  e  notissima  sia  dagli  scritti 
tuoi  sia  da  quanto  ne  riferiscono  gli  altri  platonici. 

Ag.  Non  ha  importanza  stabilire  chi  ti  abbia  mostrato  il  veto  che 
hai  appreso;  benche  spesso  Fautorevolezza  del  maestro  giovi  assai. 

Fr.  E  specialmente  per  me  vale  quella  di  cotanto  uomo,  di  cui 
mi  e  profondamente  fitto  nell'animo  quanto  dice  Cicerone  nelle 
Tusculane:  «  Platone »  scriv'egli  «ancorch6  non  adducesse  alcun 
argomento,  pur  con  la  sua  autorita  (vedi  qual  tributo  gli  rendo!) 
mi  vincerebbe. »  Quanto  a  me,  considerando  spesso  quel  divino 
ingegno,  mi  parrebbe  ingiurioso  obbligare  un  Platone  a  render 
conto  delle  sue  affermazioni,  quando  il  volgo  dei  pitagorici  ne 
esime  il  proprio  capo.  Ma,  per  non  divagare  dal  mio  proposito, 
questa  sentenza  di  Platone  da  gran  tempo  me  Thanno  siffattamente 
commendata  e  Pautorita  e  la  ragione  e  Pesperienza,  ch'io  dubito 
si  possa  affermare  nulla  di  piii  vero  e  di  piu  santo.  Infatti  talvolta 
con  1'aiuto  di  Dio  mi  risollevai  in  modo  da  riconoscere,  con  non  so 
quale  incredibile  e  immensa  dolcezza,  ci6  che  allora  mi  giovava, 
e  ci6  che  prima  mi  aveva  nociuto.  Ed  ora,  ricaduto  per  mia  gra- 
vezza  nelle  vecchie  miserie,  esperimento  con  un  senso  di  grande 
amarezza  in  cuore  ci6  che  di  nuovo  mi  ha  perduto.  Tutto  questo 
ti  ho  dichiarato  perch6  non  fabbia  a  meravigliare  se  ho  detto  d'ave- 
re  sperimentata  questa  sentenza  platonica. 

Ag.  Non  mi  maraviglio  punto,  perch6  fui  testimonio  de'  tuoi 
affanni  e  ti  vidi  cadere  e  risorgere;  ed  ora  impietosito  della  tua 
prostrazione  ho  deliberato  di  recarti  aiuto. 

Fr.  Ti  ringrazio  d'un  sentimento  cosl  pietoso.  Ma  quale  potenza 
umana  mi  resta? 

Ag.  Nessuna,  ma  una  grandissima:  la  divina.  Certo  non  pu6 
essere  continente  se  non  quegli  cui  Dio  Fha  concesso;  a  Lui 
dunque  si  deve  domandare  tale  dono,  soprattutto  con  umilta  e 
spesso  con  lagrime.  Egli  non  suole  negare  ci6  che  gli  si  chieda 
debitamente. 

Fr.  L'ho  fatto  tante  volte,  che  quasi  temo  di  essergli  venuto  a 
noia. 

Ag.  SI ;  ma  non  abbastanza  umilmente,  non  abbastanza  candida- 
mente.  Hai  riservato  sempre  un  po'  di  posto  ai  desideri  futuri; 
sempre  hai  protratto  a  lungo  termine  la  tua  richiesta.  Parlo  per 
esperienza:  ci6  accadde  anche  a  me.  Dicevo:  — •  Dammi,  o  Signore, 
d'esser  casto,  ma  non  subito,  differiscilo  un  poco.  Ne  verra  presto 


102  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

veniet  tempus;  virentior  adhuc  etas  suis  eat  semitis,  suis  utatur 
legibus.  Turpius  ad  iuvenilia  ista  rediretur;1  tune  igitur  abeundum 
erit  cum  et  minus  ad  hec  habilis  decursu  temporum  factus  fuero, 
et  satietas  voluptatum  metum  regressionis  abstulerit.  —  Hec  di- 
cens,  aliud  te  velle,  aliud  precari  non  intelligis? 

Fr.  Quonam  mo  do? 

Aug.  Quia  qui  in  diem  poscit  in  presens  negligit. 

Fr,  Ego  in  presens  sepe  cum  lacrimis  poposci,  sperans  simul 
et  illud  eventurum  ut,  effractis  cupiditatum  laqueis  et  calcatis 
vite  miseriis,  salvus  evaderem,  et  velut  in  aliquem  salutarem 
portum  ex  tarn  multis  curarum  inutilium  tempestatibus  enatarem. 
At  quotiens  postea  inter  eosdem  scopulos  naufragium  passus  sim, 
quotiensque,  si  destituor,  passurus  intelligis. 

Aug.  Crede  michi:  aliquid  semper  defuit  oranti,  alioquin,  vel 
annuisset  Largitor  ille  supremus,  vel,  quod  Paulo  fecit  apostolo, 
ad  perfectionem  virtutis  et  infirmitatis  experientiam  denegasset. 

Fr.  Credo  ita  esse;  precabor  tamen  assidue,  nee  fatigabor,  nee 
erubescam,  nee  desperabo,  si  forte  miseratus  Omnipotens  laborcs 
meos  aurem  precibus  quotidianis  accommodet,  et  quibus  si  iuste 
fuissent  gratiam  non  negasset,  idem  ipse  iustificet. 

Aug.  Consultel  Tu  tamen  enitere  et,  quod  prostrati  solent,  in 
cubitum  erectus  ingruentia  mala  circumpsice,  ne  ad  repentinum 
cuiuslibet  molis  incursum  iacentia  membra  dissiliant,  nee  segnius 
interim  opem  attollere  valentis  implora.  Aderit  Ille  tune  forsitan, 
cum  abesse  credideris.  Unum  semper  ante  oculos  habeto  Platonis 
superiorem  illam  haud  spernendam  esse  sententiam:  ab  agnitione 
divinitatis  nil  magis  quam  appetitus  carnales  et  inflammatam 
obstare  libidinem.  Hanc  igitur  doctrinam  assidue  tecum  versa. 
Hec  nostri  consilii  summa  est. 

Fr.  Ut  intelligas  me  hanc  adamasse  sententiam,  non  modo  in 
atriis  suis  sedentem,  sed  peregrinis  etiam  nemoribus  latitantem 
avidissime  complexus  sum;  ac  locum  animo  notavi  ubi  ilia  oculis 
meis  occurrerat. 

Aug.  Quid  dicere  velis  expecto. 

Fr.  Scis  Virgilius  virum  fortem  per  quot  pericula  in  ilia  suprema 
et  horrenda  troiani  excidii  nocte  circumduxerit. 


i.  virentior  ...rediretur:  cfr.  Agostino,  Cow/.,  vr,  n,  19  («...non  facile  ab 
eis  praecidenda  est  intentio,  quia  turpe  est  ad  ea  rursum  redire »). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  103 

il  tempo:  Peta  mia  ancor  vegeta  vada  pel  suo  cammino,  usi  delle 
sue  leggi.  Peggio  sarebbe  tornare  poi  alle  pratiche  giovanili; 
sara  dunque  da  dipartirsene  quando  col  passare  del  tempo  vi  sar6 
meno  disposto  e  la  sazieta  di  tali  piaceri  togliera  di  ricadervi.— 
Ma  dicendo  cosi,  non  capisci  che  altro  vuoi  e  d'altro  preghi? 

Fr.  Come  mai? 

Ag.  Perche"  chi  prega  per  il  domani,  per  Poggi  trascura. 

Fr.  Ma  io  pregai  spesso  con  pianti  per  il  presente,  sperando 
insieme  accadesse  anche  codesto,  che,  spezzati  i  lacci  dei  desideri  e 
represse  le  miserie  della  vita,  potessi  uscirne  salvo,  e  da  tante  tem- 
peste  di  inutili  affanni  ricoverarmi  come  in  un  porto  di  salvezza. 
Ma  tu  sai  quante  volte  di  poi  ho  fatto  naufragio  a  quegli  scogli 
medesimi,  e  quante  volte  sono  per  fame,  se  vengo  abbandonato. 

Ag.  Eppure  credimi:  dev'essere  mancato  sempre  alcunche*  al 
tuo  pregare ;  altrimenti  quel  supremo  Donatore  o  ti  avrebbe  assen- 
tito,  o,  come  fece  alPapostolo  Paolo,  per  rendere  perfetta  la  tua 
virtu  ti  avrebbe  risparmiata  anche  Pesperienza  stessa  del  male. 

Fr.  Credo  che  sia  cosl.  Pregher6  dunque  assiduamente,  n6 
mi  stancherb,  n6  arrossir6,  n6  dispererb.  Chi  sa  che  POnnipotente, 
impietosito  dei  miei  affanni,  non  presti  orecchio  alle  mie  quotidia- 
ne  preghiere,  e  quelle  a  cui  se  fossero  state  giuste  non  avrebbe 
negato  favore,  renda  giuste  egli  stesso. 

Ag.  Va  bene;  ma  aiutati  da  te,  e  come  fa  chi  e  caduto,  reggendoti 
sul  braccio,  osserva  intorno  a  te  i  mali  che  t'assalgono,  affincb.6 
al  repentino  urto  di  un  qualsiasi  corpo  le  tue  membra  prostrate 
non  si  abbattano:  senza  lasciare  frattanto  di  implorare  Paiuto  di 
Chi  pub  dartelo.  Egli  verra  a  te  quando  forse  crederai  che  sia  lon- 
tano.  Specialmente  abbi  sempre  innanzi  agli  occhi  che  non  devi 
trascurare  la  predetta  sentenza  di  Platone:  che  alia  conoscenza 
della  divinita  nulla  fa  tanto  ostacolo  quanto  gli  appetiti  carnali 
e  Pardore  della  volutta.  Dunque  medita  fra  te  stesso  questa  dot- 
trina.  fe  questa  la  conclusione  del  mio  consiglio. 

Fr.  Per  mostrarti  che  io  ho  amata  questa  sentenza,  ti  dir6  ch'io 
Pho  abbracciata  cupidamente  non  solo  assisa  nella  sua  dimora, 
ma  anche  celata  in  selve  a  lei  straniere :  ed  ho  fissato  nel  ricordo 
il  luogo  ov'ella  era  apparsa  a*  miei  occhi. 

Ag.  Aspetto  d'intendere  che  tu  voglia  dire. 

Fr.  Ben  sai  per  quanti  pericoli  Virgilio  conduca  il  suo  eroe 
nella  suprema  e  orrenda  notte  dell'eccidio  troiano. 


104  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

Aug.  Sclo.  Quid  enim  scolis  omnibus  vulgatius  ?  Ipsum  quoque 
casus  suos  renarrantem  facit: 

Quis  cladem  illius  metis,  quis  funera  fando 
explicet  aut  possit  lacrimis  equare  labor es? 
Urbs  antiqua  ruit  multos  dominata  per  annos; 
plurima  perque  vias  sternuntur  inertia  passim 
corpora,  perque  domos  et  religiosa  domorum 
limina;  nee  soli  penas  dant  sanguine  Teucri; 
quondam  etiam  victis  redit  in  precordia  virtus, 
victoresque  cadunt  Danai,  crudelis  ubique 
luctus,  ubique  pavor  et  plurima  mortis  imago.1 

Fr.  Atqui  quam  diu  Venere  comitante  inter  hostes  et  incen- 
dium  erravit,  apertis  licet  oculis,  offensorum  iram  numinum  vi- 
dere  non  potuit,  eaque  ilium  alloquente,  nil  nisi  terrenum  in- 
tellexit.  At,  postquam  ilia  discessit,  quid  evenerit  nosti;  siquidem 
mox  iratas  deorum  facies  eum  vidisse  subsequitur,  et  omne  cir- 
cumstans  periclum  agnovisse: 

apparent  dire  facies  inimicaque  Troie 
numina  magna  deum* 

Ex  quibus  hoc  excerpsi:  usum  Veneris  conspectum  divinitatis 
eripere. 

Aug.  Preclare  lucem  sub  nubibus  invenisti.  Sic  nempe  poeticis 
inest  veritas  figmentis,  tenuissimis  rimulis  adeunda.  Sed  quo- 
mam  rursus  ad  ista  redeundum  est,  que  restant  ad  ultimum  re- 
servemus. 

Fr.  Ne  ignotis  me  tramitibus  agas,  quonam  te  rediturum  pol- 
liceris  ? 

Aug.  Maxima  tue  mentis  vulnera  nondum  attigi,  et  consulto 
dilata  res  est,  ut  novissime  posita  hereant  memorie.  In  illorum 
altero  appetituum  carnalium,  de  quibus  aliqua  diximus,  cumu- 
latior  aderit  materia. 

Fr.  Progredere  iam  ut  libet. 

Aug.  Nisi  impudenti  pertinacia  sis,  nulla  deinceps  superest 
content  io. 

Fr.  Nichil  gratius  videre  possem,  quam  omnem  contentionum 

i.  Virgilio,  Aen.,  n,  361-9  (365:  « .  .  .  et  religiosa  deorum»).     2.  Virgilio, 
Aen.,  n,  622-3. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  105 

Ag.  Lo  so:  non  c'e  cosa  piu  nota  in  tutte  le  scuole.  II  poeta  fa 
narrare  a  lui  stesso  i  suoi  casi.  «  Chi  rappresentera  a  parole  la  strage 
e  le  morti  di  quella  notte  e  potra  adeguare  col  pianto  gli  affanni? 
Cade  Tantica  citta  per  secoli  dominatrice ;  infiniti  corpi  giacciono 
immobili  qua  e  la  per  le  vie,  per  le  case  e  sulle  sacre  soglie  delle 
case.  N<§  i  soli  Teucri  pagano  pene  di  sangue ;  a  volte  anche  in  cuo- 
re  ai  vinti  torna  in  petto  il  valore,  e  cadono  i  Danai  vincitori. 
Per  tutto  crudeli  lutti,  per  tutto  terrore  e  infiniti  aspetti  di  morte. » 

Fr.  Ebbene :  Enea,  finche"  errc-  tra  i  nemici  e  gli  incendi  accompa- 
gnato  da  Venere,  benche"  ad  occhi  aperti,  non  pote"  vedere  Pira  degli 
offesi  numi,  e  mentr'ella  gli  par!6  non  percepi  che  quanto  era 
terreno.  Ma  poiche"  la  dea  fu  scomparsa,  sai  bene  quel  che  ac- 
cadde;  giacche"  subito  dopo  e  detto  ch'egli  vide  gli  irati  aspetti 
degli  dei  e  conobbe  tutto  il  pericolo  che  lo  circondava: « Appaiono 
i  tremendi  aspetti  e  il  volere  dei  numi  avversi  a  Troia. »  Dal  che 
ho  dedotto  che  il  commercio  di  Venere  toglie  la  visione  della 
divinita. 

Ag.  Chiara  luce  hai  tratta  di  sotto  alle  nubi.  Cosl  senza  dubbio 
sotto  le  finzioni  poetiche  c'e  un  vero  il  quale  deve  spiarsi  per  sotti- 
Hssimi  spiragli.  Ma  poich6  a  questa  questione  dovremo  tornare 
di  nuovo,  riserviamo  alPultimo  quel  che  ne  resta  a  dire. 

Fr.  Perche"  sappia  per  quali  vie  mi  trarrai,  dov'e  che  ti  riprometti 
di  ritornare? 

Ag.  Non  ho  toccato  ancora  delle  piu  gravi  piaghe  del  tuo  spirito, 
e  di  proposito  ho  differita  la  questione  affinche"  le  cose  cosl  poste 
per  ultime  ti  restino  bene  fisse  in  mente.  Per  il  secondo  di  quegli 
appetiti  carnali,  dei  quali  si  e  detto  alcunch6,  si  presentera  piu 
copiosa  materia  di  discorso. 

Fr.  Prosegui  dunque  come  ti  piace. 

Ag.  Salvo  che  sii  d'una  sfacciata  pervicacia,  non  resta  d'ora 
innanzi  di  che  contendere. 

Fr.  Nulla  potrebbe  riuscirmi  piu  gradito  del  veder  sparire  dal 


106  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

causam  ablatam  ex  orbe  terrarum.  Nichil  denique  tarn  clare  michi 
cognitum  fuit  unquam,  ut  de  eo  non  invitus  altercarer;  quod  inter 
amicos  licet  orta  contentio,  asperum  quiddam  et  hostile  et  amici- 
tiarum  moribus  adversum  habet.  Sed  perge  ad  hec  quibus  me 
statim  assensurum  putas. 

Aug.  Habet  te  funesta  quedam  pestis  animi,  quam  accidiam1 
naoderni,  veteres  egritudinem  dixerunt. 

Fr.  Ipsum  morbi  nomen  horreo. 

Aug.  Nimirum,  diu  per  hunc  graviterque  vexatus  es. 

Fr.  Fateor,  et  illud  accedit  quod  omnibus  ferme  quibus  angor, 
aliquid,  licet  falsi,  dulcoris  immixtum  est;  in  hac  autem  tristitia 
et  aspera  et  misera  et  horrenda  omnia,  apertaque  semper  ad 
desperationem  via  et  quicquid  infelices  animas  urget  in  interitum. 
Ad  hec,  et  reliquarum  passionum  ut  crebros  sic  breves  et  mo- 
mentaneos  experior  insultus;  hec  autem  pestis  tarn  tenaciter  me 
arripit  interdum,  ut  integros  dies  noctesque  illigatum  torqueat, 
quod  michi  tempus  non  lucis  aut  vite,  sed  tartaree  noctis  et  acer- 
bissime  mortis  instar  est.  Et  (qui  supremus  miseriarum  cumulus 
dici  potest)  sic  lacrimis  et  doloribus  pascor,  atra  quadam  cum  vo- 
luptate,  ut  invitus  avellar. 

Aug.  Morbum  tuum  nosti  optimc;  modo  causam  nosces.  Die 
ergo :  quid  est  quod  te  adeo  contristat  ?  Temporalium  ne  discursus, 
an  corporis  dolor,  an  aliqua  fortune  durioris  iniuria? 

Fr.  Non  unum  horum  aliquod  per  se  tarn  validum  foret.  Si 
singulari  certamine  tentarer,  starem  utique;  nunc  autem  toto  sub- 
ruor  exercitu. 

Aug.  Distinctius,  quid  te  urgeat,  eloquere. 

Fr.  Quotiens  unum  aliquod  fortune  vulnus  infligitur,  persisto 
interritus,  memorans  sepe  me  ab  ea  graviter  perculsum  abiisse 
victorem.  Si  mox  ilia  vulnus  ingeminet,  titubare  parumper  incipio ; 
quod  si  duobus  tertium  quartum  ve  successerit,  tune  coactus  non 
quidem  fuga  precipiti,  sed  pede  sensim  relato  in  arcem  rationis 
evado.  Illic  si  toto  circum  agmine  incubuerit  fortuna,  meque  ad 


x.  accidiam:  la  malattia  troppo  sperimentata  dal  Petrarca  e  rnille  volte 
espressa  nelle  Rime\  &  tutt'uno  con  quel  difetto  di  volont&  che  Agostino 
ha  rimproverato  al  Petrarca  nel  primo  colloquio. 


IL   MIO   SEGRETO  -    LIBRO    SECONDO  107 

mondo  ogni  ragione  di  contese;  al  punto  che  non  c'e  questione 
per  chiara  e  nota  che  mi  appaia,  di  cui  io  non  discuta  contro  vo- 
glia,  perch6  una  contesa,  anche  se  sorge  fra  amici,  ha  sempre  alcun 
che  di  aspro  e  d'ostile  e  di  contrario  agli  usi  delle  amicizie.  Ma 
vieni  a  quelle  question!,  alle  quali  tu  pensi  che  io  sia  per  acconsen- 
tire  subito, 

Ag.  Ti  domina  una  funesta  malattia  deiranimo,  che  i  moderni 
hanno  chiamato  accidia  e  gli  antichi  aegritudo. 

Fr.  II  nome  solo  di  essa  mi  fa  inorridire. 

Ag.  Non  me  ne  meraviglio,  poiche"  ne  sei  tormentato  a  lungo  e 
gravemente. 

Fr.  £  vero;  e  a  ci6  s'aggiunge  che  mentre  in  tutte  quante  le 
passioni  da  cui  sono  oppresso  e  commisto  un  che  di  dolcezza, 
sia  pur  falsa,  in  questa  tristezza  invece  tutto  k  aspro,  doloroso  e 
orrendo ;  e  c'e  aperta  sempre  la  via  alia  disperazione  e  a  tutto  ci6 
che  sospinge  le  anime  infelici  alia  rovina.  Aggiungi  che  delle 
altre  passioni  soffro  tanto  frequenti  quanto  brevi  e  momentanei 
gli  assalti;  questo  male  invece  mi  prende  talvolta  cosl  tenace- 
mente,  da  tormentarmi  nelle  sue  strette  giorno  e  notte;  e  allora 
la  mia  giornata  non  ha  piu  per  me  luce  ne"  vita,  ma  e  come  notte 
d'inferno  e  acerbissima  morte.  E  tanto  di  lagrime  e  di  dolori  mi 
pas co  con  non  so  quale  atra  volutta,  che  a  malincuore  (e  questo 
si  pu6  ben  dire  il  supremo  colmo  delle  miserie!)  me  ne  stacco. 

Ag.  Conosci  benissimo  il  tuo  male;  tosto  ne  conoscerai  la  ca- 
gione.  Di'  dunque;  che  e  che  ti  contrista  tanto?  il  trascorrere  dei 
beni  temporali,  o  i  dolori  fisici  o  qualche  offesa  della  troppo 
avversa  fortuna? 

Fr.  Un  solo  qualsiasi  di  questi  motivi  non  sarebbe  per  s6 
abbastanza  valido.  Se  fossi  messo  alia  prova  in  un  cimento  sin- 
golo,  resisterei  certamente;  ma  ora  sono  travolto  da  tutto  un 
loro  esercito. 

Ag.  Spiega  piu  particolarmente  ci6  che  ti  assale. 

Fr.  Ogni  volta  che  mi  e  inferta  qualche  ferita  dalla  fortuna, 
resisto  impavido,  ricordando  che  spesso,  bench6  da  essa  grave 
mente  colpito,  ne  uscii  vincitore.  Se  tosto  essa  raddoppia  il  colpo, 
comincio  un  poco  a  vacillate ;  che  se  alle  due  percosse  ne  succedo- 
no  una  terza  e  una  quarta,  allora  sono  costretto  a  ritirarmi  —  non 
gia  con  fuga  precipitosa  ma  passo  passo  —  nella  rocca  della  ra 
gione.  Ivi,  se  avviene  che  la  fortuna  mi  si  accanisca  intorno 


108  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

expugnandum  conditionis  humane  miserias  et  laborum  preteri- 
torum  memoriam  futurorumque  formidinem  congesserit,  turn 
demum  pulsatus  undique  et  tantam  malorum  congeriem  perhor- 
rescens  ingemisco.  Hinc  dolor  ille  gravis  oritur.  Veluti  siquis  ab 
inrmmeris  hostibus  circumclusus,  cui  nullus  pateat  egressus,  nul- 
la  sit  misericordie  spes  nullumque  solatium,  sed  infesta  omnia, 
erecte  machine,  defossi  sub  terram  cuniculi:  tremuntquc  iam 
turres,  stant  scale  propugnaculis  admote,  herent  mcnibus  vinee 
et  ignis  tabulata  percurrit.  Undique  fulgentes  gladios,  minantes- 
que  vultus  hostium  cernens  vicinumque  cogitans  excidium,  quidni 
paveat  et  lugcat,  quando,  his  licet  cessantibus,  ipsa  libertatis 
amissio  viris  fortibus  mestissima  est? 

Aug.  Quanquam  confusius  ista  percurrcris,  intelligo  tamen 
opinionem  tibi  perversam  causam  essc  malorum  omnium,  que 
innumerabiles  olim  stravit  sternetque.  Male  tibi  esse  arbitniris? 

Fr.  Imo  vero  pessime. 

Aug.  Quam  ob  causam? 

Fr.  Non  unam  quidem  sed  innumcras. 

Aug.  Idem  tibi  accidit,  quod  his  qui  ob  levissimam  quamlibet 
offensam  in  memoriam  redeunt  veterum  simultatum. 

Fr.  Nullum  in  me  adeo  vetustum  vulnus  ut  oblivione  deletuna 
sit;  recentia  sunt  cunta  que  cruciant.  Et  siquid  tempore  potuisset 
aboleri,  tarn  crebro  locum  repetiit  fortuna,  ut  hians  vulnus  nulla 
unquam  cicatrix  astrinxerit.  Accedit  et  humane  conditionis  odium 
atque  contemptus,  quibus  omnibus  oppressus  non  mestissimus 
esse  non  valeo.  Hanc  sive  egritudinem,  sive  accidiam,  sive  quid 
aliud  esse  diffinis  haud  magnifacio ;  ipsa  de  re  convenit. 

Aug.  Quoniam,  ut  video,  altis  radicibus  morbus  innititur,  su- 
perficietenus  hunc  sustulisse  non  sufficiet:  repullulabit  etenim 
celeriter;  radicitus  evellendus  est;  unde  autem  incipiam  incertus 
sum,  tarn  multa  me  tenent.  Sed  ut  facilior  sit  distincti  operis 
effectus,  discurram  per  singula.  Die  ergo:  quid  in  primis  tibi 
molestum  putas  ? 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  log 

con  tutta  la  sua  schiera,  e  mi  lanci  addosso  per  espugnarmi  le 
miserie  della  umana  condizione  e  la  memoria  dei  passati  affanni 
e  il  timore  dei  venturi,  allora  finalmente,  battuto  da  ogni  parte  e 
atterrito  dalla  congerie  di  tanti  mali,  levo  lamenti.  Di  11  sorge  quel 
mio  grave  dolore :  come  ad  uno  che  sia  circondato  da  innumerevoli 
nemici  e  a  cui  non  si  apra  alcuno  scampo  ne  alcuna  speranza  di 
clemenza  n6  alcun  conforto,  ma  ogni  cosa  lo  minacci.  Ecco,  le 
macchine  sono  drizzate,  sotto  terra  i  cunicoli  sono  scavati,  gia 
oscillano  le  torn;  le  scale  sono  appoggiate  ai  bastioni;  s'agganciano 
i  ponti  alle  mura;  il  fuoco  percorre  le  palizzate.  Vedendo  d'ogni 
parte  balenare  le  spade  e  minacciosi  i  volti  nemici,  e  prevedendo 
prossimo  1'eccidio,  non  paventera  esso  e  non  piangera,  posto  che, 
se  anche  cessino  questi  pericoli,  gia  solo  la  perdita  della  liberta  & 
dolorosissima  agli  uomini  fieri? 

Ag.  Bench6  tu  abbia  trascorso  su  tutto  ci6  un  poco  confusa- 
mente,  pure  capisco  che  la  causa  di  tutti  i  tuoi  mali  e  un'impres- 
sione  sbagliata  che  gia  prostr6  e  prostrera  infiniti  altri.  Giudichi 
tu  di  star  male? 

Fr.  Anzi,  pessimamente. 

Ag.  Per  qual  ragione  ? 

Fr.  Non  per  una,  certo,  ma  per  infinite. 

Ag.  Tu  fai  come  quelli  che  per  qualsiasi  anche  lievissima 
offesa  tornano  al  ricordo  dei  vecchi  contrasti. 

Fr.  Non  &  in  me  piaga  cosl  antica  che  abbia  ad  essere  cancellata 
dalla  dimenticanza;  le  cose  che  mi  tormentano  sono  tutte  re- 
centi.  E  ancor  che  col  tempo  qualche  cosa  si  fosse  potuta  sanare, 
la  fortuna  torna  cosl  spesso  a  percuotere  in  quel  punto,  che  nes- 
suna  cicatrice  pu6  mai  saldare  Taperta  piaga.  Aggiungi  1'aborri- 
mento  e  il  disprezzo  dello  stato  umano;  da  tutte  queste  cagioni 
oppresso,  non  mi  riesce  di  non  essere  tristissimo.  Non  do  impor- 
tanza  che  questa  si  chiami  o  aegritudo  o  accidia  o  come  altrimenti 
vuoL  Siamo  d'accordo  sulla  sostanza. 

Ag.  Poich<§,  a  quanto  veggo,  il  male  ti  si  &  abbarbicato  con  pro- 
fonde  radici,  non  basterk  averlo  tolto  via  alia  superficie,  ch6 
rispunterebbe  rapidamente:  bisogna  strapparlo  radicalmente ;  ma 
sto  incerto  donde  incominciare,  tante  sono  le  cose  che  mi  tratten- 
gono.  Ma  per  agevolare  I'effetto  dell* opera  col  ben  precisare, 
percorrerb  ogni  singolo  particolare.  Dimmi  dunque:  quale  cosa 
ritieni  per  te  precipuamente  molesta? 


HO  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

Fr.  Quicquid  primum  video,  quicquid  audio,  quicquid  sentio. 

Aug.  Pape!  nil  ne  tibi  placet  ex  omnibus? 

Fr.  Aut  nichil  aut  perpauca  quidem. 

Aug.  Utinam  saltern  salubriora  delcctent!  Sed  quid  apprime 
displicet?  Responde  michi,  queso. 

Fr.  lam  respondi. 

Aug.  Totum  est  hoc  eius  quam  dixi  accidie.  Tua  omnia  tibi 
displicent. 

Fr.  Aliena  non  minus. 

Aug.  Et  hoc  ex  eodem  fonte  procedit.  Ut  vero  aliquis  dicen- 
dorum  ordo  sit:  adeo  ne  tibi  tua  displicent,  ut  ais? 

Fr.  Desine  questiunculis  quatere :  plus  etiam  quam  dici  posset. 

Aug.  Ergo  ilia  tibi  sordescunt,  que  multis  aliis  invidiosum  fa- 
ciunt. 

Fr.  Qui  misero  invidet,  necesse  est  sit  ipse  miserrimus, 

Aug.  Quid  autem  magis  displicet  ex  omnibus  ? 

Fr.  Nescio. 

Aug.  Quid?  si  ego  dinumerem  fateberis  ne? 

Fr.  Fatebor  ingenue. 

Aug.  Fortune  tue  iratus  es. 

Fr.  Quidni  oderim  superbam  violcntam  cecam  et  mortalia  hec 
sine  discretione  volventem? 

Aug.  De  comunibus  pubblica  est  querela:  nunc  proprias  per- 
sequamur  iniurias.  Quid  si  iniuste  conquereris  ?  Velles  ne  in  gra- 
tiam  reverti? 

Fr.  Difficillima  quidem  persuasio;  si  tamen  id  michi  monstra- 
veris,  conquiescam. 

Aug.  Parcius  agere  tecum  extimas  fortunam. 

Fr.  Imo  avarissime,  imo  iniquissime,  imo  superbissime,  imo 
crudelissime. 

Aug.  Non  unus  est  apud  comicum  poetam  Querulus,*  innu- 
merabiles  sunt.  Tu  quoque  adhuc  unus  ex  multis  es.  Mallem 
ex  paucis.  Ceterum,  quia  adeo  trita  materia  est  ut  vix  novi 
quicquam  possit  afferri,  pateris  ne  morbo  veteri  vetus  remedium 
adhibcri  ? 

Fr.  Ut  libet. 

i.  Querulus:  e  il  titolo  -  e  il  nome  del  protagonista  -  di  una  commedia  del 
sec.  IV,  libero  rifacimento  dell' Aulularia  di  Plauto,  utilizzato  a  sua  volta 
ntlVAulularia,  commedia  elegiaca  di  Vitale  di  Blois  (sec.  XII). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  III 

Fr.  Tutto  quanto  primamente  vedo,  odo  ed  intendo. 

Ag.  Perbacco,  non  ti  piace  nulla  di  nulla. 

Fr.  0  nulla  o  proprio  poche  cose. 

Ag.  Speriamo  almeno  che  ti  piaccia  ci6  che  e  salutare!  Ma  che  ti 
spiace  di  piii  ?  Rispondimi  per  favore. 

Fr.  Ti  ho  gia  risposto. 

Ag.  Tutto  ci6  &  caratteristico  di  quella  che  ho  chiamata  accidia. 
Tutte  le  cose  tue  ti  spiacciono. 

Fr.  E  quelle  degli  altri  non  meno. 

Ag.  Anche  questo  deriva  dalla  stessa  fonte.  Ma  insomma,  per 
dare  qualche  ordine  a  ci6  che  si  ha  da  dire:  proprio  tanto,  adun- 
que,  ti  spiacciono  le  cose  tue  quanto  dici  ? 

Fr.  Cessa  di  martellare  con  codeste  piccole  question! :  anche 
piu  che  dir  si  possa. 

Ag.  Dunque  ti  repugnano  quei  beni  che  ti  fanno  invidiabile 
presso  molti  altri? 

Fr.  Ben  misero  deve  essere  chi  invidia  un  misero. 

Ag.  Ma  quale  cosa  ti  spiace  piu  di  tutte  ? 

Fr.  Non  so. 

Ag.  E  che?  se  io  ne  far6  il  novero  me  lo  confesserai? 

Fr.  Te  lo  confessed  candidamente. 

Ag.  Tu  sei  sdegnato  contro  la  tua  fortuna. 

Fr.  Come  non  odierei  questa  superba,  violenta,  cieca,  sconvol- 
gitrice  capricciosa  delle  sorti  mortali? 

Ag.  Dei  danni  comuni  si  lamentano  tutti;  consideriamo  ora  i 
tuoi  privati;  che  farai  se  ingiustamente  ti  lamentassi?  Non  vor- 
resti  riconciliarti  seco  ? 

Fr.  Sara  assai  difficile  persuadermi,  ma  se  tuttavia  me  lo  di- 
mostrassi,  mi  acqueter6. 

Ag.  Tu  giudichi  che  la  fortuna  sia  teco  avara. 

Fr.  Anzi,  avarissima;  anzi  iniquissima;  anzi  superbissima;  anzi 
crudelissima. 

Ag.  Non  c'e  solo  il  Brontolone  del  poeta  comico;  ce  n'e  in- 
finiti!  Ed  anche  tu  finora  sei  uno  dei  molti.  Preferirei  fossi  del 
pochi.  Ad  ogni  modo,  poiche"  il  tema  e  cosl  trito  che  e  difficile 
recarvi  alcun  che  di  nuovo,  permetti  che  a  una  vecchia  malattia  io 
applichi  un  vecchio  rimedio  ? 

Fr.  Come  ti  piace. 


112  SECRETUM  •    LIBER   SECUNDUS 

Aug.  Age  ergo:  famem  ne  an  sitim  frigus  ve  perpcti  compulit 
paupertas  ? 

Fr.  Nondum  eousque  fortuna  sevit  mea. 

Aug.  At  quam  multis  ista  cotidiana  sunt. 

Fr.  Aliud  adhibc  remedium,  si  potcs;  me  quoniam  ista  nil 
adiuvant.  Non  ex  illis  sum,  quos  in  malis  suis  calamitosorum  et 
circumlugentium  delectat  exercitus;  nee  minus  interdum  alienis 
quam  propriis  miseriis  ingcmisco. 

Aug.  Nee  ego  ut  delectet,  sed  ut  soletur  especto,  doceatque 
alienas  cernentem  fortunas  suis  esse  contentum.  Neque  enim 
omnes  primum  tenere  locum  possunt;  alioquin  quomodo  primus 
erit  nisi  quern  secundus  sequitur  ?  Bene  vobiscum  agitur,  mortales, 
si  non  in  extrema  reieeti,  de  tarn  multis  fortune  ludibriis  tantum 
mediocria  pertulistis:  quanquam  et  extrema  perpessis,  suis  qui- 
busdam  acrioribus  remediis  suceurrendum  est,  quibus  in  presens 
eges  minime,  mediocri  lesus  asperitate  fortune,  Sed  hoc  est  quod 
vos  in  has  precipitat  erumnas:  proprie  quilibet  sortis  oblitus  su- 
premum  mcnte  locum  agitat,  quern  quoniam,  ut  dixi,  nequeunt 
omncs  apprehendere,  elusis  conatibus  subit  indignatio.  Quod  si 
summi  status  miserias  agnoscercnt  homines,  quern  exoptant  per- 
horrescerent ;  idque  illorum  probatur  testimonio,  quos  ad  sum- 
ma  rerum  fastigia  multis  laboribus  evectos  vidimus  et  votorum 
mox  suorum  nimis  facilem  exitum  exsecrantes.  Quod,  etsi  omni 
bus  notum  esse  debeat,  tibi  tamen  precipue,  cui  longa  experientia 
persuasum  est  omnem  status  altissimi  laboriosam  atque  solicitam 
et  prorsus  miserabilem  esse  fortunam.  Ita  fit  ut  nullus  querimoniis 
gradus  vacet,  dum  et  optata  consecuti  et  repulsi  iustam  lamen- 
tandi  causam  pre  se  ferunt:  illi  se  deceptos  hi  se  neglectos  exti- 
mant.  Sequere  igitur  Senece  consilium:  «Cum  aspexeris  quot  te 
antecedant,  cogita  quot  sequantur.  Si  vis  gratus  esse  adversus  deum 
et  adversus  vitam  tuam,  cogita  quam  multos  antecesserisw;1  et 
ut  eodem  loco  ait  idem:  «finem  constitue,  quern  transire  ne  possis 
quidem  si  velis  ».a 

Fr.  Constitui   pridem  desideriis  meis  finem  certum  et,   nisi 


1.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL  t  15,  10   («.  .  .  gratus  esse  adversus  deos . .  .»). 

2.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL ,  15,  u. 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  113 

Ag.  Or  su  dunque,  forse  che  la  poverta  ti  ha  costretto  a  sof- 
frire  o  fame  o  sete  o  freddo  ? 

Fr.  Non  anche  ha  infierito  in  me  a  tal  segno  la  fortuna. 

Ag.  Eppure  per  quanti  sono  cose  d'ogni  giorno! 

Fr.  Vedi,  se  puoi,  di  usare  altro  rimedio,  perche  codesto  per 
me  non  giova  punto.  Non  sono  di  quelli  cui  conforti  nei  propri 
mali  la  turba  dei  disgraziati  che  piangono  loro  intorno,  io  che  talora 
gemo  non  meno  per  le  altrui  che  per  le  mie  disgrazie. 

Ag.  Ne"  io  pretendo  che  ci6  diletti,  bensi  che  conforti  e  che 
ammonisca  chi  scorge  le  sorti  degli  altri,  ad  essere  contento  della 
propria.  Gia  non  tutti  possono  occupare  il  primo  posto :  altrimenti 
come  ci  sarebbe  un  primo  se  non  Io  segue  un  secondo  ?  £  ancor 
bene  per  voi,  o  mortali,  se,  non  relegati  proprio  alPestremo  fondo, 
provate  soltanto  tra  i  molti  oltraggi  della  fortuna  i  mezzani; 
bench6  anche  a  coloro  che  sperimentano  gli  estremi  del  male 
vuolsi  soccorrere,  naturalmente  con  piu  energici  rimedi  loro  adatti, 
dei  quali  al  presente  tu  non  hai  punto  bisogno,  leso  come  sei  da  una 
sol  tenue  asprezza  di  fortuna.  Ma  quest'  &  che  vi  travolge  in  sif- 
fatte  angosce;  ciascuno,  dimentico  della  sorte  propria,  vagheggia 
con  la  mente  i  sommi  posti;  e  poiche",  come  ho  detto,  non  tutti  li 
possono  conquistare,  ai  vani  sforzi  succede  il  dispetto.  Che  se  gli 
uomini  conoscessero  le  miserie  dei  gradi  supremi,  avrebbero  ter- 
rore  di  quello  cui  aspirano;  come  ci  viene  confermato  dalla  testi- 
monianza  di  coloro  che  abbiamo  veduto  innalzarsi  con  molti 
stenti  ai  sommi  fastigi  mondani,  e  ben  presto  deplorare  che  i 
voti  loro  abbiano  avuto  esito  troppo  facile.  Questo,  se  deve  es 
sere  noto  a  tutti,  piu  specialmente  sara  a  te,  cui  una  lunga  espe- 
rienza  ha  persuaso  che  ogni  sorta  di  altissima  dignita  e  faticosa, 
e  piena  di  ansie  e  di  miserie.  Onde  accade  che  nessuna  condi- 
zione  e  esente  da  lamenti;  per6  che  cosi  coloro  che  hanno  conse- 
guito  cio  che  desideravano  come  coloro  che  hanno  fallito  i  propri 
voti,  avanzano  una  giusta  cagione  di  rammarico :  e  quelli  si  stimano 
ingannati,  questi  negletti.  Segui  dunque  il  consiglio  di  Seneca: 
«Quando  avrai  veduto  quanti  ti  precedono,  pensa  a  quanti  ti 
seguono.  Se  vuoi  essere  grato  a  Dio  e  alia  tua  esistenza,  pensa  agli 
infiniti  che  precedi»;  e  come  nello  stesso  passo  dice  Io  stesso  Se 
neca  «fissa  un  termine  che  tu  non  possa  passare,  nemmeno  se  Io 
voglia  )>. 

Fr.  Da  un  pezzo  ho  fissato  ai  miei  desideri  un  termine  stabile  e, 


114  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

fallor,  modest issimum;  at  inter  procaces  impudentesque  seculi 
mei  mores,  quis  modestie  locus  est?  Secordiam  atque  segnitiem 
vocant. 

Aug.  Potens  ne  igitur  est  animi  tui  statum  vulgaris  aura  con- 
vellere,  que  nunquam  rectum  iudicat,  nunquam  res  suis  nomi- 
nibus  vocat?  At  illam,  si  rite  recolo,  spernere  solebas. 

Fr.  Nunquam,  michi  crede,  magis  sprevi;  non  pluris  facio  quid 
de  me  vulgus  extimet,  quam  quid  brutorum  greges  animantium. 

Aug.  Quid  ergo? 

Fr.  Moleste  fero  quod,  cum  nullus  ex  coetaneis  mcis,  quern  ego 
noverim,  modestiora  concupiverit,  nemo  difficilius  ad  concupita 
provectus  est.  Summum  nempe  nunquam  me  locum  exoptasse, 
testis  hec  nostra  simul  ct  omnium  spectatrix;  que,  cogitationes 
meas  semper  introspiciens,  novit,  quotiens  humani  more  ingenii 
per  omnes  statuum  gradus  mente  cliscurrerem,  nunquam  tran- 
quillitatem  illam  ac  serenitateni  animi,  quam  rebus  omnibus  pre- 
ferendam  arbitror,  in  supremo  fortune  culmine  positam  agnovisse; 
ideoque  curarum  ac  solicitudinum  refertam  vitam  exhorrentcm, 
mediocria  sobrio  semper  iudicio  pretulisse,  nee  vcrbo  solum  sed 
mente  etiam  horatianum  illud  approbasse: 

aurectm  quisquis  mediocritatem 
diligit  tutus  caret  obsoleti 
sordibus  tecti,  caret  invidenda 
sobrius  aula1 

Nee  michi  minus  ratio  placuit  quam  dictum: 

sepius  ventis  agitatur  ingens 
pinus;  excelse  graviore  casu 
deddunt  turns,  feriuntque  summas 
fulgura  monies.1'' 

Hanc  profecto  mediocritatem  nunquam  michi  contigisse  doleo. 

Aug.  Quid,  si  que  putas  mediocria  supra  te  sunt?  quid,  si  vera 
mediocritas  iam  pridem  contigit?  quid,  si  abunde  contigit?  quid, 
si  illam  longe  post  tergum  reliquisti,  et  multo  pluribus  invidie 
quam  contemptus  materiam  prebeas? 

Fr.  Etsi  ita  esset,  michi  tamen  contrarium  videtur. 

i.  Orazio,  Carm.,  u,  10,  5-8.  2.  Orazio,  Carm.t  n,  10,  9-12  («saeviu$ 
ventis  ...»). 


IL   MIO   SEGRETO  •   LIBRO   SECONDO  IIS 

se  non  m'inganno,  modestissimo ;  ma  tra  gli  sfacciati  e  impudent! 
costumi  del  mio  secolo  qual  luogo  ha  la  modestia?  La  chiamano 
codardia  e  pigrizia. 

Ag.  6  dunque  capace  di  sconvolgere  lo  stato  delPanimo  tuo 
1'aura  del  volgo,  che  non  giudica  mai  il  retto,  che  non  nomina  mai 
le  cose  col  nome  loro?  Eppure,  se  ben  ricordo,  eri  solito  sprez- 
zarla! 

Fr.  E  non  1'ho  mai,  credimi,  spregiata  di  piu!  Non  faccio 
maggior  conto  di  come  giudichi  di  me  il  mondo,  che  di  come  mi 
giudicherebbe  un  gregge  di  bruti. 

Ag.  E  dunque? 

Fr.  Non  posso  soffrire  che,  mentre  non  conosco  tra  i  miei 
coetanei  persona  che  abbia  desiderati  beni  piu  modesti,  nessuno 
e  giunto  a  conseguirli  con  maggior  difficolta  di  me.  Ma  che  io  in 
verita  non  abbia  mai  desiderato  il  primo  posto,  ne  &  testimonio 
Costei,  di  noi  due  come  di  tutti  ascoltatrice ;  la  quale,  sempre  guar- 
dando  dentro  ne'  miei  pensieri,  ben  sa  come  io,  ogni  volta  che  se- 
condo  Tabitudine  delPintelletto  mortale  venivo  esaminando  i  vari 
gradi  dello  stato  umano,  abbia  sempre  riconosciuto  che  quella 
tranquillitk  e  serenita  dell'animo,  che  io  ritengo  sia  da  preferirsi  ad 
ogni  bene,  non  si  trova  posta  nel  supremo  culmine  della  fortuna. 
E  pertanto,  aborrendo  da  un'esistenza  piena  d'affanni  e  di  solle- 
citudini,  con  temperato  giudizio  sempre  abbia  preferito  uno  stato 
mezzano,  approvando  non  solo  a  parole  ma  anche  con  1'animo 
quel  detto  d'Orazio:  ccChiunque  ama  Paurea  mediocrita,  evita  si- 
euro  la  sordidezza  d'un  diruto  tetto,  ma  modesto  evita  le  sale 
invidiate. »  N6  mi  piacque  meno  il  concetto  che  la  forma,  ove  dice: 
«Piu  spesso  ai  venti  s'agita  Palto  pino;  e  Peccelse  torri  cadono  con 
piu  grave  rovina,  e  le  folgori  colpiscono  le  sommita  dei  monti.» 
Ebbene,  mi  dolgo  di  non  aver  mai  conseguita  tale  mediocrita, 

Ag.  0  perch6,  posto  che  quei  beni  che  reputi  mediocri  ti  pen- 
dono  sul  capo  ?  o  perch6,  se  la  vera  mediocrita  da  un  pezzo  ti  & 
concessa  e  copiosamente  concessa?  o  perch£,  se  Thai  sorpassata 
di  gran  lunga  e  a  molti  offri  piuttosto  argomento  d'invidia  che  di 
sprezzo  ? 

Fr.  Anche  se  cosl  fosse,  a  me  pare  tuttavia  il  contrario. 


Jl6  SECRETUM  •    LIBER    SECUNDUS 

Aug.  Perversam  opinionem  malorum  omnium  sed  huius  pre- 
cipue  causam  esse  norx  ambigitur.  Ab  hac  igitur  Caribdi  omni,  ut 
ait  Tullius,1  remorum  ac  velorum  auxilio  fugiendum  cst. 

Fr.  Unde  me  fugere,  quo  ve  proram  tendere,  quid  deniquc  opi- 
nari  iubes,  nisi  quod  video? 

Aug.  Vides  ubi  oculos  intendisti;  at  si  retro  respicias,  videbis 
innumerabilem  turbam  sequi,  teque  primo  agmini  aliquanto  pro- 
ximiorem  esse  quam  ultimo.  Sed  tumor  animi  rigorque  propositi 
non  permittunt  oculos  in  tergum  flectere. 

Fr.  Deflexi  tamen  interdum  multosque  post  me  venire  per- 
pendi;  neque  sortis  mee  pudct,  sed  curarum  piget  ac  penitet 
tantarum;  quod,  ut  eiusdcm  Horatii  verbo  utar, 

fluitem  dubie  spe  pendulus  hore.2 

Si  hec  anxietas  tollatur,  quantum  habeo  abunde  sufficiat,  dicam- 
que  equanimiter,  quod  eodem  loco  ait  idem: 

Quid  credis,  amice,  precari? 

sit  michi  quod  nunc  est,  etiam  minus,  et  michi  mvam 
quod  super  est  evi,  siquid  super  esse  volunt  di.3 

Ego  vero  semper  dubius  futuri,  semper  animo  suspensus,  nul- 
lam  ex  fortune  muneribus  dulcedinem  capio.  Ad  hec  ut  vides, 
hactenus  aliis  vivo,  quod  miserrimum  ex  omnibus  est.  Atque 
utinam  vel  senectutis  michi  reliquie  contingant  ut,  qui  procellosos 
inter  fluctus  vixerim,  moriar  in  portu. 

Aug.  Tu  ne  igitur  in  tanto  rerum  humanarum  turbine,  .tanta  va- 
rietate  successuum,  tantaque  caligine  futurorum  et,  ut  breviter 
dicam,  sub  imperio  positus  Fortune,  solus  ex  cuntis  hominum 
milibus  curarum  vacuarn  etatem  ages?  Vide  quid  cupias,  mortalis; 
vide  quid  postules!  Quod  vero  non  tibi  te  vixisse  conquereris,  non 
inopie  sed  servitutis  est;  quam  licet,  ut  tu  idem  asseris,  miserri- 
mam  esse  confitear,  tamen,  si  circumspicis,  paucissimos  hominum 
sibi  vixisse  reperies.  Nam  et  hi  qui  putantur  felicissimi  et  quibus 
innumerabiles  vivunt,  se  ipsos  simul  aliis  vivere,  vigiliarum  et 
laborum  assiduitate  testantur.  Quid  enim  ?  Ut  supremo  te  commo- 
nefaciam  exemplo,  lulius  Cesar,  cuius  illud  verum  licet  arrogans 

i.  ut  ait  Tidlius\  cfr.  Cicerone,  Tusc.,  in,  10,  23,  dove  si  parla  della  ma- 
lattia  simile  all'accidia,  che  i  Romani  chiamavano  aegritudo.  2.  Orazio, 
Epist.,  I,  18,  no.  3.  Orazio,  Epist.,  i,  18,  106-8. 


IL    MIO    SEGRETO    •    LIBRO    SECONDO  IIJ 

Ag.  Non  c'e  dubbio  che  una  falsa  opinione  e  causa  di  tutti  i 
mali,  e  specialmente  di  questo;  perci6  da  codesta  Cariddi,  come 
dice  Cicerone,  conviene  fuggire  con  ogni  sforzo  di  remi  e  di  vele. 

Fr.  Donde  fuggire,  dove  volgere  la  prora?  che  altro  insomma 
mi  imponi  di  credere,  se  non  cio  che  vedo  ? 

Ag.  Tu  vedi  quelli  a  cui  drizzi  gli  occhi ;  ma  se  guardi  addietro, 
vedrai  una  turba  innumerevole  che  viene  dopo  di  te;  e  vedrai  te 
un  po'  piu  vicino  alia  prima  che  alPultima  fila;  ma  1'orgoglio 
delPanimo  e  la  ostinazione  dei  propositi  non  ti  permettono  di 
volgere  gli  occhi  addietro. 

Fr.  Li  ho  pur  volti  talora,  e  mi  accorsi  che  molti  vengono  dopo 
di  me ;  n6  mi  vergogno  della  mia  sorte ;  ma  m'incresce  e  mi  pento 
delle  tante  cure,  onde  (per  servirmi  delle  parole  dello  stesso  Ora- 
zio)  «io  trepido  sospeso  nelPansia  d'una  dubbia  ora».  Se  avvenga 
che  mi  si  tolga  questa  ansieta,  ci6  che  posseggo  mi  bastera  ampia- 
mente,  e  ripeter6  serenamente  quello  che  nello  stesso  passo  egli 
dice :  «  che  credi,  o  amico,  ch'  io  chiegga  ?  Di  aver  quel  che  ho  ora, 
ed  anche  meno,  e  di  vivere  a  piacer  mio  quel  che  m'avanza  di  eta, 
se  gli  dei  vogliono  che  un  po'  me  n'avanzi».  Invece  io,  sempre 
incerto  del  futuro,  sempre  con  Panimo  sospeso,  non  traggo  nes- 
suna  dolcezza  dai  doni  della  fortuna.  Aggiungi  che,  come  vedi, 
fin  qui  io  vivo  soggetto  agli  altri,  che  e  la  piu  triste  di  tutte  le  con- 
dizioni;  e  Dio  voglia  che  mi  avanzi  tanto  di  vecchiaia  che,  dopo 
aver  vissuto  tra  flutti  procellosi,  muoia  in  porto. 

Ag.  Dunque  sarebbe  che  tu,  in  cotanto  turbinio  di  umane  vi- 
cende,  in  tanta  variabilita  di  eventi,  in  tanta  oscurita  del  futuro, 
e  —  per  dirla  in  breve  —  posto  sotto  il  dominio  della  Fortuna, 
tu  solo,  fra  tutte  le  migliaia  di  uomini,  trarresti  una  vita  esente 
d'affanni?  Vedi  che  desideri,  vedi  che  tu  chiedi,  o  mortale!  Quan- 
to  poi  al  lamentarti  di  non  essere  vissuto  indipendente,  ci6  non  e 
effetto  della  poverta,  ma  del  servire ;  e  sebbene  riconosca  che  que 
sta  e,  come  tu  dici,  una  grande  miseria,  tuttavia,  se  ti  guardi  attorno, 
scorgerai  pochissimi  uomini  essere  vissuti  per  s6  soli.  Infatti  anche 
quelli  che  sono  ritenuti  felicissimi,  ed  ai  quali  innumerevoli  uo 
mini  servono,  dimostrano,  con  le  continue  veglie  e  fatiche,  di 
vivere  alia  lor  volta  essi  stessi  per  gli  altri.  Non  e  vero  ?  Per  con- 
vincerti  con  un  altissimo  esempio:  Giulio  Cesare,  cui  appartiene 


Il8  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

dictum  est,  «humanum  paucis  genus  vivitw,1  nunquid  postquam 
eo  genus  redegerat  humanum  ut  sibi  uni  viveret,  ipse  interim 
aliis  vivebat?  Interrogabis  fortasse:  Quibus?  -  His  nimirium  a 
quibus  occisus  est:  D,  Bruto,  T.  Cimbro2  ceterisque  perfide  co- 
niurationis  auctoribus,  quorum  cupiditates  explere  non  valuit  tanti 
munificentia  largitoris. 

Fr.  Movisti  animum  fateor,  ut  iam  nee  servum  me  nee  inopem 
indigner. 

Aug.  Indignare  potius  te  non  esse  sapientem,  quod  unum  et 
libertatem  et  veras  divitias  prestare  potuisset.  Ceterum  quisquis 
causarum  absentiam  equo  ferens  animo  effectus  non  adesse  con- 
queritur,  nee  causarum  certam  tenet  ille  rationem  nee  cffectuum. 
Exequere  autem  nunc  quid  te  premit,  preter  hec  que  dicta  sunt. 
Corporis  ne  fragilitas  an  latens  molestia? 

Fr.  Nempe  corpus  hoc  onerosum  michi  semper  fuit  quotiens 
me  ipsum  contemplatus  sum;  at  cum  alienorum  gravedinem  cor- 
porum  respexi,  satis  obediens  me  mancipium  habere  fateor.  Pos- 
sem  idem  utinam  et  de  animo  gloriari :  sed  ille  imperat. 

Aug.  Utinarn  rationis  ipse  subditus  impcriol  Sed  ad  corpus 
redeo.  Quid  in  eo  rnolestum  experiris  ? 

Fr.  Nichil  equidem,  nisi  comunia  quedam:  quod  mortale  est, 
quod  suis  me  doloribus  implicat,  mole  pregravat,  sornnum  suadet 
spiritu  vigilante,  aliisque  me  necessitatibus  subigit  humanis,  quas 
enumerare  et  longum  et  inamenum  est. 

Aug.  Compone  animum,  precor,  teque  hominem  natum  esse 
recordare ;  illicet  anxietas  ista  cessaverit.  Siquid  preter  hoc  angit, 
exequere. 

Fr.  Ilia  ne  tibi  inaudita  est  Fortune  novercantis  immanitas, 
cum  uno  die  me  spesque  et  opes  meas  omnes  et  genus  et  domum 
impulsu  stravit  impio? 

Aug.  Video  oculorum  tuorum  scatebras,  ideoque  pretereo:  ne- 
que  enim  nunc  docendus,  sed  monendus  es.  Unum  igitur  hoc 
admonuisse  sufficiet:  si  enim  non  privatarum  modo  familiarum 
sed  notissimas  tibi  regnorum  ex  omnibus  seculis  recoles  ruinas, 


i.  Lucano,  Phars.t  v,  343.  z.  T.  Cimbro:  Cimbro  Tillio,  quello  dci  con- 
giurati  che  si  accost6  per  primo  a  Cesare  nell'atto  di  chiedcrgli  qualche 
cosa  (Svetonio,  Caes.,  82). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  119 

il  profondo  anche  se  superbo  motto:  «I1  genere  umano  vive  sog- 
getto  al  comando  di  pochi »,  pur  dopo  che  aveva  ridotto  il  genere 
umano  al  punto  di  vivere  al  volere  di  lui  solo,  forse  che  non 
dipendeva  da  quello  di  altri?  Chiederai  forse  di  chi.  Di  quelli, 
evidentemente,  dai  quali  fu  ucciso :  di  D,  Bruto  di  T.  Cimbro  e 
degli  altri  complici  della  perfida  congiura;  le  cui  cupidige  non  era 
valsa  a  saziare  neppure  la  munificenza  di  tanto  donatore. 

Fr.  Mi  dichiaro  cosi  scosso  nell'ammo,  che  oramai  non  mi 
indigner6  piu  d'essere  servo  n6  povero. 

Ag,  Dolgati  piuttosto  di  non  essere  saggio;  che  e  il  solo  mezzo 
che  ti  poteva  procurare  liberta  e  vera  ricchezza.  Del  resto  chi  tol- 
lera  tranquillamente  la  mancanza  delle  cause  e  poi  si  lamenta  che 
non  appaiano  gli  effetti,  segno  e  che  non  possiede  una  sicura  no- 
zione  n6  dclle  cause  ne  degli  effetti.  Esamina  ora  i  mali  che  ti 
affannano,  oltre  quelli  di  cui  si  e  detto.  Forse  la  fragilita  del  tuo 
fisico  o  qualche  occulta  molestia? 

Fr.  Senza  dubbio  mi  fu  sempre  gravoso  questo  mio  corpo,  ogni 
volta  che  ho  contemplato  me  stesso;  ma  quando  ho  considerate 
la  gravezza  dei  corpi  altrui,  ho  riconosciuto  d'avere  in  lui  un  servo 
abbastanza  ubbidiente.  Oh  cosi  potessi  vantarmi  delFanimo!  Ma 
questo  comanda  lui. 

Ag.  E  cosi  fosse,  purch6  a  sua  volta  sottoposto  airimpero  della 
ragione!  Ma  torniamo  al  corpo.  Che  ci  trovi  di  molesto? 

Fr.  Nulla,  veramente,  salvo  alcune  cose  comuni  a  tutti:  che  e 
mortale,  che  mi  involge  nei  suoi  dolori,  che  mi  aggrava  della  sua 
pesantezza,  che  persuade  al  sonno  lo  spirito  che  veglia,  e  mi  sotto- 
pone  ad  altre  necessita  umane  che  e  lungo  e  spiacevole  enume- 
rare. 

Ag.  Calmati,  per  favore:  ricordati  d'essere  nato  uomo  e  tosto 
cessera  questa  ambascia.  Cerca  se  qualche  altra  cosa,  oltre  questa, 
ti  ange. 

Fr.  Non  ti  e  forse  nota  la  spietatezza  della  matrigna  fortuna, 
quando  in  un  sol  giorno  con  empio  colpo  prostr6  me  e  le  mie 
speranze  e  ricchezze  tutte,  e  la  famiglia  e  la  casa  ? 

Ag.  Ti  veggo  scintillare  gli  occhi,  e  perci6  passo  oltre,  poich6 
non  e  questo  il  luogo  di  ammaestrarti  ma  di  ammonirti.  Ci6  solo 
bastera  averti  rammentato:  se  richiami  alia  memoria  non  solo  le 
rovine  delle  famiglie  private,  ma  le  famosissime  dei  regni  in  tutti 
i  tempi,  ti  giovera  non  poco  la  lettura  delle  tragedie  a  non  farti 


120  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

nonnichil  tibi  tragediarum  lectio  profuerit  ut  non  pudeat  tu- 
guriolum  tuum  cum  tot  regiis  edibus  conflagrasse.  Precede  modo : 
hec  enim  parcius  dicta  spatiosius  tibi  ruminanda  servabis. 

Fr.  Quis  vite  mee  tedia  et  quotidianum  fastidium  sufficienter 
exprimat,  mestissimam  turbulentissimamque  urbem  terrarum  om 
nium,  angustissimam  atque  ultimam  sentinam  et  totius  orbis 
sordibus  exundantem?  Quis  verbis  equet  que  passim  nauseam 
concitant:  graveolentes  semitas,  permixtas  rabidis  canibus  obsce- 
nas  sues,  et  rotarum  muros  quatientium  stridorem  aut  transver- 
sas  obliquis  itineribus  quadrigas;  tam  diversas  hominum  species, 
tot  horrenda  mendicantium  spetacula,  tot  divitum  furores:  illos 
mestitia  defixos,  hos  gaudio  lasciviaque  fluitantes;  tam  denique 
discordantes  animos,  artesque  tam  varias,  tantum  confusis  vocibus 
clamorem,  et  populi  inter  se  arietantis  incursum?  Que  omnia  et 
sensus  melioribus  assuetos  conficiunt  et  generosis  animis  eripiunt 
quietem  et  studia  bonarum  artium  interpellant.  Ita  me  Deus  ex 
hoc  naufragio  puppe  liberet  illesa,  ut  ego  sepe  circumspiciens  in 
infernum  vivens  descendisse  michi  videor.  I  nunc,  et  boni  aliquid 
tecum  age.  I  nunc,  et  honestis  cogitationibus  incumbe! 

/  nunc  et  versus  tecum  compone  canoros* 

Aug.  Hie  me  Flacci  versiculus  quid  potissimum  lamenteris  ad- 
monuit.  Doles  quod  importunum  studiis  tuis  locum  nactus  es; 
quoniam,  ut  ait  idem: 

scriptorum  chorus  omnis  amat  nemus  et  fugit  urhes.* 

Tuque  ipse  in  epystola  quadam  eandem  sententiam  verbis  aliis 
expressisti : 

silva  placet  Musis,  urbs  est  inimica  poetis.3 

Quod  si  unquam  intestinus  tumultus  tue  mentis  conquiesceret, 
fragor  iste  circumtonans,  michi  crede,  sensus  quidem  pulsaret, 
sed  animum  non  moveret.  Ac  ne  nota  pridem  auribus  tuis  in- 
geram,  habes  Senece  de  hac  re  non  inutilem  epystolam;4  habes 
et  lib  rum  eiusdem  De  Tranquillitate  animi\  habes  et  de  tota  hac 
mentis  egritudine  tollenda  Hbrum  M.  Ciceronis  egregium,  quern 

1.  Orazio,  Bpist.>  n,  2,  76  («,  .  ,  meditare  canoros»).     2.  Orazio,  Epist.,  n, 

2,  77.     3.  Petrarca,  Epyst.  metr.t  n,  3,  43.     4,  habes . . .  epystolam:  cfr.  Se- 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  121 

parer  grave  che  il  tuo  tugurio  sia  andato  arso  al  pari  di  tante  reg- 
gie.  Ora  prosegui;  e  quanto  abbiamo  brevemente  detto,  serbalo  a 
meditarlo  piu  ampiamente. 

Fr.  Chi  potrebbe  adeguatamente  esprimere  le  noie  e  il  quoti- 
diano  fastidio  della  mia  esistenza;  e  la  citta  piu  uggiosa  di  questo 
mondo,  piu  turbolenta,  piu  angusta,  sentina  profonda  ove  trabocca- 
no  le  lordure  di  tutto  il  mondo  ?  Chi  potrebbe  adeguare  a  parole  tut- 
to  ci6  che  qua  e  la  suscita  la  nausea:  le  strade  graveolenti,  gli  sconci 
porci  frammisti  ai  rabbiosi  cani,  e  lo  strepito  delle  ruote  che  fanno 
tremare  i  muri,  e  Pobliqua  furia  dei  carri;  tanto  diverse  razze 
d'uomini,  tanti  disgustosi  spettacoli  di  mendicanti,  tante  follie  di 
ricchi:  quelli  sprofondati  nella  loro  tristezza,  questi  sguazzanti 
nel  piacere  e  nella  lascivia;  e  in  fine  tanti  animi  discordi,  costumi 
cosl  difformi;  un  si  grande  frastuono  di  voci  confuse,  tanta  folia 
di  popolo  che  si  urta  in  se  stessa  ?  Cose  tutte  che  logorano  i  sensi 
avvezzi  a  cose  migliori  e  tolgono  ai  nobili  spiriti  la  quiete  e  ne  rom- 
pono  i  begli  studi.  Cosi  Iddio  faccia  uscir  illesa  la  mia  navicella 
da  tale  naufragio,  com'6  vero  che  spesso,  guardandomi  intorno, 
mi  sembra  d'essere  disceso  da  vivo  neH'inferno.  VaJ  ora  a  far 
qualche  cosa  di  buono!  va'  ora  ad  attendere  a  vaghi  pensieri! 
<c  Va'  ora  a  comporre  fra  te  e  te  versi  canori. » 

Ag.  Questo  verso  d'Orazio  mi  chiarisce  di  che  specialmente  ti 
lamenti:  ti  duole  d'aver  sortito  un  luogo  non  adatto  aj  tuoi  studi, 
perch6,  com'egli  ancora  dice :  « II  coro  tutto  dei  poeti  ama  i  boschi 
e  fugge  le  citta, »  Ed  anche  tu  per  tuo  conto  in  una  epistola  hai 
espresso  lo  stesso  concetto  in  altre  parole:  «Piace  alle  Muse  la 
selva ;  la  citt&  &  nemica  ai  poeti. »  Ma  se  Pinterno  tumulto  del  tuo 
spirito  avesse  mai  a  placarsi,  credimi  pure  che  questo  fragore,  che 
ti  tuona  da  torno,  ti  colpirebbe  bensl  i  sensi,  ma  non  ti  turberebbe 
1'animo.  E  per  non  ripeterti  cose  da  tempo  note  al  tuo  orecchio, 
hai  intorno  a  ci6  una  preziosa  lettera  di  Seneca;  hai  anche  dello 
stesso  Topera  Della  tranquillitd  delVanimo\  hai  ancora,  intorno  al 
modo  di  guarire  al  tutto  codesta  infermitk  dello  spirito,  1'aureo  li- 


neca,  Ep.  ad  LuciL,  56  (specialmente  §  6:  «Illa  tranquillitas  vera  est,  in 
quam  bona  mens  explicatur »).  II  problema  dei  rapporti  tra  individuo  ed 
ambiente  verra  ripreso  piu  tardi  dal  Petrarca  nel  De  vita  solitaria. 


122  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

ex  tertie  diei  disputationibus  in  Tusculano1  suo  habitis  ad  Brutum 
scripsit. 

Fr.  Singula  hec  baud  negligenter  legisse  me  noveris. 

Aug.  Quid  ergo?  nichil  ne  profuerunt? 

Fr,  Imo  vero  inter  legendo  plurimum;  libro  autem  e  manibus 
elapso  asscnsio  simul  omnis  intercidit. 

Aug.  Comunis  legentium  mos  est,  ex  quo  monstrum  illud  exe- 
crabile,  literatorum  passim  flagitiosissimos  errare  greges  et  de 
arte  vivendi,  multa  licet  in  scolis  disputentur,  in  actum  pauca 
converti.  Tu  vero,  si  suis  locis  notas  certas  impresseris,  fructum 
ex  lectione  percipies. 

Fr.  Quas  notas? 

Aug.  Quotiens  legcnti  salutares  se  se  offerunt  sententie,  quibus 
vel  excitari  sentis  animum  vel  frenari,  noli  viribus  ingenii  fidere, 
sed  illas  in.memorie  penetralibus  absconde  multoque  studio  tibi 
familiares  effice;  ut,  quod  experti  solent  medici,  quocunque  loco 
vel  tempore  dilationis  impatiens  morbus  invaserit,  habeas  velut 
in  animo  conscripta  remedia.2  Sunt  enim  quedam  sicut  in  corpo- 
ribus  humanis  sic  in  animis  passioncs,  in  quibus  tarn  mortifera 
mora  est  ut,  qui  distulerit  medelam,  spem  salutis  abstulerit,  Quis 
enim  ignorat,  exempli  gratia,  esse  quosdam  motus  tam  precipitcs 
ut,  nisi  cos  in  ipsis  exordiis  ratio  frenaverit,  animum  corpusque 
et  totum  hominem  perdant,  et  serum  sit  quicquid  post  tempus  ap- 
ponitur?  In  quibus  primum  obtinere  locum  reor  iram,  cui  non 
frustra  rationis  scdem  superpositam  esse  diffiniunt  hi,  qui  in 
tres  partes  animam  diviserunt:  rationem  in  capitc  velut  in  arce, 
iram  in  pectore,  concupiscentiam  subter  precordia  collocantcs,3 
ut  scilicet  presto  sit,  que  subiectarum  pestiurn  violentes  impetus 
repente  coerceat,  et  ex  alto  velut  receptui  canat.  Quod  frenum, 
quia  ire  rnagis  necessarium  erat,  illi  vicinior  sita  est. 

Fr.  Consulte  quiclem ;  quod  ut  me  non  tantum  ex  philosophicis 
sed  ex  poeticis  etiam  scripturis  elicuisse  pervideas,  per  illam  ven- 
torum  rabiem,  quam  Maro  describit,  speluncis  abditis  latitantem 
superiectosque  montcs  et  regem  in  arce  scdentem  atque  illos  im- 


1,  II  tcrzo  libro  dclle  Tuscolane  tratta  appunto  De  aegritudine  lenienda. 

2.  habeas  .  .  .remedial  &  qui,  in  nuce,  Targomento  di  un'opera  tarda  del 
Petrarca,  il  De  remediis  utriusque  fortune.     3.  qui  in  tres  partes . , .  collocan- 
tes:  e  la  dottrina  di  Platone,  su  cui  Cicerone  Tusc,,  I,  10,  20. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    SECONDO  123 

bro  che  Cicerone  dedic6  a  Bruto,  nella  terza  giornata  delle  dispute 
tenute  nella  sua  villa  di  Tuscolo. 

Fr.  Tu  sai  che  io  ho  lette  tutte  queste  scritture  molto  diligente- 
mente. 

Ag.  E  dunque  ?  non  ti  giovarono  in  nulla  ? 

Fr.  Anzi,  mentre  leggevo  veramente  moltissimo ;  ma  quando  il 
libro  mi  usciva  dalle  mani,  tosto  mi  svaniva  al  tutto  1'assenti- 
mento. 

Ag.  Consueta  abitudine  dei  lettori!  dal  che  deriva  quell'ese- 
cranda  mostruosita,  per  cui  le  dannose  greggi  dei  pedanti  brucano 
qua  e  la,  ma  delParte  del  vivere,  benche  molto  se  ne  disputi  nelle 
scuole,  poco  se  ne  traduce  in  atto.  Ma  tu,  se  imprimerai  ai  loro 
luoghi  note  ben  rilevate,  trarrai  frutto  dalla  lettura. 

Fr.  Quali  note? 

Ag.  Ogni  volta  che  nel  leggere  ti  si  offrono  sentenze  salutari, 
dalle  quali  ti  senti  eccitare  o  frenare  1'animo,  non  fidarti  del  vigore 
della  tua  intelligenza,  ma  riponile  nei  penetrali  della  memoria,  e 
rendile  con  molta  cura  a  te  familiar!,  sicche",  a  quel  modo  che  so- 
gliono  gli  esperti  medici  aver  present!  i  rimedi  in  qualsiasi  luogo  o 
tempo  insorga  un  morbo  che  non  consenta  dilazione,  tu  pure  li 
abbia  quasi  a  dire  scritti  nelPanimo.  Ci  sono  infatti  certe  malattie, 
cosl  dei  corpi  come  degli  animi  umani,  nelle  quali  1'attendere  e 
tanto  dannoso,  che  chi  indugia  la  cura  si  toglie  la  speranza  della 
salvezza.  Chi  ignora  infatti  che  ci  sono,  per  esempio,  alcuni  mot! 
cosl  impetuosi  che,  se  la  ragione  non  li  frena  gia  nei  loro  inizi, 
mandano  in  perdizione  1'animo  e  il  corpo  e  Fuomo  tutto,  e  tarda 
viene  ad  essi  qualunque  cura  loro  si  apponga?  Tra  quest!  moti 
penso  abbia  il  primo  luogo  1'ira,  sopra  a  cui  non  per  nulla  colloca- 
rono  la  sede  della  ragione  coloro  che  divisero  1'anima  in  tre  parti, 
ponendo  la  ragione  nella  testa,  come  in  una  rocca,  1'ira  nel  petto, 
le  concupiscenze  sotto  i  precordi,  in  guisa  cioe  che  quella  sia  ben 
pronta  a  reprimere  i  violent!  impeti  delle  sottostanti  malignita, 
e  dall'alto  quasi  le  chiami  a  raccolta.  E  poich6  tal  freno  piu  era 
necessario  all'ira,  piu  le  fu  posta  vicina. 

Fr.  Ben  pensato  davvero.  E  perch£  tu  vegga  bene  ci6  che  io  ho 
tratto  non  solo  dalle  scritture  dei  filosofi  ma  pure  dei  poeti,  sappi 
che  spesso  tra  me,e  me  ho  meditato  che  quella  furia  dei  venti, 
che  Virgilio  rappresenta  celata  nelle  viscere  delle  caverne,  e  i 
monti  che  le  sono  sovrapposti,  e  il  re  che  siede  sulla  rocca  e  li 


124  SECRETUM   -    LIBER   SECUNDUS 

perio  mitigantem,  iram  atque  impetus  animi  posse  denotari  me- 
cum  sepe  cogitavi:  in  profundo  scilicet  pectoris  deferventes  qui, 
nisi  coerceantur  rationis  freno,  ut  ibidem  legitur, 

.  .  .  maria  ac  terras  celumque  profundum 
quippe  ferant  rapidi  secum  verr unique  per  auras.1 

Per  terras  enim,  quid  nisi  terrenam  corporis  materiam;  per 
maria  quid  nisi  humorem  quo  vivitur,  per  celum  vero  profundum, 
quid  nisi  interiore  loco  habitantem  animam  dedit  intelligi,  cuius, 
ut  alio  loco  ait  idem, 

igneus  est  illis  vigor  et  celestis  origo"?2 

quasi  diceret  corpus  atque  animam  et  breviter  totum  hominem 
cui  dominabuntur,  in  precipitium  agent.  Ex  adverso  autem  mon- 
tes  regemque  presidentem,  quid  nisi  capitis  arcem  et  rationem 
esse,  que  illic  inhabitat?  Sic  enim  ait: 

Hie  vasto  rex  Eolus  antro 
luctantes  ventos  tempest atesque  sonoras 
imperio  premit,  et  vinclis  ac  carcere  frenat. 
Illi  indig?iantes  magno  cum  murmur e  mantis 
circum  claustra  fremunt;  summa  sedet  Eolus  arce 
sceptra  tenens.3 

Hec  ille.  Ego  autem,  singula  verba  discutiens,  audivi  indigna- 
tionem,  audivi  luctamen,  audivi  tempestates  sonoras,  audivi  mur 
mur  ac  fremitum.  Hec  ad  iram  referri  possunt.  Audivi  rursum 
regem  in  arce  sedentem,  audivi  sceptrum  tenentem,  audivi  im 
perio  prementem  et  vinclis  ac  carcere  frenantem;  que  ad  rationem 
quoque  referri  posse  quis  dubitet?  Attamen,  ut  de  animo  atque 
ira  animum  turbante  dici  omnia  constaret,  vide  quid  addidit: 

mollitque  animos  et  temper  at  iras.* 

Aug.  Laudo  hec,  quibus  abundare  te  video,  poetice  narra- 
tionis  archana.  Sive  enim  id  Virgilius  ipse  sensit,  dum  scriberet, 
sive  ab  omni  tali  consideratione  remotissimus,  maritimam  his 
versibus  et  nil  aliud5  describere  voluit  tempestatem;  hoc  tamen, 
quod  de  irarum  impetu  et  rationis  imperio  dixisti,  facete  satis  et 

i.  Virgilio,  Am.,  I,  58-9.     2.  Virgilio,  Aen.,  vi,  730.     3.  Virgilio,  Aen.,  I, 
(54 : « ac  vinclis  et . . . » ;  56 : « . . ,  celsa  sedet »).     4.  Virgilio,  Aen.t  I,  57, 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO    SECONDO  125 

frena  col  suo  potere,  possono  simboleggiare  Pira  e  i  moti  delPani- 
mo  che  si  placano  appunto  nel  profondo  del  petto;  che  se  non  si 
trattengono  col  freno  della  ragione,  come  dice  il  poeta  stesso: 
«mari  e  terre  e  il  cielo  profondo  traggono  seco  rapinosi  e  li  spaz- 
zano  via  per  Paure  ».  Non  ti  pare  forse  che  egli  volesse  raffigura- 
re  nelle  terre  la  materia  terrena  del  corpo,  nei  mari  Pumore  di 
cui  viviamo,  nel  cielo  profondo  1'anima  posta  nel  piii  intimo, 
la  quale  (come  dice  altrove)  «ha  la  forza  del  fuoco  e  Porigine 
celeste » ?  quasi  a  dire,  insomma,  che  trascineranno  a  precipizio  il 
corpo  e  1'anima  e  in  una  parola  Puomo  intero  sul  quale  abbiano 
a  dominare.  E  per  contro,  i  monti  e  il  re  che  vi  sta  sopra  che 
altro  sono  se  non  la  rocca  del  capo  e  la  ragione  che  vi  abita  ? 
Cosl  dice  egli  infatti : « Qui  il  re  Eolo  in  un  vasto  antro  i  tumultuosi 
venti  e  le  tempeste  sonore  doma  col  suo  potere  e  con  prigione  li 
frena.  Essi  irritati  con  grande  frastuono  fremono  contro  ai  chiostri 
del  monte.  Nel  sommo  deirarce  ha  suo  seggio  Eolo  reggente 
lo  scettro. »  Cosl  il  poeta.  Ma  io,  meditando  ogni  singola  parola, 
ho  intesa  Pirritazione,  ho  inteso  il  tumulto,  ho  intese  le  tempeste 
sonore,  ho  inteso  il  frastuono  e  il  fremito ;  cose  tutte  che  si  possono 
riferire  all'ira.  Ed  ho  inteso  d'altra  parte  il  re  che  ha  seggio  sul- 
Parce,  ho  inteso  che  regge  lo  scettro,  che  doma  col  suo  potere,  e 
frena  con  catene  e  carceri ;  chi  dubitera  che  tutto  ci6  si  possa  anche 
riferire  alia  ragione?  Ma  ad  ogni  modo,  perche"  fosse  chiaro  che 
tutto  i  detto  con  riferimento  alPanimo  e  all'ira  che  Panimo  turba, 
osserva  quel  che  ha  aggiunto:  «Acquieta  gli  animi  e  ne  tempera 
Pire. » 

Ag.  Ammiro  questi  arcani  sensi  d'una  narrazione  poetica,  dei 
quali  ti  veggo  cosl  copioso.  Sia  infatti  che  anche  Virgilio,  mentre 
scriveva,  ci  pensasse,  sia  che,  lontanissimo  da  qualsiasi  siffatta 
intenzione,  abbia  voluto  in  questi  versi  descrivere  una  tempesta  di 
mare  e  nient' altro,  tuttavia  codesto  che  hai  detto  delPimpeto 
delPira  e  dell'impero  della  ragione,  mi  par  colto  assai  arguta- 


5.  nil  aliud:  con  qualche  spregiudicatezza  il  Petrarca  fa  qui  distruggere 
da  Agostino  la  costruzione  allegorica  di  cui  s'era  compiaciuto. 


126  SECRETUM  -    LIBER   SECUNDUS 

proprie  dictum  puto.  Sed,  ut  undc  disccsseram  revertar,  et  ad- 
versus  iram  et  advcrsus  reliquos  motus  precipueque  adversus 
hanc,  de  qua  multa  iam  diu  loquimur,  pestem,  aliquid  semper 
excogita;  quod  cum  intenta  tibi  ex  lectione  contigerit,  imp  rime 
sententiis  utilibus  (ut  incipiens  dixeram)  certas  notas,1  quibus 
velut  uncis  memoria  volentes  abire  contineas.  Hoc  equidem  pre 
sidio  consistes  immobilis  cum  adversus  cetera  turn  contra  animi 
tristitiam,  que  umbra  velut  pestilentissima  virtutum  semina  et 
omnes  ingeniorum  fructus  enecat;  in  qua  postremo,  ut  eleganter 
ait  Tullius,2  fons  est  et  caput  miseriarum  omnium.  Profecto  autem 
si  alios  teque  simul  diligenter  excusseris,  omisso  quod  nullus 
hominum  cst,  cui  non  multe  sint  lugendi  cause,  omisso  preterea 
quod  delictorum  tuortim  recordatio  iure  mestum  et  solicitum 
(quod  unum  mestitie  genus  salutare  est  modo  desperatio  non 
subrepat)  multa  tibi  divinitus  concessa  fateberis,  que  inter  turbas 
querulorum  atque  gementium  consolandi  gaudendique  materiam 
prestare  queant.  Nam  in  eo  quod  tibi  nondum  te  vixisse  querens 
quod  ve  tumultus  urbium  stomacharis,  et  maximorum  hominum 
similis  querela,  et  ilia  cogitatio  quod  tua  sponte  in  hos  incidcris 
anfractus  tuaque  sponte,  si  omnino  velle  cepcris,  possis  emergere, 
non  parvum  tibi  conferent  solamen,  Ubi  et  consuetude)  longior 
profuerit,  si  strepitum  populorum  velut  cadcntis  aque  somtum 
aures  tuas  edocueris  cum  delectatione  percipere.  Id  autcm,  ut 
dixi,  facillime  conscqueris  si  tue  primum  mentis  compescueris 
tumultus;  pectus  enim  screnum  et  tranquillum  frustra  vel  pere 
grine  circumeunt  nubes  vel  circumtonat  externus  fragor.  Itaque 
velut  insistens  sicco  litori  tutus,  aliorum  naufragium  spectabis  et 
miserabiles  fluitantium  voces  tacitus  excipies;  quantum  ve  tibi 
turbidum  spectaculum  compassionis  attulerit,  tantum  gaudii  af- 
feret  proprie  sortis,  alienis  periculis  collata,  securitas.  Ex  quibus 
omnem  animi  tristitiam  te  iamiam  depositurum  esse  confide. 

Fr.  Quanquam  multa  me  vellicent,  atque  illud  in  primis  quod 
urbes  relinquere  quasi  rem  facilcm  mci  censes  arbitrii,   tamen, 


i.  certas  notas:  sono  i  scgni  di  richiamo,  i  lemmi,  gli  scolii,  che  si  trovano 
in  copia  nei  margini  dei  codici  posseduti  dal  Petrarca,  e  ch'cgli  vi  pose, 
come  si  vede  qui,  in  obbedienza  a  un  suo  metodo :  erano  quello  che  sareb- 
bcro  per  uno  studioso  modcrno  le  schede  di  appunti.  2.  ut .  .  .  Tullius: 
cfr.  Cicerone,  Tusc.,  iv,  38,  83:  «in  ea  [scil.  aegritudine]  est  enim  fons  mi 
seriarum  ct  caput«. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   SECONDO  I2y 

mente  e  acutamente.  Ma  (per  ritornare  donde  mi  ero  mosso) 
vedi  di  trovare  sempre  qualche  precetto  sia  contro  1'ira  sia  contro 
gli  altri  sentimenti,  e  specialmente  contro  quel  morbo  pestifero  di 
cui  molto  gia  a  lungo  abbiamo  parlato ;  e  quando  attraverso  un'at- 
tenta  lettura  cib  ti  accada,  poni  accanto  alle  utili  sentenze  (come  ti 
diceva  cominciando)  delle  note  ben  rilevate  con  le  quali  le  possa 
trattenere,  quasi  con  uncini,  nella  memoria,  quando  se  ne  vogliano 
andar  via.  Con  tale  aiuto  resisterai  di  certo  incrollabile  come  alle 
altre  passioni  cosl  all'accidia,  che  a  guisa  di  pmbra  letale  isteri- 
lisce  la  semenza  delle  virtu  ed  ogni  frutto  degli  ingegni;  nella 
quale  insomma,  come  elegantemente  dice  Cicerone,  e  la  fonte 
e  il  principio  di  tutte  le  tristezze.  Ma  dopo  avere  ben  bene  esa- 
minato  te  e  gli  altri,  lasciando  che  non  c'e  nessun  uomo  che  non 
abbia  molte  cagioni  di  piangere,  lasciando  inoltre  che  il  ricordo 
delle  tue  colpe  giustamente  ti  rende  mesto  e  agitato  —  ed  e  questa 
Tunica  sorta  di  mestizia  salutare,  purch6  non  vi  si  insinui  la 
disperazione  — ,  riconoscerai  che  ti  sono  stati  concessi  dal  Cielo 
molti  beni,  i  quali  ti  possono  prestar  materia  di  consolarti  e  di 
allietarti  fra  le  turbe  di  chi  si  lamenta  e  geme.  Infatti,  quanto  al 
punto  che  tu  ti  lagni  di  non  essere  ancor  vissuto  indipendente, 
e  che  hai  a  fastidio  il  tumulto  cittadino,  ti  rechera  non  piccolo 
conforto  il  sapere  che  tale  fu  il  lamento  anche  di  uomini  grandis- 
simi,  ed  il  pensare  che  di  tua  volonta  ti  sei  messo  in  queste  di- 
strette  e  di  tua  volonta,  se  comincerai  risolutamente  a  volerlo, 
potrai  uscirne.  A  ci6  ti  giovera  anche  una  piu  assidua  abitudine, 
se  avvezzerai  1'orecchio  a  udire  lo  strepito  della  folia  con  diletto 
come  un  suono  d'acqua  che  scorre.  E  ci6,  come  ho  detto,  ti  riu- 
scir&  facilissimamente  se  innanzi  tutto  avrai  sedato  il  tumulto 
della  mente  tua:  invano  infatti  intorno  a  un  cuore  sereno  e  tran- 
quillo  s'aggirano  le  nubi  vaganti  o  tuona  il  fragore  di  fuori.  Per- 
tanto,  come  stessi  al  sicuro  sulPasciutto  lido,  contemplerai  Pal- 
trui  naufragio  e  udirai  le  dolorose  voci  dei  naufraghi  senza  unirvi 
la  tua;  e  quanto  piu  di  compassione  ti  avra  arrecato  il  fosco  spetta- 
colo,  tanto  piu  di  gioia  ti  addurra  la  sicurezza  della  tua  sorte, 
comparata  ai  pericoli  altrui.  Per  tali  modi  ho  fiducia  che  tu  verrai 
via  via  deponendo  dalPanimo  ogni  tristezza. 

Fr.  Bench6  molte  obiezioni  mi  solletichino  e,  prima  di  tutte, 
questa:  che  tu  credi  che  il  lasciare  le  citta  sia  facile  cosa  dipen- 


128  SECRETUM   •    LIBER   SECUNDUS 

quia  in  multis  me  ratione  superasti,  volo  et  hie,  prius  quam  dei- 
ciar,  arma  deponere. 

Aug.  Potes  ergo,  iam  tristitia  relegata,  cum  fortuna  tua  in  gra- 
tiam  redire? 

Fr.  Possum  utique,  si  modo  aliquid  esset  fortuna.  Nam  ut 
vides,  inter  graium  et  nostrum  poetam  hac  de  re  tanta  dissensio 
est1  ut,  cum  ille  fortunam  in  operibus  suis  nusquam  nominare 
dignatus  sit,  quasi  nichil  earn  esse  crederet,  hie  noster  et  sepe  earn 
nominet  et  quodam  in  loco  omnipotentem  etiam  vocet.  Cui  sen- 
tent  ie  et  historicus  ille  nobilis  fa  vet  et  orator  egregius.  Nam  et 
Crispus  Salustius  dominari  profecto  ait  in  re  qualibet  fortunam;3 
et  M.  Tullius  humanarum  rerum  dominam  asseverare  non  ti- 
muit.3  Ego  autem  quid  sentiam,  aliud  forte  tempus  ac  locus  alter 
fuerit  dicendi.  Quod  vero  ad  inceptum  attinet,  eousque  michi 
profuit  admonitio  tua,  ut  me  ipsum  cum  maiore  parte  hominum 
conferenti  non  tam  miser,  ut  solebat,  status  meus  appareat. 

Aug.  Gaudeo  siquid  tibi  profui  cupioque  prodesse  cumulatius. 
Sed  quoniam  satis  hodiernum  colloquium  processit,  pateris  ne 
que  restant  in  diem  tertium  differri  atque  ibi  fmem  statui? 

Fr.  Ego  vero  numerum  ipsum  ternarium  tota  mente  complector ; 
non  tam  quia  tres  eo  Gratie  continentur,  quam  quia  divinitati 
armcissimum  esse  constat.  Quod  non  tibi  solum  aliisque  vere  re- 
ligionis  professoribus  persuasum  est,  quibus  est  omnis  in  Trinitate 
fiducia,  sed  ipsis  etiam  gentium  philosophis,  a  quibus  traditur  uti 
eos  hoc  numero  in  consecrationibus  deorum:  quod  nee  Virgilius 
meus  ignorasse  videtur  ubi  ait: 

numero  Deus  impare  gaudet.4 

De  ternario  enim  loqui  eum  precedentia  manifestant.  Tertiam 
igitur  deinceps  de  manibus  tuis  pattern  huius  tripartiti  muneris 
expecto. 

Explicit  liber  secundus. 


i.  inter  graium  .  .  .  dissensio  est:  il  confronto  tra  Omero  e  Virgilio  a  pro- 
posito  della  Fortuna  e  suggerito  al  Petrarca  da  Macrobio,  Saturn.,  v, 
1 6,  8:  «  Fortunam  Homerus  nescire  mahrit .  .  .  Vergilius  non  solum  novit 
et  meminit,  sed  omnipotentiam  quoque  eidem  tribuit. »  2.  Sallustio,  De 
con.  CatiL,  8,  i :  «  Sed  profecto  Fortuna  in  omni  re  dominatur ».  3.  M.  Tul 
lius  .  .  .  non  timuit:  cfr.  Cicerone,  Pro  Marc.,  z,  7:  «illa  ipsa  rerum  huma 
narum  domina  Fortuna ».  4.  Virgilio,  BucoL,  vm,  75. 


IL    MIO    SEGRETO    •    LIBRO    SECONDO  129 

dente  dal  mio  arbitrio,  tuttavia,  poiche  in  molti  punti  mi  hai 
vinto  ragionando,  voglio  anche  qui,  prima  d'essere  abbattuto, 
deporre  le  armi. 

Ag.  Ormai,  lasciata  la  tristezza,  puoi  dunque  riconciliarti  con 
la  fortuna  ? 

Fr.  Potrei  di  certo,  pur  che  la  fortuna  fosse  alcun  che.  Ma, 
come  sai,  sopra  quest'argomento,  tra  il  poeta  greco  e  il  nostro  c'e 
tanto  dissenso,  che  mentre  quegli  non  si  degno  mai  di  nominare 
nelle  opere  sue  la  fortuna,  come  credesse  che  non  sia  nulla,  questo 
nostro  la  nomina  spesso,  e  in  un  luogo  la  chiama  addirittura  on- 
nipotente ;  giudizio  al  quale  consentono  sia  un  nobile  storico  sia  un 
sommo  oratore.  Perche  Crispo  Sallustio  dichiara  che  in  ogni 
evento  domina  assoluta  la  fortuna,  e  Marco  Tullio  non  esito  ad 
affermarla  dominatrice  delle  umane  faccende.  Quello  per6  che  ne 
giudichi  io,  altro  sara  forse  il  tempo  ed  altro  il  luogo  di  dirlo. 
Ma  per  cio  che  riguarda  il  nostro  assunto,  diro  cl^e  i  tuoi  ammoni- 
menti  mi  hanno  giovato  al  punto  che,  nel  paragonarmi  con  la  mag- 
gior  parte  degli  uomini,  la  mia  condizione  non  mi  appare  piu  cosi 
misera  come  soleva. 

Ag.  Godo  di  averti  giovato  e  desidero  di  giovarti  anche  piu. 
Ma  poiche  il  colloquio  d'oggi  si  e  prolungato  a  sufficienza,  con- 
senti  tu  che  quanto  resta  a  dire  sia  differito  a  un  terzo  giorno  e 
quivi  gli  sia  posto  fine? 

Fr.  Anzi,  io  ammiro  di  tutto  cuore  codesto  numero  ternario, 
non  tanto  perche  vi  sono  comprese  le  tre  Grazie,  quanto  perche 
e  noto  che  e  carissimo  alia  divinita.  II  che  non  e  solo  convinzione 
tua  e  degli  altri  che  professano  la  vera  religione,  dai  quali  tutti  nella 
Trinita  e  riposta  ogni  fede,  ma  anche  dei  filosofi  dei  gentili, 
dai  quali  ci  viene  tramandato  che  di  tal  numero  si  usava  nelle  invo- 
cazioni  divine.  E  si  vede  che  non  1'ignorava  neppure  il  mio  Virgilio 
ove  disse :  «  Gode  Iddio  del  numero  dispari » :  poiche  quel  che  pre 
cede  mostra  che  intendeva  del  numero  ternario.  La  terza  parte 
dunque  di  questo  tripartite  compito  attendo  oramai  dalle  tue 
mani. 

Termina  il  libro  secondo. 


•130  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 


INCIPIT   LIBER  TERTIUS 

Aug.  Siquid  hactenus  sermo  tibi  meus  contulit,  oro  obtestorque 
ut  te  facilem  hauriendis  que  supersunt  prebeas,  contentiosumque 
et  reluctantem  animum  deponas. 

Fr.  Factum  puta.  Sentio  enim  me  tuis  monitis  magna  solici- 
tudinum  mearum  parte  liberatum,  eoque  paratior  ad  reliqua  au- 
dienda  transgredior. 

Aug.  Nondum  intractabilia  et  infixa  visceribus  vulnera  tua  con- 
tigi  et  contingere  metuo,  recolens  quantum  altercationis  et  que- 
relarum  levior  contactus  expresserit.  Spcro  autem  ex  adverse,  col- 
lectis  viribus,  animum  fortiorem  asperiora  deinceps  equanimius 
laturum. 

Fr.  Nil  mctuas:  iam  assuevi  et  morborum  meorum  nomen  au- 
dire  et  medice  manus  auxilium  pati. 

Aug.  Duabus  adhuc  adamantinis  dextra  levaque  premeris  ca- 
thcnis,1  que  nee  de  inorte  neque  de  vita  sinunt  cogitare,  Has  sem 
per  timui  ne  te  in  interitum  agerent;  necdum  quidem  seeurus 
sum,  nee  prius  ero  quam  te  solutum  ae  liberum,  illis  effraetis 
abiectisque,  videro.  Neque  cnim  reor  impossibile,  sed  profecto 
difficile;  alioquin  frustra  eirea  impossibilia  versarer.  Est  autem, 
ut  in  adamante  frangendo  hireinum2  dicunt,  sic  in  huiuscemodi 
duritie  curarum  mollienda  sanguis  ille  mirum  in  modum  effieax, 
qui,  cum  cor  asperum  tetigerit,  frangit  ac  penetrat.  Tamen  id 
metuo,  quoniam  in  hac  re  tuo  simul  opus  est  assensu,  quern  ne 
prestare  possis  sive,  ut  dicam  verius,  ne  velis;  multum  vereor  ne 
ipse  cathenarum  circumradians  atque  oculos  mulcens  fulgor  im- 
pediat;  neu  forte  contingat  quod  eventurum  suspicor,  si  avarus 
quispiam  aureis  cathenis  vinctus  in  carcere  teneretur:  solvi  enim 
vellet,  scd  cathenas  nollet  amittere.  Tibi  autem  ea  carceris  indicta 
lex  est,  ut  nisi  cathenas  abieceris  solutus  esse  non  possis. 

Fr.  Hei  mi!  miserior  eram  quam  putabam!  Due  ne  nunc  etiarn 
illaqueant  animum  cathene  quas  ego  non  agnosco? 

Aug.  Imo  vero  elarissime,  sed,  earum  pulcritudine  delectatus, 

i ,  Duabus  .  . .  cathenis :  sono  le  due  passioni  che  il  Pctrarca  vorrebbe  con- 
sidcrare  lc  sue  piti  nobili:  1'amore  per  Laura  e  1'amore  di  gloria.  2.  in 
adamante . . .  hireinum:  cfr.,  per  questa  proprieta  del  sangue  di  capro,  Plinio, 
Nat.  hist.,  xxxvn,  4,  59  (anche  Isidore,  Etym.,  XII,  i,  14;  XVI,  13,  2). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  131 


COMINCIA   IL   LIBRO   TERZO 

Ag.  Se  il  mio  dire  fin  qui  ti  ha  giovato,  ti  prego  instantemente 
di  prestarti  docile  ad  accogliere  quanto  mi  resta,  e  di  por  giu 
1'atteggiamento  polemico  e  riluttante. 

Fr.  Tienlo  per  fatto;  che  grazie  ai  tuoi  ammonimenti  mi  sento 
in  gran  parte  liberate  dalle  mie  ansie,  e  per  cio  vengo  meglio  di- 
sposto  a  udire  i  rimanenti. 

Ag.  Non  ho  ancora  frugate  le  ferite  piu  dolenti  e  piii  profonde 
nelle  tue  viscere,  e  di  toccarle  temo,  ricordando  quante  dispute  e 
lamenti  ha  destato  un  pur  leggero  sfiorarle.  D'altra  parte  spero 
che  1'animo  tuo,  adunando  piu  saldo  le  sue  forze,  potra  piu  serena- 
mente  sopportare  oramai  queste  maggiori  asprezze. 

Fr.  Non  temere;  mi  sono  gia  avvezzato  cosl  a  udire  il  nome 
delle  mie  infermita,  come  a  tollerare  1'intervento  della  mano  sa- 
natrice. 

Ag.  Ancora  sei  gravato,  a  destra  e  a  sinistra,  da  due  catene 
adamantine;  son  queste  che  non  ti  lasciano  meditare  n6  sulla 
morte  ne*  sulla  vita;  queste  ho  sempre  temuto  che  ti  traessero  a 
rovina;  e  non  ne  sono  ancor  rassicurato  n6  sar6,  prima  che  io  te 
n'abbia  veduto  sciolto  e  liberate,  avendole  infrante  e  gettate  via. 
Non  gia  ch'io  consideri  la  cosa  impossible,  ma  certo  difficile  (se 
fosse  altrimenti  sarebbe  inutile  insistere  intorno  a  una  impossi- 
bilita!).  A  quel  modo  che  a  spezzare  il  diamante  si  dice  che  e 
mirabilmente  efficace  il  sangue  dei  caproni,  cosl  ad  ammorbidire 
altrettale  durezza  di  sentimenti  giova  un  tal  sangue,  che  come  abbia 
toccato  il  cuore  pur  aspro,  lo  rompe  e  lo  penetra.  Ma  io  dubito, 
posto  che  in  questa  faccenda  c'e  bisogno  anche  del  tuo  assenso, 
che  tu  non  possa,  o  per  meglio  dire  non  voglia  darlo ;  temo  assai 
che  codesto  raggiante  splendore  delle  catene,  allettando  gli  occhi, 
lo  impedisca,  e  che  per  avventura  accada  quello  che  immagino 
avverrebbe  se  un  avaro  fosse  in  prigione  avvinto  da  catene  d'oro: 
vorrebbe  bensl  sciogliersi,  ma  non  vorrebbe  perderle.  Ma  a  te  e 
imposta  tal  legge  nella  tua  prigionia :  che  se  non  rinunci  alle  catene 
non  puoi  essere  sciolto. 

Fr.  Ahime,  ero  piu  infelice  di  quanto  credessi:  dunque  ancora 
mi  allacciano  Tanimo  due  catene  che  non  conosco? 

Ag.  Anzi  le  conosci  benissimo,  se  non  che,  conquiso  dalla  loro 


132  SECRETUM  •   LIBER  TERTIUS 

non  cathenas  sed  divitias  arbitraris;  evenitque  tibi,  ut  similitu- 
dine  verser  in  eadem,  non  aliter  quam  siquis  aureis  manicis  atque 
compedibus  tentus,  aurum  letus  aspiccret,  sed  laqucos  non  vi- 
deret.  Tu  quoque  nunc  apertis  oculis  que  te  vinciunt  vides,  sed, 
o  cecitas!  ipsis  ad  mortem  trahentibus  vinculis  clelectaris,  quod- 
quc  est  omnium  miserrimum,  gloriaris, 

Fr.  Quenam  sunt  quas  memoras  cathene? 

Aug.  Amor  et  gloria. 

Fr.  Proh  Superi,  quid  audio!  Has  ne  tu  cathenas  vocas,  basque, 
si  patiar,  excuties? 

Aug.  Hoc  molior,  sed  incertus  dc  eventu;  relique  cnim  omnes, 
quibus  tcnebaris,  et  fragiliorcs  erant  et  inameniores;  ideoque  clum 
confringerem  favisti;  he  autem  nocendo  placent  ac  fallunt  specie 
quadam  decoris,  ideoque  plus  negotii  subcst;  reluctaberis  enim, 
ceu  te  summis  bonis  spoliare  velim.  Aggrediar  tamen. 

Fr.  Quando  ego  talia  de  te  merui,  ut  speciosissimas  michi  curas 
velles  cripcre,  et  tenebris  damnare  perpetuis  screnissimam  animi 
mei  partem? 

Aug.  Oh  miser!  an  tibi  philosophica  ilia  vox  excidit;  turn  con- 
sumatum  fore  miseriarum  cumulum,  cum  opinionibus  falsis  pcr- 
suasio  funesta  subcrescit  ita  fieri  oporterc? 

Fr.  Haudquaquam  excidit,  sed  a  proposito  rcmota  sententia 
est,  Cur  enim  non  ita  fieri  oportere  arbitrcr  ?  Atqui  nichil  unquam 
rectius  arbitratus  sum,  nichilque  unquam  rectius  arbitrabor,  quam 
esse  hos  nobilissimos,  quos  michi  obicis,  affectus. 

Aug.  Segregemus  hec  tantisper,  dum  remediis  conquirendis 
inhio  ne,  dum  hue  illuc  distrahor,  fragiliore  impetu  ferar  ad  sin- 
gula.  Die  ergo  —  quoniam  prius  amoris  mentio  facta  est  — ;  non- 
ne  hanc  omnium  extremam  ducis  insaniam? 

Fr.  Nequid  veritati  subtraham,  pro  diversitate  subiecti  amo- 
rem  vel  teterrimam  animi  passionem  vel  nobilissimam  actioncm 
dici  posse  censeo. 

Aug.  Ne  res  egeat  exemplo,  aliquod  in  medium  prefer, 

Fr*  Si  infamem  turpemque  mulierem  ardeo,  insanissimus  ardor 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  133 

bellezza,  non  catene  ma  tesori  le  giudichi;  e  accade  a  te  (per  restare 
nella  similitudine  di  prima)  non  altrimenti  che  ad  uno  che,  impe- 
dito  da  ceppi  e  lacci  d'oro,  mirasse  lieto  Poro  e  non  vedesse  che  sono 
legami.  Ora  anche  tu  vedi  ad  occhi  aperti  ci6  che  ti  avvince, 
ma,  o  cecita,  proprio  di  quei  vincoli  che  ti  traggono  a  morte  ti 
compiaci  e  (che  e  la  maggiore  delle  disgrazie)  ti  vanti. 

Fr.  Che  sono  codeste  catene  che  dici? 

Ag.  Amore  e  gloria. 

Fr.  Dei  del  cielo,  che  sento!  queste  dunque  tu  chiami  catene, 
e,  se  io  lo  soffrir6,  me  ne  priverai? 

Ag.  Lo  tento,  ma  dubbioso  delPesito.  Tutte  le  altre  dalle  quali 
eri  avvinto  erano  men  forti  e  meno  piacevoli,  e  perci6  mi  aiutasti 
a  spezzartele;  queste  due  invece,  pur  nocendoti,  ti  piacciono  e 
t'ingannano  con  una  certa  loro  apparenza  di  bellezza,  sicch.6  la 
faccenda  mi  si  presenta  piu  ardua;  infatti  tu  ti  opporrai,  come 
s'io  ti  voglia  spogliare  di  beni  grandissimi.  Tuttavia  mi  ci  prover6. 

Fr.  Quando  ho  meritato  tanto  da  te,  che  tu  mi  voglia  strappare 
i  due  piu  luminosi  ideali,  e  dannare  a  perpetue  tenebre  la  piu  se- 
rena  parte  delPanima  mia? 

Ag.  Disgraziato!  ti  e  dunque  sfuggita  di  mente  quella  massima 
filosofica:  che  allora  si  compie  il  cumulo  delle  infelicita  quando 
per  fallaci  ragionamenti  si  ferma  in  noi  la  persuasione  che  cosi 
doveva  esser  fatto? 

Fr.  Non  mi  e  punto  sfuggita,  ma  e  sentenza  d'applicazione  lon- 
tanissima  dal  nostro  proposito.  Perch6  infatti  non  giudicherei 
che  cosl  conviene  sia  fatto,  posto  che  non  ho  mai  avuto  n6  mai 
avr6  maggior  ragione  che  nel  ritenere  per  nobilissimi  codesti  due 
affetti  che  mi  rinfacci? 

Ag.  Distinguiamo  un  poco  le  due  cose,  mentre  cerco  di  trovarne 
i  rimedi,  per  evitare  che  distratto  qua  e  la,  abbia  poi  a  volgermi 
con  minor  energia  contro  ciascuna  delle  due.  Dimmi  dunque: 
non  giudichi  forse  1'amore  (dacch6  alPamore  ho  per  primo  ac- 
cennato)  la  maggiore  di  tutte  le  follie  ? 

Fr.  Per  dire  tutta  la  verita,  credo  che,  a  seconda  del  diverse  og- 
getto,  1'amore  possa  dirsi  o  la  piu  abbietta  passione  delPanima  o 
la  piu  nobile  sua  attivita. 

Ag.  Perch6  Passerto  non  manchi  d'esemplificazione,  recane  in- 
nanzi  qualcuna. 

Fr.  Se  amo  una  donna  spregevole  e  turpe  e  un  ardore  insano ; 


134  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

est;  si  rarum  aliquod  specimen  virtutis  allicit  inque  illud  aman- 
dum  venerandumque  multus  sum,  quid  putas?  Nullum  ne  tarn 
diversis  in  rebus  statuis  discrimen?  Adeo  ne  pudor  omnis  cva- 
nuit?  Ego  vero,  ut  ex  me  aliquid  loquar,  sicut  primum  grave  et 
infaustum  animi  pondus  extimo,  sic  secundo  vix  quicquam  reor 
esse  felicius.  Quod  si  tibi  forsitan  contrarium  videtur,  suam  quis- 
que  sententiam  sequatur;  est  enim,  ut  nosti,  opinionum  ingens 
varietas  libertasque  iudicandi. 

Aug.  In  rebus  contrariis  opinio  diversa;  veritas  autem  una  at- 
que  eadem  semper  est. 

Fr.  Istud  quidem  ita  esse  fateor;  sed  hoc  est  quod  transversos 
agit:  opinionibus  antiquis  inheremus  pertinaciter,  nee  facile  di- 
vellimur. 

Aug.  Utinam  tam  recte  de  tota  amoris  questione  sentires,  ut  de 
hoc  sentis  articulo. 

Fr.  Quid  multa  ?  tam  recte  sentire  michi  videor,  ut  contra  sen- 
tientes  insanire  non  dubitem. 

Aug.  Inveteratum  mendacium  pro  veritate  ducere,  noviterque 
compertam  veritatem  extimare  mendacium,  ut  omnis  rerum  auto- 
ritas  in  tempore  sita  sit,  dementia  summa  est. 

Fr.  Perdis  operam;  nulli  crediturus  sum;  succurritque  tullia- 
num  illud;  «Si  in  hoc  erro,  libenter  erro,  neque  hune  errorem 
auferri  michi  volo,  dum  vivo.))1 

Aug.  Ille  quidem  de  anime  immortalitate  loquens  opinionem  pul- 
cerrimam  omnium  ac  volens  quam  nichil  in  ea  dubitaret  quamque 
contrarium  audire  nollet  ostendere,  huiuscemodi  verbis  usus  est; 
tu  in  opinione  fedissima  atque  falsissima  iisdem  verbis  abuteris. 
Profecto  enim  etsi  mortalis  esset  anima,  immortalem  tamen  exti 
mare  melius  foret,  errorque  ille  salutaris  videri  posset  virtutis  incu- 
tiens  amorem;  que,  quamvis  etiam  spe  premii  sublata  per  se  ipsam 
expetenda  sit,  desiderium  tamen  eius  proculdubio,  proposita  anime 
mortalitate,  lentesceret;  contraque  licet  mendax  venture  vite  pro- 
missio  ad  excitandum  animos  mortalium  non  inefficax  videretur. 
Tibi  vero  quid  allaturus  error  iste  tuus  sit,  vides :  nempe  in  omnes 
animum  precipitaturus  insanias,  ubi  pudor  et  metus  et,  que  frcnare 
solet  impetus,  ratio  omnis  ac  cognitio  veritatis  exciderint. 

K.  Cicerone,  De  sen.,  23,  85  («Quodsi  in  hoc  erro,  qui  animos  hominum 
immortales  esse  credam,  libenter  erro  nee  mini  hunc  errorem,  quo  delector, 
dum  vivo,  extorqueri  volo»). 


IL   MIO    SEGRETO  •    LIBRO   TERZO  135 

se  mi  attrae  un  raro  modello  di  virtu  e  mi  do  tutto  ad  amarlo  e  ad 
onorarlo,  che  ne  pensi?  non  farai  alcuna  differenza  fra  cose  tanto 
diverse  ?  a  tal  punto  si  e  perso  ogni  rispetto  ?  Veramente  io  —  per 
parlare  un  po'  secondo  il  mio  pensiero  —  come  giudico  il  primo  una 
grave  e  dannosa  soma  delPanimo,  cosi  penso  che  nulla  v'e  di  piu 
bello  del  secondo.  Che  se  per  avventura  a  te  pare  il  contrario,  segua 
ognuno  il  proprio  giudizio;  poiche,  come  sai,  quanto  e  grande  la 
varieta  delle  opinioni  altrettanto  grande  e  la  liberta  dei  giudizi. 

Ag.  Sopra  i  contrari  sara  diversa  Popinione,  ma  la  verita  e 
sempre  una  e  sempre  la  medesima. 

Fr.  Anche  codesto  riconosco  vero;  ma  quest'  &  che  ci  fa  deviare, 
che  restiamo  tenacemente  avvinti  alle  nostre  opinioni  antiche  e 
difficilmente  ce  ne  stacchiamo, 

Ag.  Ah  se  tu  la  pensassi  cosi  drittamente  su  tutta  la  questione 
delPamore,  come  su  questo  punto! 

Fr.  Che  piu?  Io  credo  di  pensarla  cosi  drittamente,  che  non 
dubito  punto  che  sia  pazzo  chi  la  pensa  diversamente. 

Ag.  Ritenere  come  verita  una  menzogna  solo  perch6  e  inveterata, 
stimare  menzogna  una  verita  perch6  da  poco  scoperta,  di  modo  che 
tutta  Pautorevolezza  sia  riposta  nel  tempo,  &  somma  demenza. 

Fr.  Sciupi  la  tua  fatica;  non  ceder6  a  nessuno.  Mi  torna  a 
mente  quella  frase  di  Cicerone:  «Se  in  ci6  sbaglio,  sbaglio  volen- 
tieri;  n<§  voglio  che,  finch6  viva,  mi  si  strappi  questo  errore.» 

Ag.  Ma  Cicerone  us6  siffatte  parole  esponendo  sulPimmortalita 
deiranima  la  piii  bella  di  tutte  le  opinioni,  e  volendo  mostrare 
quanto  per  nulla  ne  dubitasse  e  nulla  volesse  udire  in  contrario. 
Tu  ora  abusi  delle  medesime  parole  per  una  opinione  vergognosa  e 
falsissima.  E  per  vero,  ancorch6  Panima  fosse  mortale,  sarebbe 
meglio  stimarla  immortale,  potendo  apparire  salutare  quelPer- 
rore  che  incute  venerazione  per  la  virtu;  e  sebbene  questa  sia  da 
perseguirsi  per  se  stessa,  anche  senza  la  speranza  di  premio,  tutta- 
via  il  desiderio  senza  dubbio  se  ne  intiepidirebbe  quando  si  avesse 
per  prospettiva  la  morte  dell'anima;  e  al  contrario  la  promessa, 
sia  pur  mcndace,  d'una  vita  futura  resterebbe  efficace  ad  eccitare  gli 
animi  dei  mortali.  Vedi  invece  quello  che  codesto  error  tuo  pu6 
recare  a  te:  cio&  ti  trascinera  Panimo  in  tutte  le  follie,  dove  il 
pudore  e  il  timore  e  quella  che  suol  frenare  le  passioni  —  cio& 
la  ragione  e  la  conoscenza  della  verita  —  al  tutto  ti  si  smarriranno. 


IS^  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

Fr.  Dixi  iam  quod  opcram  perderes;  ego  enim  nichil  unquam 
turpe,  imo  vero  nichil  nisi  pulcerrimum  amassc  me  recolo. 

Aug.  Etiam  pulcra  turpiter  amari  posse  certum  est. 

Fr.  Nee  in  nominibus  certe  nee  in  adverbiis  peccavi:  desine 
iam  amplius  insectari. 

Aug.  Quid  ergo  ?  vis  ne,  ut  phrenetici  quidam  solcnt,  inter  io- 
cos  et  risum  espirare?  An  animo  miserabiliter  egrotanti  adhuc 
aliquid  remedii  adhiberi  mavis? 

Fr.  Non  respuo  remedium  quidem,  si  me  egere  mostraveris ; 
bene  valentibus  autem  remediorum  inculcatio  sepe  funesta  est. 

Aug.  Convalescendo  tu  quidem,  quod  multis  accidit,  te  gra- 
viter  egrotasse  fateberis. 

Fr.  Ad  postremum  sprevisse  nequeo,  euius  et  sepe  alias  et  his 
presertim  proximis  diebus  sana  eonsilia  sum  expcrtus.  Perge  igitur, 

Aug.  Primum  ergo  unam  hanc  miehi  tribui  vcniam  velim,  si 
cogente  materia,  adversus  delitias  tuas  aliquid  fortassis  invectus 
fuero.  Iam  enim  hinc  prevideo,  quam  graviter  in  auribus  tuis  so- 
natura  sit  veritas. 

Fr.  Antequam  incipias,  audi  paululum.  Scis  ne  de  qua  loqucn- 
dum  tibi  sit  ? 

Aug.  Diligenter  michi  provisa  sunt  omnia.  De  mulicrc  mortali 
sermo  nobis  instituitur,  in  qua  admiranda  colendaque  te  magnam 
etatis  partem  consumpsisse  doleo ;  et  in  tali  ingenio  tantam  et  tarn 
longevam  insaniam  vehementer  admiror. 

Fr.  Parce  convitiis,  precor;  mulier  mortalis  erat  et  Thais  et  Li- 
via.1  Ceterum  scis  ne  de  ea  muliere  mentionem  tibi  exortam,  cuius 
mens  terrenarum  nescia  curarum  celestibus  desideriis  ardet;  in 
cuius  aspectu,  siquid  usquam  veri  est,  divini  specimen  deeoris 
effulget;  cuius  mores  consumate  honestatis  exemplar  sunt;  cuius 
nee  vox  nee  oculorum  vigor  mortale  aliquid  nee  incessus  hominem 
represcntat?  Hoc,  queso,  iterum  atque  iterum  cogita:  credo  qui- 
bus  verbis  utendum  sit  intelliges. 

Aug.  Ah  demens!  Ita  ne  rlammas  animi  in  sextum  decimum2 
annum  falsis  blanditiis  aluisti?  Profecto  non  diutius  Italic  fa- 
mosissimus  olim  hostis  incubuit,  nee  crebriores  ilia  tune  armorum 

1.  Thais  et  Livia:  Taide,  1'etcra  dt\Y  Eunuchus  terenziano   (cfr.  Dante, 
/w/.,  xvin,  133);  Livia  1'ambiziosa  moglie  di  Augusto  e  madre  di  Tiberio! 

2.  sextum  decimum:  sono  passati  quindici  anni  dal  primo  incontro  con 
Laura,  avvcnuto  il  16  aprile  1327;  siamo  dunque  nel  1342  circa. 


IL    MIO    SEGRETO   -    LIBRO    TERZO  137 

Fr.  Ti  ho  gia  detto  che  perderesti  la  fatica,  perche  io  non  ri- 
cordo  d'aver  mai  amato  nulla  di  turpe;  anzi  nulla  che  non  fosse 
bellissimo. 

Ag.  Anche  le  cose  belle  senza  dubbio  si  possono  amare  brut- 
tamente. 

Fr.  Certo  e  che  non  ho  peccato,  ne  in  sostantivi  ne  in  avverbi : 
cessa  ormai  di  tormentarmi  dell'altro. 

Ag.  E  che?  Vuoi  forse  morire  fra  scherzi  e  risa  come  certi 
pazzi?  o  preferisci  porgere  qualche  rimedio  alFanimo  tuo  ancora 
miserevolmente  malato? 

Fr.  Non  rifiuto  certo  il  rimedio,  se  mostrerai  che  ne  ho  bisogno; 
ma  a  chi  sta  bene  il  prendere  medicine  e  spesso  dannoso. 

Ag.  Solo  entrando  in  cjnvalescenza  ti  accorgerai,  come  accade 
sovente,  di  essere  stato  gravemente  malato. 

Fr.  Alia  fine,  non  posso  spregiare  i  tuoi  consigli,  che  spesso  altre 
volte,  ma  specialmente  in  questi  ultimi  giorni,  ho  esperimentati 
salutari.  Seguita  pure. 

Ag.  Prima  di  tutto,  dunque,  vorrei  che  soltanto  mi  concedessi 
questa  licenza:  se,  obbligato  dal  tema,  sar6  forse  per  inveire  un 
poco  contro  ci6  che  e  il  tuo  diletto ;  che"  gik  da  ora  prevedo  quanto 
sonera  gravosa  a'  tuoi  orecchi  la  verita. 

Fr.  Prima  di  cominciare,  odi  un  minuto.  Sai  chi  e  quella  della 
quale  ti  conviene  parlare? 

Ag.  Ho  considerate  con  diligenza  ogni  cosa.  II  discorso  che 
intraprendiamo  riguarda  una  donna  mortale,  nella  cui  ammira- 
zione  e  celebrazione  mi  dolgo  che  tu  abbia  consumato  gran  parte 
dell'etk  tua.  Ben  mi  stupisco  profondamente  che  tanta  e  si  lunga 
insania  tu  abbia  durata  in  codesta  cura. 

Fr.  Risparmia  le  offese,  di  grazia.  Donne  mortali  erano  anche 
Taide  e  Livia!  Ma  sai  tu  d'aver  fatta  allusione  a  tal  donna,  la  cui 
mente,  ignara  delle  cure  terrene,  arde  di  desideri  celesti?  Nel  cui 
aspetto,  com'e  vero  il  vero,  splende  una  traccia  della  bellezza  di- 
vina;  i  cui  costumi  sono  modello  di  perfetta  onesta;  la  cui  voce 
e  il  fulgore  degli  sguardi  non  hanno  nulla  di  mortale,  n£  Pincesso 
ha  sembianza  di  atto  umano?  A  cio  pensa  e  ripensa,  ti  prego,  e  so 
che  intenderai  di  quali  espressioni  tu  debba  far  uso. 

Ag.  Ah  stolto!  Cosl  dunque  per  sedici  anni  hai  alimentate  le 
fiamme  dell'animo  tuo  con  false  immagini  lusinghierel  Certo 
quell'antico  famoso  nemico  non  grav6  piu  a  lungo  sull' Italia,  ne 


I3  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

impetus  passa  est,  nee  validioribus  arsit  incendiis,  quam  tu  his 
temporibus  violentissime  passionis  flammas  atque  impetus  per- 
tulisti.  Inventus  est  tandem  qui  ilium  abire  compelleret;  Ha- 
nibalem  tuum  quis  ab  his  unquam  cervicibus  avertet,  si  tu  cum 
exire  vetas  et,  ut  tecurn  maneat,  sponte  iam  scrvus  invitas  ?  Malo 
proprio  delectaris  infelix!  Atqui  cum  oculos  illos,  usque  tibi  in 
perniciem  placentes,  suprema  clauserit  dies;  cum  effigiem  morte 
variatam  et  pallentia  membra  conspexeris,  pudebit  animum  im- 
mortalem  caduco  applicuisse  corpusculo,  et  que  nunc  tarn  perti- 
naciter  astruis,  cum  rubore  recordaberis,1 

Fr.  Avertat  Deus  omen!  Ego  ista  non  videbo. 

Aug.  Equidem  necessario  eventura  sunt. 

Fr.  Scio,  sed  non  tarn  inimica  michi^sunt  sidera,  ut  nature  or- 
dinern  in  hac  morte  perturbent.  Prius  intravi,  prius  egrediar. 

Aug.  Meministi,  credo,  temporis  illius  quo  contrarium  timuisti, 
et  quasi  iamiam  moriture  funereum  carmen,  dictante  tristitia, 
cecinisti.2 

Fr.  Memini  certe,  sed  dolui,  et  adhuc  recolcns  contremisco; 
indignabarque  me  nobiliori  velut  anime  mee  parte  truncatum, 
illi  esse  superstitem  que  dulcem  michi  vitam  sola  sui  presentia 
facebat.  Hoc  enim  carmen  illud  deflet,  quod  tune  multo  lacri- 
marum  imbre  respersum  excidit  michi;  sententiam  memini,  si 
verba  tenerem. 

Aug.  Non  hoc  queritur,  quantum  tibi  lacrimarum  mors  illius 
formidata  quantum  ve  doloris  invexerit;  sed  hoc  agitur  ut  intel- 
ligas  que  semel  concussit  posse  formidinem  reverti;  eoque  facilius, 
quod  et  omnis  dies  ad  mortem  propius  accedit,  et  corpus  illud 
egregium,  morbis  ac  crebris  partubus  exhaustum,  multum  pri- 
stini  vigoris  amisit. 

Fr.  Ego  quo  que  et  curis  gravior  et  etate  provectior  factus  sum, 
Itaque  ilia  ad  mortem  appropinquante  precucurri. 

Aug.  O  furor,  ex  nascendi  ordine  ordinem  mortis  arguere! 
Quid  enim  aliud  orba  senectus  queritur  parentum,  nisi  adolcsccn- 


i.  Atqui  cum  .  .  .  recordaberis :  qui,  e  nelle  pagine  chc  seguono,  il  lot- 
tore  riconoscera  alcuni  dei  motivi  fondamentali  del  Canssonierei  la  fuga 
del  tempo,  il  sopraggiungere  della  vecchiezza  che  fara  oltraggio  alia  belt& 
di  Laura,  il  presentimento  che  la  morte  di  lei  possa  precederc  quclla  del 
poeta.  2.  et  quasi  .  .  .  cecinisti:  si  tratta  con  ogni  probability  della  Elegia 
ritmica  in  morte  di  Laura  pubblicata  da  F.  Novati  (per  noswse  Salvy-De 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  139 

questa  subl  allora  piu  frequenti  violenze  di  armi  ne  arse  di  piu 
gagliardi  incendi,  di  quanto  abbia  sofferto  tu,  in  questa  eta,  fiam- 
me  e  assalti  di  violentissima  passione.  Si  trovo  alfine  chi  obbli- 
gasse  colui  a  partirsene;  ma  il  tuo  Annibale  chi  te  Pallontanera 
mai  dal  collo,  se  tu  gli  vieti  d'uscire  e  1'inviti  con  spontanea  ser- 
vitu  a  restar  teco?  Del  tuo  proprio  male,  o  misero,  ti  compiaci. 
Ma  quando  quegli  occhi,  che  ti  piacciono  sino  a  morirne,  avra 
chiusi  il  giorno  supremo ;  quando  avrai  contemplata  quella  imma- 
gine  alterata  dalla  morte  e  quelle  fattezze  sbiancate,  ti  vergognerai 
di  avere  legato  1'animo  immortale  ad  un  caduco  corpicciuolo,  e 
ricorderai  con  rossore  quei  pregi,  che  or  vai  con  tanta  pertinacia 
esaltando. 

Fr.  Tolga  Iddio  Paugurio.  lo  non  vedr6  codesto. 

Ag.  Eppure  sono  cose  che  avverranno  di  necessita. 

Fr.  Lo  so;  ma  non  mi  saranno  cosl  avverse  le  stelle  da  turbare 
con  la  morte  di  costei  Pordine  di  natura.  Prima  entrai;  prima 
uscir6. 

Ag.  Ti  ricordi,  credo,  di  quel  tempo  in  cui  temesti  il  contrario, 
e  quasi  gia  come  a  moritura  le  dedicasti  un  funereo  canto  dettato 
dal  dolore. 

Fr.  Lo  rammento  certamente,  ma  come  mi  doleva!  ed  ancor 
oggi,  ricordandolo,  ne  tremo.  Mi  sdegnava  che  cosl  essendomi, 
per  mo'  di  dire,  recisa  la  piu  nobile  parte  delPanima,  sopravvivessi 
a  quella  che  sola  con  la  sua  presenza  mi  faceva  dolce  la  vita.  Que- 
sto  infatti  esprimeva  piangendo  quel  carme,  che  allora  mi  usci 
bagnato  di  gran  pioggia  di  lacrime.  Ne  ricordo  il  senso,  anche  se 
non  ne  ritengo  le  parole! 

Ag.  Non  si  chiede  quanto  di  lagrime  o  di  dolore  ti  abbia  arrecata 
la  temuta  morte  di  colei;  ma  lo  dico  perch<§  tu  capisca  che  quello 
spavento,  che  una  volta  ti  percosse,  pu6  ritornare ;  e  tanto  piu  fa- 
cilmente  in  quanto  ogni  giorno  s'avanza  piu  prossimo  alia  morte, 
e  quel  corpo  stupendo,  esausto  dai  mali  e  dai  frequenti  parti, 
ha  perduto  assai  della  primitiva  vigoria. 

Fr.  Anch'io  son  diventato  piu  carico  d'affanni  e  piu  maturo 
d'eta;  perci6  1'ho  preceduta  nelPaccostarsi  alia  morte. 

Ag.  0  follia,  desumere  la  successione  delle  morti  da  quella  delle 
nascite.  Di  che  piu  si  duole  Porbata  vecchiaia  dei  genitori,  se  non 

Nolhac,  Milano  1910);  si  veda  ora  in  ERNEST  H.  WILKINS,  The  Making 
of  the  Canzoniere,  Roma,  Edizioni  di  storia  e  letteratura,  1951,  p.  303. 


14°  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

tium  filiorum  festinatas  mortes  ?  quid  annose  lugent  aliud  nutrices 
nisi  infantium  suorum  anticipatum  tcmpus, 

quos  dulcis  vite  cxortes  et  ah  ubere  raptos 
abstulit  air  a  dies  et  funere  mersit  acerbo?1 

Tibi  vero  paucorum  numerus  annorum,  quo  illam  precedis, 
spem  tribuit  vanissimam  prius  te  quam  furoris  tui  fomitcm  cssc 
moriturum;  et  hunc  nature  ordinem  tibi  fingis  immobilem. 

Fr.  Non  usque  adeo  immobilem,  ut  contrarium  fieri  posse  sim 
nescius;  sed  assidue  ne  id  eveniat  precor,  semperque  de  eius  morte 
cogitanti  succurrit  iste  versus  Ovidii: 

tar  da  sit  ilia  dies,  et  nostro  serior  evo.2 

Aug.  Has  ineptias  amplius  audire  non  valeo.  Quid  enim,  quan- 
do  premori  illam  posse  non  ignoras,  quid  ilia  moriente  dicturus  es  ? 

Fr.  Quid  dicturus  aliud,  nisi  me  presenti  calamitate  miscrri- 
mum,  solamcn  vero  ex  reeordatione  transaeti  temporis  habiturum  ? 
Rapiant  venti  tamen  ista  que  loquimur,  et  spargant  augurium 
procelle. 

Aug.  0  eece,  necdum  intelligis  quanta  dementia  est  sie  ani- 
mum  rebus  subiecisse  mortalibus,  que  eum  et  desiderii  flammis 
accendant,  nee  quietare  noverint  nee  permanere  valeant  in  fincm, 
et  crebris  motibus  quern  demulcere  pollicentur  excrueient? 

Fr.  Siquid  habes  efficacius  profer;  nunquam  hoe  me  sermone 
terrueris;  neque  enim,  ut  tu  putas,  mortali  rei  animum  addixi; 
nee  me  tarn  corpus  noveris  amasse  quam  animam,  moribus  hu- 
mana  transcendentibus  delectatum,  quorum  exemplo  qualiter  in 
ter  celicolas  vivatur,3  admoneor,  Itaque  si  —  quod  solo  torquet 
auditu  —  me  prior  moriens  ilia  desereret,  quid  agerem  interrogas  ? 
Cum  Lelio,  romanorum  sapientissimo,  proprias  miserias  conso- 
larer: « Virtutem  illius  amavi,  que  extincta  non  est.  »4  Hec  dicerem, 
atque  alia  que  ilium  dixisse  audio  post  eius  interitum,  quern  miro 
quo  dam  amore  dilexerat. 

Aug.  Inexpugnabili  erroris  aree  eonsistis,  unde  te  deicere  non 
otiosus  labor  est.  Et  quoniam  ita  te  affectum  video,  ut  multo  pa- 
tientius  auditurus  sis  quicquid  de  te,  quam  quod  de  ipsa  liberius 

i.  Virgilio,  Aen.,  vi,  428-9.     2.  Ovidio,  Met.,  xv,  868.     3.  moribus  ,  .  .  vi 
vatur:  cfr.  p.  es.  « Conobbi  allor  si  come  in  paradise  Vede  Tun  1'altro  ...» 


IL  MIO  SEGRETO  •  LIBRO  TERZO  14! 

delle  precoci  morti  dei  figlioli  adolescenti?  che  altro  piangono  le 
vecchie  nutrici  se  non  1'anticipata  fine  dei  loro  alunni  «cui,  pri- 
vati  della  dolce  vita  e  strappati  alia  poppa,  rapi  la  negra  giornata  e 
immerse  in  morte  immatura  ? »  A  te  dunque  quel  piccolo  numero 
d'anni,  del  quale  precedi  colei,  porge  una  speranza  assai  incerta 
di  venir  a  morire  prima  di  colei  che  e  la  fonte  della  tua  follia; 
e  ti  immagini  immutabile  questo  ordine  di  natura. 

Fr.  Non  immutabile  sino  al  punto  da  ignorare  che  puo  riuscire 
al  contrario;  ma  prego  Continuamente  perch6  ci6  non  accada,  e, 
sempre  che  penso  alia  sua  morte,  ripeto  quel  verso  d'Ovidio: 
«Tardo  venga  quel  giorno  e  dopo  il  vivere  nostro.» 

Ag.  Non  posso  ascoltare  piu  oltre  codeste  futilita.  Che  dirai 
(posto  che  non  ignori  che  puo  morire),  che  dirai  se  ella  muore? 

Fr.  Che  potr6  dirmi  altro  che  infelicissimo  in  quella  circostanza, 
traendo  tuttavia  un  conforto  dal  ricordo  del  tempo  passato?  Ma 
rapiscano  i  venti  codesti  disco rsi  e  disperdano  le  tempeste  il  malo 
augurio, 

Ag.  O  cieco,  n6  intendi  ancora  quale  stoltezza  sia  il  sottomet- 
tere  cosl  1'animo  a  beni  mortali,  che  mentre  Faccendono  con  le 
fiamme  del  desiderio,  non  sanno  poi  appagarlo  n6  durano  sino  alia 
fine,  e  lo  straziano  con  frequenti  agitazioni  sotto  promessa  di 
addolcirlo  ? 

Fr.  Usa  qualche  argomento  piii  convincente,  se  Thai,  ch.6  con 
siffatti  discorsi  non  mi  spaventerai  mai.  lo  non  ho  punto  fermato 
1'animo,  come  tu  credi,  a  un  bene  mortale;  e  sappi  che  io  non  ho 
amato  tanto  il  corpo  quanto  Panima  sua,  dilettato  da  quei  costumi 
che  superano  1'umana  condizione,  dal  cui  esempio  mi  figuro  come 
si  viva  tra  gli  angeli.  Adunque  se  colei  morendo  prima  (il  solo 
udirlo  mi  trafigge!)  mi  lasciasse,  tu  mi  chiedi  che  farei  ?  Conforterei 
il  mio  dolore  come  Lelio,  il  piu  saggio  dei  Romani:  «di  lei  amai 
la  virtii,  che  non  e  spenta».  Questo  direi  e  Taltre  considerazioni 
che  intendo  ch'egli  ha  fatte,  dopo  la  morte  di  colui  che  aveva 
amato  di  si  meraviglioso  amore. 

Ag.  Ti  serri  in  un'inespugnabile  rocca  di  errori,  donde  non  & 
piccola  fatica  snidarti.  E  poich<§  io  ti  veggo  cosl  invasato  da  ascol 
tare  molto  piii  pacatamente  quanto  con  franchezza  io  sia  per  dire  di 


(Rime,  cxxni,  5-6).     4.  Cicerone,  De  am.,  27,  102,  dove  Lelio  si  riferisce 
a  Scipione  («virtutem  enim  amavi  illius  viri .  .  . »). 


142  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

dicetur;  mulierculam  tuam  quantalibet  laude  cumules  licebit; 
nichil  cnim  adversabor:  sit  rcgina,  sit  sancta,  sit 

dca  certe 
an  Phebi  soror,  an  nimpharum  sanguinis  una.1 

Ingens  tamen  eius  virtus  minimum  tibi  ad  excusationem  crroris 
conferet. 

Fr.  Quid  novi  litigii  ordiaris  opperior. 

Aug.  Dubitari  non  potest,  quin  pulcerrima  sepe  turpitcr 
amentur. 

Fr.  lam  ad  hec  supra  rcsponsum  est.  Si  enim  amoris  in  me 
regnantis  fades  cerni  posset,  eius  vultui,  quam  licet  multum  tamen 
debito  parcius  laudavi,  non  absimilis  videretur,  Hec  michi,  coram 
qua  loquimur,  testis  est,  quod  in  amore  meo  nichil  unquan  turpe, 
nichil  obscenum  fuerit,  nichil  denique,  preter  magnitudinem,  cul- 
pabile.  Adice  modum;  nichil  pulcrius  excogitari  queat. 

Aug.  Possum  tibi  tulliano  verbo  respondere :  «  modum  tu  queris 
vitio  ».3 

Fr.  Non  vitio  sed  amori. 

Aug.  Et  illc,  cum  id  diceret,  de  amore  loquebatur.  Locum  tenes  ? 

Fr.  Quidni  ?  In  Tusculano  id  legi.  Verum  ille  de  comuni  amore 
hominum  sentiebat;  in  me  autem  singularia  quedam  sunt, 

Aug.  Enimvero  idem  dc  se  aliis  fortasse  videatur;  vcrumque 
est,  cum  in  aliis  turn  in  hac  precipue  passione,  quod  unus  quis- 
que  suarum  rerum  est  benignus  interpres.  Nee  inepte  illud  a  ple- 
beio  quodam  licet  poeta  dictum  laudatur: 

Suam  cuique  sponsam,  michi  me  am; 
Suum  cuique  amorem^  michi  meum? 

Fr.  Vis  ne,  si  tempus  suppetit,  pauca  de  multis  esponam,  que 
te  in  admirationem  stuporcmque  compellent? 
Aug.  Mene  putas  ignorare  quod 

qui  amani  ipsi  sibi  somnia  fingunt?* 

i.  Virgilio,  Aen.,  I,  328-9.  2.  Cicerone,  Tusc.t  IV,  18,  41:  «Qui  modum 
igitur  vitio  querit .  .  .».  3.  Sono  due  versi  che  Cicerone  cita  (Ad  Att., 
xiv,  20,  3)  come  di  Atilio,  poeta  comico  ch'egli  giudica  «durissimus«  (di 
qui  il  giudizio  del  Petrarca  a  plebeio  .  .  .  poeta);  la  citazione  dovrebbe  es- 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO    TERZO  143 

te,  che  non  ci6  che  dica  di  lei;  colma  pure  la  tua  piccola  donna  di 
quante  lodi  vorrai :  non  ti  contraddir6  in  nulla :  sia  pur  una  regina, 
una  santa,  sia  anzi  «una  dea,  o  la  sorella  di  Febo  o  una  della  stirpe 
delle  ninfe » :  tuttavia  la  sua  grande  virtu  non  giovera  minimamente 
a  scusarti  deU'errore. 

Fr.  Son  curioso  di  sapere  quale  nuovo  contrasto  tu  trami. 

Ag.  Non  si  pu6  porre  in  dubbio  che  spesso  si  amino  bruttamente 
le  cose  belle. 

Fr.  A  questo  ho  g&  risposto  piii  sopra.  Se  infatti  si  potessero 
scorgere  le  sembianze  delPamore  che  regna  in  me,  si  vedrebbero 
non  dissimili  dal  volto  di  Quella  che  ho  bensl  lodata  molto,  ma 
tuttavia  meno  del  dovuto.  Mi  e  testimonio  costei,  alia  cui  presenza 
parliamo,  che  nel  mio  amore  non  c'e  stato  mai  nulla  di  turpe, 
nulla  di  peccaminoso,  nulla  infine  di  colpevole,  salvo  che  essere 
immenso.  Imponigli  un  limite,  e  non  si  potra  pensare  nulla  di  piii 
bello. 

Ag.  Potrei  risponderti  con  il  motto  ciceroniano:  cctu  chiedi  un 
limite  al  vizio». 

Fr.  Non  al  vizio,  ma  airamore. 

Ag.  Anche  lui,  quando  diceva  cosl,  parlava  dell'amore.  Conosci 
il  passo  ? 

Fr.  Come  no?  L'ho  letto  nelle  Tuscolane.  Ma  egli  intendeva 
del  comune  amore  degli  uomini:  nel  mio  c'e  qualche  cosa  di 
particolare. 

Ag.  Ma  cosl  ad  ^Itri  parra  forse  lo  stesso  del  proprio;  ed  e 
evidente  che  cosl  nelPaltre  passioni,  come  e  principalmente  in 
questa,  ognuno  e  indulgente  interprete  delle  cose  sue.  A  ragione 
si  loda  il  detto  d'un  certo  poeta,  ancor  che  volgare:  «A  ciascuno 
la  sua  sposa,  e  la  mia  a  me.  A  ciascuno  il  proprio  amore,  ed  il 
mio  a  me. » 

Fr.  Vorresti,  se  abbiamo  tempo,  che  ti  esponga  alcuni  pochi 
dei  molti  suoi  pregi,  che  ti  trarranno  in  ammirazione  e  in  stu- 
pore? 

Ag.  Credi  che  io  non  sappia  che  «chi  ama  si  foggia  i  propri 
sogni  egli  stesso »?  £  una  poesia  ben  nota  in  tutte  le  scuole.  In- 


sere  stata  aggiunta  dal  Petrarca  in  una  revisione  del  Secretum,  posteriore 
al  1345,  se  e  vero  che  solo  in  quell'anno  egli  conobbe  le  lettere  Ad  At- 
ticum.  4.  Virgilio,  BucoL,  vin,  108. 


144  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

Omnibus  scolis  notissimum  carmen  est.  Ceterum  ex  ore  cius  piget 
has  insanias  audire,  quern  decet  altius  et  sapere  et  loqui. 

Fr.  Unum  hoc,  seu  gratitudini  seu  ineptie  ascribendum,  non 
silebo:  me,  quantulumcunque  conspicis,  per  illam1  esse;  nee  un- 
quam  ad  hoc,  siquid  est,  nominis  aut  glorie  fuisse  venturum,  nisi 
virtutum  tenuissimam  sementem,  quam  pectore  in  hoc  natura 
locaverat,  nobilissimis  hec  affectibus  coluisset.  Ilia  iuvenilem  ani- 
mum  ab  omni  turpitudine  revocavit,  uncoque,  ut  aiunt,  retraxit, 
atque  alta  compulit  espectare.  Quidni  enim  in  amatos  mores 
transformarer?  Atqui  nemo  unquam  tarn  mordax  convitiator  in- 
ventus  est,  qui  huius  famam  canino  dentc  contingeret;  qui  dicere 
auderet,  ne  dicam  in  actibus  eius,  sed  in  gestu  verboque  reprehen- 
sibile  aliquid  se  vidissc;  ita  qui  nichil  intactum  liquerant,  hanc 
mirantes  venerantesque  reliquerunt.  Minime  igitur  mirum  est  si 
hec  tarn  Celebris  fama  michi  quoque  desiderium  fame  clarioris  at- 
tulit,  laboresque  durissimos,  quibus  optata  consequerer  mollivit. 
Quid  enim  adolescens  aliud  optabam,  quam  ut  illi  vel  soli  pla- 
cerem,  que  michi  vel  sola  placuerat?  Quod  ut  michi  contingeret, 
spretis  mille  voluptatum  illecebris,  quot  me  ante  tempus  curis 
laboribusque  subiecerim  nosti.  Et  iubes  illam  oblivisci  vel  par- 
cius  amare,  que  me  a  vulgi  consortio  segrcgavit;2  que,  dux  viarum 
omnium,  torpenti  ingenio  calcar  admovit  ac  semisopitum  ani- 
mum  excitavit? 

Aug.  Infelix,  quanto  satius  fuerat  tacere,  quam  loqui!  Quamvis 
enim  vel  in  silentio  talem  te  introrsus  aspicerern,  asseveratio  tamen 
ipsa  tarn  pertinax  bilem  stomacumque  concussit. 

Fr.  Cur,  queso? 

Aug.  Quia  falsum  opinari,  ignorantis  est;  falsum  impudenter 
asserere,  ignorantis  pariter  et  superbi. 

Fr.  Quid  me  tarn  falsum  vel  sensisse  vel  protuiisse  confirmat  ? 

Aug.  Nempe  universa  que  memoras!  primum  omnium  ubi  ais 
te  quod  es  per  illam  esse.  Si  sic  intelligis  ut  hoc  esse  ilia  dederit, 
mentiris  hauddubie:  si  vero  sic  ut  haud  amplius  esse  permiserit, 
verum  dicis.  0  quantum  in  virum  evadere  poteras,  nisi  ilia  te 


i.  me  .  ,  .  per  illam:  cfr.  Rime,  CCCLX,  88-9:  «salito  in  qualche  fama  Solo 
per  me».  2.  a  vulgi  consortio  segregavit:  cfr.  «e  fatto  singular  da  1'altra 
gentew  (Rime,  ccxcn,  4). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  145 

somma,  rincresce  udire  tali  sciocchezze  dal  labbro  di  tale,  cui  si 
converrebbe  pensare  e  parlare  piu  profondamente. 

Fr.  Almeno  questo  (sia  da  ascrivere  a  gratitudine  o  a  sciocchezza) 
non  voglio  tacere:  che  quel  poco  che  mi  vedi,  sono  per  essa; 
ne"  sarei  mai  giunto  a  questo  grado,  qual  che  si  sia,  di  nominanza 
e  di  gloria,  se  la  tenuissima  semente  di  virtu,  che  la  natura  aveva 
sparso  in  questo  petto,  non  avesse  ella  con  nobilissimi  sentimenti 
educata.  Ella  distolse  Panimo  mio  giovinetto  da  ogni  lordura,  e  lo 
ritrasse,  come  si  dice,  con  Puncino,  e  lo  spinse  a  mirare  in  alto. 
Come  non  mi  sarei  trasformato  secondo  i  costumi  delPamata  ?  E  per 
vero  non  si  e  trovato  mai  un  maligno  cosi  mordace,  che  toccasse 
con  lacerante  dente  la  fama  di  lei;  che  osasse  affermare  d'avere 
scorto,  non  dico  negli  atti  suoi,  ma  pure  in  un  gesto  o  in  una 
parola,  alcun  che  di  riprensibile,  sicche"  coloro  che  nulla  avevano 
lasciato  intatto,  lei  risparmiarono  ammirati  e  reverenti.  Non  e 
punto  strano,  dunque,  se  codesta  cosl  alta  fama  indusse  anche  in 
me  il  desiderio  d'una  fama  piu  chiara;  se  attenu6  le  durissime  fati- 
che  con  le  quali  conseguire  il  vagheggiato  intento.  Da  giovane 
infatti  non  altro  desideravo  che  di  piacere  a  lei,  proprio  a  lei 
sola,  che  proprio  sola  a  me  era  piaciuta;  e  per  riuscire  a  ci6, 
rinunciando  alle  lusinghe  di  mille  piaceri,  tu  ben  sai  a  quanti 
affanni  anzi  tempo  mi  sottoponessi  e  a  quante  fatiche.  E  mi 
comandi  di  dimenticare  o  d'amare  piu  tiepidarnente  colei  che  mi 
ha  allontanato  dalla  schiera  volgare;  che,  essendomi  di  guida  per 
ogni  cammino,  mi  ha  spronato  il  torpido  ingegno  e  mi  ha  destato 
Panimo  semisopito? 

Ag.  Disgraziato!  quanto  ti  sarebbe  stato  meglio  tacere  che  non 
aver  parlato.  £  vero  che,  anche  nel  tuo  silenzio,  guardandoti  entro 
avrei  scorto  il  medesimo ;  ma  tuttavia  il  fatto  stesso  della  tua  perti- 
nace  affermazione  mi  muove  la  nausea  e  lo  sdegno. 

Fr.  Perche"  mai  ? 

Ag.  Perche*  pensare  il  falso  e  segno  di  ignoranza,  asserire  im- 
pudentemente  Perrore  e  segno  di  ignoranza  insieme  e  di  superbia. 

Fr.  QuaPe  la  prova  ch'io  senta  o  enunci  cosl  falsi  errori? 

Ag.  Ma  tutto  ci6  che  hai  ricordato  1  e  prima  di  tutto  quando  dici 
d'essere  ci6  che  sei  in  grazia  sua.  Se  con  ci6  intendi  che  ti  abbia 
dato  ella  questo  essere,  senza  dubbio  tu  menti;  se  invece  che  ella 
non  ti  abbia  permesso  di  essere  da  piu,  allora  dici  la  verita.  Ah, 
che  grand'uomo  saresti  potuto  riuscire,  se  ella  con  le  seduzioni 


146  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

forme  blanditiis  retraxisset!  Quod  es,  igitur,  nature  bonitas  de- 
dit;  quod  esse  poteras  ilia  preripuit,  Imo  tu  potius  abstulisti. 
Ista  enlm  innocens  est.  Forma  quidem  tibi  visa  est  tarn  blanda, 
tarn  dulcis,  ut  in  te  omnem  ex  nativis  virtutum  seminibus  pro- 
venturam  segetem  ardentissimi  desiderii  estibus  et  assiduo  lacri- 
marum  imbre  vastaverit.  Quod  autem  te  ab  omni  turpitudine  ilia 
retraxerit,  falso  gloriatus  es;  retraxit  forsan  a  multis,  sed  in  ma- 
iores  impulit  erumnas.  Enimvero,  nee  qui  variis  sordibus  obsce- 
nam  viam  declinare  monuit,  si  in  precipitium  produxit,  nee  qui, 
minutiora  sanans  ulcera,  letale  interim  iugulo  vulnus  inflixit,  li- 
berasse  potius  quam  oecidisse  dieendus  est,  Ista  quoque,  quam 
tuam  predicas  dueem  a  multis  te  obscenis  abstrahens  in  splendidum 
impulit  baratrum.  Quod  vero  alta  spectare  docuit  quocl  segre- 
gavit  a  populo,  quid  aliud  fuit  quam  presidentem  sibi  et,  unius 
captum  dulcedine,  contemptorem  rerum  omnium,  fasti dioseque 
negligentem  reddidisse?  quo  nichil  in  convictu  hominum  seias 
esse  molestius.  lam  quocl  innumeris  illam  te  laboribus  implicuisse 
commemoras,  hoc  unum  verum  predicas.  Quid  autem  hie  tarn  ma- 
gni  muneris  invenias,  cogita.  Cum  multiformes  enim  sint  labores, 
quos  declinare  non  licet,  quanta  dementia  est  novos  sponte  sectari! 
At  quod  fame  clarioris  avidum  per  illam  te  factum  esse  gloriaris, 
compatior  errori  tuo.  Siquidem  ex  animi  tui  sarcinis,  nullam  tibi 
funestiorem  esse  monstrabo,  Sed  nondum  eo  pervenit  oratio. 

Pr.  Promptissimus  dimicator  comminatur  et  vulnerat.  Ego  au 
tem  et  vulnere  et  cornminatione  permoveor,  et  titubare  iam  graviter 
ineipio. 

Aug*  Quanto  gravius  titubabis,  cum  gravissimum  vulnus  in- 
flixero!  Ista  nempe,  quam  predicas,  cui  omnia  debere  te  asseris, 
ista  te  peremit. 

Fr.  Detis  bone,  quibus  hoc  michi  persuadebitur  modis  ? 

Aug.  Ab  amore  celestium  elongavit  animum  et  a  Creatore  ad 
creaturam  desiderium  inclinavit.  Que  una  quidem  acl  mortem 
pronior  fuit  via. 

Fr.  Noli,  queso,  precipitare  sententiam:  Deum  profeeto  ut  ama- 
rem,  illius  amor  prestitit. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  147 

della  bellezza  non  te  n'avesse  ritratto!  Quello  che  sei,  dunque,  te 
Tha  dato  la  benignita  della  Natura;  cio  che  potevi  essere  te  1'ha 
tolto  lei,  o  piuttosto  Thai  gettato  via  tu,  che  ella  e  innocente. 
La  sua  bellezza  veramente  ti  &  apparsa  cosi  lusinghiera,  cosi  dolce, 
che  attraverso  gli  ardori  delPacceso  desiderio  e  le  continue  piogge 
del  pianto  ha  inaridita  in  te  ogni  messe  che  poteva  sorgere  dalla 
virtuosa  tua  semenza  nativa.  Che  ella  poi  ti  abbia  trattenuto  da  ogni 
atto  turpe,  te  ne  vanti  a  torto ;  ti  ritrasse  forse  da  molti,  ma  ti  ha 
sospinto  in  affanni  maggiori.  Perocch6  n6  chi  pur  ammonendoci  di 
evitare  una  via  lorda  di  brutture,  ci  spinga  poi  in  un  precipizio; 
n£  chi,  pur  guarendoci  da  minori  piaghe,  ci  inferisca  frattanto  alia 
gola  una  ferita  mortale,  sara  da  dirsi  nostro  liberatore  piut 
tosto  che  nostro  uccisore.  Cosi  costei,  che  tu  esalti  per  tua  guida, 
trattenendoti  da  molte  brutture  ti  ha  spinto  in  uno  splendido  bara- 
tro.  Quanto  alPaverti  abituato  a  mirare  all'alto,  all'averti  allonta- 
nato  dal  volgo,  che  altro  fu  se  non  un  averti  reso  suo  vagheg- 
giatore  e,  avvinto  alia  dolcezza  di  un  solo  oggetto,  di  tutti  gli 
altri  spregiatore  e  pigramente  trascurato  ?  che,  come  sai,  &  quanto 
di  piu  molesto  c'&  nei  rapporti  umani.  Certamente  quando  ricordi 
che  ella  ti  ha  irretito  in  infinite  fatiche,  questo  si,  che  &  vero; 
ma  pensa  quale  grande  beneficio  tu  riscopra  in  ci6!  Perch6  men- 
tre  sono  d'ogni  maniera  le  fatiche  che  non  &  dato  di  evitare, 
quanta  sciocchezza  &  Pandarne  spontaneamente  a  cercare  di  nuove! 
Quanto  poi  al  vantarti  di  essere  divenuto  avido  di  piu  chiara  nomi- 
nanza  per  cagion  sua,  compatisco  il  tuo  errore ;  se  non  che  ,ti  mo- 
strero  chiaramente  che  nessuna  delle  some  delPanima  tua  ti  e 
piii  funesta  di  questa.  Ma  il  nostro  discorso  non  e  ancor  giunto  li. 

Fr.  L'agile  schermitore  fa  la  finta  e  da  la  botta;  io  sono  impaurito 
cosi  dalla  finta  come  dalla  botta,  e  gi&  comincio  a  vacillare  gra- 
vemente. 

Ag.  Quanto  piu  gravemente  vacillerai,  quando  ti  avr6  inferta 
una  ferita  gravissima.  Per6  che  costei  che  esalti,  alia  quale  asserisci 
di  dovere  ogni  bene,  e  quella  che  ti  rovina. 

Fr.  Buon  Dio,  in  qual  mo  do  potr6  persuadermene  ? 

Ag.  Ella  ti  ha  allontanato  Panimo  dalPamore  celeste,  ed  ha 
deviato  il  tuo  desiderio  dal  Creatore  alia  creatura;  che  e  sempre 
stata  Punica  e  piu  spedita  via  verso  Perrore. 

Fr.  Non  dare,  ti  prego,  una  sentenza  precipitosa :  Pamore  di  lei 
giov6,  te  Paccerto,  a  farmi  amare  Iddio. 


148  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

Aug.  At  pervertit  ordinem. 

Fr.  Quonam  modo  ? 

Aug.  Quia  cum  creatum  omne  Creatoris  amore  diligcndum  sit, 
tu  contra,  creature  captus  illecebris,  Creatorem  non  qua  dccuit 
amasti,  sed  miratus  artificem  fuisti  quasi  nichil  ex  omnibus  for- 
mosius  creasset,  cum  tamen  ultima  pulcritudinum  sit  forma  cor- 
porea. 

Fr.  Hanc  presentem  in  testimonium  evoco,  conscientiamque 
meam  facio  contestem,  me  (quod  iam  superius  dixeram)  illius  non 
magis  corpus  amasse  quam  animam.  Quod  hinc  percipias  licebit, 
quoniam  quo  ilia  magis  in  etate  progressa  est,  quod  corporee 
pulcritudinis  ineluctable  fulmen  est,  eo  firmior  in  opinione  per- 
mansi.  Etsi  enim  visibiliter  iuvente  flos  tractu  temporis  languesce- 
ret,  animi  decor  annis  augebatur,  qui  sicut  amsindi  principium 
sic  incepti  perseverantiam  ministravit.  Alioquin  si  post  corpus 
abiissem,  iam  pridem  mutandi  propositi  tempus  erat. 

Aug.  Me  ne  ludis?  An  si  idem  animus  in  squalido  et  nodoso 
corpore  habitaret,  similiter  placuisset? 

Fr.  Non  audeo  quidem  id  dicere;  neque  enim  animus  cerni 
potest,  nee  imago  corporis  talcm  spopondisset;  at  si  oculis  appa- 
reret,  amarem  profecto  pulcritudinem  animi  deforme  licet  ha- 
bentis  habitaculum. 

Aug.  Verborum  queris  adminicula ;  si  enim  nonnisi  quod  oculis 
apparet  amare  potes,  corpus  igitur  amasti.  Nee  tamen  negaverim 
animum  quoque  illius  et  mores  flammis  tuis  alimenta  prebuisse, 
nimirum  cum,  uti  paulo  post  dicam,  nomen  ipsum  nonnichil, 
imo  vel  plurimum,  furoribus  istis  addiderit.  Cum  enim  in  omni 
bus  animi  passionibus,  in  hac  presertim  evenit,  ut  ex  minimis 
favillis  sepe  incendia  magna  consurgant. 

Fr.  Video  quo  me  cogas:  ut  scilicet  cum  Ovidio  fatear: 

animum  cum  corpore  amavi.1 

Aug.  Hoc  quoque  quod  seguitur  fatearis  oportet;  neutrurn  te 
satis  sobrie,  neutrum  amasse  qua  decuit. 
Fr.  Torquendus  tibi  sum,  antequam  fatear. 


i.  Ovidio,  Amor.,  I,  10,  13. 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  149 

Ag.  Ma  invertl  1'ordine. 

Fr.  In  che  modo? 

Ag.  Perch6  mentre  tutto  il  create  deve  esser  tenuto  caro  per 
amore  del  Creatore,  tu  al  contrario,  preso  alle  grazie  di  una  crea- 
tura,  hai  amato  il  Creatore  non  come  si  conveniva,  bensl  ammi- 
rando  in  lui  Partefice  di  quella,  quasi  non  avesse  creato  nulla  di 
piu  bello,  mentre  la  venusta  corporea  e  Pultima  delle  bellezze. 

Fr.  Chiamo  per  testimonio  quella  ch'e  qui  presente,  e  faccio 
conteste  la  mia  coscienza  che,  come  ho  detto  dianzi,  non  ho  amato 
il  corpo  piu  che  Panimo  suo.  II  che  potrai  conoscere  da  ci6; 
che  quanto  piti  ella  &  avanzata  nelFeta,  che  e  la  rovina  inevita- 
bile  della  bellezza  corporea,  tanto  piu  fermo  io  sono  rimasto  nel 
mio  pensiero;  pero  che,  quantunque  il  fiore  della  giovinezza  visi- 
bilmente  appassisse  col  passare  del  tempo,  cresceva  con  gli  anni 
la  venusta  deU'anima,  la  quale  come  mi  porse  principio  alFamore 
cosl  mi  ci  fece  perseverare  poi  che  vi  fui  entrato.  Altrimenti,  se  mi 
fossi  smarrito  dietro  il  corpo,  gi£  da  gran  pezza  sarebbe  stato 
tempo  di  mutare  proposito. 

Ag.  Mi  canzoni?  Forse  che  se  quelPanimo  stesso  abitasse  in 
un  corpo  squallido  e  rozzo,  ti  sarebbe  del  pari  piaciuto  ? 

Fr.  Non  oso  dir  questo,  dacche"  ne*  1'animo  si  pu6  scorgere  ne" 
rimmagine  corporea  me  Favrebbe  fatto  sperare  tale;  ma  se  appa- 
risse  alia  vista,  amerei  senza  dubbio  la  bellezza  di  un  animo  anche  se 
avesse  un  deforme  albergo. 

Ag.  Tu  cerchi  di  puntellarti  sulle  parole ;  perch6  se  puoi  amare 
solo  ci6  che  appare  alia  vista,  segno  e  che  amasti  il  corpo.  N6 
vorro  tuttavia  negare  che  anche  1'animo  di  colei  e  i  costumi  ab- 
biano  porto  esca  alle  tue  fiamme,  appunto  come  il  suo  nome  stesso 
(secondo  che  dir6  di  qui  a  breve)  contribul  non  poco,  anzi  moltis- 
simo,  a  codesti  tuoi  furori.  Accade  infatti  in  tutte  le  passioni  del- 
Fanimo,  ma  specialmente  in  questa,  che  da  piccole  faville  insorgano 
grandi  incendi. 

Fr.  Veggo  a  che  tu  mi  sforzi:  a  confessare  cioe  con  Ovidio 
«Fanimo  amai  insieme  al  corpo  ». 

Ag.  Ed  anche  dovrai  confessare  questo  che  segue:  che  n6 
Funo  n6  Faltro  amasti  abbastanza  temperatamente,  ne*  Funo  ne* 
Faltro  come  si  conveniva. 

Fr.  Dovrai  mettermi  alia  tortura  prima  che  Fabbia  a  confes 
sare. 


150  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

Aug.  Aliud  quoque:  te  propter  hunc  amorem  in  magnas  con- 
cidisse  miserias. 

Fr.  Hoc,  quamvis  in  eculeum  sustuleris,  non  fatebor. 

Aug.  Imo  vero  sponte  tua  mox  utrunque  fateberis,  nisi  ra- 
tiones  meas  interrogationesque  neglexeris.  Die  ergo:  meministi 
ne  puerilium  annorum;  an  vero  presentium  turba  solicitudinum, 
memoria  omnis  illius  etatis  evanuit? 

Fr.  Nempe  infantia  pueritiaque  non  alitcr  ante  oculos  meos 
sunt,  quam  dies  hesternus. 

Aug.  Meministi  quantus  in  ilia  etate  timor  Dei,  quanta  mortis 
cogitatio,  quantus  religionis  affectus,  quantus  amor  honestatis? 

Fr.  Memini  profecto,  dolcoque  crescentibus  annis  decrevisse 
virtutes. 

Aug.  Ego  quidern  semper  extimui,  ne  ilium  tam  intempestivum 
florem  vernalis  aura  discuteret;  qui,  si  integer  illesusque  mansisset, 
mirabilem  fructum  suis  temporibus  protulisset. 

Fr.  Ne  a  proposito  divertas.  Quid  enim  hoc  ad  ea  de  quibus 
sermo  nobis  inceptus  erat? 

Aug.  Dicam.  Percurre  tccum  tacitus  (quando  integram  tibi  sen- 
tis  recentemque  memoriam),  percurre  universum  vite  tue  tempus, 
et  ubi  tanta  morum  varietas  incesserit,  recordare, 

Fr.  En  in  ictu  oculi  trepidantis  annorum  mcorum  numerum 
seriemque  recensui. 

Aug.  Quid  reperis  igitur? 

Fr.  Litere  velut  pithagoree,1  quarn  audivi  et  legi,  non  ina- 
nem  esse  doctrinam.  Cum  enim  recto  tramite  ascendens  ad  bivium 
pervenissem  modestus  et  sobrius,  et  dextram  iuberer  arripere,  ad 
levam  —  incautus  dicam  an  contumax  ?  —  deflexi ;  neque  michi 
profuit  quod  sepe  puer  legeram: 

Hie  locus  est  partes  ubi  se  via  findit  in  ambas; 
dexter  a  que  Ditis  magni  sub  menia  ducit. 
liac  iter  Elysium  nobis;  at  leva  malorum 
exercet  penas,  et  ad  impia  Tartara  mittit.2 

Hec  nimirum,  quanquam  ante  legissem,  non  tamen  prius  in- 
tellexi  quam  expertus  sum.  Ex  tune  autem  oblique)  sordidoque 

i.  Litere  .  .  .pithagoree:  la  Icttera  pitagorica  e  Vy  che  per  la  sua  forma 
fu  assunto  nel  Medioevo  come  simbolo  della  vita  umana,  nclla  quale  a  un 
certo  punto  vs'aprono  due  vie,  quella  della  virtu  e  quella  del  piacere  (cfr. 
Lattanzio,  Inst.,  vi,  3,  6-18,  che  a  proposito  della  lettera  y  cita  anche  il 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  151 

Ag.  E  delPaltro  ancora:  che  sei  caduto  in  grandi  miserie  a  ca- 
gione  di  tale  amore. 

Fr.  Codesto,  anche  se  mi  metti  sul  letto  di  tortura,  non  am- 
metterb  io  mai. 

Ag.  Anzi,  1'una  cosa  e  Paltra  spontaneamente  e  tosto  confesserai, 
se  non  sdegnerai  le  mie  ragioni  e  le  mie  interrogazioni.  Di'  dun- 
que:  ti  ricordi  degli  anni  tuoi  puerili?  o  forse  per  la  turba  delle 
ansie  presenti  ogni  memoria  di  quell'eta  ti  e  svanita  ? 

Fr.  Ti  accerto  che  Pinfanzia  e  la  puerizia  mi  stanno  innanzi  agli 
occhi,  non  altrimenti  che  la  giornata  di  ieri. 

Ag.  Ti  ricordi  quanto  era  grande  in  quelPet&  il  tuo  timor  di 
Dio,  quanto  il  meditare  sulla  morte,  quanto  il  sentimento  reli- 
gioso,  quanto  1'amore  della  costumatezza  ? 

Fr.  Ricordo  benissimo,  e  mi  dolgo  che,  crescendo  gli  anni,  le 
mie  virtu  siano  diminuite. 

Ag.  Appunto,  io  ho  sempre  temuto  che  quel  fiore  cosl  precoce 
venisse  estinto  dalParia  ghiacciata;  ch6,  se  fosse  restato  integro  e 
illeso,  mirabile  frutto  a  suo  tempo  avrebbe  recato. 

Fr.  Non  deviare  dal  proposito  nostro :  che  ci  ha  da  fare  questo 
con  le  cose  di  cui  avevamo  cominciato  a  discorrere? 

Ag.  Te  Io  dir6.  Percorri  tacito  fra  te  e  te—  poich6  ti  senti  integra 
e  fresca  la  memoria  —  percorri  1'intero  tempo  delPesistenza  tua,  e 
vedi  di  ricordare  quando  accadde  in  te  tanto  mutamento  di  costumi. 

Fr.  Ecco,  come  in  un  batter  d'occhi  trepidanti,  ho  ripassato  il 
numero  e  la  serie  degli  anni  miei. 

Ag.  Che  ritrovi,  dunque? 

Fr.  Che  la  teoria,  per  cosl  dire,  della  lettera  pitagorica  che  ho 
udito  spiegare  e  ho  letto,  non  &  vana.  Infatti  quando,  salendo  per  la 
retta  via,  pervenni  ancor  modesto  e  morigerato  al  bivio,  e  fui  co- 
mandato  di  prendere  a  destra,  ecco  che  —  non  so  se  dica  incauto 
o  presuntuoso  —  piegai  a  sinistra;  n6  mi  giov6  quello  che  spesso 
avevo  letto  da  fanciullo:  « Quest'  e  il  luogo  dove  si  divide  in  due 
parti  la  via,  che  a  destra  conduce  alle  mura  del  grande  Dite.  Di 
qui  sark  il  nostro  cammino  verso  PElisio;  la  sinistra  invece  reca 
alle  pene  dei  malvagi  e  conduce  alPempio  Tartaro. »  Purtroppo  tali 
cose,  benche"  le  avessi  lette  gi&  prima,  non  le  ho  capite  innanzi 
d'averne  fatta  esperienza.  Da  allora  dunque,  traviato  per  obliquo 

passo   virgiliano).     2.  Virgilio,  Aen.,  vi,  540-3   (541:   «...  sub  moenia 
tendit*). 


152  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

calle  distractus  et  sepe  retro  lacrimans  conversus,  dextrum  iter 
tenere  non  potui,  quod  cum  deserui,  tune,  profecto  tune,  fuerat 
ilia  morum  meorum  facta  confusio. 

Aug.  At  quanam  hoc  etatis  tue  parte  contigerat? 

Fr.  Medio  sub  adolescentie  fervore  et,  si  aliquantisper  expectas, 
quotus  michi  tune  etatis  annus  ageretur  facile  recordahor. 

Aug.  Non  tarn  exactum  calculum  requiro;  quin  potius  illud 
edixere:  quando  illius  tibi  primum  mulieris  species  visa  est? 

Fr.  Id  utique  nunquam  obliviscar. 

Aug.  lunge  igitur  tempora. 

Fr.  Profecto  et  illius  occursus  et  exhorbitatio  mea  unum  in 
tempus  inciderunt. 

Aug.  Habeo  quod  volebam.  Obstupuisti,  credo,  perstrinxitque 
oculos  fulgor  insolitus.  Dicunt  enim  stuporem  amoris  esse  prin- 
cipium;  hinc  cst  apud  nature  conscium  poetam: 

obstupuit  primo  aspectu  sidonia  Dido.1 
Post  quod  dictum  sequitur: 

ardct  amans  Dido.2 

Que  quamvis,  ut  nosti  optime,  fabulosa  narratio  tota  sit,3  ad 
nature  tamen  ordinem  respexit  ille,  dum  fingcret.  Scd  cum  ob- 
stupuisses  ad  illius  occursum,  cur  ad  levam  potissimum  deflexisti  ? 

Fr.  Puto  quia  proclivior  videbatur  et  latior;  dextera  enim  ct 
ardua  et  angusta  est. 

Aug.  Laborem  igitur  timuisti.  At  mulier  ista  tarn  Celebris,  quam 
tibi  certissimam  ducem  fingis  ad  superos,  cur  non  hesitantem  trc- 
pidumque  direxit,  et,  quod  cecis  aliis  fieri  solet,  manu  apprehen- 
sum  non  tenuit,  quaque  gradiendum  foret  admonuit? 

Fr.  Fecit  hoc  ilia  quantum  potuit.  Quid  enim  aliud  egit  cum, 
nullis  mota  precibus,  nullis  victa  blanditiis,  muliebrem  tenuit  de« 
corem  et,  adversus  suam  simul  et  meam  etatem,  adversus  multa 
et  varia  que  flectcre  adamantinum  licet  spiritum  debuissent, 
inexpugnabilis  et  firma  permansit  ?  Profecto  animus  iste  femineus 
quid  virum  deceret  admonebat,  prestabatque  ne  michi  in  sectando 

i.  Virgilio,  Aen.,  i,  613.  2.  Virgilio,  Aen.,  iv,  101,  3.  quamvis,..  tota 
sit:  dallo  stcsso  Agostino  (Conf.,  i,  13,  22)  e  da  san  Girolamo  (Adv.  levin., 
i,  43,  in  Pair.  lat.y  23,  col.  286)  il  Petrarca  apprese  rinverosimiglianssa  cro- 
nologica  del  racconto  virgiliano  (cfr.  anche  Giustino,  EpiLt  xvm,  6,  1-7) 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO   TERZO-  153 

e  sozzo  cammino  e  spesso  volgendomi  indietro  tra  le  lagrime,  non 
ho  potuto  tenere  il  destro  viaggio.  E  fu  quando  Tebbi  abbandonato, 
allora,  proprio  allora,  che  accadde  quella  mutazione  de'  miei 
costumi. 

Ag.  Ma  in  quale  punto  della  tua  eta  ci6  accadde  ? 

Fr.  A  meta  del  fervore  delPadolescenza ;  e  se  attendi  un  mo- 
mento,  facilmente  ricorderc-  quale  fosse  allora  il  mio  anno  di  eta. 

Ag.  Non  richiedo  un  calcolo  cosi  esatto;  ma  piuttosto  precisa 
questo :  quando  ti  e  apparsa  per  la  prima  volta  la  belta  di  quella 
donna  ? 

Fr.  Oh,  si,  non  lo  dimenticherc-  mai. 

Ag.  Metti  dunque  in  relazione  i  due  tempi. 

Fr.  Veramente  il  suo  incontro  e  il  mio  traviamento  accaddero 
nello  stesso  tempo. 

Ag.  Ho  quel  che  voleva.  Credo  che  tu  stupisti,  che  ti  abbacin6 
gli  occhi  quelPinsolito  fulgore.  Si  dice  infatti  che  lo  stupore  e 
delPamore;  di  qui  trasse  quel  nostro  poeta  cosl  esperto  della  na- 
tura  il  suo:  «Stupl  al  primo  vederlo  la  sidonia  Didone»,  al  che 
segue  poi  Tespressione :  «Arde  d'amore  Didone.»  E  bench6  quella, 
come  sai  benissimo,  sia  tutta  una  narrazione  fantastica,  pure  il 
poeta,  anche  inventando,  tenne  presente  la  realta  naturale.  Ma  tu, 
essendoti  stupito  all'incontrarla,  per  quale  motivo  specialmente 
piegasti  per  la  sinistra  via? 

Fr.  Credo  perche"  appariva  piii  agevole  ed  aperta;  la  destra  in 
fatti  &  ardua  ed  angusta. 

Ag.  Dunque  temesti  la  fatica.  Ma  questa  donna  cosl  egregia, 
che  ti  figuri  sicurissima  guida  al  cielo,  perche"  quando  eri  esitante 
e  trepidante  non  ti  diresse  e,  come  si  suol  fare  con  gli  altri  ciechi, 
non  ti  tenne  per  mano,  non  ti  indic6  dove  avessi  a  passare? 

Fr.  Lo  fece  ella,  per  quanto  pote".  E  in  realta  non  agl  forse  in 
questo  senso  quando,  immobile  ad  ogni  preghiera,  invitta  contro 
ogni  seduzione,  conserv6  la  sua  onesta  di  donna  e,  a  malgrado  della 
sua  e  insieme  della  mia  etk,  a  malgrado  di  molte  e  varie  circostanze 
che  avrebbero  potuto  piegare  anche  uno  spirito  adamantino, 
rimase  inespugnabile  e  salda  ?  Senza  dubbio  quel  suo  animo  fem- 
minile  insegnava  a  un  uomo  il  dover  suo  e  procurava  che  a  per- 

e  trasse  argomento  a  difendere  la  fama  di  Didone  (cfr.  p.  es.  Tr.  d. 
10-2  e  154-9). 


154  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

pudicitie  stadium,  ut  verbis  utar  Senece,  vel  exemplum  deesset 
vel  convitium;  postremo,  cum  lorifragum  ac  precipitem  vidcrct 
deserere  maluit  quam  sequi. 

Aug.  Turpc  igitur  aliquid  interdum  voluisti:  quod  supra  nega- 
veras.  At  iste  vulgatus  amantium,  vel  ut  dicam  vcrius  amentium, 
furor  est,  ut  omnibus  merito  did  possit:  «volo,  nolo,  nolo,  volo». 
Vobis  ipsis,  quid  velitis  aut  nolitis,  ignotum  est. 

Fr.  Incautus  in  laqueum  offendi.  Siquid  tamen  olim  aliter 
forte  voluissem,  amor  etasque  coegerunt;  nunc  quid  velim  et 
quid  cupiam  scio,  firmavique  iantandem  animum  labantem. 
Contra  autem  ilia  propositi  tenax  et  semper  una  permansit,  quam 
constantiam  femincam  quo  magis  intelligo,  magis  admiror;  idque 
sibi  consilium  fuisse  si  unquam  dolui,  gaudeo  nunc  et  gratias  ago. 

Aug.  Semel  fallenti,  non  facile  rursus  fides  adhibenda  est.  Tu 
prius  mores  atque  habitum  vitamque  mutaveris  quam  animum 
mutasse  persuadeas,  Mitigatus  forte  sis  tu  lenitusque,  ignis  extinc- 
tus  certe  non  est.  Tu  vero  qui  tantum  dilecte  tribuis,  non  advertis, 
illam  absolvcndo,  quantum  te  ipse  condemnes  ?  1 11am  fateri  libet 
fuisse  sanctissimam,  dum  te  insanum  scelestumque  fateare;  illam 
quoque  felicissimam,  dum  te  eius  amore  miserrimum.  Hoc  enim, 
si  recordaris,  inceperam. 

Fr.  Recorder  equidem,  atque  id  ita  esse  negare  non  valeo  et, 
quo  me  sensim  deduxeris,  cerno. 

Aug.  Ut  cernas  apertius,  animum  intende.  Nichil  est  quod  eque 
oblivionem  Dei  contemptum  ve  pariat  atque  amor  rerum  tempora- 
lium;  iste  precipue,  quern  proprio  quodam  nomine  Amorem,  et 
(quod  sacrilegium  omne  transcendit)  Deum  etiam  vocant,1  ut 
scilicet  humanis  furoribus  excusatio  celestis  accedat  fiatque  divino 
instinctu  scelus  immane  licentius.  Nee  mirari  conveniet  tantum 
posse  hunc  affectum  in  pectoribus  humanis ;  ad  reliqua  enim  visa 
rei  species,  ac  sperata  fruendi  delectatio  et  proprie  vos  mentis  im 
petus  rapit.  In  amore  autem  et  hec  simul  et  mutuus  preterea  suc- 
cendit  affectus,  qua  spe  prorsus  amota,  amorem  ipsum  lentescere 
oportet.  Sic,  cum  alibi  ametis  duntaxat,  hie  etiam  redamamim, 
alternisque  velut  stimulis  mortale  pectus  impcllitur;  ut  non  fru- 


i.  iste .  .  vocant:  cfr.  Seneca,  Phaed.,  195-6:  «Deum  esse  amorem  turpis 
et  vitio  favens  Finxit  libido  .  .  . ». 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  155 

seguire  un  ideale  di  pudore  (per  usare  le  parole  di  Seneca)  non  mi 
mancasse  ne  Pesempio  ne  il  rimprovero.  Alia  fine,  vistomi  avere 
rotte  le  redini  e  in  fuga,  preferi  abbandonarmi  anzi  che  seguirmi. 

Ag.  Dunque  a  volte  hai  desiderate  qualche  cosa  di  disonesto: 
il  che  dianzi  negavi.  Ma  questo  e  il  solito  delirare  degli  amanti,  o 
dir6  meglio  dei  dementi;  di  tutti  i  quali  pu6  dirsi:  «  voglio, 
non  voglio :  non  voglio,  voglio  ».  Che  cosa  vogliate  e  non  vogliate  e 
ignoto  a  voi  stessi. 

Fr.  Sono  caduto  incauto  nel  laccio.  Ma  se  un  tempo  io  ebbi 
forse  altri  desideri,  mi  ci  indussero  P  amore  e  Peta;  ora  so  bene  quel 
che  voglio  e  quel  che  bramo,  ed  ho  finalmente  reso  saldo  Panimo 
oscillante.  Ella  al  contrario  rimase  sempre  tenace  nel  suo  propo- 
sito  e  sempre  la  stessa.  Costanza  femminile  che  tanto  piu  ammiro 
quanto  piti  riconosco ;  e  se  altra  volta  mi  dolsi  che  tale  fosse  il  vo- 
lere  suo,  ora  ne  godo  e  la  ringrazio. 

Ag,  A  uno  che  e  caduto  una  volta,  non  e  facile  si  presti  fe~ 
de  di  nuovo.  Tu  muterai  costumi  e  modo  di  vita,  innanzi  di  far 
credere  d'aver  mutato  1'animo.  Sara  forse  mitigato  e  attenuate 
il  tuo  fuoco,  ma  estinto  di  certo  non  e.  Ma  tu  che  attribuisci  tanto 
merito  alia  tua  Diletta,  non  avverti  quanto  condanni  te  assolvendo 
essa  ?  Giova  riconoscere  che  ella  sia  stata  santissima,  mentre  tu  ti 
confessi  folle  e  colpevole;  ed  anche  felicissima,  mentre  tu,  per  il 
suo  amore,  infelicissimo.  Cosl  infatti,  se  ricordi,  ho  incominciato. 

Pr.  Lo  ricordo  si,  e  non  oso  negare  che  sia  cosl,  e  veggo  dove  a 
poco  a  poco  mi  hai  fatto  arrivare. 

Ag.  Perch6  tu  lo  vegga  piu  chiaro,  attendi  qui.  Non  c'e  nulla 
che  produca  Poblio  e  la  trascuranza  di  Dio  al  pari  delPamore 
delle  cose  terrene;  di  quello  specialmente  che  chiamano  per  pro- 
prio  nome  Amore  e  (ci6  che  trascende  ogni  sacrilegio)  anche  dio : 
forse  per  addurre  una  scusa  celeste  ai  deliri  umani,  e  perch6  rim- 
mane  colpa  si  giustifichi  con  Paddurre  Pinflusso  divino.  N6  c'e 
da  stupirsi  che  tanto  possa  questo  sentimento  nei  petti  umani; 
agli  altri  beni,  infatti,  vi  trae  il  piacere  della  cosa  veduta,  lo  spe- 
rato  diletto  di  fruirne  e  Pimpeto  del  vostro  proprio  sentire.  Nel- 
P amore  invece  c'e  tutto  questo  insieme,  e  per  di  piu  si  accende 
un  mutuo  affetto;  che",  se  e  spenta  al  tutto  questa  speranza, 
anche  Pamore  conviene  si  attenui.  Cosl  dunque  se  negli  altri  casi 
siete  soltanto  amanti,  qui  siete  anche  amati,  e  il  petto  dei  mortali  e 
eccitato  quasi  da  stimoli  alterni;  talche"  mi  sembra  che  il  nostro  Ci- 


I$6  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

stra  Cicero  noster  dixisse  videatur  quod  « omnibus  ex  animi  pas- 
sionibus  profecto  nulla  est  amore  vehcmentior)).1  Valde  cquidem 
certus  erat  ubi  addidit  «  profecto  »,  is  qui  iam  quattuor  libris  Acha- 
demiam  defenderat  de  omnibus  dubitantcm. 

Fr.  Notavi  sepius  ilium  locum,  et  miratus  sum  quod  ita  ve- 
hementissimam  hanc  ex  omnibus  passionem  dixerit. 

Aug.  Minime  mirareris,  nisi  quia  animum  invasit  oblivio.  Ce- 
terum  brevi  admonitione  in  multorum  malorum  memoriam  re- 
vocandus  es.  Cogita  nunc  ex  quo  mcntem  tuam  pestis  ilia  corn- 
puit;  quam  repente,  totus  in  gemitum  versus,  eo  miseriarum  per- 
venisti  ut  funesta  cum  voluptate  lacrimis  ac  suspiriis  pascereris; 
cum  tibi  noctes  insomnes  et  pernox  in  ore  dilecte  nomen;  cum 
rerum  omnium  contemptus  viteque  odium  et  desiderium  mortis ; 
tristis  et  amor  solitudinis  atque  hominum  fuga;  ut  de  te  non 
minus  proprie  quam  dc  Bellorophonte  illud  homericum  dici  posset: 

qui  miser  in  campis  merens  errabat  alienis 
ipse  suum  cor  edens^  hominum  vestigia  vitans* 

Hinc  pallor  et  rnacies  et  languescens  ante  tempus  flos  etatis; 
turn  graves  eternumque  madentes  oculi,  turn  confusa  mens  et 
turbata  quies  in  somnis;  et  donnientis  flebiles  querele,  ac  vox 
fragilis  luctu  rauca,  fractusque  et  interruptus  vcrborum  sonus, 
et  quicquid  tumultuosius  aut  miserius  fingi  potest.  Hec  ne  tibi 
videntur  signa  sanitatis?  Quid  quod  ilia  tibi  festos  lugubresque 
dies  inchoavit  et  clausit  ?  Ilia  adveniente  sol  illuxit,  illaque  abcunte 
nox  rediit.  Illius  mutata  frons  tibi  animum  mutavit;  letus  et 
mestus  pro  illius  varietate  factus  es.  Denique  totus  ab  illius  ar- 
bitrio  pependisti.  Scis  me  vera  et  vulgo  etiam  nota  memorare. 
Quid  autem  insanius  quam,  non  contentum  present!  illius  vultus 
effigie,  unde  hec  cunta  tibi  provenerant,  aliam  fictam  illustris  ar- 
tificis  ingenio  quesivisse,  quam  tecum  ubique  circumferens  ha- 
beres  materiam  semper  immortalium  lacrimarum?3  Veritus  ne 

1.  Cicerone,  Tusc.,  iv,  35,  75:  « omnibus  cnim  ex  animi  perturbationibus 
est   profecto    nulla   vehementior » ;  dove  -  oSvServa  il  Petrarca  -  profecto, 
« senza  dubbio »,  sta  a  indicate  un  grado  di  certezza  notevole,  in  chi  se- 
condo  la  dottrina  della  nuova  Accademia  asseriva,  come  Cicerone,  che  la 
conoscenza  umana  non  pu6  giungere  a  certezza  ma  solo  seguire  il  probabile. 

2.  Sono  due  versi  di  Omero  (IL,  vi,  201-2)  che  il  Petrarca  cita  qui  nella 
traduzione   di   Cicerone   (Tusc.,   m,    26,    63:    «...  errabat  Aleis ...»); 
cfr.  Rime,  cxxix,  2-3 :  « ch'ogni  segnato  calle  Provo  contrario  a  la  tran- 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  157 

cerone  non  abbia  avuto  torto  di  dire  che  di  tutte  le  passioni  delPa- 
nimo  di  certo  nessuna  e  piu  veemente  dell'amore.  Doveva  esserne 
ben  sicuro,  se  ha  aggiunto  quel  «di  certo  »  lui,  che  per  quattro  libri 
aveva  preso  le  difese  delPAccademia,  che  dubitava  d'ogni  questione. 

Fr.  Ho  notato  piu  volte  quel  passo  e  mi  sono  stupito  che  cosl 
chiamasse  questa  passione  piu  veemente  di  tutte. 

Ag.  Non  ti  meraviglieresti  punto,  se  non  fosse  che  Poblio  ti 
ha  invaso  Panimo;  certo  hai  bisogno  di  essere  richiamato  con  un 
breve  ammonimento  alia  memoria  di  molti  mali.  Ricorda  ora 
come  d'un  subito,  dal  punto  che  questo  malanno  s'insignori 
della  tua  mente,  volto  tutto  al  pianto,  giungesti  a  tal  estremo  d'in- 
felicita,  che  con  una  mortale  volutta  ti  pascevi  di  lagrime  e  di 
sospiri:  quando  le  notti  ti  passavano  insonni  e  restava  sul  tuo 
labbro  il  nome  dell'amata;  quando  ti  sorse  aborrimento  per  ogni 
cosa,  Podio  della  vita  e  il  desiderio  della  morte;  e  il  triste  amore 
della  solitudine  e  il  fuggire  dagli  uomini ;  si  che  non  meno  propria- 
mente  si  poteva  dire  di  te  quello  che  Omero  disse  di  Bellerofonte 
«il  quale  errava  triste  e  piangente  per  stranieri  campi,  rodendosi 
il  cuore  ed  evitando  le  vestigia  umane».  Di  qui  il  pallore  e  la  ma- 
grezza  e  il  languire  anzi  tempo  del  fiore  della  giovinezza;  e  allora 
gli  occhi  tristi  e  perpetuamente  umidi;  allora  la  mente  ottene- 
brata  e  turbata  la  pace  dei  sonni ;  flebili  lamenti  se  dormivi,  voce 
fioca  e  roca  pel  pianto ;  spezzato  e  interrotto  il  suono  delle  parole, 
e  quanto  di  piu  affannoso  e  dolente  si  possa  immaginare.  Ti  paio- 
no  questi  segni  di  salute  ?  Che  dire  del  fatto  che  ella  ti  recava  e  ti 
toglieva  la  letizia  e  la  tristezza  delle  giornate?  Al  suo  apparire 
splendeva  il  sole,  e  al  suo  allontanarsi  tornava  la  notte.  II  mutare 
del  suo  ciglio  ti  mutava  Panimo ;  a  seconda  del  suo  variare  ti  fa- 
cevi  lieto  o  mesto;  insomma  dipendevi  in  tutto  dal  suo  arbitrio. 
Sai  che  enumero  cose  vere  e  note  anche  al  volgo.  E  ancora:  qual 
maggior  follia  di  quando,  non  contento  di  contemplare  di  presenza 
le  sembianze  da  cui  ti  erano  derivati  tutti  questi  mali,  te  ne 
procurasti  un'altra  dipinta  dal  genio  di  un  artista  famoso;  e  la 
portavi  teco  per  tutto,  per  avere  sempre  occasione  di  perpetue 
lagrime.  Temendo  forse  non  avessero  a  inaridirsi,  cercasti  con  ogni 

quilla  vita».  3,  aliam  .  .  .  lacrimarum:  il  ritratto  della  bella  e  motive  gia 
diffuse  nella  poesia  provenzale  e  quindi  siciliana ;  nelle  Rime  del  Petrarca 
cfr.  i  sonetti  LXXVII,  LXXVIII  per  il  ritratto  di  Laura,  fattole  da  Simone 
Martini  tra  il  1339  e  il  1344. 


158  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

fortassis  arescerent,  irritamenta  earum  omnia  vigilantissimc  co- 
gitasti,  negligenter  incuriosus  in  reliquis.  Aut  —  ut  omnium  deli- 
rationum  tuarum  suprcmum  culmcn  attingam  et,  quod  paulo 
ante  comminatus  sum,  pcragam  —  quis  dignc  satis  exccretur  ant 
stupeat  hanc  alienate  mentis  insaniam  cum,  non  minus  nominis 
quam  ipsius  corporis  splendore  captus,  quicquid  illi  consonum 
fuit  incredibili  vanitate  coluisti?  Quam  ob  causam  tanto  opere 
sive  cesarcam  sive  poeticam  lauream,  quod  ilia  hoc  nomine  vo- 
caretur,  adamasti;  ex  eoque  tcmporc  sine  lauri  mentione  vix  ul- 
lum  tibi  carmen  effluxit,  non  aliter  quam  si  vel  Penci  gurgitis 
accola  vel  Cirrei  verticis  saccrdos  existeres.  Denique  quia  cesti- 
rcam  spcrare  fas  non  crat,  lauream  poeticam,  quam  studiorum 
tuorum  tibi  meritum  promittebat,  nichilo  modestius  quam  do 
minant  ipsam  adamaveras  concupisti;  ad  quam  adipiscendam, 
quanquam  alis  ingenii  subvectus,  quanto  tamen  cum  labore  per- 
veneris,  tccum  ipse  recogitans  perhorresces.  Nee  me  latet,  quo- 
niam  responsioni  paratum,  et  adhuc  hisccrc  mcditantem  video, 
quid  tibi  nunc  in  animo  versetur.  Cogitas  nempe  te  his  studiis 
aliquanto  prius  quam  ctitim  arderes  deditum  fuisse  poetieumque 
illud  decus1  ab  annis  puerilibus  animum  excitasse:  quod  ego 
quidem  nee  infitior  nee  ignoro.  Verumenimvero  et  multis  retro 
seculis  obsolefactus  mos,  atque  hec  etas  studiis  talibus  adversa, 
et  longarum  discrimina  viarum,  quibus  usque  ad  limen  non  car 
eens'  modo  sed  mortis  accessisti,  aliaque  non  minus  violenta  for 
tune  obstacula  propositum  retardassent,  seu  forsitan  irritassent, 
nisi  predulcis  nominis  memoria  iugiter  animum  intcrpellans,  ce- 
teris  curarum  sarcinis  excussis  per  terras  et  maria  inter  tot  diffi- 
cultatum  scopulos  Romam  te  Neapolimque  traxisset,  ubi  tandem, 
quod  tanto  ardorc  cupiebas,  adeptus  es.  Que  omnia,  sicui  me- 
diocris  furoris  argumenta  videantur,  ipsum  ego  nxm  mediocriter 
furcre  ccrtus  ero.  lam  vero  sciens  ilia  pretereo,  que  ex  Eunucho 
Terrentii  mutuari  non  puduit  Ciceronem,  ubi  ait: 

in  amore  hec  omnia  insimt  vitia:  iniurie, 
suspitiones,  mimicitie^  indutie, 
helium,  pax  rursum  .  .  .3 


1.  poeticum  .  .  .  decus:  la  corona  d'alloro,  che  il  Petrarca  ciruse  in  Campido- 
#Ho  T8  aprile  1341,  dopo  essersi  incontrato  a  Napoli  con  re  Roberto. 

2.  Terenssio,  Eun.,  59-61;  versi  citati  da  Cicerone,  Tusc.,  iv,  35,  76. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   TERZO  159 

diligenza  tutto  ci6  che  le  provocasse,  trascurato  e  negligente  in  ogni 
altra  cosa.  Ovvero  —  per  giungere  al  supremo  colmo  dei  tuoi 
deliri  e  per  compiere  quanto  poco  addietro  ti  ho  minacciato — 
chi  potra  condannare  adeguatamente  quell'insania  di  una  mente 
stravolta  e  stupirsene,  quando  tu,  conquistato  dallo  splendore 
non  meno  del  suo  nome  che  del  suo  corpo,  con  incredibile  vanita 
hai  adorato  ogni  cosa  che  a  quello  consonasse  ?  Per  la  seguente  ra- 
gione  hai  cotanto  amato  la  laurea  o  degli  imperatori  o  dei  poeti; 
perch6  con  tal  nome  ella  si  chiamava ;  e  da  quel  tempo  non  ti  usci, 
credo,  dalla  penna  alcuna  poesia,  senza  che  vi  fosse  menzione 
deH'alloro,  non  altrimenti  che  se  fossi  un  rivierasco  del  fiume  Pe- 
neo  o  un  sacerdote  del  vertice  di  Cirra.  Alia  fine,  poich6  la  cesarea 
non  ti  era  lecito  sperare,  almeno  la  laurea  poetica,  che  il  merito 
de'  tuoi  studi  ti  prometteva,  bramasti  non  piu  moderatamente  di 
quanto  avessi  amata  la  Donna  stessa,  e  ricordando  ora  fra  te  e  te 
con  quanta  fatica  pervenisti  ad  ottenerla  bench6  sorretto  dalPali 
dell'ingegno,  ne  inorridirai.  Non  mi  sfugge,  mentre  ti  veggo 
preparato  a  rispondere  e  sul  punto  d'aprir  bocca,  ci6  che  ti  passa 
nell'animo.  Pensi  infatti  che  ti  eri  dedicate  a  questi  studi  alquanto 
prima  che  anche  amassi;  e  che  quell'onore  poetico  ti  aveva  ecci- 
tato  1'animo  sin  dagli  anni  puerili :  il  che  io  in  veritk  n6  pongo  in 
forse  n6  ignoro.  Ma  non  c'&  dubbio  che  per  essere  questa  una  co- 
stumanza  scaduta  da  molti  secoli,  e  per  essere  la  presente  eta 
avversa  a  tali  studi ;  e  per  i  pericoli  delle  lunghe  vie,  onde  giungesti 
alle  soglie  non  solo  del  carcere  ma  della  morte,  e  per  altri  ostacoli 
della  fortuna  non  meno  aspri,  il  tuo  proposito  si  sarebbe  ritar- 
dato  o  forse  frustrato,  se  la  memoria  di  quel  dolcissimo  nome, 
continuamente  incalzandoti  Panimo  e  togliendoti  il  fascio  delPaltre 
cure,  per  terre  e  per  mari  tra  gli  scogli  di  tante  difficoltk  non  ti 
avesse  tratto  a  Roma  e  a  Napoli,  ove  finalmente  quello,  che 
cosi  ardentemente  desideravi,  conseguisti.  Chi  tutto  ci6  non  giu- 
dicasse  indizio  di  grave  pazzia,  son  certo  che  da  grave  pazzia  do- 
vrebbe  dirsi  afflitto  anche  lui.  Tralascio  poi  di  proposito  ci6  che 
Cicerone  non  isdegn6  di  derivare  dall'Eunuco  di  Terenzio,  ove 
dice:  «NelPamore  ci  sono  tutti  i  seguenti  mali:  ingiurie,  sospetti, 
litigi,  tregue,  guerra  e  poi  di  nuovo  pace. » Riconosci  nelle  parole  di 


l6o  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

Recognoscis  in  illius  verbis  insanias  tuas,  precipueque  zelum 
quod,  sicut  inter  passiones  amor,  sic  in  hac  peste  primas  partcs 
obtinere  non  ambigitur.  Sed  occurres  forsitan  et  dices :  —  Hec 
ita  esse  non  infitior,  sed  aderit  ratio,  cuius  hec  vitia  tempercntur 
arbitrio.  —  lam  ita  te  responsurum  ille  previderat,  ubi  addidit: 

incerta  hec  si  tu  postules 
ratione  certa  facere,  nichilo  plus  agas 
quam  si  des  operam,  ut  cum  ratione  insanias.1 

Hoc  equidem  dicto,  quod  absque  dubitationc  verissimum  sentis, 
omnibus  nisi  fallor  evasionibus  tuis  obviatum  est.  He  atque 
huiuscemodi  sunt  in  amore  miserie,  quarum  accurata  dinumeratio 
nee  experto  necessaria  est,  nee  credibilis  inexperto.  Ilia  tamen  est 
omnium  precipua  (ut  ad  propositum  vertar)  quod  Dei  suique 
pariter  oblivionem  parit.  Quomodo  enim  tot  malorum  molibus 
incurvatus  animus  ad  ilium  unum  purissimumquc  veri  boni  fon- 
tern  rcptando  perveniet?  Que  cum  ita  sint,  mirari  iam  desine 
nullam  vehementiorem  animi  passionem  M,  Tullio  visam  esse. 

Fr.  Victus  sum,  fateor,  quoniam  cunta,  quc  memoras,  de  me- 
dio  experientie  libro  michi  videris  excerpsisse.  Itaque  libet,  quo 
niam  terrentiani  Eunuchi  mcntionem  fecisti,  ex  eodem  loco  sump- 
tarn  inseruisse  querimoniam  : 

o  indignum  f acinus !  Nunc  ego, 

me  miserum  sentio^ 

et  tedet  et  amore  ardeo,  et  prudens  sciens, 
vivus  vidensque  pereo;  ncc  quid  agam  scio.2 

Libet  et  eiusdem  poete  verbis  a  te  consilium  flagitare: 
proinde  dum  tempus  est,  etiam  atque  etiam  cogita.3 

Aug.  Ego  quoque  terrentianis  tibi  responsum  verbis  dabo :  que 
enim 

.  .  ,  res  in  $e  neque  consilium  neque  modum 
habet  ullum,  earn  consilio  regere  non  potes^ 

Fr.  Quid  igitur  faciam  ?  desperabimus  ne  ? 

Aug.  Omnia  prius  tentanda  sunt.  Quid  autem  nunc  probati 

i.  Terenzio,  Eun.t  61-3;  versi  citati  con  i  precedent!  nello  stesso  luogo 
di  Cicerone,  2.  Terenzio,  Bun,,  70-3.  3.  Tcrenzio,  Bun.,  56.  4.  Te- 
renzio,  Eun.}  57-8. 


IL    MIO    SEGRETO   -    LIBRO    TERZO  l6l 

lui  le  tue  pazzie,  e  principalmente  la  gelosia  che,  come  tra  le 
passioni  Pamore,  cosl  in  questo  malanno  senza  dubbio  tiene  il 
primo  luogo.  Ma  mi  preverrai  forse  e  dirai :  —  Non  pongo  in  dubbio 
che  cosl  sia:  ma  interverra  la  ragione,  al  cui  comando  i  vizi  si  mo- 
derano. —  Che  cosl  tu  risponderesti,  il  poeta  aveva  gia  previsto 
quando  aggiunse :  «  Se  tu  chiedi  di  render  coerenti  con  la  ragione 
queste  contraddizioni,  non  fai  punto  diversamente  che  se  tentassi 
di  impazzire  assennatamente. »  Detto  questo,  che  senza  dubbio 
tu  senti  verissimo,  a  tutte  le  tue  scappatoie,  se  non  m'inganno, 
e  stato  posto  il  fermo.  Questi  e  simili  sono  i  guai  deH'amore,  la  cui 
accurata  enumerazione  n6  par  necessaria  a  chi  Tha  provato,  n6 
credibile  a  chi  non  ne  sa.  Tuttavia  il  piu  grave  di  tutti  (per  ri- 
tornare  al  proposito)  si  e  che  se  ne  genera  la  trascuranza  di  Dio 
insieme  e  di  se  stessi.  Come  infatti  un  animo,  trascinantesi  curvo 
sotto  il  peso  di  tanti  mali,  potra  giungere  a  quelPunico  e  purissimo 
fonte  del  vero  bene  ?  Cosl  stando  le  cose,  non  meravigliarti  oltre  se 
a  Marco  Tullio  nessuna  passione  deH'animo  &  parsa  piu  violenta. 

Fr.  Sono  vinto,  lo  confesso;  perch6  tutto  ci6  che  hai  detto, 
pare  che  me  Tabbi  tratto  dal  libro  della  mia  esperienza.  Mi  piace 
pertanto,  dacche"  hai  fatto  menzione  delVEunuco  di  Terenzio, 
aggiungere  un  lamento  desunto  dallo  stesso  luogo.  «  Oh  vergognosa 
colpa!  Talora  mi  sento  infelice,  talora  odio,  talora  ardo  d'amore, 
e  prudente  e  consapevole  e  ben  vivo  e  ad  occhi  aperti  perisco; 
n6  so  che  mi  fare. »  Anche  mi  piace  chiederti  consiglio  con  le  pa 
role  dello  stesso  poeta:  «Perci6,  mentre  &  tempo,  pensaci  e  ripen- 
saci. » 

Ag.  Ed  anch'io  ti  risponder6  con  parole  terenziane:  «Quella 
faccenda  che  in  se"  non  ha  ne"  saggezza  ne"  misura,  non  potrai  con 
la  saggezza  governarla. » 

Fr.  Che  far6  dunque?  Mi  dovr6  disperare? 

Ag.  Prima  deve  essere  tentato  ogni  rimedio.  Ascolta  ora  dun- 


162  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

consilii  michi  sit,  breviter  accipe.  Nosti  de  hac  re  non  tantum  ab 
egregiis  philosophis  singulares  tractatus,  sed  ab  illustribus  poetis 
integros  libros  esse  composites,  qui,  ubinam  querendi  qualiter  ve 
sint  intelligendi,  tibi  presertim,  qui  harum  rerum  magistcrium 
profiteris,  ingerere  iniuriosum  fuerit;  qualiter  autem  lecta  intcl- 
lectaque  in  salutem  tuam  vertenda  sint,  admonuisse  forsitan  non 
erit  alienum.  Primum  igitur,  quod  ait  Cicero,  nonnulli  <cvetcrem 
amorem  novo  amore  tanquam  clavum  clavo  eiciendum  putant».x 
Cui  consilio  et  magister  amoris  Naso  consentit,  regulam  afferens 
generalem  quod: 

successor e  novo  vincitur  otnnis  amor." 

Et  procul  dubio  sic  est.  Disgrcgatus  et  in  multa  distractus  ani 
mus  segnior  vertitur  ad  singula.  Sic  Ganges,  ut  aiunt,  a  rcge  Per- 
sarum  innumerabilibus  alveis  distinctus,  atque  ex  uno  metuen- 
doque  flumine  in  multos  spernendos  rivulos  sectus  est.3  Sic  sparsa 
acies  penetrabilis  hosti  redditur;  sic  diffusum  lentescit  incen- 
dium,  dcnique  omnis  vis,  ut  unita  crescit,  sic  dispersa  minuitur. 
At  contra  quid  hie  michi  videatur  intellige.  Valde  siquidem  mc- 
tuendum  est  ne,  dum  ex  una  eaque  (si  dici  fas  est)  nobiliori  pas- 
sione  subtraheris,  dilabcris  in  plurimas,  et  ex  amante  mulierosus 
vagus  et  instabilis  fias ;  meo  nempe  iudicio  si  inevitabiliter  pereun- 
dum  sit,  nobiliori  morbo  periisse  solatium  est.  Quid  igitur  con- 
sulam,  queres.  Colligerc  animum  et  effugere,  si  possis,  ac  de  car- 
cere  in  carcerem  commigrare  non  improbo.  Spes  enim  forsitan 
in  transitu  libertatis  fuerit,  aut  levioris  imperil.  Ereptum  vero  uni 
iugo  collum  per  infinita  sordidorum  servitiorum  genera  circum- 
ferre  non  laudo. 

Fr.  Pateris  ne,  medico  perorante,  egrum  morbi  sui  conscium 
aliquid  interloqxii  ? 

Aug.  Quidni  patiar?  Multi  cnim  egrotantis  vocibus,  quasi 
quibusdam  inditiis,  ad  inquisitionem  oportuni  remedii  penetra- 
runt. 

Fr.  Hoc  igitur  unum  scito,  me  aliud  amare  non  posse,  Assuevit 
animus  illam  admirari;  assueverunt  oculi  illam  intueri,  et  quic- 
quid  non  ilia  est,  inamenum  et  tenebrosum  ducunt.  Itaque  si  aliam 

i.  Cicerone,  Tusc.,  iv,  35,  75.  2.  Ovidio,  Rem.  am.,  462.  3.  Sic  Gan 
ges  .  .  .  est:  cfr.  Petrarca,  Fam.,  vm,  3,  i. 


IL   MIO   SEGRETO  -    LIBRO   TERZO  163 

que  in  breve  il  mio  sperimentato  consiglio.  Tu  sai  che  su  ci5  non 
solo  da  egregi  filosofi  sono  stati  scritti  appositi  trattati,  ma  da  illu- 
stri  poeti  libri  inter! ;  e  dove  questi  siano  da  cercare  e  come  da 
intendere  sarebbe  un'offesa  indicare  a  te  specialmente,  che  fai  pro- 
fessione  d'insegnare  tali  cose;  ma  non  sara  forse  fuor  di  luogo 
ammonirti  come  i  precetti  letti  ed  appresi  tu  debba  volgere  alia  tua 
salvezza.  In  primo  luogo,  dunque,  dice  Cicerone,  molti  «pensano 
di  scacciare  Tantico  amore  con  un  nuovo,  come  chiodo  con  cbiodo ». 
A  questo  consiglio  consente  il  maestro  d'amore  Ovidio,  adducendo 
la  regola  generale  che  <c  con  uno  nuovo,  che  gli  succeda,  si  vince 
ogni  amore ».  E  senza  dubbio  cosi  6.  L'animo  dissipato  e  distratto 
in  molti  oggetti  piu  fiaccamente  si  volge  a  ciascuno.  Cosi  il  Gange 
(a  quanto  si  narra)  fu  diviso  da  un  re  persiano  in  innumerevoli 
corsi,  e  d'un  solo  e  pauroso  fiume  fu  ridotto  in  molti  rivoli  senza 
importanza.  Cosi  una  schiera  sparpagliata  diventa  penetrabile  al 
nemico,  cosi  un  incendio  diffuso  si  attenua;  cosi  ogni  forza, 
come  cresce  se  unita,  anche  diminuisce  se  dispersa.  Ma  intendi 
quello  che  a  me  in  contrario  ne  sembri.  In  tal  caso  £  molto  da  te- 
mere  che,  mentre  ti  sarai  sottratto  a  una  sola  ma  (se  si  pu6  dire) 
abbastanza  nobile  passione,  ne  venga  a  cadere  in  molte,  e  di  amante 
ti  muti  in  un  donnaiuolo  sfarfallante  e  volubile.  Laddove,  a  mio 
giudizio,  se  &  inevitabile  perire  &  di  conforto  perire  di  un  male  non 
ignobile.  Mi  chiederai  che  ti  consigli  dunque,  Raccogliere  le  forze, 
e,  se  lo  possa,  fuggire  e  trapassare  di  carcere  in  carcere  non  lo 
disapprove,  perche"  forse  nel  passaggio  puoi  avere  una  speranza  di 
Hberta  o  di  meno  tirannica  signoria;  ma  non  mi  piace  neppure  che 
il  collo,  sottratto  a  un  sol  giogo,  venga  poi  sottoposto  a  un'infinita 
serie  di  turpi  servitu. 

Fr.  Permetti  che,  mentre  discorre  il  medico,  interloquisca  un 
momento  il  malato  conscio  del  proprio  male  ? 

Ag.  Perch6  non  lo  permetterei?  Anzi  molti  medici  dalla  voce 
del  malato,  come  da  un  sintomo,  giungono  alia  scoperta  del  rime- 
dio  opportune. 

Fr.  Dunque  sappi  questo  solo:  che  io  non  potrei  amare  altro. 
L'animo  mi  si  &  abituato  ad  ammirare  colei ;  gli  occhi  mi  si  sono 
abituati  a  guardare  colei;  si  che  tutto  ci6  che  non  &  lei  giudicano 
inameno  ed  oscuro.  Pertanto  se  mi  comandi  di  amare  un'altra  per 


164  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

amare  iubcs,  ut  sic  ab  amore  liberer,  impossibilcm  michi  condi- 
tionem  obicis.  Actum  cst;  perii. 

Aug.  Sensus  hebet  et  appctitus  obtorpuit.  Nichil  ergo  cum 
admittere  valeas  introrsus,  cxtcriora  tibi  rcmedia  adhibenda  sunt. 
Potes  nc  igitur  in  animum  inducerc  fugam  cxilium  vc,  et  notorum 
locorum  caruisse  conspectu? 

Fr.  Licet  tcnacissimis  uncis  retrahar,  possum  tamen. 

Aug.  Si  hoc  potes  salvus  eris.  Quid  ergo  aliud  dicam,  nisi  vir- 
gilianum  versiculum  paucis  immutatis: 

Heu  fuge  dikctas  ten  as  ,  fuge  litus  amatum?1 

Quomodo  enim  unquam  his  in  loeis  tutus  esse  potoris,  ubi  tarn 
multa  vulnerum  tuorum  extant  vestigia,  ubi  et  presentium  con 
spectu  et  preteritorum  recordatione  fatigaris?  Ut  igitur  idem  ait 
Cicero:  «loci  mutatione,  tanquam  egroti  non  convalescentes,  cu- 
randus  eris».2 

Fr.  Vide,  oro,  quid  precipis.  Quotiens  enim,  convalescendi  avi- 
dus  atque  huius  consilii  non  ignarus,  fugam  retentavi!  et  licet 
varias  simulaverim  causas,  unus  tamen  hie  semper  peregrinatio- 
num  rusticationumque  mcarum  omnium  finis  erat  libertas  ;  quam 
sequens,  per  occidentem  et  per  septentrionem  et  usque  ad  Occeani 
terminos  longc  latcque  circumactus  sum.  Quod  quantum  michi 
profuerit,  vides.  Itaque  sepe  animum  tetigit  virgiliana  comparatio  : 

qualis  coniecta  cerva  sagitta, 
quam  procul  incautam  nemora  inter  Cresia  fixit 
pastor  agens  telis^  liquitque  volatile  ferrum 
nescius;  ilia  fuga  silvas  saltusque  peragrat 
S)  heret  lateri  letalis  harundo,3 


Huic  ergo  cerve  non  absimilis  factus  sum.  Fugi  enim,  sed  ma- 
lum  meum  ubique  circumferens. 

Aug.  Quid  a  me  nunc  prestolaris  ?  Ipse  tibi  respondisti. 

Fr.  Quo  pacto  ? 

Aug.  Quia  malum  suum  circumferenti  locorum  mutatio  la- 
borem  cumulat,  non  tribuit  sanitatem.  Potest  ergo  tibi  non  im- 
proprie  dici,  quod  adolescenti  cuidam,  qui  peregrinationern  nil  sibi 
profuisse  querebatur,  respondit  Socrates:  «Tecum  enim))  inquit 

i  .  Virgilio,  Aen*,  in,  44  («  heu  fuge  crudelis  terras,  fuge  litus  avarum  »).  2.  Ci 
cerone,  Tusc.,  iv,  35,  74  («  ...saepe  curandus  est  »).    3.  Virgilio,  Aen.,  iv,  69-73. 


IL   MIO    SEGRETO   -    LIBRO   TERZO  165 

cosi  liberarmi  dalPamore,  m'imponi  una  condizione  impossibile. 
£  fatta:  sono  perduto. 

Ag.  Ottuso  e  il  senso,  la  volonta  intorpidita.  Poi  che  non  sei 
capace  di  opporre  nulla  dal  di  dentro,  devi  usare  di  rimedi  esteriori. 
Puoi,  per  esempio,  disporre  il  cuore  alia  fuga  e  all'esilio  e  a  stare 
senza  la  vista  dei  noti  luoghi  ? 

Fr.  Benche  trattenuto  da  tenacissimi  appigli,  tuttavia  lo  potrei. 

Ag.  Se  lo  puoi,  sei  salvo.  Non  ho  dunque  da  dirti  altro  che  quel 
verso  virgiliano  di  poco  mutato:  «deh!  fuggi  le  dilette  terre,  fuggi 
il  lido  amato».  In  qual  modo  infatti  potresti  mai  essere  sicuro  in 
questi  luoghi,  dove  restano  tante  vestigia  delle  tue  ferite,  dove  sei 
oppresso  dalla  vista  delle  cose  present!  e  dal  ricordo  delle  pas- 
sate  ?  Come  appunto  dice  Cicerone  ancora :  «  devi  essere  curato  col 
mutar  luogo,  alia  guisa  dei  malati  cronici». 

Fr.  Bada  bene  a  ci6  che  mi  prescrivi.  Quante  volte  in  verita, 
desideroso  di  guarire  e  non  ignaro  di  codesto  rimedio,  ritentai 
la  fuga  e,  benche"  variamente  ne  simulassi  le  ragioni,  tuttavia 
questo  solo  era  sempre  il  fine  di  tutte  le  mie  peregrinazioni  e  di- 
more  campestri:  la  liberta.  E  a  raggiungerla  mi  sono  aggirato  in 
lungo  e  in  largo  per  Foccidente  e  per  il  settentrione  e  fino  ai 
termini  delPOceano.  Ma  quanto  ci6  mi  abbia  giovato,  tu  vedi. 
Per  il  che  spesso  mi  ha  percosso  Panimo  la  comparazione  virgiliana  : 
« come  una  cerva  trafitta  di  saetta,  cui  nei  boschi  cretesi  colpl  in- 
cauta  da  lungi  un  pastore  che  andava  inseguendola  con  1'arco  e 
che  in  lei  lascib  il  volante  dardo  senza  saperlo ;  trascorre  ella  in 
fuga  le  selve  e  i  balzi  dittei,  restandole  infitta  nel  fianco  la  freccia 
letale  ».  lo  son  fatto  dunque  non  dissimile  da  questa  cerva :  fuggii 
infatti,  ma  per  tutto  portando  in  giro  il  mio  male. 

Ag.  Che  attendi  ora  da  me?  Tu  stesso  ti  sei  risposto. 

Fr.  In  qual  modo  ? 

Ag.  Perch6  a  chi  porta  seco  il  proprio  male,  il  mutar  luogo 
aumenta  Paffanno,  non  reca  la  salute.  Pertanto  si  pu6  dire  esatta- 
mente  a  te  quello  che  a  un  giovanetto,  il  quale  si  lagnava  che  il 
viaggiare  non  gli  avesse  punto  giovato,  rispose  Socrate:  ccPerche 


l66  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

tfperegrinabaris)).1  Tibi  quidem  in  primis  sequestranda  vetus  hcc 
curarum  sarcina  et  preparandus  cst  animus;  turn  dcnique  fu- 
gicndum.  Hoc  cnim  non  in  corporibus  modo  sed  in  animis  quoque 
compcrtum  est;  quod  nisi  in  patiente  disposito  virtus  est  agentis 
inefficax.  Alioquin  ad  extremos  Indorum  fines  pcnetrare  quidem 
poteris,  semper  Flaccum  vera  locutum  fateberis,  ubi  ait: 

celum  non  animum  mutant,  qui  trans  mare  currunt* 

Fr.  Miro  modo  perplexus  sum.  Tu  enim,  dum  michi  curandi 
sanandique  animi  documenta  prebes,  curandum  prius  sanandum- 
que  predicas,  ac  demum  fugiendum.  Atqui  de  hoe  ipso  dubitatur, 
qualiter  sit  curandus.  Si  enim  euratus  est,  quid  ultra  queritur? 
si  autem  incuratus,  ubi  locorum  mutatio  (quod  tu  ipse  astruis) 
non  adiuvat,  die  expressius  quibus  remediis  utendum  est. 

Aug.  Non  curandum  sanandumque  sed  preparandurn  dixi  ani 
mum.  Ceterurn  sive  euratus  erit,  et  poterit  locorum  mutatio  pe- 
rennem  sanitatem  conservare ;  sive  non  dum  euratus  sed  preparatus 
tamen,  et  ipsam  eandem  aiferre  potest.  At  si  neutrum,  quid  nisi 
doloris  irritamcnta  prestabit  ista  mutatio  et  de  loco  in  locum  ere- 
bra  iactatio?  Non  dcsinam  Flaeco  testc  uti: 

. ,  .  ratio-'  inquit—  et  prudentia  curas 
non  locus  effusi  late  marts  arbiter  aufert.3 

Et  vere  sic  est.  Ibis  enim  spe  plenus  et  desiderio  revertendi, 
omnes  animi  laqueos  tecum  trahens.  Ubicunque  fueris,  quocun- 
que  te  verteris,  relicte  vultum  et  verba  contemplaberis  et,  quod 
est  amantum  infame  privilegium,  illam  absentem  absens  audies  et 
videbis.  Et  putas  amorem  his  subterfugiis  extinguere?  Michi 
crede.  Inardescit  utrinque  potius!  Hinc  ab  amoris  auctoribus  inter 
multa  precipitur  interponendas  amantibus  nonnunquam  brevis 
absentie  morulas,  ne  vicissim  fastidio  forte  presentie  et  assiduitate 
vilescant.  Hoc  igitur  moneo,  hoc  suadeo,  hoc  iubeo:  edocendum 
animum  dcponere  quc  premunt,  atque  ita,  sine  spe  reditus,  abeun- 
dum.  Tune  intelliges  quid  in  sanandis  animis  possit  absentia.  Quod 
si  locum  corpori  tuo  gravem  pestilentemque  sortitus,  perpetuis 
illic  morbis  inquietam  vitam  ageres,  nonne  irrediturus  effugeres  ? 

r.  Cfr.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  104,  7  (e  cfr.  28,  2).  2.  Orazio,  Epist.,  t, 
ii,  27.  3.  Orazio,  Epist>,  I,  n,  25-6, 


IL   MIO   SEGRETO   -    LIBRO    TERZO  167 

viaggiavi  con  te.»  Prima  di  tutto,  insomma,  tu  devi  porre  giu 
codesta  vecchia  soma  delle  tue  cure,  e  prepararti  1'animo;  allora 
finalmente  fuggire.  Perche  questo  e  stato  dimostrato  non  solo  nei 
riguardi  del  corpo,  ma  anche  delle  anime:  che  una  forza  agente 
non  e  efficace  se  non  in  un  paziente  predisposto.  Diversamente 
tu  potresti  giungere  anche  agli  estremi  confini  delP  India,  e  sempre 
riconosceresti  che  ha  espresso  il  vero  Orazio,  ove  disse :  «  Mutano 
il  cielo,  non  1'animo,  coloro  che  vanno  oltremare. » 

Fr.  lo  sono  in  grandissima  perplessita.  E  per  vero,  mentre  mi 
porgi  i  precetti  di  curarmi  e  di  guarire  1'animo,  mi  prescrivi  che 
prima  debba  curarlo  e  guarirlo,  e  finalmente  fuggire.  Ma  proprio 
di  ci6  si  fa  questioner  del  come  curarlo.  Se  infatti  e  guarito,  che 
altro  si  richiede  ?  Se  invece  non  e,  posto  che  il  mutare  di  luogo, 
come  tu  stesso  asserisci,  non  giova,  di'  piu  chiaramente  quali  sono 
i  rimedi  da  usare. 

Ag.  Non  ho  parlato  di  curare  o  di  guarire,  bensi  di  preparare 
1'animo.  Del  resto,  o  sara  guarito,  e  la  variazione  del  luoghi  gli 
potra  conservare  inalterata  la  salute,  o  non  sara  ancora  guarito 
ma  almeno  preparato,  e  gliela  potra  arrecare;  ma  se  non  sara  n6 
quello  n6  questo,  che  altro  se  non  inacerbimento  di  dolore  cagio- 
nera  codesto  variare  e  il  frequente  trasmutarsi  di  luogo  in  luogo  ? 
Continuo  a  giovarmi  della  testimonianza  di  Orazio :  «  Sono  la  ra- 
gione  e  la  prudenza  che  tolgono  1'ansia,  non  gia  un  luogo  che  do- 
mini  1'ampia  distesa  del  mare. »  E  veramente  cosl  e.  Te  ne  andrai 
pieno  di  speranza  e  di  desiderio  di  tornare,  traendo  teco  tutti 
i  lacci  dell'animo  tuo.  Ovunque  sarai,  ovunque  ti  volgerai,  vagheg- 
gerai  il  volto  e  le  parole  di  quella  che  hai  lasciata,  e  pur  lontano 
(com'e  tristo  privilegio  degli  amanti)  lei  lontana  udrai  e  vedrai. 
E  ti  pensi  con  tali  sotterfugi  estinguere  1'amore?  Credi  a  me: 
piuttosto  si  ravviva  nell'uno  e  nelPaltra.  Da  ci6  sono  indotti  i  pre- 
cettisti  d'amore,  tra  molte  altre  arti,  a  prescrivere  che  gli  amanti 
abbiano  a  interporre  di  quando  in  quando  alcuni  intervalli  di 
brevi  assenze,  affinch.6  non  si  abbiano  a  raffreddare  a  vicenda  con 
la  noia  della  assidua  presenza.  Questo  dunque  ti  consiglio,  questo 
ti  inculco,  questo  ti  comando :  di  ammaestrare  1'animo  a  porre  giu 
ci6  che  1'aggrava,  e  cosl  ad  andartene  senza  speranza  di  ritorno. 
Allora  capirai  quel  che  possa  la  distanza  nella  cura  degli  animi. 
Forse  che,  se  ti  capitasse  una  residenza  gravosa  e  dannosa  al 
corpo,  cosl  da  menare  una  vita  tormentata  da  continue  malattie, 


l68  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

Nisi  forte,  quod  valdc  permetuo,  maior  est  hominibus  corporis 
cura  quam  animi. 

Fr.  De  hoc  quidem  viderit  humanum  genus;  de  eo  autem  pro- 
fecto  nichil  cst  dubii  quin,  si  loci  vitio  in  morbos  incidissem,  salu- 
brioris  eos  loci  mutatione  depellercm.  Idcmque,  vcl  multo  magis, 
de  animi  morbis  optarem.  Sed  hcc,  ut  video,  difficilior  cura  est. 

Aug.  Hoc  utique  falsum  esse  magnorum  philosophorum  conscn- 
tit  autoritas;  idque  hinc  liquet  quod  morbi  animi  omnes  curari 
possunt,  nisi  eger  obluctetur;  corporei  autem  nulla  arte  curabiles 
multi  sunt.  Ceterum,  ne  nimis  abstrahar  ab  inccpto,  in  scntcntia 
persisto:  preparandum,  ut  dixi,  animum  instruendumque  di- 
lecta  relinquere,  nee  in  tergum  vcrti,  nee  assueta  respicere.  Ea 
dcmum  amanti  peregrinatio  tuta  est;  idque  tibi,  si  salvam  cupis 
animam  tuam,  noris  esse  faciendum. 

Fr.  Ut  quecunque  dixisti  percepisse  me  sentias:  imparato  am 
mo  peregrinationes  nil  conferunt,  paratum  sanant,  sanumque  cu- 
stodiunt.  Hcc  ne  triplicis  tui  dogmatis  summu  est? 

Aug.  Profecto  non  alia!  et  bene  diffusius  dicta  perstringis. 

Fr.  Atqui  prima  duo  sic  esse,  si  nullus  ostenderet,  ex  me  ipse 
perpenderem;  tcrtium  vero,  quid  sanato  iam  et  in  tutum  perducto 
animo  absentia  opus  sit,  non  intelligo;  nisi  forte  recidive  metus 
hoc  suasit  ut  diceres. 

Aug.  Id  ne  modicum  tibi  videtur?  quod  si  in  corporibus,  quanto 
magis  in  animis  formidandum  est!  Multo  enim  levius  periculo- 
siusque  revertitur.  Adeo  ut  vix  quicquam  secundum  naturam 
salubrius  a  Seneca  dictum  sit;  quam  quod  in  epystola  quadam 
ait:  «Ei  qui  amorem  exuere  conatur,  vitanda  est  omnis  admonitio 
dilecti  corporis »,  et  subicit  rationem:  « Nichil  enim  facilius  re- 
crudescit  quam  amor.))1  0  verissirnum  et  ex  intimis  experientie 
penetralibus  erutum  verbum!  In  quam  rem  nullum  ante  te  testem 
citaverim. 

Fr.  Verum  id  esse  fateor;  at,  si  advertis,  non  de  eo  qui  iam 
exuit,  sed  de  eo  qui  exuere  conatur,  ista  dicuntur. 


i.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL>  69,  3. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  169 

non  ne  fuggiresti  per  non  piu  tornarvi?  Se  non  che,  secondo  temo 
forte,  maggiore  6  negli  uomini  la  cura  del  corpo  che  dell'anima. 

Fr.  Questo  riguarda  il  genere  umano;  ma  per  Paltro  punto, 
non  c'e  dubbio  dawero  che  se  avessi  contratto  delle  malattie  per 
una  malsana  residenza,  le  scaccerei  col  mutar  di  luogo;  e  lo  stesso, 
anzi  molto  di  piu,  desidererei  delle  malattie  delPanima.  Ma  questa, 
a  quanto  veggo,  e  una  cura  piu  difficile. 

Ag.  Eppure  Pautorita  di  grandi  filosofi  conviene  nel  ritenere 
che  ci6  non  sia  vero:  come  e  manifesto  da  questo,  che  tutte  le  ma 
lattie  delPanimo  si  possono  curare,  se  Pammalato  non  vi  ricalcitra; 
molte  del  corpo  al  contrario  non  sono  in  alcun  modo  sanabili. 
Del  resto,  per  non  allontanarmi  troppo  dalPassunto,  insisto  nel- 
Popinione  che  sia  da  preparare  il  cuore,  come  ho  detto,  e  da  dispor- 

10  a  lasciare  le  cose  dilette,  senza  volgersi  addietro  a  riguardare 

11  passato.  Questo  si  che  e  per  un  amante  un  sicuro  peregrinare; 
e  se  desideri  salva  Panima  tua,  sappi  che  cosi  devi  fare. 

Fr.  Insomma  (perch6  tu  vegga  che  ho  ritenuto  tutto  ci6  che  hai 
detto) :  un  animo  non  predisposto,  del  viaggiare  non  si  giova  in 
nulla;  guarisce  uno  ben  disposto;  preserva  uno  sano.  Non  e 
questo  il  succo  del  tuo  triplice  precetto  ? 

Ag,  Proprio  non  altro ;  e  bene  hai  riassunto  ci6  che  diffusamente 
e  stato  detto. 

Fr.  Sta  bene ;  e  che  i  primi  due  sian  giusti,  se  pur  nessuno  lo 
dimostrasse,  da  me  stesso  lo  desumerei;  ma  il  terzo  —  in  che 
la  lontananza  necessiti  ad  un  animo  gia  risanato  e  condotto  al 
sicuro  —  non  lo  capisco ;  se  non  fosse  che  il  timore  d'una  ricaduta 
ti  abbia  indotto  a  dire  cosl. 

Ag,  E  ti  par  cosa  da  poco  codesta  ?  che  se  e  da  temersi  nei  corpi, 
quanto  sara  piu  negli  animi,  perche*  molto  piu  facile  e  pericoloso 
e  per  questi  il  ricadere.  Epperc-  non  disse  mai  Seneca  nulla  di  piu 
salutare  secondo  natura,  di  quando  affermo  in  un'epistola:  «Chi 
tenta  di  spogliarsi  delPamore,  deve  evitare  ogni  richiamo  alia  me- 
moria  del  corpo  amato»;  e  ne  aggiunge  la  ragione:  «perch6  nulla 
ha  piu  facile  recrudescenza  delPamore. »  0  verissima  parola  e  sgor- 
gata  dagli  intimi  penetrali  della  esperienza!  del  che  non  occorre 
citare  innanzi  a  te  alcun  testimonio! 

Fr.  Riconosco  che  e  verissimo,  ma,  se  ben  osservi,  questo  e 
detto  non  di  uno  che  g&  se  ne  sia  spogliato,  ma  di  chi  tenta  di 
spogliarsene. 


170  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

Aug.  De  eo  dixit,  ubi  propius  periculum  est;  in  quocunque 
cnim  vulnere  ante  cicatricem,  atquc  in  morbo  quolibct  ante  sani- 
tatem,  formidabilior  est  omnis  offensio;  nee  tamen,  etsi  ante  pcri- 
culosior  sit,  postea  tuto  contemnitur.  Et  quoniam  altius  in  animos 
penctrant  exempla  domestica,  quotiens  tu  ipse,  qui  loqueris,  in 
hac  ipsa  civitate,  que  malorum  tuorum  omnium  non  dicam  causa 
sed  officina  est,  postquam  tibi  convaluisse  videbaris,  et  magna  ex 
parte  convalueras  si  fugisses,  per  vicos  notos  incedens,  ac  sola 
locorum  facie  admonitus  veterum  vanitatum,  ad  nullius  occursum 
stupuisti,  suspirasti,  substitisti,  denique  vix  lacrimas  tenuisti.  Et 
mox  semisaucius  fugiens  dixisti  tecum:  «Agnosco  in  his  locis 
adhuc  latere  nescioquas  antiqui  hostis  insidias;  reliquie  mortis 
hie  habitant.))  Itaque,  si  me  audis,  quanquam  sanus  esses  (a  quo 
longissime  quidem  abcs),  in  his  loeis  habitare  diutixis  non  foret 
consilium.  Neque  enim  convenit  vinculis  egressum  circum  car- 
ceris  fores  oberrare,  cuius  dominus  insomni  studio  circuit  laqueos 
disponens,  illorum,  pedibus  presertim,  quos  effugisse  conqucri- 
tur;  cuius  omni  tempore  limen  apertum  est. 

Fadlis  des  census  Avcrni; 
noctes  atque  dies  patet  atri  ianua  Ditis.1 

Que  si  sanis  etiam,  ut  dixi,  quanto  accuratius  providenda  sunt 
his  quos  adhuc  morbus  non  deseruit,  quos  Seneca,  dum  hoc 
diceret,  respexit,  makmque  periculo  prebuit  consilium.  Illos  enim 
commemorare  supcrvacuum  erat,  qui  in  mediis  torrentur  ardo- 
ribus,  qui  de  salute  non  cogitant;  proximum  gradum  attigit  eo- 
rum,  qui  ardent  adhuc  sed  flammas  exire  meditantur.  Nocuit 
multis  ad  sanitatem  redeuntibus  parcissimus  haustus  aque,  qui 
ante  egritudinem  profuisset;  sepe  fatigatum  levis  motus  impulit, 
qui  viribus  integrum  non  movisset.  Quam  minima  sunt  interdum 
que  animum  emergentem  in  summas  miserias  reimpcllunt!  Con- 
specta  in  alterius  tergo  purpura  ambitionem  renovat;  visus  nummo- 
rum  acervulus  avaritiam  integrat;  spectata  corporis  species  luxu- 
riam  incendit;  levis  oculorum  flexus  amorem  dormitantem  excitat. 
He  nimirum  pestes  facile  in  animas,  propter  vestram  demcntiam, 


i.  Virgilio,  Aen,,  vi,   126-7. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  171 

Ag.  Lo  disse  di  colui  al  quale  piu  vicino  e  il  pericolo:  dacche 
in  qualsiasi  ferita  prima  che  si  cicatrizzi,  e  in  qualsiasi  malattia 
prima  che  guarisca,  ogni  recidiva  <b  piu  temibile;  ma  tuttavia, 
benche  prima  questa  sia  piu  pericolosa,  anche  dopo  non  si  pu6 
impunemente  trascurare.  E,  poich6  gli  esempi  che  ci  riguardano 
ci  penetrano  piu  profondamente  nelPanimo,  quante  volte  tu  stesso 
che  parli,  in  questa  stessa  citta,  che  &  non  dico  la  causa  ma  Foffi- 
cina  di  tutti  i  tuoi  mali,  dopo  che  gi&  ti  pareva  d'essere  sul  guarire, 
e  in  gran  parte  saresti  guarito  se  fossi  fuggito,  andando  per  le  note 
vie  e  dal  solo  aspetto  dei  luoghi  ammonito  delle  antiche  vanita, 
senza  che  alcuno  ti  apparisse,  stupisti,  sospirasti,  ti  soffermasti  e  a 
stento  trattenesti  le  lagrime :  e  gia  mezzo  ferito  dicesti  fra  te  fuggen- 
do : « Sento  che  in  questi  luoghi  si  celano  ancora  non  so  quali  insi- 
die  dell'antico  avversario ;  sento  che  qui  abitano  le  reliquie  della 
morte.))  Dunque,  se  mi  dai  retta,  ancorch6  fossi  sano  (dal  che 
veramente  sei  lontanissimo)  non  sarebbe  buon  consiglio  abitare 
piu  a  lungo  in  questi  luoghi:  perch6  non  conviene  ad  uno  che  6 
uscito  dai  ceppi  girovagare  intorno  alle  porte  del  carcere,  il  cui 
padrone  con  insonne  diligenza  va  aggirandosi  a  disporre  lacci, 
specie  sotto  i  passi  di  coloro  ch'egli  si  duole  gli  siano  sfuggiti,  e 
la  cui  porta  e  in  ogni  tempo  aperta :  « Facile  la  discesa  d' Averno : 
notte  e  giorno  e  schiusa  la  porta  del  nero  Dite. »  E  se  anche  i  sani, 
come  ho  detto,  a  ci6  debbono  provvedere,  quanto  piu  diligente- 
mente  coloro  che  il  male  non  ha  ancora  abbandonati;  e  a  questi 
ebbe  riguardo  Seneca  dicendo  cosl,  e  porse  consiglio  ov'era 
pericolo  maggiore.  Era  inutile,  infatti,  ammonire  coloro  che  bru- 
ciano  in  mezzo  agli  ardori  e  non  pensano  alia  salute  loro;  onde 
volse  il  primo  passo  invece  alia  schiera  piu  vicina  a  loro,  di  quelli 
che  ardono  tuttavia,  ma  che  pensano  di  uscire  dalle  fiamme.  A 
molti,  che  si  avviavano  a  guarire,  spesso  nocque  un  piccolo  sorso 
d'acqua,  che  prima  della  malattia  avrebbe  loro  giovato;  spesso 
una  lieve  spinta  abbatt6  chi  &  stanco,  e  che  nelFintegritk  delle  forze 
non  si  sarebbe  mosso.  Come  sono  minime  talvolta  le  cause  che 
risospingono  nella  somma  miseria  un  animo  che  cominciava  a 
uscirne!  La  porpora  mirata  sulle  altnii  spalle  ridesta  Fambizione ; 
il  vedere  un  mucchietto  di  danari  risveglia  Pavarizia;  il  contem- 
plare  la  bellezza  d'un  corpo  riaccende  la  lussuria;  un  lieve  girare 
d'occhi  desta  T  amore  ch'era  assopito.  Certo  questi  mali  vi  entrano 
sempre  facilmente  in  cuore  per  la  vostra  stoltezza ;  ma  poi  che  ne 


172  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

vcniunt;  at  postquam  scmel  iter  didicerunt,  multo  facilius  rcver- 
tuntur.  Que  cum  ita  sint,  non  tantum  locus  pcstifcr  rclinquendus, 
seel  quicquid  in  prctcritas  curas  animum  rotorquct,  summa  tibi 
diligcntia  fuglendum  cst;  ne  forte  cum  Orphco  ab  infcris  rcdicns 
rctroque  rcspiciens  rccupcratam  pcrdas  Euridicem,  Hoc  nostri 
consilii  summa  est. 

Fr,  Amplcctor  et  gratias  ago.  Scntio  cnim  languori  mco  consen- 
taneum  essc  rcmedium;  fugamque  iam  meditor,  seel  quo  potis- 
simum  cursum  dirigam,  incertus  sum. 

Aug.  Multe  tibi  undique  patent  vie,  multi  portus  in  circuitu. 
Scio  tibi  in  primis  Italiam  placere  et  natalis  soli  insitam  esse  dul- 
eedinem,  nee  immerito: 

nam  nequc  Medorum  ,«7w,  diiissima  terra, 
ncc  pulccr  Ganges  ^  atquc  auro  turhidus  Hcrmus 
laudibus  Italic  ccrtcnt,  non  Battra  nequc  Indi 
totaquc  thuricremis  Panchaia  pitigws  arenis,1 

Quod  quidem,  ab  egregio  poeta  non  minus  vere  dictum  quam 
diserte,  nuper  tu  ad  amicum  scripto  poematc  latius  extendisti.* 
Italiam  igitur  suadeo,  quod  moribus  incolarum  celoque  et  cir- 
cumfusi  maris  anxbitu  et  intcrsecantis  horas  Apennini  collibus  et 
omni  locorum  situ,  nulla  usquam  static  curis  tuis  oportunior 
futura  sit.  Ad  unum  vero  eius  angulum,  te  arctare  noluerim.  I 
modo  felix,  quocunque  te  fert  animus.  I  securus  et  propera,  nee 
in  tergum  deflexeris;  preteritorum  oblivisccns,  in  anteriora  con- 
tende.  Nimis  diu  iam  et  a  patria  et  a  te  ipso  exulasti.  Tempus  est 
revertendi,  «advesperaseit  cnim  et  nox  est  arnica  predonibus  ».3 
Verbis  tuis  te  commoneo,  Restat  unum;  quod  pene  iam  oblitus 
eram.  Tarn  diu  cavendam  tibi  solitudinem  scito,  donee  sentias 
morbi  tui  nullas  superesse  reliquias*  Ubi  enim  rustieationes  nichil 
tibi  profuisse  memorasti,  minime  mirari  decuit,  Quid  remedii, 
queso,  in  rure  solitario  ae  reposto  reperire  crederes?  Fateor, 
sepe  dum  solus  co  fugcres  suspirans  urbemque  respectans,  irrisi 
ex  alto,  et  dixi  mecum:  «En  ut  huic  misero  letheam  Amor  intulit 
caliginem,  et  pueris  omnibus  notissimorum  versuum  abstulit  me- 
moriam!  Morbum  fugiens  currit  ad  mortem!)) 

1.  Virgilio,    Georg.,  n,    xs6-9  («sed  neque  .  .  .  turiferis  Panchaia  ...»). 

2.  Quod  quidem  .  .  .  extendisti:  allude  all'epistola  inviata  al  curdinalc  Aldo- 
brandini,  vescovo  di  Padova,  reduce  da  un  lungo  viaggio  in  Europa,  per 


IL  MIO  SEGRETO  •  LIBRO  TERZO  173, 

hanno  una  volta  conosciuta  la  via,  molto  piu  facilmente  vi  ritor- 
nano.  Cosi  stando  le  cose,  non  hai  solo  da  abbandonare  un  luogo 
cosl  dannoso,  ma  devi  con  ogni  somma  diligenza  fuggire  qualsiasi 
cosa  ti  riadduca  Fanimo  ai  passati  affetti,  si  che  al  pari  di  Orfeo 
uscendo  dall'inferno  e  guardandoti  addietro,  tu  non  perda  la  ri- 
cuperata  Euridice.  Quest' e  la  conclusione  del  mio  consiglio. 

Fr.  L'accolgo  e  ne  sono  grato,  perche  sento  che  e  un  rimedio 
adatto  alia  mia  fiacchezza;  e  gia  penso  a  fuggire,  ma  son  incerto 
ove  sia  meglio  dirigere  il  cammino. 

Ag.  Molte  vie  d'ogni  parte,  molti  porti  ti  si  aprono  intorno. 
So  che  soprattutto  ti  piace  1?  Italia,  e  che  ti  e  fitta  dentro  la  dolcezza 
del  suolo  patrio;  n6  a  torto:  «poich6  ne"  le  selve  dei  Medi,  terra  ric- 
chissima,  n6  il  bel  Gange,  n6  1'Ermo  biondeggiante  d'oro,  n6  la  Bat- 
triana,  n6  1' India  e  tutta  la  Pancaia  pingue  d'incensi  nelle  sue  arene, 
possono  gareggiare  di  pregi  con  P  Italia  ».  Questo  concetto  esposto 
da  un  eccelso  poeta  con  non  minore  verita  che  splendore,  tu  Thai 
di  recente  sviluppato  in  un  carme  diretto  a  un  amico.  Dunque  ti 
consiglio  1' Italia,  perche"  e  per  le  costumanze  degli  abitanti,  e  per  il 
cielo  e  per  lo  spaziare  del  mare  che  la  circonda,  e  per  i  colli  del- 
TAppennino  che  ne  svariano  i  lidi,  e  per  ogni  aspetto  dei  luoghi, 
nessun'altra  dimora  sarebbe  piu  opportuna  ai  tuoi  affanni.  Non 
che  ti  voglia  confinare  in  un  solo  angolo  di  essa;  ma  vanne  tosto 
felice,  ove  ti  porta  il  volere.  W  franco  e  affrettati,  n6  volgerti 
addietro:  dimenticando  ci6  che  &  passato,  tendi  a  ci6  che  ti  sta 
innanzi.  Gia  troppo  a  lungo  esulasti  sia  dalla  patria  sia  da  te  stesso ; 
or  e  tempo  di  rientrare,  «perch£  si  fa  sera,  e  la  notte  e  arnica  ai 
predoni».  Ti  ammonisco  con  le  tue  parole.  Resta  un  solo  punto, 
di  cui  quasi  m'ero  gia  dimenticato :  bada  di  evitare  la  solitudine, 
fino  a  tanto  che  tu  senta  che  non  ti  rimangono  piu  tracce  della  tua 
malattia.  Quando  infatti  dicevi  che  lo  stare  in  campagna  non  t'avea 
giovato  a  nulla,  non  avevi  di  che  stupirti.  Qual  rimedio  mai  potevi 
credere  di  ritrovare  in  una  campagna  solitaria  e  remota?  Ti  con- 
fesso  che  sovente,  quando  vi  fuggivi  solingo,  sospirando  e  guar- 
dando  addietro  alia  citta,  io  ti  irrisi  dalP  alto  e  dissi  tra  me:  «Ecco 
come  su  questo  infelice  1'amore  addens6  una  caligine  degna  di 
Lete,  e  gli  tolse  la  memoria  di  un  verso,  che  pure  e  noto  a  tutti  i 
ragazzi.  Per  fuggire  la  malattia  corre  alia  morte. » 

dimostrare  Teccellenza  dei  pregi  d'ltalia  (Epyst.  metr.t  in,  25).     3.  Pe- 
trarca,  Psalm,  penit.,  m,  io. 


174  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

Fr,  Recte  tu  quidem;  sed  quorum  vcrsuum  mentionem  facis? 
Aug.  Nasonis  sunt: 

Quisquis  ant  as,  loca  sola  nocent,  loca  sola  caveto. 
Quo  fugis?  In  populo  tutior  cssc  potcs.1 

Fr.  Recorder  optirne:  ab  infantia  pcnc  michi  familiaritcr  noti 
erant. 

Aug.  Quid  multa  nossc  profuit,  si  ea  nccessitatibus  tuis  acco- 
modare  nescivisti?  Ego  quidem  co  magis  in  scctanda  solitudinc 
crrorem  tuum  admiratus  sum,  quod  et  autoritates  vcterum  ad- 
versus  id  noveras,  et  novas  addidcras.*  Nichil  enim  tibi  prodesse 
solitudincm  sepe  commestus  es;  quod,  cum  multis  in  locis,  turn 
in  co  prcsertim  poematc,3  quod  do  statu  tuo  loculentissimc  eeci- 
nisti;  cuius  ego  dulccdine,  interim  dum  cancres,  delectabar,  stu- 
pcbamque  quod  ita  medias  inter  animi  proeellas  ex  ore  insani 
tarn  dulcisonum  carmen  erumperet,  aut  quis  amor  Musas  cohi- 
beret,  ne  a  consueto  domicilio,  tantis  turbinibus  offense  tantaque 
hospitis  alienatione,  diffugerent.  Nam  quod  ait  Plato;4  ccfrustra 
poeticas  fores  compos  sui  pepulit»,  quodque  eius  successor  Ari- 
stotilcs:  «nullum  magnum  ingenium  sine  mixtura  dementie»,s 
alio  spectat,  nee  ad  istas  insanias  referendum  est  Sed  do  hoc 
alias. 

Fr.  Ego  ita  esse  fateor,  sed  me  dulce  aut  tibi  mire  placiturum 
aliquid  cecinisse  non  putabam;  nunc  amaro  carmen  illud  incipio. 
Siquid  autcm  alterius  remedii  habcs,  oro  ne  subtrahas  egenti. 

Aug.  Omnia  que  noris  explicare,  ostentantis  se  potius  quam 
amico  consulentis  cst.  Neque  enim  tarn  multa  remediorum  ge 
nera  internis  et  externis  morbis  inventa  sunt,  ut  in  quolibet  cunta 
tententur;  quoniam,  ut  ait  Seneca:  « Nichil  eque  sanitatem 
impcdit  quam  remediorum  crebra  mutatio;  nee  venit  vulnus  ad 
cicatricem,  in  quo  medicamenta  tentantuo;6  sed  ut  altero  infe- 
liciter  succedente,  ad  aliud  recurratur.  Itaque  quamvis  multa  et 
varia  morbi  huius  medicamenta  sint,  pauca  tamen  inseruisse  con- 
tentus  ero;  eaquc  potissimum  que  tibi  magis  ex  omnibus  pro- 

i.  Ovidio,  Rem.  am.,  579-80.  2.  quod, . »  novas  addideras:  nuove  testimo- 
nianze  provanti  Tinutilit^  dclla  solitudine  come  rimcdio  all'amore;  il  pun- 
to  di  vista  &  qui  ben  diverse  da  quello  che  guided  il  Petrarca  nella  com- 
posizione  del  De  vita  solitaria.  3.  in  eo , . .  poemate:  Petrarca,  Epyst.  metr., 
i,  14  (Ad  seipsum).  4.  Cfr.  Platonc,  Phaedr.,  245  a.  5.  Forse  du  Aristo- 
tele,  Poet.,  17,  4.  6.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  2,  3. 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   TERZO  175 

Fr.  E  avevi  ragione ;  ma  a  quali  versi  alludi  ? 

Ag.  Sono  di  Ovidio :  «  Qual  che  tu  sia  che  ami,  i  luoghi  solitari 
recano  danno ;  evita  i  luoghi  solitari.  Dove  fuggi  ?  Nella  folia  po- 
trai  essere  piu  sicuro.» 

Fr.  Ricordo  benissimo ;  mi  erano  familiarissimi  gia  quasi  dall'in- 
fanzia. 

Ag.  Che  giova  sapere  molte  cose,  se  poi  non  hai  saputo  applicarle 
alle  tue  necessitk  ?  Veramente  tanto  piu  stupivo  del  tuo  errore  nel 
ricercare  la  solitudine,  in  quanto  conoscevi  le  sentenze  degli  antichi 
avverse  ad  essa,  e  tu  ne  avevi  aggiunte  di  nuove.  Spesso  infatti  ti 
sei  lamentato  che  la  solitudine  non  ti  abbia  giovato  a  nulla;  e  ci6 
in  moltissimi  passi,  ma  specialmente  in  quel  carme  che  sopra  il 
tuo  stato  hai  composto  tanto  limpidamente  che,  mentre  lo  cantavi, 
io  mi  dilettavo  della  sua  dolcezza  e  stupivo  quale  potesse  prorom- 
pere  si  dolce  canto  di  fra  le  procelle  delFanimo  sulla  bocca  d'un 
dissennato,  o  quale  amore  trattenesse  cosl  le  Muse  dal  fuggire 
dal  consueto  soggiorno,  spaventate  da  tante  tempeste  e  da  tanta 
follia  dell'ospite  loro,  Naturalmente  ci6  che  dice  Platone:  «in- 
vano  batte  alia  porta  della  poesia  chi  e  in  s6 »,  o  ci6  che  dice  il  suc- 
cessore  di  lui  Aristotile :  « nessun  grande  ingegno  senza  mistura  di 
pazzia»,  si  riferiscono  ad  altro,  ne"  sono  da  applicare  a  codeste  tue 
pazzie.  Ma  di  ci6  altra  volta. 

Fr.  Riconosco  che  e  cosl;  ma  non  credevo  di  avere  cantato  alcun 
che  di  tanto  dolce,  e  che  a  te  fosse  per  piacere  straordinariamente : 
da  questo  punto  quel  carme  comincia  ad  essermi  caro.  Ma  se  hai 
qualche  altro  buon  rimedio,  vedi  di  non  privarne  uno  che  ne  ha 
tanto  bisogno. 

Ag.  Mostrare  tutto  ci6  che  si  sa,  e  proprio  di  chi  voglia  piuttosto 
fare  sfoggio  di  se"  che  non  soccorrere  alFamico.  E  poi,  non  sono 
stati  escogitati  tanti  generi  di  rimedi  ai  mali  interni  ed  esterni,  allo 
scopo  di  tentarli  tutti  sopra  chiunque;  che"  anzi,  come  dice  Sene 
ca,  « nulla  impedisce  la  guarigione,  quanto  il  variare  di  frequente 
i  rimedi,  n6  si  cicatrizza  quella  ferita  sulla  quale  si  mettono  a  pro- 
va  i  medicament! » ;  bensl  sono  stati  escogitati  affinch6  si  ricorra 
ad  un  altro,  quando  il  primo  e  riuscito  male.  Perci6,  bench6  molti 
e  vari  siano  i  farmachi  di  siffatta  sorta  di  malattia,  io  mi  acconten- 
ter6  tuttavia  di  additartene  pochi;  e  specialmente  quelli  che  fra 


176  SECRETUM   -    LIBER   TERTIUS 

futura  confido;  non  ut  aliquid  novi  tc  doccam,  sed  ut,  ex  notis 
ct  vtilgatis  omnibus,  quid  michi  efficacius  videatur  intelligas.  Tria 
sunt,  ut  ait  Cicero,  quc  ab  amore  animum  exterrcnt:  satietas, 
pudor,  cogitatio.1  Posscnt  plura,  posscnt  et  pauciora  numcrari; 
sed,  ne  a  tanto  auctore  digrediar,  tria  ease  fateamur.  De  prime 
supervacuum  cst  loqui,  quoniam  impossibilc  iudicabis  tibi,  ut 
res  se  habet,  satictatcm  amoris  ullam  posse  contingere.  At  si  ap- 
petitus  ration!  crederet,  et  ex  preteritis  futura  pensaret,  faeile 
fatereris  quantumlibet  dilecte  rei  non  satietatem  mode,  sed  fa- 
stidium  et  nauseam  posse  subrepere.  Verum  quia  compertum 
habeo,  me  hoc  tramite  frustra  niti,  quod  etsi  satietatem  fore  pos- 
sibilem  et  ubi  adsit  amorem  necare  eoncedas,  ab  ardentissimo 
tamen  desiderio  tuo  quam  longissimc  hanc  abesse  contendes,  ego- 
que  ipse  consentiam;  superest  ut  de  duobus  reliquis  attingam. 
Hoc  michi,  sicut  arbitror,  non  negabis:  ingcnuum  quondam  et 
pudorosum  animum  tibi  tribuisse  naturam. 

Fr.  Nisi  in  propria  causa  fallor,  usque  adeo  id  verum  est,  ut 
sepe  graviter  tulerirn,  quod  nee  sexui  satis  convenirem  nee  seculo 
in  quo,  ut  vides,  impudentium  sunt  omnia;  honores,  spes,  opcsquc, 
quibus  et  virtus  cedit  et  fortuna. 

Aug.  Non  vides  igitur  quantum  inter  se  ista  discordent  amor  ct 
pudor?  Dum  ille  animum  urgct,  hie  cohibct;  ille  calcar  incutit, 
hie  frenum  stringit;  ille  nichil  attendit,  hie  universa  circumspicit 

Fr.  Video  nlmirum,  multoque  cum  dolore  distrahor  tarn  diver- 
sis  affectibus ;  ita  enim  alternis  hods  insultant,  ut  modo  hue  modo 
illuc  turbine  mentis  agiter;  quern  toto  sequar  irnpetu  nondum 
certus. 

Aug.  Die,  precor,  bona  cum  venia.  Vidisti  ne  te  nuper  in  spe- 
culo? 

Fr.  Quid  hoc,  queso,  sibi  vult?  Ut  soleo  quidem. 

Aug.  Utinarn  neque  crebnus  neque  curiosius  quam  sat  est! 
Quero  autem  ex  te:  nonne  vultum  tuum  variari  in  dies  singulos 
et  intermicantes  temporibus  canos  animadvertisti  ? 

Fr.  Putabam  te  singulare  aliquid  velle  dicere,  Ista  vero  comunia 


i.  Tria  ,  . .  cogitatio;  cfr.  Cicerone,  Tusc.,  iv,  35,  76, 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  177 

tutti  spero  siano  per  riuscirti  piu  utili;  non  gia  che  io  pensi  d'in- 
segnarti  alcun  che  di  nuovo,  ma  perche  tu  intenda  quali  a  me  sem- 
brino  piu  efficaci  tra  quelli  noti  ed  ovvi  a  tutti.  Tre  sono  le  cause, 
come  dice  Cicerone,  che  distolgono  I'animo  dall'amore:  la  sazieta, 
la  vergogna,  la  riflessione.  Se  ne  potrebbero  noverare  di  piu; 
anche  se  ne  potrebbero  di  meno;  ma  per  non  allontanarmi  da 
tanta  autorita  diciamo  che  sono  tre.  Delia  prima  e  inutile  discor- 
rere,  posto  che  come  stanno  le  cose  ritieni  impossibile  che  ti  possa 
sopravvenire  alcuna  sazieta  di  questo  amore.  Benche"  se  1'appetito 
ubbidisse  alia  ragione  e  dal  passato  potesse  ponderare  il  futuro, 
facilmente  riconosceresti  che  d'ogni  cosa,  quanto  si  voglia  diletta, 
non  solo  pu6  insorgere  sazieta,  ma  fastidio  e  nausea.  Tuttavia, 
poiche"  ho  sperimentato  che  per  questa  strada  m'affaticherei  in- 
vano,  in  quanto  ancorche"  mi  concedessi  che  la  sazieta  sia  possibile 
e  che,  ove  insorga,  uccida  Tamore,  opporresti  che  quella  e  troppo 
lontana  dall'ardentissimo  tuo  desiderio,  ed  io  stesso  lo  ammetterei, 
non  resta  che  toccare  delle  due  rimanenti  ragioni.  Non  vorrai 
(credo  bene)  negarmi  questo :  che  la  natura  ti  diede  un  animo  no- 
bile  e  verecondo. 

Fr.  Se,  parlando  in  causa  propria,  io  non  m'inganno,  codesto 
e  tanto  vero,  che  spesso  mi  sono  doluto  di  non  essere  adatto  n6 
al  mio  sesso  n6  al  mio  secolo,  nel  quale,  come  vedi,  ogni  bene  e 
per  gli  spudorati :  onori,  speranze,  ricchezze,  dinanzi  a  cui  cede  la 
virtu  e  la  fortuna. 

Ag.  Non  vedi  dunque  quanto  sono  tra  loro  contrari  codesti 
due  sentimenti:  Pamore  e  il  pudore?  Mentre  quello  eccita  Pani- 
mo,  questo  lo  inibisce;  quello  da  di  sprone,  questo  stringe  il  freno; 
quello  non  bada  a  nulla,  questo  osserva  ogni  cosa. 

Fr.  Lo  vedo  pur  troppo,  e  con  gran  dolore  sono  trascinato  da 
codesti  tanto  diversi  affetti ;  cosl  infatti  alterni  colpi  mi  sferzano, 
che  sono  gittato  or  qua  or  1&  dal  turbinare  della  mente,  non  ancora 
sicuro  di  quale  io  segua  con  tutto  Pabbandono. 

Ag.  Dimmi  —  e  scusami  la  domanda  —  e  un  pezzo  che  non  ti 
sei  guardato  nello  specchio? 

Fr.  Che  significa,  scusa,  codesto  ?  Come  il  solito,  naturalmente. 

Ag.  Speriamo  non  piu  spesso  n£  piu  insistentemente  di  quanto 
occorra!  Ma  ti  domando:  non  ti  sei  accorto  che  il  volto  ti  si  cambia 
di  giorno  in  giorno,  e  che  sulle  tempie  svaria  qualche  filo  candido  ? 

Fr.  M'attendeva  che  tu  fossi  per  dirmi  alcun  che  di  peregrino, 


178  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

sunt  omnibus  qui  nascuntur:  adolescere,  senescere,  intcrire.  Ani 
madvert!  in  me  quod  in  eoetaneis  meis  fere  omnibus.  Nescio 
enim  quomodo  senescunt  homines  hodie  citius  quam  solcbant. 

Aug.  Neque  aliorum  senectus  iuventutem  tibi,  neque  aliorum 
mors  immortalitatem  tribuet.  Ceteris  igitur  omissis  ad  te  redeo. 
Quid  ergo?  mutavit  ne  animum  ulla  ex  parte  corporis  conspecta 
mutatio  ? 

Fr.  Concussit  utique,  sed  non  mutavit. 

Aug.  Quid  autem  tibi  tune  animi  firit  aut  quid  dixisti  ? 

Fr.  Quid  aliud,  putas,  quam  illud  Domitiani  principis:  «Forti 
animo  fero  comam  in  adoleseentia  seneseentcm))?1  Tanto  igitur 
excmplo  pauculos  canos  mcos  ipse  solatus  sum;  caesareoque  re- 
gium  adiunxi:  Numa  quidem  Pompilius,  qui  seeundus  inter 
romanos  reges  dyadema  sortitus  est,  ab  adoleseentia  eanus  ere- 
ditur  fuisse.  Nee  pocticum  defuit  exemplum;  siquidem  Virgilius 
noster  in  Bucolicis  que  xxvr  etatis  anno  seripsisse  cum  constat,2 
sub  persona  pastoris  de  se  ipso  loquens  ait: 

candidior  post  quam  tondcnti  barba  cadebatJ 

Aug.  Ingens  tibi  exemplorum  copia  est;  tanta  utinam  corum, 
que  cogitationem  mortis  ingererent.  Hcc  enim,  que  canos  ap- 
propinquantis  testes  senectutis  mortisque  prenuntios  dissimulare 
doeent  exempla,  non  approbo.  Quid  enim  aliud  suadent  quam 
lapsum  etatis  negligere  et  suprcmi  temporis  oblivisei?  euius  ut 
semper  memineris,  totius  nostri  colloquii  finis  est.  Tu  vero,  cum 
ad  canitiem  iubeo  rcspiccre,  canorum  illustrium  virorum  turbam 
profers.  Quid  ad  rem?  utique  si  immortalcs  illos  fuisse  dieeres, 
haberes  quorum  exemplo  canitiem  non  timeres.  Quod  si  tibi  cal- 
vitiem  obieeissern,  puto  lulium  Cesarem  protulisses  in  medium,4 

Fr.  Non  alium  profccto.  Quid  enim  illustrius  potuissem?  Est 
autem,  nisi  fallor,  grande  solatium  tarn  Claris  septum  esse  co- 
mitibus;  itaque  fateor  talium  exemplorum,  velut  quotidiane  su- 
pellectilis,  usum  non  reicio.  luvat  enim  non  modo  in  his  incom- 
modis,  que  michi  vel  natura  tribuit  vel  casus;  sed  in  his  etiam, 
que  tribuere  possent,  habere  aliquid  in  promptu  quo  me  soler; 

i,  Svetonip,  Z)0?m;fr.,  18.  a.  que  ,  ,  ,  constat:  la  notizia  proviene  dall'intro- 
duzione  di  Servio  al  commento  delle  Bucoliche  (dove  pcraltro  £  scritto 
xxvin,  non  xxvi).  3.  Virgilio,  Bucol,  i,  38,  4.  Quod.  .  .  in  medium: 
come  racconta  Svetonio  (Caes,,  45),  Cesare  sopportava  assai  di  malanimo 
« calvitii  deformitatem ». 


IL   MIO   SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  179 

laddove  tutto  ci6  e  comune  a  quanti  nascono :  crescere,  invecchia- 
re,  perire.  Ho  riscontrato  in  me  quello  che  in  quasi  tutti  i  miei  coe- 
tanei.  Non  so  come,  infatti,  gli  uomini  oggi  invecchiano  piu  presto 
che  non  solevano. 

Ag.  N6  Paltrui  vecchiezza  rechera  la  gioventu  a  te,  ne"  Taltrui 
morte  rimmortalita.  Ma  lasciando  gli  altri  torno  a  te.  Che  dun- 
que  ?  non  ti  mut6  in  nulla  1'animo  Paver  veduto  il  mutamento  del 
corpo  ? 

Fr.  Lo  colpl,  bensl,  ma  non  lo  mut6. 

Ag.  Quale  animo  fu  allora  il  tuo  o  che  dicesti? 

Fr.  Puoi  immaginarlo!  non  altro  che  il  motto  del  principe  Do- 
miziano:  « Porto  coraggiosamente  una  chioma  che  e  senile  gia 
nelPadolescenza. »  Con  si  alto  esempio,  dunque,  mi  consolai  dei 
miei  pochi  capelli  bianchi,  alPimperiale  aggiungendo  un  esem 
pio  regio.  Infatti  Numa  Pompilio,  che  consegul  secondo  tra  i  re  di 
Roma  la  corona,  si  dice  che  fosse  canuto  fin  dall'adolescenza. 
N6  mi  manc6  anche  un  esempio  letterario :  se  e  vero  che  il  nostro 
Virgilio,  nelle  Bucoliche,  che  si  sa  avere  scritte  a  ventisei  anni, 
alludendo  a  se  stesso  sotto  persona  d'un  pastore,  dice:  «Poi  che 
un  po'  bianca  gli  cadeva  la  barba  nel  radersi. » 

Ag.  Grande  abbondanza  hai  di  esempi!  Vorrei  ne  avessi  altret- 
tanta  di  quelli  che  suggeriscono  il  pensiero  della  morte;  ch6 
questi,  che  inducono  a  disconoscere  le  bianche  testimonianze  come 
prova  della  vecchiaia  avvicinantesi  e  i  preannunzi  della  morte, 
non  li  approvo.  Che  altro  insegnano,  infatti,  se  non  a  trascurare 
il  passare  dell'eta  e  a  dimenticarci  del  giorno  supremo,  al  cui  ri- 
cordo  tende  tutto  questo  nostro  colloquio?  E  invece,  quando  ti 
esorto  a  contemplare  la  tua  canizie,  mi  poni  innanzi  una  turba  di 
illustri  canuti.  Che  c'entra  ?  Solo  se  dicessi  che  questi  furono  im- 
mortali,  avresti  argomenti  per  cui  non  temere  la  canizie!  Cosi, 
se  ti  avessi  rinfacciata  la  calvizie,  scommetto  che  avresti  tirato  in 
ballo  Giulio  Cesare. 

Fr.  Non  altri  senza  dubbio.  Quale  ne  avrei  potuto  recare  piu 
illustre  ?  Se  non  sbaglio  e  un  grande  conforto  essere  fiancheggiato 
da  cosl  chiari  compagni,  e  per  ci6  ti  confesso  che  non  mi  spiace 
usare  di  tali  esempi  come  di  una  quotidiana  suppellettile.  Mi 
giova  infatti  aver  sotto  mano  qualche  cosa  onde  consolarmi,  non 
solo  di  quegli  inconvenienti  che  la  natura  o  il  caso  mi  hanno 
recato,  ma  pure  di  quelli  che  mi  potrebbero  recare;  e  ci6  non  e 


l8o  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

quod  consequi  non  possum,  nisi  vcl  ratione  vivaci,  vcl  cxemplo 
clarissimo.  Si  michi  igitur  exprobrasses  quod  adversus  fulminis 
fragorem  timidior  sim,  quia  id  negarc  non  posscm  (cst  enim  hoc 
michi  non  ultima  causa  lauri  diligendc  quod  arborem  hanc  non 
fulminari  traditur),  respondissem  Augustum  Cacsarcm  codem 
morbo  laborasse.  Si  cccum  dixisses,  et  id  verum  foret,  Appii  Ceci 
et  Homeri  poetarum  principis;  si  monoculus,  Hanibalis  Pcno- 
rum  ducis  aut  Philippi  Macedonum  regis  clipeo  usus  cssem.  Si 
surdastrum,  Marci  Crassi;  si  caloris  impaticntcm,  Alexandri  Ma- 
cedonis.  Longum  cst  per  cunta  discurrere;  sed  ex  his  cetera  col- 
ligis. 

Aug.  Aperte  quidem  nee  supellex  hec  exemplorum  displicet; 
modo  non  segnitiem  affcrat,  sed  metum  meroremque  discutiat 
Laudo  quicquid  id  cst,  propter  quod  nee  adventantem  metuas 
senectutem,  nee  presentem  oderis;  quicquid  vero  non  esse  se- 
neetutem  huius  lucis  exitum  suggerit  nee  de  mortc  cogitandum, 
summopcre  detestor  atque  exeeror.  Rursus  precipitatam  cquo 
animo  tolerarc  canitiem  bone  indolis  inditium  est;  legitime  au- 
tem  senectuti  morulas  nectere,  annos  etati  subduccre,  canos  nimie 
celeritatis  arguere  eosque  velle  oeeultare  vel  vellere  dementia, 
quamvis  comunis,  tamen  ingens  est.  Non  videtis,  o  ceci,  quanta 
velocitate  volvuntur  sidera,  quorum  fuga  brevissime  vite  tcmpus 
devorat  atque  consumit,  et  miramini  senectutem  ad  vos  venire, 
quam  dierum  omnium  rapidissimus  cursus  vehit!  Duo  sunt,  que 
vos  in  has  ineptias  cogunt:  primum,  quod  angustissimam  etatem 
alii  in  quattuor,  alii  in  sex  particulas,  aliique  in  plures  etiam  distri- 
buunt;  ita  rem  minimam,  quia  quantitate  non  licet,  numero  ten- 
tatis  extendere.  Quid  autem  sectio  ista  confert?  Finge  quotlibet 
particulas;  omnes  in  ictu  oculi  prope  simul  evanescunt 

Nuper  erat  genitus^  modo  formosissimus  infans, 
iam  iuvenis,  iam  vir** 

Vide  quanto  verborum  impetu  subtilissimus  poeta  lapsum  vite 
fugientis  expresserit!  Nequicquam  igitur  lapsare  mtimini  quod 
lex  nature  omniparentis  angustat.  Secundum  est,  quia  inter  iocos 
et  falsa  gaudia  senescitis,  Itaque  sicut  Troianos,  qui  supremam 
noctem  inter  talia  transduxerunt,  latuit 

i.  Ovidio,  Met,}  x,  522-3. 


IL    MIO    SEGRETO   -    LIBRO   TERZO  l8l 

dato  conseguire  se  non  con  vigorosi  ragionamenti  o  con  illustri 
esempi.  Se  pertanto  mi  avessi  rimproverato  d'essere  pauroso  al 
fragore  della  folgore,  dacche"  negare  non  Pavrei  potato  (e  mi  e 
questa  certamente  non  ultima  ragione  per  amare  1'alloro,  per6 
che  si  dice  che  questa  pianta  non  e  tocca  dal  fulmine),  avrei 
risposto  che  Cesare  Augusto  soffriva  dello  stesso  male.  Se  mi 
avessi  detto,  e  se  io  fossi,  cieco,  mi  difenderei  con  1'esempio 
di  Appio  Cieco  e  di  Omero,  re  dei  poeti;  se  guercio,  con  quello  di 
Annibale,  duce  dei  Punici,  o  di  Filippo,  re  dei  Macedoni;  se  sordo, 
con  1'altro  di  Marco  Crasso ;  se  insofferente  del  caldo,  di  Alessandro 
il  Macedone.  Sarebbe  lungo  dirli  tutti;  ma  da  questi  puoi  inten- 
dere  gli  altri. 

Ag.  Francamente  non  mi  dispiace  codesta  suppellettile  d'esem- 
pi,  purche*  non  rechi  pigrizia,  ma  dissipi  il  timore  e  la  tristezza. 
Lodo  ogni  mezzo  pel  quale  tu  giunga  n6  a  temere  la  vecchiaia  che  si 
avvicina  n£  a  odiarla  quando  sia  giunta.  Ma  acerbamente  detesto  ed 
abomino  quanto  non  induce  a  pensare  che  la  vecchiaia  e  la  fine 
di  questa  vita,  e  a  meditare  sulla  morte.  Ripeto :  sopportare  serena- 
mente  la  precoce  canizie  e  indizio  di  un'indole  saggia;  al  contra- 
rio  tentar  di  opporre  indugi  a  una  vecchiaia  tempestiva,  diminuire 
gli  anni  d'eta,  accusare  i  capelli  bianchi  di  essere  venuti  troppo 
presto  e  volerli  o  occultare  o  strappare,  e  una  sciocchezza,  per 
quanto  comune,  tuttavia  ingente.  Non  vi  accorgete,  o  ciechi, 
con  quanta  velocitk  rotano  le  stelle,  la  cui  fuga  divora  e  annulla  il 
tempo  della  brevissima  vita,  e  vi  stupite  che  vi  sopraggiunga  la 
vecchiaia,  recata  dal  rapidissimo  corso  di  tutti  i  giorni!  Due  sono 
le  ragioni  che  vi  traggono  in  queste  frivolezze:  prima,  perch6 
codesta  angustissima  etk  umana  voi  dividete  chi  in  quattro,  chi 
in  sei,  ed  altri  anche  in  piii  particelle,  sicch6  non  potendo  cosl 
piccola  cosa  estendere  nella  quantita,  lo  tentate  nel  numero. 
Ma  che  giova  codesto  frazionamento  ?  Immagina  quante  particelle 
vuoi:  tutte  svaniranno  quasi  insieme  in  un  batter  d'occhi.  «Da 
poco  era  stato  generate,  ora  bellissimo  bimbo,  gia  giovane,  gia 
uomo. »  Vedi  con  quanta  foga  di  parole  ha  espresso  il  precipitare 
della  fuggente  vita  quel  sottilissimo  poeta!  Invano  dunque  ten 
tate  di  ampliare  ci6  che  la  legge  della  comune  madre  natura  fa 
angusto.  Seconda  ragione  e  che  invecchiate  tra  i  divertimenti  e  le 
false  gioie.  Pertanto,  come  i  Troiani,  che  trascorsa  la  suprema  notte 
in  tali  piaceri  non  si  accorsero  «  quando  il  cavallo  fatale  venne  bal- 


lz  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

dum  fatalis  equus  saltu  super  ardua  vcnit 
Pergama  ct  armatum  peditem  gravis  attulit  alvo,1 

sic  vos  senectutcm,  quo  secum  armatam  et  indomitam  mortem 
affert,  incustoditi  corporis  menia  transcendentem  non  scntitis,  nisi 
turn  demum  quando  dimissi  per  funem  hostcs 

invadunt  urbem  somno  vinoque  sepultam.* 

Non  minus  enim  vos  et  mole  corporum  et  dulcedine  rerum  tem- 
poralium  sepulti  estis,  quam  illos  somno  vinoque  sepelivit  Maro. 
Hinc  Satyricus  non  ineleganter 

festinat  —  ait  —  decurrere  vctox 
Jlosculus  angustc  miserequc  brevissima  vile 
portio;  dum  bibimus^  dum  serta,  unguent  a^  paellas 
obrcpit  non  intellect  a  scncctus,3 


Hanc  tu  igitur,  ut  ad  propositum  redeam,  obrepentem  et  iam 
foribus  insultantem,  tentas  excluderc?  Causaris  non  servatis  na 
ture  gradibus  ante  diem  festinasse:  gratusque  tibi  est  quisquis 
non  senex  occurrit,  qui  te  infantulum  vidisse  testetur;  prcsertim 
si,  more  comunis  sermonis,  id  heri  aut  nuditis  tertius  se  se  vidisse 
contendit;  neque  advertis  idem  et  decrepito  cuilibet  dici  posse. 
Quis  enim  non  heri,  imo  vero  quis  non  hodie  puer  est?  Nonage- 
narios  pueros  videmus  passim  de  rebus  vilissimis  altercantes, 
pueriliaque  nunc  etiam  sectantes  studia.  Dies  nempe  fugiunt,  cor 
pus  defluit,  animus  non  mutatur.  Putrescant  licet  omnia,  ad  ma- 
turitatem  suam  ille  non  pervenit,  verumque  est  quod  vulgo  fe- 
runt,  animum  unum  corpora  multa  consumere.  Pueritia  quidem 
fugit;  sed,  ut  ait  Seneca,4  puerilitas  remanet.  Et  tu,  michi  crede: 
non  adeo,  ut  tibi  videris  forsitan,  puer  es.  Maior  pars  hominum 
hanc,  quam  tu  nunc  degis,  etatem  non  attingit,  Pudeat  ergo 
senem  amatorem  dici;  pudeat  esse  tarn  diu  vulgi  fabula;5  et,  si  te 
nee  verum  glorie  decus  allicit  nee  deterret  ignominia,  alieno  ta- 
men  pudori  vite  tue  mutatio  succurrat.  Est  enim  fame  consulen- 
dum  proprie,  ni  fallor,  etsi  ob  aliud  nichil,  at  saltern  ut  amiei  li- 
berentur  ab  infamia  mentiendi.  Quod,  cum  omnibus  providen- 

I.  Virgilio,  Aen.,  vi,  515-6  («  cum  fatalis  .  .  .»).     2,  Virgilio,  Aen.,  n,  265. 
3.  Giovenale,  Sat.,  ix,  126-9.     4.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  4,  2;  «adhuc  non 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   TERZO  183 

zando  sopra  1'alto  Pergamo,  e  recava  nel  ventre  il  peso  degli 
armati  guerrieri»,  cosi  voi  la  vecchiezza,  recante  seco  armata  e 
indomita  la  morte,  non  avvertite  mentre  trapassa  le  mura  del 
vostro  corpo  indifeso,  se  non  all'ultimo,  quando  i  nemici  calatisi 
con  la  fune  « invadono  la  citta  sepolta  nel  sonno  e  nel  vino  ».  E  vera- 
mente  voi  siete  sepolti  nella  gravezza  dei  corpi  e  nella  dolcezza 
dei  beni  temporali,  non  meno  di  quelli  che  Virgilio  fece  sepolti 
nel  sonno  e  nel  vino.  Da  ci6  deriva  Felegante  detto  del  Satirico : 
«  S'affretta  a  passar  veloce  il  fiore,  brevissima  parte  dell'angusta 
e  misera  vita ;  mentre  libiamo,  mentre  chiediamo  corone,  profumi, 
fanciulle,  scivola  dentro  non  intesa  la  vecchiaia. »  E  tu  dunque, 
per  tornare  al  proposito,  tenti  di  chiuderla  fuori  mentre  gia 
s'insinua  e  minaccia  le  soglie?  Ti  scusi  col  pretesto  che  e  giunta 
anzi  tempo  senza  osservare  i  trapassi  di  natura;  ti  e  grato  chiun- 
que  in  te  s'imbatte  non  vecchio,  che  attesti  di  averti  veduto  bam 
bino;  specialmente  se  (come  e  usanza  dei  comuni  conversari) 
spergiura  che  cosi  t'ha  visto  ieri  o  ieri  Faltro,  senza  avvederti 
che  ci6  si  pu6  ripetere  di  ognuno,  anche  decrepito  ?  Chi  mai  non  e 
stato  fanciullo  ieri?  anzi  chi  non  Fe  oggi?  Vediamo  ad  ora  ad  ora 
dei  nonagenari  bambocci  rissarsi  per  question!  futilissime  e  an- 
cora  perseguire  capricci  puerili.  Fuggono  bensl  i  giorni;  il  corpo 
deperisce;  ma  Fanimo  non  si  cambia:  esso,  anche  se  tutte  le  mem 
bra  vanno  in  putredine,  non  giunge  mai  alia  sua  maturazione; 
ed  e  proprio  vero  quello  che  si  dice  volgarmente:  che  una  sola 
anima  potrebbe  consumare  parecchi  corpi.  La  puerizia,  si,  se  ne 
va:  ma  (come  dice  Seneca)  rimane  la  puerilita.  E  tu,  credimi, 
non  sei  tanto  giovane  come  forse  ti  sembra :  la  maggior  parte  degli 
uomini  non  raggiunge  Feta  che  hai  ora.  Arrossisci  dunque  d'essere 
detto  vecchio  amatore;  arrossisci  d'essere  cosi  a  lungo  favola  alle 
genti.  E  se  non  ti  attira  il  decoro  della  vera  gloria  e  non  ti  sgo- 
menta  Finfamia,  risparmia  almeno  il  pudore  altrui  col  mutar 
vita;  perch6,  se  non  m'inganno,  c'&  il  dovere  di  provvedere  alia 
propria  fama  se  non  per  altro  almeno  per  liberare  gli  amici  dalla 
vergogna  di  dover  mentire;  e  se  tutti  debbono  prowedervi,  con 


pueritia,  sed,  quod*est  gravius,  puerilitas  remanet».  5.  vulgi  fabula:  cfr. 
Petrarca,  Rime,  I,  9-10:  «Ma  ben  veggio  or  si  come  al  popol  tutto  Favola 
fui  gran  tempo »,  e  Orazio,  Epod.9T£t9  7-8:  «Heu  me!  per  urbem ...  fa 
bula  quanta  fui! ». 


184  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

dum  sit,  tibi  aliqu&nto  diligentius,  cui  tantus  de  to  loqucntium 
populus  absolvendus  est; 

magnus  enim  labor  est  magne  custodia  fame.1 

Hoc  si  Scipioni  tuo  truculentissimum  hostena  consulentem  facis 
in  Africe  tue  libris,  patcrc  nunc  ex  ore  pii  patris  idem  tibi  consi- 
Hum  prodesse.  Ineptias  pueriles  abice;  adolescentie  flammas  ex- 
stingue;  noli  semper  cogitare  quid  fueris;  quid  sis  aliquando  cir- 
cumspice.  Neu  tibi  frustra  propositum  speculum  arbitrere.  Me 
mento  quid  in  Qucstionibus  naturalibus  scriptum  est.  Ad  hoc 
enim  «inventa  sunt  specula,  ut  homo  ipse  se  nosccret.  Multi  ex 
hoc  consccuti  sunt  prime)  quidem  sui  notitiam ;  deinde  etiam  con- 
silium  aliquod:  formosus  ut  vitaret  infamiam;  deforniis  ut  sciret 
virtutibus  esse  redimendum,  quod  corpori  deesset;  iuvenis  ut 
sciret  tempus  illud  esse  discendi  et  virilia  aggrediencli ;  senex  ut 
cum  canis  indecora  deponeret,  et  de  morte  aliquid  cogitaret».2 

Fr.  Memini  semper,  ex  quo  primum  legi.  Memoratu  enim 
digna  res  est  sanumque  consilium. 

Aug.  Quid  vel  legisse  vel  meminisse  profuit?  Excusabilius  erat 
ignorantie  clipeum  posse  pretendere.  Nonne  enim  pudet  hoc 
scienti  canos  nil  mutationis  attulisse? 

Fr.  Pudet,  piget  et  penitet,  sed  ultra  non  valeo.  Scis  autern 
quid  hie  michi  solatii  est?  Quod  ilia  mecum  senescit, 

Aug.  Inhesit,  credo,  tibi  vox  lulie,  Cesaris  Augusti  filie,  quam 
cum  genitor  argucret  quod  non  gravis  sibi  conversatio  esset  ut 
Livie,  ilia  patris  monitus  elusit  facetissimo  responso:  «Et  hi 
mecum »  inquit  «  senescent.  »3  Sed  queso,  nunquid  honestius  iu- 
dicas  si,  iam  senior,  anum  illam  ardeas,  quam  si  adulescentulam 
amares?  Imo  vero  eo  fedius,  quo  amandi  minor  est  materia. 
Pudeat  ergo,  pudeat  animum  nunquam  mutari,  cum  corpus  mu- 
tetur  assidue.  Et  hoc  est  quod  de  pudore  dicendum  tempus  obtu- 
lerat.  Ceterum  quia,  ut  Ciceroni  placet,4  valde  est  absonum  cum 
in  locum  rationis  pudor  succedit,  ab  ipso  fonte  remediorum,  idest 
ab  ipsa  ratione,  auxilium  imploremus;  idque  intenta  cogitatio 


i.  Petrarca,  Africa,  vn,  292:  sono  parole  che  Annibale  rivolge  a  Scipione 
nel  colloquio  che  precede  la  battaglia  dtkcisiva.  2.  Seneca,  Quaest.  nat., 
I,  17,  4  (la  citazione  non  segue  alia  lettera  il  testo  di  Seneca).  3.  Inhe~ 
sit .  .  .  senescent:  Taneddoto  da  Macrobio,  Saturn.,  n,  5,  6  (cfr.  anche  Pe 
trarca,  Rerum  mem.  libri,  n,  50,  3).  4.  Cfr.  Cicerone,  Tusc.  n,  21,  47-8. 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  185 

assai  maggior  cura  lo  devi  tu,  cui  spetta  di  risparmiarla  a  quella 
infinita  folia  di  coloro  che  di  te  parlano  «  per6  che  grande  compito  e 
la  custodia  di  una  grande  fama».  Se  fai  dare  tale  ammonimento 
al  tuo  Scipione  dal  ferocissimo  suo  nemico  nei  libri  della  tua 
Africa,  permetterai  ora  che  simile  consiglio  dalla  bocca  d'un  amo 
roso  padre  venga  a  giovarti.  Scaccia  le  puerili  frivolezze;  estingui 
gli  ardori  delFadolescenza ;  non  star  sempre  a  pensare  quel  che  sii 
stato ;  talvolta  guardati  d'attorno  per  vedere  ci6  che  tu  sia.  Ne  cre 
dere  che  invano  io  t'abbia  accennato  allo  specchio.  Ricordati  ci6  che 
sta  scritto  nelle  Questioni  naturali:  che  gli  specchi  sono  stati  proprio 
inventati  affinch6  Puomo  si  conoscesse  da  se  stesso.  Molti  ne  hanno 
tratto  la  prima  conoscenza  di  s6  e  poi  anche  qualche  suggeri- 
mento.  Chi  e  bello  per  evitare  malignazioni ;  chi  e  brutto  per  ap- 
prendere  a  riscattare  con  i  meriti  ci6  che  manchi  al  corpo.  II  gio- 
vane  per  apprendere  che  quello  e  il  tempo  di  studiare  e  di  iniziare 
le  opere  virili;  il  vecchio  per  smettere  le  abitudini  sconvenienti 
alia  canizie  e  per  pensare  un  poco  alia  morte. 

Fr.  Me  ne  sono  sempre  ricordato,  da  quando  primamente  Tho 
letto,  perch6  e  cosa  degna  d'essere  rammentata  e  saggio  ammoni 
mento. 

Ag.  Che  t'&  giovato  Paver  letto  e  Paver  ricordato  ?  Ti  avrebbe 
meglio  scusato  il  poter  oppormi  lo  scudo  della  ignoranza.  Non  ti 
vergogni  che  ad  uno  che  sa  tutto  ci6,  i  capelli  bianchi  non  abbiano 
portato  nessun  cangiamento  ? 

Fr.  Ne  ho  vergogna,  dolore  e  pentimento:  ma  altro  non  posso. 
Sai  che  cosa  in  ci6  m'e  un  poco  di  conforto  ?  Che  ella  invecchia 
con  me. 

Ag.  T'&  rimasto  in  mente,  credo,  il  motto  di  Giulia,  la  figlia  di 
Cesare  Augusto,  quando,  rimproverandola  il  padre  perche"  non 
avesse  intorno  persone  gravi  come  aveva  Livia,  ella  eluse  gli  am- 
monimenti  paterni  con  un'argutissima  risposta:  « Anch'esse))  disse 
« invecchieranno  con  me. »  Ma  dimmi  un  poco,  forse  che  giudichi 
sia  meglio  ardere,  ormai  vecchio,  per  colei  gia  vecchia,  che  non  se 
amassi  una  giovanetta?  Anzi  e  tanto  piu  sozzo,  quanto  meno  c'e 
materia  d'amore,  Vergognati  dunque,  vergognati  che  non  ti  si 
muti  mai  1'animo,  mentre  il  corpo  si  muta  continuamente.  E 
questo  e  quanto  il  tempo  mi  permetteva  di  dire  intorno  al  pu- 
dore.  Del  resto  poich6,  come  piace  a  Cicerone,  &  assai  sconve- 
niente  che  il  pudore  subentri  a  tener  le  veci  della  ragione,  im- 


l86  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

prestabit,  quam  ex  tribus  animum  ab  amorc  dcterrentibus  ulti- 
mam  collocavi.  Nunc  autcm  ad  illam  arcem  te  vocari  noveris,  in 
qua  sola  tutus  csse  potes  ab  incursibus  passionum,  et  per  quam 
homo  diceris,  Cogita  igitur  in  primis  animi  nobilitatem,  quc  tanta 
cst  ut,  si  de  ea  velim  disserere,  liber  michi  integer  retexendus 
sit.  Cogita  fragilitatcm  simul  ac  feditatem  corporum,  cle  qua  non 
minus  copiosa  materia  est.  Cogita  brevitatem  vite,  de  qua  magno- 
rum  hominum  libri  extant.  Cogita  fugam  temporis,  quam  nemo 
est  qui  verbis  equare  possit.  Cogita  mortem  certissimam,  atque 
ho  ram  mortis  ambiguam,  omni  tempore,  omnibus  locis  impen- 
dentcm.  Cogita  in  hoc  uno  falli  homines,  quod  difFerendum  pu- 
tant  quod  differri  non  potest.  Nemo  enim  tarn  sui  ipsius  imme- 
mor  est,  quin  intcrrogatus  se  quandoque  moriturum  esse  respon- 
deat  Itaque  ne  te  spes  vite  longioris  ludat  obseero,  que  innume- 
rabiles  circumvenit;  quin  potius,  velut  ex  celesti  quodam  oraculo 
prolatum,  carmen  amplectere: 

ormiem  crede  diem  tiki  diluscisse  supremum.1 

Quid  enim  ?  Aut  supremus  est,  aut  profecto  supremo  proximus, 
omnis  qui  mortalibus  illuxit  dies.  Ad  hec  ct  illud  cogita,  quam 
turpe  sit  digito  monstrari,  et  in  vulgi  fabulam  esse  eonversum;  eo- 
gita  quam  professio  tua  discordet  a  moribus:  eogita  quantum  ilia 
tibi  nocuerit  animo,  corpori,  fortune;  eogita  quam  multa  propter 
illam  nulla  utilitate  pcrpessus  cs.  Cogita  quoticns  elusus,  quoticns 
contemptus,  quotiens  neglectus  sis,  Cogita  quot  blanditias  in  ven- 
tum  effuderis,  quot  lamenta,  quot  lacrimas.  Cogita  illius  inter  hec 
altum  sepe  ingratumquc  supercilium,  et  siquid  humanius,  quam 
id  breve  auraque  estiva  mobilius!  Cogita  quantum  tu  fame  illius 
addideris,  quantum  vite  tue  ilia  subtraxerit;  quantum  ve  tu  de 
illius  nomine  solicitus,  quantum  ilia  de  statu  tuo  semper  negligens 
fuerit.  Cogita  quantum  per  illam  ab  amore  Dei  elongatus  in  quan- 
tas  miserias  corruisti,  quas  seiens  sileo,  ne  audiar  a  quoquam,  siquis 
forte  aurem  in  hos  sermones  nostros  intulerit.  Cogita  quam  multe 
occupationes  te  undiquc  circumstent,  quibus  et  utilius  et  hone- 
stius  incumberes.  Cogita  quam  multa  inter  manus  tuas  inexpleta 


i.  Orazio,  Epist.,  i,  4,  13, 


IL   MIO   SEGRETO  •    LIBRO   TERZO  187 

ploriamo  Paiuto  dalla  fonte  prima  dei  rimedi,  cioe  dalla  ragione 
stessa.  A  cio  giovera  1'intensa  meditazione,  che  ho  elencata  ultima 
delle  tre  cause  che  distolgono  Panimo  dall'amore.  Ora  perci6 
t'intenderai  chiamare  a  quella  rocca,  nella  quale  soltanto  potrai 
essere  sicuro  dalle  incursion!  delle  passioni  e  per  la  quale  sarai 
detto  uomo.  Medita  dunque  prima  di  tutto  sulla  nobilta  delP am 
mo,  che  e  si  grande  che  a  volerne  discorrere  dovrei  comporre  un 
intero  libro.  Medita  insieme  sulla  fragilita  e  sulla  sozzura  dei  corpi, 
di  cui  non  ci  sarebbe  meno  copiosa  materia  di  dire.  Medita  sulla 
brevita  della  vita,  su  cui  esistono  scritti  di  grandi  uomini.  Medita 
sulla  fuga  del  tempo,  che  6  tale  che  nessuno  potrebbe  eguagliarla 
a  parole.  Pensa  alia  morte  che  e  certissima,  alPora  della  morte  che 
<b  dubbia,  in  ogni  tempo  e  in  ogni  luogo  imminente.  Pensa  che  solo 
in  questo  si  ingannano  gli  uomini:  nel  credere  che  sia  da  differire 
ci6  che  differire  non  si  pu6;  ch6  nessuno  e  cosl  immemore  del- 
Fessere  suo,  che,  interrogato,  non  risponderebbe  che  una  volta 
o  Paltra  avr&  a  morire.  Perci6  ti  scongiuro  di  non  lasciarti  illudere 
dalla  speranza  d'una  vita  assai  lunga,  come  accade  a  innumere- 
voli;  ma  anzi  di  accogliere  come  uscito  da  un  oracolo  divino  il 
verso:  «considera  ogni  giorno  come  sia  Pultimo  che  ti  splenda». 
E  in  verita  o  e  Pultimo  o  alPultimo  certamente  vicino  ogni  giorno 
che  albeggia  ai  mortali.  Oltre  a  ci6  medita  anche  come  sia  brutto 
essere  segnato  a  dito  ed  essere  convertito  in  favola  alle  genti; 
medita  come  la  tua  professione  sia  discordante  da'  tuoi  costumi. 
Pensa  quanto  ella  ti  abbia  nociuto  alPanimo,  al  corpo,  alia  for- 
tuna;  pensa  quante  vicende  per  lei  hai  sofferto  senza  alcuna  uti- 
lita;  pensa  quante  volte  fosti  deluso,  quante  volte  dispregiato, 
quante  volte  negletto.  Pensa  quante  supplicazioni  hai  effuse  al 
vento,  quanti  lamenti,  quante  lagrime.  E  pensa,  al  tempo  stesso, 
alPingrato  e  spesso  altero  portamento  di  lei ;  che  se  parve  talora  un 
po'  benigno,  fu  per  breve  tratto  e  piu  mobile  d'un'aura  estiva! 
Pensa  quanto  hai  accresciuta  a  lei  la  fama,  quanto  ti  ha  sottratto 
ella  della  tua  vita;  e  come  tu  sia  stato  sollecito  del  nome  suo, 
e  come  ella  sempre  incurante  del  tuo  stato.  Pensa  quanto  ti  sia 
allontanato  per  lei  dall'amore  di  Dio,  in  quante  miserie  tu  sia 
incorso,  le  quali,  pur  sapendole,  taccio,  per  non  essere  udito  da 
qualcuno,  se  qualcuno  mai  abbia  a  tendere  Porecchio  a  questi 
nostri  discorsi.  Pensa  quante  faccende  ti  premano  da  ogni  lato, 
alle  quali  sarebbe  tanto  piu  utile  e  piu  bello  attendere.  Pensa 


l88  SECRETUM  •  LIBER  TERTIUS 

sint  opera,  quibus  ius  suum  reddcrc  multo  equius  forct,  nee  tarn 
iniquis  portionibus  hoc  brevis  punctum  tcmporis  partiri,  Postremo 
cogita  quid  id  est,  quod  tarn  ardenter  cxpetis.  Verum  hoc  acriter 
viriliterque  cogitandum  est,  ne  fugicndo  forsitan  arctius  illigeris, 
quod  multis  sepe  contigit,  dum  cxterioris  forme  duleedo  per 
angustas  nescio  quas  rimulas  subit  et  malum  remediis  alitur,  Pauci 
enim  sunt  qui,  ex  quo  semel  virus  illud  illeeebrose  voluptatis 
imbibcrint,  feminei  corporis  feditatem,  de  qua  loquor,  sat  viri- 
liter,  ne  dieam  satis  constanter,  examinent.  Facile  rclabuntur 
animi  et  urgente  natura  in  earn  potissimum  partem  rccidunt,  in 
quam  diutissime  pcpenderunt.  Id  ne  accidat  summo  studio  pro- 
videndum  est:  pelle  omnem  preteritarum  memoriam  curarum; 
omnem  eogitatum,  qui  transact!  temporis  admonet,  excute  et, 
ut  aiunt,  ad  petram  parvulos  tuos  allide1  ne,  si  creverint,  ipsi  te 
ceno  subruant.  Inter  hcc  eelum  dcvotis  orationibus  pulsandum; 
aurcs  Regis  etherei  piis  precibus  fatigande.  Nulla  dies  nulla  nox 
sine  lacrimosis  obsecrationibus  transigenda  est,  si  forte  miseratus 
Omnipotens  finem  laboribus  tantis  imponeret.  Hee  agenda  tibi 
cavendaque  sunt;  que  diligentius  observanti  aderit  divinum  au- 
xilium,  ut  spero,  et  invieti  Liberatoris  dextra  succurret.  Bed  quo- 
mam,  tametsi  pro  necessitate  tua  pauca  quidem,  pro  brcvitate 
autem  temporis  satis  multa  de  uno  morbo  dicta  sunt,  ad  alia 
transeamus*  Restat  ultimum  malum  quod  in  te  curare  nunc  ag- 
grediar. 

Fr.  Age,  pater  mitissime,  nam  reliquis  etsi  nondum  plene  H- 
beratum,  magna  tamen  ex  parte  me  levatum  scntio. 

Aug.  Gloriam  hominum  et  irnmortalitatem  nominis  plus  de- 
bito  cupis. 

Fr.  Fateor  plane,  neque  hunc  appetitum  ullis  remediis  frenare 
queo, 

Aug.  At  valde  metuendum  est>  ne  optata  nimium  hec  inanis  im- 
mortalitas  vere  immortalitatis  iter  obstruxerit. 

Fr.  Timeo  equidern  hoc  unum  inter  cetera;  sed  quibus  artibus 


i.  ad  petram  ,  .  .  allide:  cfr.  Psalm.,  136,  9:  «beatus  qui  tenebit,  et  allidet 
parvulos  suos  ad  petram ». 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  189 

a  tutte  quelle  opere  che  hai  tra  mano  incompiute,  e  a  cui  sarebbe 
tanto  piu  giusto  dedicar  le  cure  cui  hanno  diritto,  invece  di 
dividere  codesto  breve  tratto  della  tua  esistenza  in  porzioni  cosi 
mal  ripartite.  E  finalmente  medita  che  sia  cio,  che  cosi  ardente- 
mente  desideri!  Veramente  quest' e  cosa  da  meditarsi  profonda- 
mente  e  vigorosamente,  per  non  esser  poi  nel  fuggire  piu  stretta- 
mente  avviluppato,  come  accadde  a  molti,  quando  la  dolcezza  della 
esteriore  bellezza  per  non  so  che  sottili  meati  vi  trapela  dentro, 
e  il  male  si  alimenta  degli  stessi  rimedi.  Sono  ben  pochi  quelli 
che,  da  quando  abbiano  una  volta  gustato  questo  veleno  della 
seduttrice  volutta,  considerino  abbastanza  energicamente,  per  non 
dire  abbastanza  fermamente  la  sozzura,  cui  ho  accennato,  del 
corpo  femminile.  Facilmente  gli  animi  tornano  addietro  e,  sotto 
lo  stimolo  della  natura,  ricascano  di  preferenza  verso  quel  pendio, 
al  quale  per  lunga  pezza  furono  volti.  Occorre  cercare  con  ogni 
studio  che  ci6  non  accada.  Annulla  ogni  ricordo  dei  passati  desi 
deri;  ogni  pensiero  che  ti  richiami  al  tempo  trascorso  scaccialo, 
e  (come  si  dice)  percuoti  alia  rupe  i  tuoi  nati,  affinch6  crescendo  non 
ti  affondino  nel  fango.  E  frattanto  fa'  risonare  il  cielo  di  devote  pre- 
ghiere;  fa'  stanchi  gli  orecchi  del  Re  del  cielo  di  pie  orazioni; 
nessun  giorno,  nessuna  notte  passi  senza  lagrime  e  supplicazioni, 
se  mai  1'Onnipotente  impietosito  ponga  fine  a  tanti  tuoi  affanni. 
Questo  tu  devi  fare,  questo  tu  devi  curare;  e  quando  tutto  ci6 
abbi  osservato  diligentemente,  spero  che  ti  verra  il  divino  aiuto 
e  ti  soccorrer&  la  destra  dell'invitto  Liberatore.  Ma  ora  che  ab- 
biamo  discorso  di  una  delle  tue  infermita,  certo  scarsamente  ri- 
spetto  alia  tua  necessita,  ma  rispetto  alia  brevita  del  tempo  abba 
stanza  a  lungo,  passiamo  ad  altro.  Resta  un  ultimo  male,  che  ora 
m'accingo  a  curare  in  te. 

Fr.  Fa'  pure,  padre  indulgentissimo ;  perche"  degli  altri,  anche  se 
proprio  non  liberate  al  tutto,  pure  mi  sento  in  gran  parte  sollevato. 

Ag.  Gloria  tra  gli  uomini  e  immortalita  al  tuo  nome  desideri 
piii  del  conveniente. 

Fr.  Lo  confesso  apertamente,  e  con  nessun  rimedio  posso  fre- 
nare  questo  appetito. 

Ag.  Eppure  e  da  temere  fortemente  che  questa  troppo  deside 
rata  inane  immortality  ti  abbia  a  ostruire  il  cammino  della  im 
mortalita  vera. 

Fr.  Lo  temo,  si,  e  proprio  questo  fra  tutto.  Ma  da  te  principal- 


190  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

tutus  sim  a  te  potissimum  expccto,  a  quo  maiorum  michi  mor- 
borum  remcdia  suppeditata  sunt. 

Aug.  Nullum  profccto  maiorcm  tibi  morbum  inessc  noveris, 
etsi  quidam  forte  fediorcs  sunt.  Verum  quid  essc  gloriam  reris, 
quam  tantopere  expetis?  Edixere. 

Fr.  Nesclo  an  diffinitionem  exigas.  At  ca  cui  notior  est  quam  tibi  ? 

Aug.  Tibi  vero  nomcn  glorie  notum,  res  ipsa,  ut  ex  actibus  col- 
ligitur,  esse  videtur  incognita;  nunquam  cnim  tarn  ardenter,  si 
nosses,  optares.  Certe,  sive  (cillustrem  et  pervagatam  vcl  in  suos 
cives  vel  in  patriam  vel  in  omne  genus  hominum  meritorum  fa- 
mam))  quoduno  in  loco1  M,  Tullio  visum  est;  sive  ccfrcqucntcm  de 
aliquo  famam  cum  laude»  quod  alio  loco2  ait  idem;  utrobique 
gloriam  famam  esse  reperies.  Scis  autem  quid  sit  fama  ? 

Fr.  Non  occurrit  id  quidcm  ad  presens  et  ignota  in  medium 
proferrc  metuo.  Idooque,  quod  esse  vcrius  opinor,  siluisse  ma- 
luerim. 

Aug.  Prudenter  hoe  unum  et  modeste.  Nam  in  omni  sermonc, 
gravi  presertim  et  ambiguo,  non  turn  quid  dicatur,  quam  quid 
non  dicatur  attcndendum  est.  Neque  cnim  par  ex  bene  dictis  laus 
et  ex  male  dictis  reprehcnsio  est.  wSeito  igitur  famam  nichil  esse 
aliud  quam  sermonem  de  aliquo  vulgatum  ac  sparsum  per  ora 
multorum. 

Fr.  Laudo  seu  diffinitionem,  seu  descriptionem  dici  mavis. 

Aug.  Est  igitur  flatus  quidam  atque  aura  volubilis  et,  quod  egrius 
feras,  flatus  est  hominum  plurimorum.  Scio  cui  loquor;  nulli 
usquam  odiosiores  esse  vulgi  mores  ac  gesta  perpendi.  Vide  nunc 
quanta  iudiciorum  perversitas:  quorum  enim  facta  condemnas, 
eorum  sermunculis  delectaris,  Atque  utinam  delectareris  duntaxat, 
nee  in  eis  tue  felicitatis  apicem  collocasses!  Quo  enim  spectat 
labor  iste  perpetuus  continueque  vigilie  ac  vehemens  impetus 
studiorum?  Respondebis  forsitan,  ut  vite  tue  profutura  condiscas. 
At  vero  iam  pridem  vite  simul  et  morti  necessaria  didicisti.  Erat 


1.  uno  in  loco:  Cicerone,  Pro  Marc.,  8,  26.     2.  alio  loco:  forse  Tttsc,,  in, 

2,  3:  «est  enim  gloria  . .  .  consentiens  laus  bonorum». 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  191 

mente,  che  mi  hai  prestati  i  rimedi  di  mail  maggiori,  attendo  di 
conoscere  con  quali  mezzi  possa  farmene  salvo. 

Ag.  Apprenderai  che  veramente  non  &  in  te  malattia  maggiore 
di  questa,  anche  se  qualcuna  ve  n'ha  di  piu  sozza.  Dunque,  che 
ritieni  tu  che  sia  questa  gloria  che  cosi  faticosamente  persegui? 
Dimmelo. 

Fr.  Non  so  se  esigi  una  definizione ;  ma  a  chi  meglio  che  a  te  .e 
nota? 

Ag.  A  te  invece  e  noto  il  nome  di  gloria,  ma  la  cosa  in  se",  a 
giudicare  dalle  tue  azioni,  sembra  ti  sia  ignota;  che",  se  la  conoscessi, 
non  la  desidereresti  giammai  cosi  ardentemente.  Certo,  o  sia  essa 
«una  chiara  e  diffusa  fama  delle  benemerenze  o  verso  i  propri 
cittadini  o  verso  la  patria  o  verso  tutto  il  genere  umano»  come 
parve  a  M.  Tullio  in  un  certo  passo :  o  sia  essa  « il  parlar  frequente 
d'alcuno  con  lode»  come  lo  stesso  dice  in  altro  luogo,  nell'un 
caso  e  nell'altro  troverai  che  la  gloria  <b  fama.  Ora  sai  tu  che  sia 
la  fama? 

FT.  Ci6  non  occorre  al  presente;  d'altra  parte  esito  a  dar  fuori 
cose  che  ignoro.  Per  ci6  desidererei  tacere  quel  che  penso  piu 
veramente  che  sia. 

Ag.  Prudente  e  modesto  almeno  in  ci6 :  perch6  in  ogni  questione, 
specialmente  se  grave  o  dubbia,  non  tanto  si  deve  badare  a  ci6 
che  si  dice,  quanto  a  ci6  che  non  si  dice;  e  questo  perche"  la  lode 
per  le  cose  dette  bene  non  compensa  il  biasimo  per  quelle  dette 
male.  Sappi  dunque  che  la  fama  non  h  altro  che  un  parlar  intorno  a 
qualcuno,  diffuso  e  sparso  sulla  bocca  di  molti. 

Fr.  Apprezzo  questa  o  definizione  o  descrizione  che  tu  preferi- 
sca  dirla. 

Ag.  £  dunque  come  un  fiato  e  un  volubile  venticello ;  anzi  (ci6 
che  ti  fara  piu  dispiacere)  fiato  di  una  folia  d'uomini.  So  con  chi 
parlo;  ritengo  che  non  ci  sia  al  mondo  persona  cui  siano  piu 
odiosi  i  costumi  e  gli  atti  del  volgo.  Vedi  ora  quant' e  la  stortura 
dei  tuoi  giudizi:  dilettarti  dei  pettegolezzi  di  coloro  dei  quali  con- 
danni  le  azioni.  E  magari  ti  dilettassero  soltanto  e  non  ponessi 
in  questi  la  cima  della  tua  felicita!  Perch6,  insomma,  a  che  tende 
codesto  tuo  assiduo  lavoro,  codeste  continue  veglie  e  il  fervido 
trasporto  verso  gli  studi?  Mi  risponderai  forse:  «ad  apprendere 
nozioni  utili  alia  vita»,  ma  in  realta  6  un  pezzo  che  hai  appreso 
ci6  che  6  necessario  non  solo  alia  vita  tua,  ma  alia  morte.  Era  dun- 


IQ2  SECRETUM   -    LIBER    TERTIUS 

igitur  potius  quemadmodum  in  actum  ilia  produccres  cxpcricndo 
tcntandum,  quam  in  laboriosa  cognitione  procedcndum,  ubi  novi 
semper  reccssus  et  inacccsse  latcbrc  et  inquisitionum  nullus  est 
terminus.  Adde  quod  in  his,  quo  populo  placerent,  studiosius 
claborasti,  his  ipsis  placcre  satagens,  qui  tibi  pro  omnibus  displi- 
cebant;  hinc  pocmatum,  illinc  historiarum,  denique  omnis  elo- 
quentie  flosculos  carpens,  quibus  aures  audicntium  dcmulccrcs. 

Fr.  Parce,  queso,  hoc  tacitus  audire  non  possum.  Nunquam,  ex 
quo  pueritiam  excessi,  scientiarum  flosculis  delectatus  sum ;  multa 
enim  adversus  literarum  laceratores,  eleganter  a  Cicerone  dieta 
notavi,  et  a  Seneea  illud  in  prirnis:  «Viro  captare  flosculos  turpe 
est,  et  notissimis  se  fulcirc  vocibus  ac  mcmoria  stare. »* 

Aug.  Nee  ego,  dum  hcc  dico,  vcl  ignaviam  tibi  vel  memorie 
angustias  obicio;  sed  quod  ex  his,  que  legeras,  floricliora  in  so- 
dalium  delitias  reservasti,  et  velut  ex  ingenti  aeervo  in  usus  ami- 
corum  clegantiora  eonsignasti,  quod  totum  inanis  glorie  lenoci- 
nixim  est.  Et  tandem  quotidiana  oceupatione  non  contcntus,  que 
magna  licet  temporis  impensa  nonnisi  presentis  evi  farnam  pro- 
mittebat,  cogitationesque  tuas  in  longinqua  transmittens,  famam 
inter  posteros  concupisti.  Ideoque  manum  ad  maiora  iam  por- 
rigens,  librum  historiarum  a  rege  Romulo  in  Titum  Cesarem, 
opus  immensum  tcmporisquc  et  laboris  capacissimum,  aggressus 
es.s  Eoque  nondum  ad  exitum  perducto  (tantis  glorie  stimulis  ur~ 
gebaris!)  ad  Africam  poetico  quodam  navigio  transivisti;  et  nune 
in  prefatos  Africe  libros  sic  diligenter  incumbis,  ut  alios  non  re- 
linquas.  Ita  totam  vitam  his  duabus  curis,  ut  intercurrentes  alias 
innumeras  sileam,  prodigus  prcciosissime  irreparabilisque  rei,  tri- 
.buis,  deque  aliis  scribcns,  tui  ipsius  oblivisceris.  Et  quid  scis  an, 
utroque  inexpleto  opere,  mors  calamum  fatigatum  e  manibus 
rapiat,  atque  ita,  dum  immodicc  gloriam  petens  gemino  calle 
festinas,  neutro  pervenias  ad  optatum? 

Fr.  Timui  hoc,  fateor,  interdum.  Gravi  enim  morbo  correptus 
viciniam  mortis  expavi,  nichil  in  eo  statu  sentiens  molestius  quam 
quod  Africam  ipsam  semiexplicitam  Hnquebam.  Itaque,  alicnam 


i.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  33,  7  (« . .  ,  et  fulcire  se  notissimis  ac  paudssimis 
vocibus  et  mernoria  .  . .»)-  2.  librum  historiarum  . ,  ,  aggressus  es:  allude 
qui  al  De  viris  ilhistribus t  secondo  il  disegno  comprendcnte  soltunto  i 
grandi  romani ;  come '  apprendiamo  da  qui  il  Petrarca  lo  aveva  cominciato 
alquanto  prima  dell'^/rwa,  il  cui  inizio  £  da  porsi  nel  1338  o  nel  '39. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  193 

que  meglio  tu  cercassi  (Tesperimentare  il  modo  di  tradurre  In  atto 
le  cose  apprese,  anzi  che  addentrarti  in  una  faticosa  dottrina, 
nella  quale  si  aprono  sempre  nuovi  recessi  e  inaccessibili  abissi, 
e  non  v'e  limite  alcuno  alia  ricerca.  Aggiimgi  che  ti  sei  piii  studiosa- 
mente  esercitato  nelle  opere  che  piacevano  al  popolo,  preoccu- 
pandoti  di  piacere  proprio  a  quelli  che  ti  spiacevano  sopra  ogni 
cosa,  cogliendo  or  dai  poemi,  or  dalle  storie,  e  insomnia  da  ogni 
forma  letteraria,  i  fioretti  dei  quali  dilettare  Porecchio  degli  uditori. 

Fr.  Ti  prego  di  risparmiarmi,  ch<§  non  potrei  udire  codesto 
in  silenzio.  Giammai,  da  quando  sono  uscito  dalla  puerizia,  mi 
sono  compiaciuto  delle  «fiorite)>;  troppo  ho  notato  gli  eleganti 
motti  di  Cicerone  contro  i  laceratori  letterari,  e  soprattutto  quel 
che  disse  Seneca:  «£  indegno  di  un  uomo  cogliere  fiorellini  e  soste- 
nersi  con  detti  notissimi  e  affidarsi  alia  memoria. » 

Ag.  Ne  io  nel  dir  questo  ti  rimprovero  la  pigrizia  o  la  meccani- 
cita  della  memoria;  bensl  che  di  ci6  che  avevi  letto  riserbasti  il 
meglio  a  ricreazione  dei  compagni;  e,  fattone  come  un  grande 
cumulo,  le  migliori  eleganze  ponesti  a  disposizione  degli  amici. 
Tutto  ci6  per  attirarti  una  vana  gloria.  E  fmalmente,  non  contento 
della  quotidiana  attivita,  che  pur  con  grande  dispendio  di  tempo 
non  ti  prometteva  fama  se  non  durante  questa  eta,  e  proiettando 
le  tue  ambizioni  a  un  termine  piu  lontano,  vagheggiasti  la  fama  tra  i 
posteri.  E  cosi,  mettendo  tosto  mano  a  maggiori  lavori,  ti  sei 
accinto  a  un  libro  di  storia  da  Romolo  re  a  Tito  imperatore, 
opera  immensa  che  richiede  gran  tempo  e  fatica ;  e  non  anche 
condotta  a  termine  questa,  passasti,  per  cosl  dire,  con  poetico 
legno  in  Africa,  tanti  erano  gli  stimoli  di  gloria  che  ti  eccitavano ; 
ed  ora  attendi  assiduo  ai  libri  dell' Africa  senza  tuttavia  tralasciare 
gli  altri.  Per  tal  modo  dedichi  tutta  la  vita  a  queste  due  imprese 
(per  non  dire  delle  altre  innumerevoli  che  vi  si  frammettono), 
prodigo  del  piu  prezioso  e  irrecuperabile  de'  tuoi  beni;  e  scrivendo 
degli  altri  dimentichi  te  stesso.  Ma  che  sai  se,  innanzi  d'aver 
compiuta  Tuna  e  1'altra  opera,  la  morte  non  ti  abbia  a  strappare 
di  mano  Paffaticata  penna  ?  e  cosl,  mentre  per  ismodato  desiderio 
di  gloria  a  questa  ti  affretti  per  due  strade,  n6  per  Tuna  n6  per  1'al- 
tra  tu  riesca  la  dove  desideri  ? 

Fr.  Talora,  confesso,  Pho  temuto.  Una  volta,  sorpreso  da  grave 
malattia,  temetti  la  vicinanza  della  morte;  e  ci6  che  mi  riusciva 
piu  molesto  in  quello  stato,  era  che  lasciavo  appunto  Y  Africa 


194  SECRETUM  •    LIBER  TERTIUS 

dedignatus  limam,  ignibus  earn  propriis  manibus  mandarc  de- 
creveram,  nulli  amicorum  satis  fidens,  qui  post  emissum  spiri- 
tum  id  Tnichi  prcstaret;  proptcreaquod  Virgilium  nostrum  ab 
imperatore  Cesare  Augusto  hac  in  re  sola  non  exauditum  esse 
memineram.  Quid  te  moror?  Parum  affuit  quin  Africa  preter  vi- 
cini  solis  ardores,  quibus  etcrnum  subiacet,  ac  preter  romanorum 
faces,  quibus  ter  olim  longe  lateque  perusta  est,  meis  etiam  flam- 
mis  arderet.  Sed  de  hoc  alias.  Est  enim  amara  recordatio. 

Aug.  Adiuvas  sentcntiam  meam  narratione  hac.  Dilata  parumper 
solutionis  dies,  sed  non  cassa  ratio  est.  Quid  autem  stultius  quam 
in  rem  exitus  incerti  tantos  labores  effundere?  Scio  tamen  quid 
tibi,  ne  ceptum  destituas,  blanditur:  spes  una  pcragcndi,  quam 
quoniam  facile,  nisi  fallor,  extenuare  non  possum,  verbis  earn 
amplificare  tentabo,  ut  earn  vel  sic  longe  imparem  tantis  laboribus 
tuis  ostcndam.  Finge  igitur  esse  tibi  et  tcmporis  et  otii  et  tranquil- 
litatis  abunde;  evanescat  omnis  torpor  ingenii,  omnis  corporis 
languor;  cessent  fortune  impedimenta  omnia,  que,  interrupto  seri- 
bendi  impetu,  sepc  properantcm  calamum  adverterunt.  Felicius 
tibi  et  supra  votum  cunta  perveniant.  Quid  tamen  tarn  grande 
facturum  esse  te  iudicas? 

Fr.  Preclarum  nempe  rarumque  opus  et  egregium, 

Aug.  Nolo  nimis  obluctari;  preclarum  opus,  conccdatur;  at 
quanto  preclarioris  impedimentum  si  cognosceres,  quod  cupis 
horreres.  Hoc  enim  dicere  ausim:  vel  in  primis  animum  tuum  ab 
omnibus  melioribus  curis  abstrahit.  Adde  quod  hoc  ipsum  precla 
rum  neque  late  patet,  nee  in  longum  porrigitur,  locorumque  ac 
temporum  angustiis  coartatur. 

Fr.  Intelligo  istam  veterem  et  tritam  iam  inter  philosophos  fa- 
bellam:  terram  omnem  punti  unius  exigui  instar  esse,  annum 
unum  infinitis  annorum  milibus  constare;  famam  vero  hominum 
nee  punctum  implere  nee  annum,  ceteraque  huius  generis,  quibus 
ab  amore  glorie  animos  dehortantur.1  Sed,  queso,  siquid  habes 
validius  prefer.  Hec  enim  relatu  magis  speciosa  quam  efficacia 
sum  expertus.  Neque  enim  deus  fieri  cogito,  qui  vel  eternitatem 


i.  terrain  .  .  .  dehortantur:  queste  consideration!  intorno  alia  pochezssa 
della  gloria  umana,  provengono  dal  Somnium  Scipionis  (Res  pubL,  vi)  di 
Cicerone,  a  cui  s'era  gia  ispirato  il  Petrarca  nel  comporre  il  primo  episo 
dic  dell' Africa:  episodio  che  vedremo  largamente  citato  piti  oltre  (cfr, 
anche  Boezio,  De  cons.  phtLt  n,  prosa  7). 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  195 

condotta  solo  a  mezzo.  E  cosi,  rifuggendo  dalla  lima  degli  altri, 
avevo  deciso  di  darla  alle  fiamme  di  mia  propria  mano,  non  fidan- 
domi  di  alcun  amico,  che  dopo  ch'io  fossi  spirato  mi  compisse 
questo  ufficio.  Ricordavo  bene  che  il  nostro  Virgilio  solo  in  questo 
punto  non  fu  esaudito  da  Cesare  Augusto.  Ma  a  che  intrattenerti 
piu  a  lungo  ?  Poco  manc6  che  1' Africa,  oltre  che  pei  raggi  delPim- 
minente  sole,  ai  quali  sempre  soggiace,  e  per  le  faci  dei  Romani, 
dalle  quali  tre  volte  un  tempo  fu  arsa  in  lungo  e  in  largo,  ardesse 
anche  per  le  mie  fiamme.  Ma  di  ci6  altra  volta,  ch6  e  un  amaro 
ricordo. 

Ag.  Con  questo  racconto  confermi  il  mio  giudizio.  Differito 
fors'e  per  alquanto  il  giorno  della  risoluzione,  ma  non  ne  e  can- 
cellata  la  ragione.  Qual  maggiore  stoltezza  dello  spendere  tante 
fatiche  in  cosa  d'esito  incerto  ?  So  benissimo  ci6  che  ti  lusinga  a 
non  lasciare  quanto  hai  intrapreso:  la  speranza  di  riuscire.  E 
poiche",  se  non  m'inganno,  questa  non  potrei  facilmente  distrug- 
gertela,  tenter6  di  accrescerla  a  parole,  si  da  mostrartela,  anche 
cosl,  di  gran  lunga  impari  alle  tante  tue  fatiche.  Supponi  dunque 
d'avere  ogni  agio  di  tempo,  di  liberta,  di  tranquillita ;  che  svanisca 
ogni  torpore  d'ingegno,  ogni  stanchezza  fisica;  che  spariscano 
tutti  gli  impediment  della  fortuna,  i  quali,  interrompendoti  Pim- 
peto  dello  scrivere,  spesso  ti  hanno  deviata  la  penna  veloce.  Ogni 
cosa  ti  riesca  assai  bene  ed  oltre  i  tuoi  voti.  Ebbene :  che  credi  poi 
di  riuscire  a  fare  di  tanto  grande  ? 

Fr.  Senza  dubbio  un'opera  illustre,  rara  ed  egregia. 

Ag.  Non  voglio  contraddirti  troppo :  un'opera  eccelsa,  ammettia- 
molo.  Ma  se  sapessi  a  quaPaltra  piu  eccelsa  ti  sia  di  impedimento, 
avresti  in  orrore  ci6  che  desideri ;  oserei  anzi  dire  che  questa  mas- 
simamente  ti  distrae  Panimo  da  tutte  le  piu  salutari  cure.  Aggiungi 
che  questa  stessa  eccellenza  n6  risulta  nota  largamente,  ne"  dura  a 
lungo,  e  si  trova  coartata  da  angusti  limiti  di  tempi  e  di  luoghi. 

Fr.  Conosco  questa  vecchia  e  trita  favola  dei  filosofi:  che  tutta 
la  terra  e  come  un  solo  esiguo  punto ;  che  a  un  anno  solo  equival- 
gono  infinite  migliaia  d'anni;  e  che  la  fama  degli  uomini  n6  riempie 
quel  punto  ne"  quell'anno ;  con  tutte  le  altre  storie  di  questo  genere, 
con  cui  si  dissuadono  gli  animi  dalPamore  della  gloria.  Oh,  no! 
ti  prego  di  tirar  fuori  qualche  cosa  di  piu  persuasivo,  se  Phai, 
perch6  codesto  Pho  sperimentato  piuttosto  bello  a  dirsi  che  non 
efficace;  che"  io  non  penso  di  diventare  un  dio,  per  avere  a  conse- 


196  SECRETUM  •    LIBER  TERT1US 

habeam  vel  celum  terrasquc  complectar.  Humana  michi  satis  est 
gloria;  ad  illam  suspire,  et  mortalis  nonnisi  mortalia  concupisco. 

Aug.  0  tc,  si  vera  mcmoras,  infcliccm!  si  non  cupis  immortalia, 
si  eterna  non  respicis,  totus  cs  terreus.  Actum  est  de  rebus  tuis; 
spei  nichil  est  reliquum. 

Fr.  Avertat  Deus  hanc  insaniam!  Semper  eternitatis  me  amore 
conflagrasse  testis  est  michi  curarum  mearum  mcns  conscia.  Sed 
hoc  dixi  vel,  si  forsitan  lapsus  sum,  hoc  dicere  volebam:  morta- 
libus  utor  pro  mortalibus,  nee  immodico  vastoque  desiderio  na 
ture  rcrum  vim  afferre  molior.  Itaque  gloriam  humanam  sic  ex- 
peto,  ut  sciam  et  me  et  illam  esse  rnortales. 

Aug.  Ut  hoc  prudenter,  sic  illud  insulsissime,  quod  proptcr 
auram  inanem  eamque,  ut  ipse  asseris,  perituram  semper  mansura 
destituis. 

Fr.  Haud  equidem  destituo;  sed  fortassis  differo, 

Aug.  At  quam  periculosa  dilatio  est,  in  tanta  dubii  celeritate 
temporis,  tantaque  vite  fuga!  Ad  hoc  cnim  velim  michi  respon- 
deas;  si  ab  Eo  forte,  qui  solus  vite  mortiaque  metam  statuit,  unus 
duntaxat  prefixus  hodie  foret  annus  integer  vivendi,  idque  tibi 
sine  ulla  dubitatione  constaret,  qualis  esse  inciperes  huius  annul 
temporis  dispcnsator  ? 

Fr.  Equidem  parcissimus  ac  diligentissimus  summoque  studio 
providerem,  nequid  nisi  seriis  impenderetur,  vixque  aliquem  tarn 
vesanum  insolentemque  reor,  qui  non  idem  responsurus  sit, 

Aug.  Responsum  probo,  sed  stuporem,  quern  michi  furor  ho- 
minum  parit  in  hac  re,  non  modo  meus  sed  nee  omnium,  qui  un« 
quam  eloquentie  studuerunt,  stilus  explicet:  omnium  licet  in  hoc 
unum  ingenia  laboresque  conveniant,  citra  verum  facundia  fessa 
subsistet. 

Fr.  Que  tante  admirationis  causa  est? 

Aug.  Quia  rerum  certarum  avarissimi  estis,  incertarum  prodigi; 
cuius  contrarium,  nisi  prorsus  insaniretis,  esse  debuerat  Profecto 
enim  anni  spatium,  etsi  brevissimum  sit,  ab  Eo  tamen,  qui  nee 
fallit  nee  fallitur,  promissum  et  in  partes  distributum,  licentius 
spargi  poterat,  extremis  particulis  ad  salutis  consilia  rcscrvatis. 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  197 

guire  Peternita  o  ad  abbracciare  la  terra  e  il  cielo.  Mi  basta  la  glo 
ria  umana;  a  questa  agogno  e,  mortale  come  sono,  non  desidero 
che  cose  mortali. 

Ag.  Oh!  te  disgraziato,  se  dici  il  vero!  Se  non  desideri  beni 
immortali,  se  non  miri  agli  eterni,  sei  tutto  terreno.  Le  tue  sorti 
sono  decise,  non  ti  resta  speranza  alcuna. 

Fr,  Dio  mi  guardi  da  tale  pazzia!  Mi  e  testimonio  la  coscienza 
memore  de'  miei  affanni,  che  io  sempre  arsi  d'amore  per  Peterno. 
Ma  questo  io  dicevo,  o,  se  mi  sono  male  espresso,  questo  inten- 
devo  dire:  tratto  i  beni  mortali  come  cose  mortali,  n6  tento  far 
violenza  alia  natura  con  ismodati  e  vasti  desideri.  Pertanto  cosl  mi 
attendo  la  gloria  umana,  come  chi  sa  che  ed  essa  ed  io  siamo 
mortali. 

Ag.  Tanto  e  saggio  codesto,  quanto  &  stoltissimo  quel  tuo  ab- 
bandonare,  per  un  fiato  di  vento  vano  e  (come  tu  affermi)  perituro, 
i  beni  che  sempre  dureranno. 

Fr.  Non  gia  che  li  abbandoni,  bensl  forse  li  differisco. 

Ag.  Ma  quanto  &  pericolosa  dilazione  codesta,  in  tanta  rapidita 
delPincerto  futuro,  in  tanto  fuggir  della  vita!  Vorrei  mi  rispon- 
dessi  a  questo :  se  per  awentura  da  Colui,  che  solo  ha  stabilito  il 
punto  d'arrivo  della  vita  e  della  morte,  ti  fosse  oggi  prefissato  un 
intero  anno  di  vita,  e  ci6  a  te  constasse  senza  alcun  dubbio,  come 
cominceresti  a  spendere  questo  tempo  di  un  anno  ? 

Fr.  Certo  da  parsimonioso  e  diligentissimo  dispensiere,  e  prov- 
vederei  con  ogni  cura  che  non  fosse  impiegato  che  in  cose  serie; 
n6  credo  ci  sia  alcuno  cosl  folle  e  sfrontato  da  rispondere  diversa- 
mente. 

Ag.  Approvo  la  tua  risposta ;  ma  Io  stupore  che  mi  desta  la  paz 
zia  degli  uomini  in  tal  riguardo,  &  tale  che  non  Pesprimerebbe 
non  solo  la  penna  mia,  ma  di  quanti  mai  si  dettero  all'arte  del  dire : 
ancorch6  gli  ingegni  e  gli  sforzi  di  tutti  in  ci6  solo  si  appuntassero, 
la  facondia  loro  si  fermerebbe  stanca  di  qua  dal  vero! 

Fr.  Qual'e  la  causa  di  tanta  meraviglia? 

Ag.  Che  siate  cosl  avari  di  ci6  che  possedete  certamente,  e 
prodighi  delPincerto ;  laddove,  se  non  foste  al  tutto  pazzi,  dovrebbe 
avvenire  il  contrario.  E  veramente  Io  spazio  d'un  anno,  per  breve 
che  sia,  una  volta  ch'6  promesso  da  Colui  che  ne"  inganna  n<§  s'in- 
ganna,  ben  distribuito  nelle  sue  parti,  Pavresti  potuto  spendere  piu 
liberamente,  riserbandone  le  ultime  briciole  ai  pensieri  saluti- 


IQo  .SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

Ilia  omnium  execrabilis  et  horrenda  dementia  est,  quod  nescitis 
utrum  supremis  necessitatibus  suffecturum  sit,  in  ridiculas  va- 
nitates,  ceu  superabundet,  cfTimdere.  Qui  annum  habet  ad  vi- 
vendum,  certum  quiddam  habet  ille,  scilicet  modicum;  qui  vero 
sub  ambiguo  mortis  imperio  est,  sub  quo  quidcm  omnes  degitis 
mortales,  nee  anni,  nee  lucis,  denique  nee  hore  integre  certus  est. 
Annum  victuro,  sex  licet  mensibus  amissis,  adhuc  semestre  su- 
perest  spatium;  tibi  vero,  si  hie  perditur  dies,  quis  sponsor  est 
crastini?  Verba  sunt  Ciceronis:  «moriendum  esse  eertum  est 
et  hoc  ipsum  incertum  an  hac  eadem  die)),1  nee  est  aliquis  adeo  iu- 
venis  «cui  compertum  sit  se  usque  ad  vesperam  esse  venturum».2 
Quero  igitur  ex  te,  quero  itidcm  ex  cuntis  mortalibus,  qui  Ven 
turis  inhiantes  presentia  non  euratis:  quis  scit 

an  addidant  hodicrne  crastina  trite 
tempera  dii  superi'fi 

Fr.  Nullus  profecto,  ut  pro  me  ipse,  et  pro  cuntis  respondeam; 
sed  speramus  annum  saltern,  quern  nemo  tam  senex  est  ut  non 
superesse  sibi  speret,  quod  Ciceroni  placet.4 

Aug.  At,  ut  eidem  videtur,  non  modo  senum  sed  adolescentium 
quoque  spes  stulta  est  sibi  pro  certis  incerta  promittentium,  Sed 
detur  (quod  omnium  impossibile  est)  et  amplum  simul  et  certum 
vite  spatium  contigisse ;  quanta  tibi  videtur  amentia  meliores  an- 
nos  atque  optimas  evi  partes,  vcl  in  placendo  oculis  alienis  vel 
in  auribus  hominum  demulcendis  expendere;  deterrimas  autem 
atque  ultimas,  pene  ad  nil  utiles,  vivendique  simul  et  finem  et 
fastidium  allaturas,  Deo  tibique  reservare,  ut  anime  tue  Hbertas 
extrema  omnium  cura  sit  ?  Certo  quamvis  in  tempore,  nonne  ordo 
tibi  transversus  videtur  meliora  postponere  ? 

Fr.  Est  autem  aliqua  propositi  mei  ratio.  Earn  enim,  quam  hie 
sperare  licet,  gloriam  hie  quoque  manenti  querendam  esse  per- 
suadeo  ipsc  michi;  ilia  maiore  in  celo  fruendum  erit,  quo  qui  per- 
venerit,  hanc  terrenam  ne  cogitare  quidem  velit  Itaque  istum 
esse  ordinern,  ut  mortalium  rerum  inter  mortales  prima  sit  cura; 
transitoriis  eterna  succedant,  quod  ex  his  ad  ilia  sit  ordinatissi- 
mus  progressus.  Inde  autem  regressus  ad  ista  non  pateat 

i.  Cicerone,  De  sen.,  20, 74.  2,  Cicerone,  De  sen.,  19, 67  (« cui  sit  exploratum 
se  ad  vesperam  esse  victurum »).  3,  Orazio,  Carm.,  iv,  7, 17-8  (« , . .  crastina 
summae » ; « vitae »  e  la  lezione  di  alcuni  codici).  4.  Cicerone,  De  sen.,  7,  24. 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  IQ9 

feri.  Ma  fra  tutte  esecrabile  ed  orrenda  &  la  follia  di  sciupare  in. 
ridicole  vanita,  quasi  si  avesse  in  abbondanza,  quello  che  non 
sapete  se  vi  bastera  alle  supreme  necessita.  Chi  ha  un  anno  da  vi- 
vere  ha  qualche  cosa  di  certo,  sia  pur  poco.  Chi  invece  e  sotto 
Pambiguo  potere  della  morte,  sotto  il  quale  giacete  tutti,  o  mortali, 
non  e  sicuro  n6  di  un  anno,  ne  di  un  giorno,  ne  di  una  intera  ora. 
Ad  uno  che  ha  da  vivere  un  anno,  anche  se  perda  sei  mesi,  gli  resta 
lo  spazio  d'altri  sei;  ma  a  te,  se  perdi  questo  giorno,  chi  e  ga- 
rante  della  dimani  ?  Sono  parole  di  Cicerone :  « &  certo  che  si  deve 
morire;  e  questo  &  altrettanto  incerto:  se  quest'oggi  stesso».  N6 
alcuno  &  tanto  giovane  «  da  sapere  che  giungerk  fino  a  sera ».  Do- 
mando  dunque  a  te,  domando  parimenti  a  tutti  i  mortali,  che  ane- 
lanti  alFawenire  del  presente  non  vi  curate:  chi  pu6  sapere  «se 
aggiungano  gli  dei  al  vivere  d'oggi  le  ore  del  dimani »? 

Fr.  Nessuno  certamente,  risponderb  io,  e  per  me  e  per  tutti; 
ma  speriamo  almeno  un  anno,  quanto  cio&  nessuno  &  cosi  vecchio 
da  non  sperare  che  gli  resti  da  vivere,  al  dire  di  Cicerone. 

Ag.  Se  non  che,  come  questi  pur  ritiene,  non  solo  &  stolta  spe- 
ranza  dei  vecchi  ma  anche  degli  adolescent!  ripromettersi  come 
certo  ci6  che  &  incerto.  Ma  ammettiamo  la  cosa  piu  impossibile 
di  tutte :  che  a  te  sia  sortito  un  lungo  e  insieme  sicuro  periodo  di 
vita.  Non  ti  sembra  una  immensa  sciocchezza  sciupare  gli  anni  mi- 
gliori  e  il  piu  bello  della  eta  o  in  piacere  agli  occhi  altrui  o  in 
dilettare  Porecchio  degli  uomini,  e  invece  i  peggiori  ed  ultimi 
anni,  che  non  servono  quasi  a  nulla  e  che  ti  recheranno  la  fine 
insieme  e  il  fastidio  delPesistenza,  riserbare  a  Dio  e  a  te,  come  se  la 
liberta  delPanima  fosse  P  ultimo  d'ogni  pensiero?  Se  pur  fossi  si 
curo  del  tempo  tuo  non  ti  par  questo  un  rovesciamento  delPordi- 
ne :  posporre  ci6  che  &  migliore  ? 

Fr.  C'&  per6  una  certa  ragione  del  mio  proponimento.  E  cio&: 
quella  gloria,  che  6  lecito  sperare  qui,  mi  vado  persuadendo  che  si 
abbia  a  ricercare  mentre  qui  ancora  si  rimane.  Dell'altra  piu 
grande  sara  dato  godere  in  Cielo,  dove,  chi  ci  pervenga,  non  vorra 
neppure  pensare  a  questa  terrena.  Pertanto  penso  che  questo  sia 
Pordine:  che  fra  i  mortali  preceda  la  cura  dei  beni  mortali:  che 
ai  caduchi  succedano  i  beni  eterni,  per6  che  da  quelli  a  questi  il 
progresso  &  ordinatissimo,  mentre  il  regresso  da  questi  a  quelli  non 
&  pensabile. 


200  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

Aug.  Stultissime  homuncio!  Sic  igitur  quicquid  voluptatum 
cclum  habct  aut  tellus  et  utrobique  ad  nutum  fluentcs  ac  felicis- 
simos  tibi  fingis  cventus.  At  millc  hominum  milia  spes  ista  fefellit, 
innumerabiles  animas  Orcho  dcmersit;  dum  enim  altcrum  pcdcm 
in  terra  tenere  putant,  alterum  in  celo,  neque  hie  consistere,  ne- 
que  illuc  asccnderc  potuerunt.  Itaque  miserabiliter  lapsi  sunt, 
subitoque  illos  vel  in  ipso  etatis  flore,  vel  in  medio  rcrum  appa- 
ratu  vegetabilis  aura  destituit.  Et  hoc  tibi  quod  tarn  multis  con- 
tigit,  contingere  posse  non  cogitas?  Heu  si  forte  interim,  quam 
Deus  prohibeat,  ruinam  multa  moliens  patereris,  quantus  dolor 
quantusque  pudor  et  quam  sera  penitcntia;  quod  in  diversa  dis- 
tractus  evanuisses  in  singulisl 

Fr.  Misereatur  Altissimus  ne  ista  contingant. 

Aug.  Misericordia  divina  libcret,  quamvis  humanam  tamen  non 
excusat  insaniam.  Nolo  autcm  dc  miscricordia  nirnium  speres. 
Sicut  enim  desperantes  odit  Deus,  sic  inconsulte  sperantes  irridct. 
Illud  equidem  ex  ore  tuo  auditum  esse  doleo  philosophorum  in 
hac  re  veterem,  ut  ais,  fabellam  posse  contemni.  Ea  ne,  qucso, 
fabula  est,  que  geometricis  demonstrationibus  terre  totius  de- 
signat  angustias:  artamque  licet  et  longiusculam  insulam  esse 
confirmat;  an  ea  que  asserit  ex  omni  terra  quinque  distincta  —  ita 
vocant  —  zonis,  maximam  illam  mediamque  solis  ardoribus,  duas 
autem  dextera  levaque  importunis  frigoribus  perpetuaque  glacie 
oppressas  habitaculum  hominibus  non  prestare;  duas  rcliquas, 
inter  mediam  et  extremas,  incoli?  An  ca  que  bipartite  huius  ha- 
bitabilis  alteram  partem  obice  magni  maris  inaccessibilem  vobis 
sub  pedibus  vcstris  locat,  quam  utrum  homines  teneant  scis  quan 
ta  dissensio  inter  doctissimos  homines  olim  sit.  Ego  autem  quid 
sentirem  absolvi  in  libris  De  civitate  Dei  quos  te  legisse  non  du- 
bito.1  Alteram  vero  vel  totam  vobis  linquit  habitabilem,  vel,  ut 
quibusdam  placet,  in  duas  partes  subdividens,  unam  usibus  vestris 
attribuit,  aliam  septentrionalis  Occeani  reflexibus  circumcludit 
atque  aditum  interdicit.  An  ea  que  hanc  ipsam  vobis  habitabilem, 
quantulacunque  sit,  freto  paludibusque  ac  silvosis  arenosisque 
et  desertis  locis  imminuit,  peneque  ad  nichilum  redigit  hoc  tel- 
luris  exiguum,  in  quo  tantopcre  superbitis?  An  ea  forte  que  in 


i.  Agostino,  De  civ.  Dei,  xvi,  9:  «Quod  vero  et  antipodas  esse  fabulan- 
tur  .  .  .  nulla  ratione  credendum  est ». 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  201 

Ag.  Stoltissimo  omiciattolo !  Cosi  dunque  ti  immagini  che  quan- 
te  ha  gioie  il  cielo  o  la  terra,  e  tutte  le  fortune  da  ogni  parte  ti  pio- 
vano  a  un  tuo  cenno!  Ma  mille  migliaia  di  uomini  furono  ingan- 
nati  da  tale  speranza,  e  innumerevoli  anime  spinte  all' Oreo,  che", 
mentre  credevano  di  tenere  1'un  piede  in  terra  e  Paltro  in  cielo, 
non  hanno  potuto  ne  restare  saldi  quaggiu,  ne  salire  lassu;  sicche 
sono  miseramente  caduti,  e  d'improvviso  Paura  vitale  li  abbandon6 
o  nel  fiore  stesso  delPeta  o  nel  mezzo  dei  loro  disegni.  E  questo, 
che  &  accaduto  a  molti,  non  pensi  che  possa  accadere  a  te?  Ahime! 
se  mai  avessi  a  soffrire  quella  rovina,  che  Iddio  ti  risparmi!  men 
tre  apparecchi  tante  cose,  quale  dolore,  quanta  vergogna,  e  quale 
tardo  pentimento,  perch6  distratto  in  opere  diverse  avresti  fallito 
in  ciascuna! 

Fr.  Per  pieta  dell'Altissimo,  che  ci6  non  mi  accada! 

Ag.  La  misericordia  divina,  ancor  che  sani  1'umana  pazzia, 
non  la  scusa  per6.  Ma  non  vorrei  che  tu  troppo  sperassi  dalla  mi 
sericordia,  perch6  Iddio,  come  odia  chi  dispera,  cosi  delude  chi 
spera  inconsultamente.  Molto  inoltre  mi  duole  udire  dalla  tua 
bocca  che  quella,  che  tu  chiami  <cvecchia  favola»  dei  filosofi, 
possa  a  tal  proposito  trascurarsi.  £  dunque,  di  grazia,  una  favola 
quella  che  con  prove  geometriche  determina  la  piccolezza  di 
tutta  la  terra,  e  dimostra  cio6  che  6  un'isola  stretta  e  allungata? 
O  Paltra  che  afferma  come  di  quelle  cinque  che  si  dicono  zone 
in  cui  tutta  la  terra  k  distinta,  1'una,  che  e  la  maggiore  e  mediana, 
per  Pardore  del  sole,  le  altre  due,  a  destra  e  a  sinistra,  gravate  da 
intollerabili  freddi  e  da  perpetui  ghiacci,  non  offrano  ricetto  al- 
Puomo,  e  come  solo  le  due  rimanenti,  tra  la  mediana  e  le  due  estre- 
me,  siano  abitate?  0  quella  che  colloca  1'una  di  queste  bipartite 
zone  abitabili  agli  antipodi,  inaccessible  a  voi  per  esservi  interpo- 
sto  il  gran  mare  ?  sulla  cui  abitabilita  sai  quanta  disparita  di  giudi- 
zi  corra  da  tempo  tra  gli  scienziati.  Quel  che  ne  pensassi  io,  Pho 
espresso  nei  libri  Delia  cittd  diDio,  che  non  dubito  abbia  tu  letto. 
Per  abitazione  vi  lascia  1'altra,  o  intera,  o,  come  alcuni  riten- 
gono,  pur  suddivisa  in  due  parti,  di  cui  Tuna  riserba  ai  vostri  usi, 
Paltra  recinge  con  le  sinuosit^  dell'Oceano  settentrionale  e  ve  ne 
impedisce  Paccesso.  Oppure  quella  che  codesta  abitabile,  per 
piccola  che  sia,  vi  sminuisce  con  i  mari,  con  le  paludi,  con  le 
selve,  le  sabbie,  i  deserti,  si  da  ridurre  quasi  a  nulla  questo  poco 
di  terra  in  cui  voi  tanto  insuperbite.  0  forse  quella  che  insegna 


202  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

hoc  ad  extremum  arctato  habitaculi  vestri  situ,  diversos  vivendi 
mores,  adversosquc  religionis  ritus,  dissonas  Hnguas  dissimilcsque 
habitus  edocet,  atque  hoc  modo  propaganda  late  nominis  prcripit 
facultatem  ?  Si  hcc  tibi  fabulosa  sunt,  fabulosa  quoque  sunt  omnia 
que  de  te  michi  promiseram.  Nulli  enim  ferme  notiora  hec  rebar 
csse  quam  tibi.  Nempe,  ut  omittam  et  Ciceronis  ct  Maronis 
disciplinam  ceteraque  vcl  philosophica  vel  poetica,  quibus  hac  de 
re  instructissimus  videbaris,  sciebam  te  nuper  in  Africa  tua  hanc 
ipsam  sententiam  preclaris  versibus  descripsisse,  ubi  dixisti: 

angustis  arctatus  fmibus  orbis 
insula  parva  situ  est,  curvis  quam  flexibus  ambit 
Occeanus.1 

Aliaque  deinceps  addidisti,  que  si  falsa  putabas,  miror  ut  ea 
per  te  tarn  constanter  asserta  sunt.  Quid  nunc  de  fame  mortalium 
brevitate  deque  temporalibus  angustiis  loquar,  cum  scias,  quorum 
vetustissima  memoria  est,  eternitati  collata  quam  brevis  quamque 
recens  sit  ?  Non  ego  te  ad  opiniones  illas  veterum  revoco,  qui  cre- 
bra  terris  incendia  diluviaque  denuntiant,  quibus  et  platonicus 
Thimeus  et  ciceronianus  Reipublice  sextus  liber  refertus  est.  Ea 
enim,  quanquam  multis  probabilia  videantur,  vere  tamen  reli- 
gioni,  cui  initiatus  es,  aliena  sunt  profecto.  At,  preter  hec,  quam 
multa  sunt  que  diuturnitatem,  ne  dicam  eternitatem,  nominis  im~ 
pediunt!  Mors  in  primis  hominum  illorum,  quibuscum  vita 
transacts  est;  oblivioque,  naturale  senectutis  malum.  Semper  quo 
que  subcrescens  novorum  laus  hominum,  que  flore  suo  nonnichil 
interdum  veteribus  titulis  derogat,  quantumque  maiores  deprimit 
tantum  ipsa  sibi  videtur  assurgere,  Hue  accedit  invidia,  que  glo- 
riosa  molientes  absque  intermissione  persequitur;  accedit  odium 
virtutis  et  invisa  plebibus  ingeniosorum  vita,  Adde  iudiciorum 
vulgarium  incostantiam;  adde  ruinas  sepulcrorum,  ad  que  discu- 
tienda  valent  asterilis  mala  robora  ficus»  ut  luvenalis  ait;a  quam 
non  ineleganter  in  Africa  tua  «secundam  mortem »  vocas.  Atque, 
ut  eisdem  te  hie  verbis  alloquar,  quibus  tu  illic  alium  loqui  facis; 

mox  met  et  bustum,  titulusque  in  marmore  sectus 
occidet:  hinc  mortem  patieris,  nate,  secundam,3 

i.  Petrarca,  Africa,  n,  361-3-     2.  Giovenale,  Sat,  x,  145.      3.  Petrarca, 
Africa,  n,  431-2. 


IL   MIO    SEGRETO  •    LIBRO   TERZO  203 

come  nello  spazio  estremamente  ristretto  della  vostra  stanza  esi- 
stono  modi  di  vita  diversi,  contrastanti  riti  religiosi,  dissonant! 
lingue  e  disformi  costumi;  per  il  che  toglie  alia  fama  possibilita 
di  spargersi  ampiamente.  Se  tutte  queste  per  te  sono  favole,  men- 
tite  son  pure  tutte  le  speranze  che  di  te  m'era  ripromesso;  perche 
pensavo  che  a  nessuno  ci6  fosse  noto  quanto  a  te,  ben  ricordando 
che,  a  prescindere  dalPammaestramento  di  Cicerone  e  di  Virgilio 
e  dalP  altre  sentenze  si  dei  filosofi  come  dei  poeti  delle  quali  su 
questo  argomento  sembravi  informatissimo,  tu  stesso  di  recente 
nella  tua  Africa  hai  espresso  in  chiarissimi  versi  il  medesimo  con 
cetto  dicendo:  «I1  mondo,  ristretto  in  angusti  confini,  e  come  una 
piccola  isola,  che  1'Oceano  circonda  con  la  cerchia  de'  curvi  lidi. » 
E  vi  hai  poi  aggiunte  altre  considerazioni,  che,  se  le  reputavi  false, 
mi  meraviglio  le  abbia  cosl  costantemente  asserite.  A  che  parlarti 
ora  della  brevita  della  fama  dei  mortali,  delPangustia  dei  tempi, 
quando  sai  bene  come  si  possa  dire  breve  e  recente,  se  paragonata 
all'eternita,  la  memoria  di  coloro  che  sono  i  piu  antichi?  Con  che 
non  voglio  richiamarti  alle  dottrine  di  quegli  antichi,  che  ammet- 
tono  frequenti  incendi  e  diluvi  sulla  terra,  perche",  sebbene  ne  siano 
pieni  cosl  il  platonico  Timeo  come  il  ciceroniano  sesto  libro  della 
Repubblica,  e  a  molti  appaiano  probabili,  sono  al  tutto  aliene  dalla 
vera  religione  in  cui  sei  stato  allevato.  Ma,  a  prescindere  da  que 
ste,  quante  e  quante  non  sono  le  cause  che  impediscono,  non  dico 
Peternita,  ma  pur  la  durata  della  nominanza!  Prima  di  tutte  la 
morte  di  quelli  coi  quali  si  e  passata  la  vita,  e  1'essere  dimenticati, 
naturale  danno  della  vecchiaia.  E  poi  la  sempre  crescente  gloria 
degli  uomini  nuovi,  che  nel  suo  fiorire  scema  via  via  di  non  poco 
le  antiche  fame,  credendosi  di  tanto  aumentare  di  quanto  deprime 
i  predecessori.  A  ci6  si  unisce  Pinvidia,  che  continuamente  per- 
seguita  chi  tenta  gloriose  imprese;  si  unisce  Podio  contro  la  virtu 
e  Postilit&  delle  plebi  contro  Pintelligenza.  Aggiungi  Pincostanza 
dei  giudizi  volgari,  aggiungi  la  rovina  dei  sepolcri,  che  a  rovesciarli, 
come  dice  Giovenale,  bastano  de  maligne  forze  dello  sterile  fico»; 
rovina  che  tu  non  senza  eleganza  nt\V  Africa  chiami  « morte  se- 
conda»;  ossia,  per  parlarti  qui  con  le  parole  stesse  con  le  quali 
ivi  fai  parlare  un  altro:  «Cadra  il  sepolcro  e  cadra  Pepigrafe  scol- 
pita  nel  marmo ;  allora  subirai,  figlio,  una  morte  seconda. »  Oh  la 


204  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

En  preclara  et  immortalis  gloria,  que  saxi  unius  nutat  impulsu! 
Adde  librorum  interitum,  quibus  vcl  propriis  vel  alienis  manibus 
vestrum  nomen  insertum  est.  Qui  licet  eo  serior  vidcatur,  quo 
vivacior  est  librorum  quam  sepulcrorum  memoria,  tamen  inevita- 
bilis  casus  est,  propter  innumerabiles  pestes  nature  fortuneque 
pariter,  quibus,  ut  cetera,  sic  et  libri  subiacent;  que  si  cunta  ces- 
sarent,  senium  suum  suaquc  illis  mortalitas  annexa  est. 

Mortalia  namque 

esse  decet  quecunque  labor  mortalis  inani 
edidit  ingenio* 

ut  tuis  potissimum  verbis  tuus  tarn  puerilis  error  convincatur. 
Quid  ergo?  adhuc  ingercre  tibi  non  desinam  vcrsiculos  tuos: 

libris  equidem  morientibus  ipse 
occumbcs  etiam;  sic  mors  tibi  tertia  restat* 

Habes  de  gloria  iudicium  meum,  pluribus  certe  quam  vel  me 
vel  te  decuit  verbis  explicitum,  paucioribus  vero  quam  rei  qualitas 
exigebat;  nisi  forte  nunc  etiam  fabulosa  tibi  hec  omnia  videntur. 

Fr.  Minime  quidem,  neque  michi  more  fabularum  affecerunt 
animum,  quin  imo  veteris  abiciendi  novum  desiderium  iniece- 
runt.  Quamvis  enim  ferme  omnia  iam  pridem  nota  michi  forent 
auditaquc  sepius,  quoniam,  ut  Tcrrcntius  noster  ait  «nullum  est 
iam  dictum  quod  non  sit  dictum  prius  »,3  tamen  et  vcrborum  di- 
gnitas  et  narrationis  series  et  loquentis  autoritas  multum  valent. 
Ceterum  de  hac  re  sententiam  tuam  ultimam  audire  velim:  iubeas 
ne  ut,  omissis  studiis  meis  omnibus,  inglorius  degam,  an  vero  me 
dium  aliquod  tibi  sit  consilium. 

Aug.  Ut  inglorius  degas  nunquam  consulam,  at  ne  glorie  sta 
dium  virtuti  preferas  identidem  admonebo.  Nosti  enim  gloriam 
velut  umbram  quandam  esse  virtutis  ;4  itaque,  sicut  apud  vos  im- 
possibile  est  corpus  umbram  sole  feriente  non  reddere,  sic  fieri 
non  potest  virtutcm,  ubilibet  radiante  Deo,  gloriam  non  parere. 
Quisquis  igitur  veram  gloriam  tollit,  virtutem  ipsam  sustulerit 
necesse  est;  qua  sublata,  relinquitur  vita  hominum  nuda  et  mutis 
animantibus  simillima  vocantemque  sequi  preceps  appetitum,  qui 

i.  Petrarca,  Africa,  n,  455-7.  2.  Petrarca,  Africa,  n,  464-5  (« libris  «M- 
tem  ..,»)•  3.  Terenjcio,  Eun.y  41.  4.  gloriam  .  .  .  virtutis:  cfr.  Cicerone, 
Tusc.t  I,  45,  109:  « gloria  .  .  .  tamen  virtutem  tamquam  umbra  sequitur». 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  205 

preclara  ed  eterna  gloria,  che  crolla  all'urto  d'un  sasso!  Aggiungi 
la  distruzione  dei  libri,  nei  quali  o  dalla  vostra  o  dalFaltrui  mano 
e  segnato  il  nome  vostro.  E  benche  questa  sembri  tanto  piu  tarda, 
quanto  e  piu  duratura  la  memoria  dei  libri  che  non  dei  sepolcri, 
tuttavia  e  un  evento  inevitabile  per  gli  inmimerevoli  danni  della 
natura  insieme  e  della  sorte,  ai  quali,  come  ogni  altra  cosa,  sog- 
giacciono  anche  i  libri.  Che  se  pure  si  evitassero  tutti,  anche  per  essi 
e  fatale  un  loro  invecchiare  e  un  loro  morire  «  perche  conviene  che 
sia  mortale  tutto  quanto  Pattivita  dei  mortali  con  vano  ingegno  ha 
prodotto»;  ma  mi  piace  convincerti  del  tanto  puerile  tuo  errore 
proprio  con  le  tue  parole!  Oh,  dunque!  non  cesser6  di  metterti 
innanzi  i  tuoi  versucci :  «  Con  la  morte  dei  libri  spegnendoti  anche 
tu,  ti  e  cosi  serbata  una  terza  morte. »  Eccoti  il  mio  giudizio  sulla 
gloria,  espresso  certo  con  piu  parole  che  a  me  o  a  te  non  convenis- 
sero,  ma  con  meno  che  la  materia  non  esigesse.  Salvo  che  per  av- 
ventura  anche  tutto  ci6  non  ti  sembri  una  favola. 

Fr.  Per  nulla  affatto,  n6  mi  ha  commosso  Panimo  come  fos- 
sero  favole;  ch6  anzi  mi  ha  destato  un  proponimento  nuovo  di 
gettar  via  1'antico.  E  quantunque,  per  dire  il  vero,  tutte  codeste 
considerazioni  mi  fossero  da  tempo  note  e  le  avessi  udite  piu 
volte,  per6  che  come  dice  il  nostro  Terenzio  « nulla  e  detto  che 
non  sia  stato  gia  detto  prima)>,  tuttavia  conta  molto  anche  vuoi  la 
gravita  delle  parole,  vuoi  Pordine  della  esposizione,  vuoi  Pautorita 
di  chi  parla.  Ma  insomma  desidererei  udire  la'tua  sentenza  fi 
nale  a  tal  riguardo :  se  mi  comandi  che,  smessi  gli  studi  miei  tutti 
me  ne  viva  senza  gloria,  oppure  se  mi  consigli  una  via  di  mezzo. 

Ag.  Non  ti  consiglier6  mai  di  vivere  senza  gloria;  ma  del 
pari  ti  ammonir6  sempre  di  non  preferire  la  ricerca  della  gloria  a 
quella  della  virtu.  Tu  sai  che  la  gloria  e  quasi  come  1'ombra  della 
virtu:  pertanto,  come  nel  vostro  mondo  non  e  possibile  che  il 
corpo  colpito  dal  sole  non  faccia  ombra,  cosi  non  pu6  accadere  che 
la  virtu,  ovunque  Iddio  raggia,  non  produca  gloria.  Perci6  qua- 
lunque  coglie  vera  gloria  conviene  che  abbia  assunta  pure  la  virtu, 
senza  la  quale  la  vita  umana  resta  squallida  e  similissima  a  quella 
dei  muti  animali,  pronta  a  seguire  il  richiamo  dell*  appetito  che 


206  SECRETUM  •    LIBER  TERTIUS 

unus  beluis  amor  est.  Hec  igitur  servanda  tibi  lex  erit.  Virtutem 
cole,  gloriam  neglige;  illam  tamen  interea,  quod  de  M.  Catone 
legitur,  quo  minus  appetes  magis  assequeris.  Nondum  possum 
michi  temperare  quominus  tecum  tuis  agam  testimoniis: 

ilia  vel  invitum,  fugias  licet ,  ilia  sequetur.1 

Nostis  ne  versiculum  ?  Tuus  est.  Insanus  profecto  videatur  qui 
die  medio  per  solis  ardorem,  ut  umbram  cerneret  ostenderetque 
aliis,  cum  labore  discurreret;  atque  nichilo  sanior  est,  qui  inter 
estus  vite  multo  cum  labore  circumfertur,  ut  gloriam  suam  late 
diffundat.  Quid  ergo?  Eat  ille  ut  terminum  teneat;  euntem  tamen 
umbra  consequitur;  agat  iste  ut  virtutem  apprehendat,  agentem 
gloria  non  deserit.  Et  hec  de  ea  que  vere  virtutis  conies  est.  Ilia 
vero,  que  captatur  ex  aliis  sive  corporis  sive  ingenii  artibus,  quas 
humana  curiositas  innumerabiles  fecit,  nee  gloric  cognominc  di- 
gna  est.  Itaque  tu,  qui  conscribcndis  libris,  etate  ista  presertim, 
tantis  te  laboribus  maceras,  pace  tua  dixerim,  procul  erras;  obli- 
tus  enim  tuarum,  alienis  rebus  totus  incumbis.  Ita  sub  inani  glorie 
spe  brevissimum  hoc  vite  tempus,  te  non  sentiente,  dilabitur. 

Fr.  Quid  faciam  ergo?  Labores  ne  meos  interruptos  deseram? 
An  accelerare  consultius  est,  atque  illis,  si  Deus  annuat,  summam 
manum  imponere,  quibus  curis  exutus,  espcditior  ad  maiora  pro- 
ficiscar?  Tantum  enim  ac  tarn  sumptuosum  opus  vix  possum 
equanimiter  medio  calle  deserere. 

Aug.  Quo  pede  claudices  agnosco.  Te  ipsum  derelinquere  ma 
vis,  quam  libellos  tuos.  Ego  tamen  officium  meum  peragam;  quam 
feliciter,  tu  videris,  at  certe  fideliter.  Abice  ingentes  historiarum 
sarcinas :  satis  romane  res  geste  et  suapte  fama  et  aliorum  ingeniis 
illustrate  sunt.  Dimitte  Africam,  earnque  possessoribus  suis  lin~ 
que ;  nee  Scipioni  tuo  nee  tibi  gloriam  cumulabis ;  ille  altius  nequit 
extolli,  tu  post  eum  obliquo  calle  niteris.  His  igitur  posthabitis, 
te  tandem  tibi  restitue  atque,  ut  unde  movimus  revertamur,  incipe 
tecum  de  morte  cogitare,  cui  sensim  et  nescius  appropinquas. 
Rescissis  velis  tenebrisque  discussis,  in  illam  oculos  fige.  Cave  ne 


i.  Petrarca,  Africa^  n,  486. 


IL    MIO    SEGRETO   -    LIBRO   TERZO  207 

e  Funico  impulse  delle  bestie.  Segui  dunque  questa  norma: 
onora  la  virtu;  trascura  la  gloria,  sicuro  che  la  conseguirai  lo 
stesso,  e  tanto  piu  quanto  meno  la  desidererai,  come  si  legge  di 
M.  Catone.  Anche  qui  non  mi  posso  trattenere  dall'usare  con 
te  della  tua  stessa  testimonianza :  «  essa,  anche  se  tu  la  fugga,  pur 
contro  tua  voglia  ti  seguira».  Riconosci  questo  verso?  £  tuo. 
Matto  sembrerebbe  chi  si  mettesse  a  correre  con  gran  fatica  sotto 
il  sole  del  mezzodl,  per  vedere  la  propria  ombra  e  mostrarla  agli 
altri;  ma  non  e  punto  pru  saggio  chi  fra  gli  ardori  della  vita  va 
intorno  con  grande  fatica  per  diffondere  largamente  fama  di  se. 
Che  ne  concludo?  Vada  quegli  sino  alia  sua  meta,  e  Tombra 
tuttavia  lo  seguira  nel  suo  andare;  faccia  questi  di  conseguire  la 
virtu,  e  la  gloria  non  lo  abbandonera  nel  suo  operare.  E  ci6  sia 
detto  di  quella  gloria  che  s'accompagna  alia  vera  virtu.  L'altra 
invece,  che  si  accatta  con  altre  arti,  o  del  corpo  o  delFingegno, 
delle  quali  Pumana  vaghezza  ha  creato  un  numero  infinite,  non 
e  degna  del  nome  di  gloria.  Tu  pertanto  che,  pur  in  tempi  come 
questi,  ti  maceri  con  tante  fatiche  a  scrivere  libri,  sia  detto  con  tua 
pace,  t'inganni  d'assai;  perch6  dimentico  dell'utile  tuo,  ti  dai 
tutto  a  quello  degli  altri;  e  cosl,  per  una  vana  speranza  di  gloria, 
questo  brevissimo  tempo  della  esistenza,  senza  che  tu  te  n'accorga, 
ti  fugge  via. 

Fr.  Che  far6  dunque?  Avr6  a  lasciare  interrotte  le  mie  opere? 
Ovvero  &  piu  saggio  affrettarmi  e,  se  Iddio  lo  consenta,  condurle 
a  termine,  sicch£,  libero  da  questi  impegni,  mi  indirizzi  piu  spe- 
dito  a  piu  alte  cure  ?  Ch6  non  potrei  con  serenita  lasciare  a  mezza 
via  un'opera  cosl  ingente  e  che  mi  costa  tanto. 

Ag.  Conosco  da  qual  piede  zoppichi:  preferisci  abbandonare 
te  stesso  che  non  le  tue  opericciole.  Ad  ogni  modo  compir6  sino 
alia  fine  il  mio  ufficio;  quanto  felicemente,  vedrai  tu,  ma  certo 
fedelmente.  Poni  giii  le  gravi  some  della  storia:  abbastanza  le 
gesta  romane  sono  state  illustrate  e  dalla  lor  propria  fama  e  dagli 
altrui  ingegni.  Abbandona  1' Africa  e  lasciala  ai  suoi  possessori: 
n6  al  tuo  Scipione  n6  a  te  accrescerai  la  gloria;  quegli  non  pu6 
essere  portato  piii  in  alto,  tu  dietro  di  lui  arranchi  per  una  via  tra- 
versa.  Lasciate  dunque  queste  opere,  restituisci  finalmente  te  a  te 
stesso,  e,  per  tornare  donde  ci  siam  mossi,  comincia  a  meditare  fra 
te  sulla  morte,  a  cui  a  poco  a  poco  e  senza  accorgertene  ti  av- 
vicini.  Strappato  ogni  velo  e  dissipate  le  tenebre,  ficca  in  quella  lo 


208  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

ulla  dies  aut  nox  transcat,  que  non  tibi  mcmoriam  suprcmi  tem- 
poris  ingerat,  Quicquid  vel  oculis  vel  animo  cogitantis  occurrit, 
ad  hoc  unum  refer.  Celum  terra  maria  mutantur;  quid  homo,  fra- 
gilissimum  animal,  sperare  potest?  Vicissitude  temporum  suos 
cursus  recursusque  pcragit,  nunquam  permancns ;  tu  si  permanerc 
posse  putas,  falleris.  At,  ut  elegantcr  ait  Flaccus: 

damna  tamen  celeres  reparant  celestia  lune; 
nos  ubi  decidimus1  .  .  . 

Quotiens  igitur  floribus  vernis  estivam  segetern,  quotiens  estivis 
solibus  autumni  temperiem,  quotiens  autumni  vindemiis  hibernam 
subcessisse  nivem  vides,  die  tecum:  «Ista  pretereunt,  seel  sepius 
reversura.  Ego  autem  irrediturus  abeo»;  quotiens  vergente  ad  oc- 
casum  sole  umbras  montium  crescere  conspicis,  die:  «Nunc  vita 
fugiente  umbra  mortis  extenditur;  iste  tamen  sol  eras  idem  aderit; 
hec  autem  michi  dies  irreparabiliter  effluxit. »  Quis  pulcerrima 
spectacula  serene  noetis  enumeret,  que,  sieut  male  agentibus  per- 
oportuna  sic  bene  agentibus  devotissima  pars  temporis  est;  quam- 
obrem  non  secus  quam  magister  frigie  classis,  neque  enim  tutius 
fretus  navigiis,  media  nocte  consurgens 

sidera  cunta  nota  tacito  lahentia  celof 

que,  dum  ad  occidentem  fcstinare  eireumspicis,  scito  te  cum  illis 
impelli  nullamque,  nisi  in  Eo,  qui  non  movetur  quique  occasum 
nescit,  superesse  fiduciam  subsistendi.  Ad  hec,  dum  tibi  occurrunt 
quos  modo  pueros  vidisti,  ascendentes  etatum  gradibus,  recordare 
te  interim  alio  calle  descendere  eoque  celerius  quo  secundiore 
natura  fit  omnis  gravium  casus.  Vetusta  cernenti  menia  succurrat 
in  primis : « Ubi  sunt,  quorum  ilia  congesserunt  manus  ? »  Recentia 
tuenti :  «  Ubi  mox  futuri  sunt  ? » Idemquc  de  arboribus,  ex  quorum 
ramis  sepe  fructum  non  legit  ipse,  qui  coluit  ac  plantavit.  In 
multis  enim  obscrvatum  est  illud  georgicum: 

tar  da  vcnit  sens  factura  nepotibus  umbram? 

Fluminaque  velocissima  miranti  (semper  ne  te  ad  alienos  evocem) 
versiculus  quidam  tuus  in  promptu  sit: 

i.  Orazio,  Carm,,  IV,  7,  13-4.  2.  Virgilio,  Aen.,  in,  515  («  ...  notat . . .»). 
3.  Virgilio,  Georg.,  n,  58. 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO    TERZO  209 

sguardo.  Procura  che  giorno  alcuno  o  notte  non  passi  senza  ridarti 
la  memoria  del  momento  supremo.  Tutto  cio  che  in  tal  pensiero  ti 
s'appresenti  all?occhio  o  alPanimo,  riferisci  a  questo  solo  punto. 
Si  mutano  il  cielo,  la  terra,  i  mari;  che  puo  pretendere  1'uomo, 
fragilissima  creatura  ?  La  vicenda  dei  tempi  compie  i  suoi  corsi  e 
ricorsi  senza  mai  arrestarsi;  ti  inganni  se  pensi  di  potere  arre- 
starti  tu.  Senonche,  come  ben  dice  Orazio,  «ai  celesti  danni  ri- 
parano  via  via  rapide  le  lune ;  noi,  quando  cadiamo  ...»  con  ci6 
che  segue.  Ogni  qual  volta,  dunque,  vedi  succedere  ai  fiori  della 
primavera  le  messi  estive,  e  ai  soli  estivi  il  tepore  delPautunno 
e  alle  vendemmie  autunnali  le  nevi  d'inverno,  di'  fra  te:  «Queste 
cose  passano,  ma  per  tornare  ripetutamente ;  mentre  io  vado  per 
non  tornare  mai  piu. »  Ogni  qualvolta  miri  al  tramontar  del  sole 
allungarsi  le  ombre  dei  monti,  di' :  «  Ora,  col  fuggir  della  vita,  si 
stende  Pala  della  morte.  Questo  sole  per6  apparira  domani  sem- 
pre  il  medesimo,  laddove  questa  giornata  e  per  me  scorsa  irrepara- 
bilmente. »  Chi  pu6  descrivere  il  bello  spettacolo  d'una  notte  se- 
rena,  di  quelle  ore  che,  come  sono  le  piu  opportune  ai  malfattori, 
cosl  sono  le  piu  devote  per  i  virtuosi?  Or  tu,  non  meno  sollecito 
del  nocchiero  della  flotta  troiana,  n6  affidato  a  piu  sicura  naviga- 
zione,  (csorgendo  nel  mezzo  della  notte  vai  a  speculare  le  stelle 
declinanti  nel  tacito  cielo  »:  e  mentre  le  vedi  affrettarsi  alPocciden- 
te,  sappi  che  sei  sospinto  con  esse,  e  che  non  ti  resta  altra  fiducia 
che  di  vivere  in  Colui  che  non  e  mosso  n6  conosce  occaso.  An- 
cora;  quando  ti  si  fanno  davanti  progrediti  nei  gradini  dell'eta 
quelli  che  vedesti  pur  ora  bambini,  ricordati  che  tu  frattanto  dal- 
1'altra  parte  ne  sei  disceso  e  tanto  piu  rapidamente,  quanto,  secondo 
natura,  si  compie  ogni  caduta  dei  gravi.  Quando  osservi  antiche 
mura  ti  venga  subito  pensato:  «ove  sono  oggi  coloro  le  cui  mani 
le  hanno  costruite  ? »  Osservandone  di  recenti :  «  Ove  ben  tosto  sa- 
ranno  essi?»  Medesimamente  si  dica  degli  alberi,  dai  cui  rami 
spesso  non  spicca  il  frutto  quegli  che  li  ha  curati  o  piantati.  In 
molti  casi  infatti  si  e  verificato  il  detto  delle  Georgiche:  «Tardi 
viene  Palbero  a  far  ombra  ai  lontani  nipoti. »  E  osservando  i  ra- 
pidi  fiumi  ti  sia  sempre  presente  il  breve  verso  tuo  (per  non  richia- 


210  SECRETUM  •    LIBER   TERTIUS 

fiumina  nulla  quidem  cursu  leviorc  fluunt,  quam 
tcmpus  obit  vite.1 

Nee  te  fallat  dierum  pluralitas  et  etatis  operosa  distinctio :  tota 
hominum  vita,  quantumlibet  extendatur,  diei  unius  instar  habct, 
eiusque  vix  integri.  Crebro  ante  oculos  revoca  aristotelicam  quan- 
dam  similitudinem,  quam  animadvert!  tibi  admodum  placere,  vix- 
que  unquam  sine  gravi  mentis  impulsu  legi  solere  vel  audiri; 
quam  clariori  eloquio  et  ad  persuadendum  aptiori  in  Tusculano 
quidem  a  Cicerone  relatam  invenies,  aut  his  verbis  aut  profecto 
similibus,  neque  cnim  libri  nunc  illius  copia  est:  <cApud  Hypa- 
nim»  inquit  «fluvium,  qui  ab  Europe  parte  in  Pontum  influit, 
bestiolas  quasdam  nasci  scribit  Aristotiles,  que  unum  diem  vi- 
vant;  harum  que  oriente  sole  moritur,  iuvcnis  moritur;  que  vcro 
sub  meridie,  iam  etate  provectior,  at  que  sole  occidcnte  senex  abit, 
eoque  magis  si  solstitial!  die.  Confer  universam  etatem  nostram 
eum  cternitate,  in  cadcm  propemodum  brevitate  reperiemtir  ac 
ille.  )>2  Que  quidem  assertio  meo  iudicio  tarn  vera  est,  ut  ex  ore 
philosophorum  iam  pridem  in  vulgus  diffusa  sit.  Nunquid  enim 
rudes  etiam  et  ignaros  homines  in  quotidian!  sermonis  usum  dedu- 
xisse  vides,  ut  puerum  aspicientes  dicant:  «Huic  sol  oritun>,  vi- 
rum  autera:  «Hic  meridiem  attigit;  hie  nonam»;  senem  vero  de- 
crepitum :  « Ad  vesperam  atque  ad  solis  occasum  iste  pervenit » 
Hec  igitur,  fili  carissime,  tecum  volve  et,  siqua  huius  generis  oc- 
currunt  alia,  que  multa  esse  non  dubito;  sed  hec  erant  que  ex 
tempore  se  se  obtulerunt.  Unum  preterea  obsecro.  Sepulcra  ve- 
terum,  sed  eorum  qui  tecum  vixere,  diligentius  eontemplare, 
certus  eandem  tibi  sedem  ac  perennem  aulam  fore  preparatam. 

Tendimus  hue  omnes.  Hec  est  domus  ultima  cuntis* 

Tu  quoque,  qui  nunc  etate  florida  superbus  alios  calcas,  mox 
ipse  calcaberis.  Hec  cogita;  hec  diebus  ac  noctibus  meditare,  non 
solum  ut  hominem  sobrium  ac  nature  sue  memorem,  sed  ut  phi- 
losophum  decet;  atque  ita  teneas  intelligi  debere,  quod  scribitur: 
,  « Tota  philosophorum  vita  commentatio  mortis  est.  »4  Ista,  inquam, 
cogitatio  docebit  te  mortalia  facta  contemnere,  aliamque  vivendi 

i.  Petrarca,  Epyst,  metr.,  i,  4,  91-2.  2.  Cfr.  Cicerone,  Tusc.,  I,  39,  94  (la 
citazione,  come  il  Petrarca  avverte,  non  segue  alia  lettera  il  testo),  3.  fe 
un  esametro,  probabilmente  dello  stesso  Petrarca.  4.  Cicerone,  Tusc.,  l, 
30,  74* 


IL   MIO   SEGRETO   -   LIBRO   TERZO  211 

marti  sempre  agli  altri) :' «  Nessun  fiume  scorre  con  si  leggero  corso, 
come  s'allontana  il  tempo  della  vita. »  N6  ti  inganni  il  gran  numero 
dei  giorni  e  la  complicata  suddivisione  delle  eta.  L'intera  vita  del- 
Tuomo,  per  quanto  si  prolunghi,  ha  sembianza  d'un  solo  giorno, 
e  questo  neppur  intero.  Recati  spesso  sotto  gli  occhi  quella  si- 
militudine  di  Aristotile  che  ho  osservato  piacerti  assai,  e  che  non 
suoli  mai  leggere  o  udire  senza  che  Tanimo  tuo  ne  sia  gravemente 
colpito.  Con  piu  splendido  dire  e  meglio  atto  a  persuadere,  la  tro- 
verai  riferita  da  Cicerone  nelle  Tusculane  con  queste  o  con  simili 
parole  (ch6  ora  non  ho  comoditk  di  quel  libro):  «Presso  il  fiume 
Ipanis»  dice  egli  «che  sbocca  nel  Ponto  dalla  parte  d'Europa, 
nascono  certe  bestioline  che  a  detta  di  Aristotile  vivono  un  sol 
giorno.  Di  esse  quella  che  muore  alPaurora  muore  giovane;  quella 
che  a  mezzogiorno  &  gia  di  provetta  eta;  ma  quella  che  muore  col 
sole  finisce  vecchia,  tanto  piu  se  nei  giorni  del  solstizio.  Confronta 
la  piu  lunga  nostra  esistenza  con  1'eternita,  e  ci  ritroveremo 
press'a  poco  della  stessa  effimerita  che  quelle  bestiole. »  Cosi  Cice 
rone  ;  la  cui  asserzione  a  mio  giudizio  £  tanto  vera,  che  dalla  bocca 
dei  filosofi  da  gran  tempo  si  £  sparsa  nel  volgo.  Non  vedi  forse 
che  anche  gli  uomini  rozzi  ed  ignoranti  Fhanno  introdotta  nelFuso 
del  parlar  quotidiano,  sicch6,  vedendo  un  fanciullo  dicono:  «£  al- 
P  aurora »,  e  di  un  uomo:  «questi  ha  gia  toccato  il  mezzogiorno; 
e  sulle  quindici»,  e  di  un  vecchio  decrepito:  «&  giunto  a  sera,  al 
tramonto  del  sole » ?  Tali  riflessioni,  figliuolo  carissimo,  rivolgi  teco 
stesso,  o  altre,  se  di  tal  genere  ti  sorgano,  che  non  dubito  saranno 
molte :  ma  queste  erano  quelle  che  al  proposito  mi  si  presentarono 
spontanee.  Ti  esorto  inoltre  a  quest'ultima  cosa:  contempla  con 
grande  attenzione  i  sepolcri  dei  vecchi,  ma  di  quelli  che  vissero 
teco,  a  confermarti  che  a  te  &  riserbata  la  stessa  sede  e  lo  stesso 
perenne  albergo.  «Tutti  tendiamo  cola;  questa  &  1'ultima  dimora 
di  tutti.»  E  anche  tu,  che  ora  esultante  del  fiore  dell'etk  premi 
gli  altri,  sarai  presto  calcato.  Questo  medita,  a  questo  ripensa  dl 
e  notte,  come  conviene  non  solo  a  un  uomo  serio  e  memore  della 
natura  sua,  ma  ad  un  filosofo;  e  ritieni  si  debba  intendere  in  tal 
senso  il  detto :  «  Tutta  la  vita  dei  filosofi  &  meditazione  della  morte. » 
Questa  riflessione,  dico,  ti  insegnera  a  disdegnare  i  fatti  mortali 
e  ti  mostrerk  Paltra  via,  che  tu  abbia  a  prendere  vivendo.  Qui  mi 


212  SECRETUM   -    LIBER   TERTIUS 

viarn,  quam  arripias,  monstrabit.  Interrogabis  autcm  quenam  hcc 
via  est,  seu  quibus  acleunda  tramitibus.  Rcspondebo  tibi  longis  te 
monitionibus  non  cgere.  Audi  modo  vocantcm  iugiter  hortan- 
temque  spiritum  et  dicentem:  «  Hac  iter  cst  in  patriam.  »  Scis  quid 
illc  tibi  suggcrit,  quas  vias  ct  quc  devia,  quid  scqucndura  vitan- 
dum  vc  pronuntiet.  Illi  pare,  si  salvum  te,  si  libcrum  essc  cupis. 
Non  longis  delibcrationibus  opus  est.  Factum  cxigit  natura  peri- 
culi:  hostis  instat  a  tergo  et  in  faciem  insultat;  parietes  tremunt 
in  quibus  obsessus  es.  Non  est  ulterius  hesitandurn;  quid  tibi 
prodest  dulciter  aliis  cancre,  si  te  ipse  non  audis?  Finem  faciarn: 
effuge  scopulos.  Eripe  te  in  tutum.  Sequcre  impetum  animi,  qui 
cum  sit  turpis  ad  reliqua,  ad  honesta  pulcerrimus  est. 

Fr.  Utinam  hcc  miehi  ab  initio  dixisscs,  priusquam  his  ani- 
mum  studiis  adclixissein. 

Aug.  Dixi  equidem  sepe;  et  in  ipsis  primordiis,  ubi  te  ealamum 
arripuisse  vidi,  prefatus  sum,  quod  vita  brevis  et  ineerta,  quod 
longus  et  certus  labor,  quod  opus  grande,  quod  fruetus  exigmis 
foret.  Sed  aures  tuas  ostruxerant  populorum  voces,  quas  odisse 
simul  et  secutum  esse  te  stupeo.  Ceterum,  quia  satis  multa  con- 
tulimus,  queso,  siquid  ex  me  gratum  accepisti,  ne  patiaris  situ 
desidiaque  marcescere;  siquid  autem  asperius,  ne  moleste  feras. 

Fr.  Ego  vero  tibi,  turn  pro  aliis  multis,  turn  pro  hoc  triduano 
colloquio  magnas  gratias  ago,  quoniam  et  caligantia  lumina  deter- 
sisti  et  dcnsam  circumfusi  erroris  nebulam  discussisti.  Huic1  au 
tem  quas  referam  grates,  que,  multiloquio  non  gravata,  usque  nos 
ad  exitum  expectavit?  Que  si  usquam  faciem  avertisset,  operti 
tenebris  per  devia  vagaremur,  soliclumque  nichil  vel  tua  contineret 
oratio,  vel  intellectus  meus  exciperet.  Nunc  vero,  quoniam  sedes 
vestra  celum  est,  michi  autem  terrena  nondum  finitur  habitatio, 
que  quorsum  duratura  sit  nescio  et  in  hoc  pendeo  anxius,  ut 
vides,  obsecro  ne  me,  licet  magnis  tractibus  distantem,  deseratis. 
Sine  te  enim,  pater  optime,  vita  mea  inamena,  sine  hac  autem 
nulla  foret. 

Aug.  Impetratum  puta,  modo  te  ipse  non  deseras ;  alioquin,  Jure 
Optimo  desereris  ab  omnibus. 


i.  Huic:  la  Verit&  che  &  stata  testimone  del  tre  colloqui. 


IL    MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  213 

chiederai  quale  sia  questa  via,  o  per  quali  sentieri  si  possa  rag- 
giungere.  Ti  rispondero  che  non  hai  bisogno  di  lunghe  indicazioni, 
solo  che  tu  dia  ascolto  allo  spirito  tuo  che  ti  chiama  insistente- 
mente  e  ti  esorta  dicendo:  «Per  di  qui  e  il  cammino  alia  patria. » 
Sai  ci6  che  esso  ti  suggerisce,  quali  vie  e  quali  diversioni  ti  riveli, 
che  sia  da  seguire  e  che  da  evitare.  Obbedisci  a  lui,  se  desideri  es- 
sere  salvo  e  libero.  Non  e  piu  il  caso  di  lente  deliberazioni ;  la 
qualita  del  pericolo  esige  di  agire.  II  nemico  t'  incalza  da  tergo  e  ti 
assale  di  fronte.  Tremano  le  pareti  in  cui  sei  assediato:  non  e  da 
esitare  piu  oltre.  Che  ti  giova  cantare  dolcemente  per  gli  altri, 
se  non  odi  te  stesso  ?  Qui  finisco :  fuggi  gli  scogli,  mettiti  in  salvo, 
segui  Timpulso  deH'animo;  impulsivita  che,  se  e  brutta  verso  1'al- 
tre  cose,  verso  il  bene  e  bellissima. 

Fr.  Oh  se  me  Pavessi  detto  fin  da  principio,  innanzi  che  ponessi 
Panimo  tutto  in  questi  studi! 

Ag.  Eppure  te  lo  dissi  spesso.  E  fin  dagli  inizi,  quando  ti  vidi 
prendere  in  mano  la  penna,  ti  preannunziai  che  la  vita  e  breve  e 
incerta,  che  lunga  e  certa  e  la  fatica;  che  ardua  era  1'impresa  e  che 
esiguo  ne  sarebbe  stato  il  frutto.  Ma  le  orecchie  ti  erano  intronate 
dai  clamori  delle  genti,  cui  con  stupore  ti  veggo  insieme  odiare  e 
seguire.  Concludendo,  poich6  abbiamo  conferito  fra  noi  abbastanza 
a  lungo,  ti  esorto,  se  hai  appreso  da  me  qualche  cosa  di  gradito, 
a  non  tollerare  di  marcir  piu  nelPozio  e  nella  inerzia;  e  se  hai  udito 
qualche  cosa  di  un  po'  aspro,  a  non  recartelo  a  noia. 

Fr.  Anzi,  grandi  ringraziamenti  ti  porgo,  come  per  altri  molti 
benefici  cosi  per  questo  triduano  colloquio,  perche*  mi  hai  detersi 
gli  occhi  offuscati  e  hai  dissipata  la  densa  nebbia  di  errore  che  li 
circondava.  Ma  quali  grazie  potr6  rendere  a  costei,  che  non  an- 
noiata  del  lungo  nostro  conversare,  vi  ha  assistito  fino  alia  sua 
fine?  Che  se  ella  avesse  punto  da  noi  torto  il  viso,  circondati 
dalle  tenebre  avremmo  errato  fuori  via,  e  nulla  di  solido  avrebbe 
contenuto  il  tuo  dire  n6  appreso  il  mio  intelletto.  Ora  per6,  poi- 
ch6  sede  vostra  e  il  cielo  e  la  mia  dimora  terrena  non  &  ancora  fi- 
nita  n£  so  fin  quanto  sia  per  durare  —  e  su  questo  dubbio,  come 
vedi,  pendo  ansioso  —  vi  scongiuro  di  non  abbandonarmi  pur  cosl 
da  voi  lontano ;  ch6  senza  di  te,  ottimo  padre,  la  vita  mi  sarebbe 
spiacente;  senza  costei  poi  mi  sarebbe  nulla. 

Ag.  Tienilo  per  ottenuto,  pur  che  tu  non  abbandoni  te  stesso : 
se  no,  a  buon  diritto  sarai  da  tutti  abbandonato. 


214  SECRETUM   •    LIBER   TERTIUS 

Fr.  Adero  michi  ipse  quantum  potero,  et  sparsa  anime  fragmen- 
ta  recolligam,  moraborque  mecum  sedulo.  Sane  nunc,  dum  lo- 
quimur,  multa  me  magnaque,  quamvis  adhuc  mortalia,  negotia 
expectant. 

Aug.  Maius  fortasse  vulgo  aliquid  videatur,  at  certe  utilius 
nichil  est  nichilque  quod  possit  fructuosius  cogitari.  Relique  enim 
cogitationes  possunt  fuisse  supervacue;  has  autem  semper  ne- 
cessarias  inevitabilis  probat  exitus. 

Fr.  Fateor;  neque  aliam  ob  causam  propero  nunc  tarn  studiosus 
ad  reliqua,  nisi  ut,  illis  explicitis,  ad  hec  redeam:  non  ignarus,  ut 
paulo  ante  dicebas,  multo  michi  futurum  esse  securius  studium 
hoc  unum  sectari  et,  deviis  pretermissis,  rectum  callem  salutis 
apprehendere,  Sed  desiderium  frenare  non  valeo, 

Aug.  In  antiquam  litem  relabimur,  voluntatem  impotentiam 
vocas.  Sed  sic  eat,  quando  aliter  esse  non  potest,  supplexque 
Deum  oro  ut  euntem  comitetur,  gressusque  licet  vagos,  in  tutum 
iubeat  pervenire. 

Fr.  0  utinam  id  michi  contingat,  quod  precaris;  ut  et  duce 
Deo  integer  ex  tot  anfractibus  evadam,  et,  dum  vocantem  sequor, 
non  excitem  ipse  pulverem  in  oculos  meos;  subsidantque  fluctus 
animi,  sileat  mundus  et  fortuna  non  obstrepat. 

Explicit  liber  III  domini  Frandsci  Petrarche  de 
secrete  conflictu  curarum  suarum* 


IL   MIO    SEGRETO   •    LIBRO   TERZO  215 

Fr.  Sar6  presente  a  me  stesso  quanto  potr6:  raccoglier6  gli 
sparsi  frammenti  dell'anima  mia  e  vigiler6  diligente  su  di  me. 
Ma  ora,  mentre  parliamo,  mi  attendono  molte  e  important!,  ben 
ch^  ancora  profane,  faccende. 

Ag.  Parra  forse  al  volgo  che  ci  sia  alcun  che  di  piu  grande,  ma 
in  verita  nulla  c'e  di  piu  utile,  e  nulla  che  dia  piu  frutto  a  pensarci. 
Gli  altri  pensieri,  infatti,  possono  riuscire  vani;  1'esito  inevitabile 
invece  dimostra  che  questi  sono  sempre  necessari. 

Fr.  Lo  riconosco,  n6  per  altra  ragione  m'affretto  ora  cosl  sol- 
lecito  agli  altri  lavori,  se  non  per  darmi,  libero  da  quelli,  di  nuovo 
a  queste  cure:  non  ignaro,  tuttavia,  come  poc'anzi  dicevi,  che 
molto  piu  sicuro  mi  sarebbe  attendere  soltanto  a  tale  studio,  e, 
lasciando  le  deviazioni,  intraprendere  il  retto  cammino  della  sa 
lute.  Ma  non  posso  frenare  il  mio  desiderio. 

Ag.  Ricadiamo  nell'antica  contesa:  chiami  impotenza  la  volonta! 
Ma  cosl  sia,  quando  non  pu6  essere  altrimenti!  Supplico  Iddio  che 
ti  segua  nel  cammino  e  voglia  far  giungere  al  sicuro  i  tuoi  passi, 
ancor  che  erranti. 

Fr.  Deh!  possa  sortirmi  quanto  domandi,  sicche"  sotto  la  guida 
divina  io  esca  salvo  da  tanti  awolgimenti  e,  seguendo  Dio  che  mi 
chiama,  non  m'abbia  a  gettare  da  me  stesso  la  polvere  negli  bcchi; 
e  si  plachino  i  flutti  delFanimo,  taccia  il  mondo  e  non  rumoreggi 
la  fortuna. 

Termina  il  libro  terzo  di  Francesco  Petrarca  del  segreto 
conflitto  de'  suoi  affanni. 


DAL 
DE  VIRIS  ILLUSTRIBUS 

* 

DEGLI  UOMINI  ILLUSTRI 


[PROHEMIUM] 

JT  ortunatissimos  studiorum1  iurc  illos  dixerim,  quibus  tune  scri- 
bcre  contigit  dum  aliquis  honcstis  conatibus  honor  fuit;  nunc  sat 
fortunatos  reor  quibus  impune  licet  ad  honestum  niti.  Tarn  multi 
undique  virtutis  hostes  quocunque  te  vcrteris  occurrent,  ut  amare 
illam  videri  periculo  non  vacet;  quicquid  ab  insanientis  vulgi  calle 
deflexeris  aut  noxe  erit  aut  infamie.  Duplex  precepsque  utraque 
hominum  via  est,  cupiditas  scilicet  et  voluptas :  ab  his  pedem  mo- 
visse  vel  modicum  aut  odiosus  error  aut  ritliculus  habctur,  ut 
amens  penitus  aut  hostis  publicus  humani  generis  videatur  de- 
sertor  quisque  triti  huius  itineris  quod  ad  mortem  ducit.  Ardua 
ilia  sed  nobilis  ad  gloriam  ac  virtutem  semita  paucis  semper,  nunc 
iam  nullo  fere  vestigio  signata  est.  Sic  non  Venus  tantum,  sed 
luno  etiam  suorum  iudicum  prelata  sententiis  in  precio  est;  Pal 
las2  sola  negligitur.  Quid  vero  nunc  agimus,  si  amare  virtutem 
atque  illius  amicos  mirari  periculosum  est?  Aut  quid  cle  his  loqui 
fuerit,  si  oderunt  mali  et  ignavi  bonorum  et  illustrium  mentio- 
nem,  quasi  omnis  alicna  gloria  ad  eorum  vergat  infamiam  ?  Ta- 
cendum  ne  igitur?  Imo  certe  vel  ob  hoc  ipsum  loqui  decet,  ut 
commemoratione  virtutum  vitiis  convitium  faciamus. 

Illustres  itaque  viros,  quos  excellent!  quadam  gloria  floruisse 
doctissimorum  hominum  ingenia  memorie  tradiderunt,  eorum- 
que  laudes,  quas  in  diversis  libris  tanquam  sparsas  ac  dissemi- 
natas  inveni,  colligere  locum  in  unum  et  quasi  quodammodo  con- 
stipare  arbitratus  sum.  Scriberem  libentius,  fateor,  visa  quam  lecta, 
nova  quam  vctera,  ut  sicut  notitiam  vetustatis  ab  antiquis  ac- 
ceperam  ita  huius  notitiam  etatis  ex  me  posteritas  sera  perciperet. 
Gratiam  habeo  principibus  nostris,  qui  michi  fesso  et  quietis 
avido  hunc  preripiunt  laborem;  neque  enim  historic  sed  satyre 
materiam  stilo  tribuunt.3  Nam  etsi  quosdam  nuper  victoriis  satis 
insignes  noverim,4  ita  tamen  aut  fortune  aut  hostium  inertie  cunta 

fe  la  prefazione  di  quel  pKi  ampio  De  viris  illustribus  che  aveva  inizio  da 
Adamo,  dalla  quale  pito  tardi  il  Petrarca  trasse  la  prefazione-dedica  a 
Francesco  da  Carrara,  nota  attraverso  I'edizione  del  Razzolini;  scritta, 
credo,  tra  il  1351  c  il  1353  come  la  seguente  vita  di  Adamo. 

i.  studiorum:  cosl  nel  codice,  forse  da  correggere  in  « studiosorum »  che 
il  Petrarca  usa  spesso  nel  significato  dell'ltaliano  «studioso»;  ma  cfr. 
Orazio,  Sat.,  i,  10,  21 :  «0  seri  studiorum! »  2.  Pallas:  secondo  un'inter- 
prctazione  allegorica  del  mito  relative  al  giudizio  di  Paride,  Venere  rap- 


[PROEMIO] 

Fortunatissimi  a  ragione  direi  quegli  studiosi,  cui  tocc6  di  scri- 
vere  quando  qualche  onore  era  dato  alle  oneste  intenzioni;  ora 
stimo  fortunati  abbastanza  quelli  a  cui  e  lecito  impunemente  mi- 
rare  alFonesto.  Tanti  nemici  della  virtu  ti  si  fanno  incontro  dovun- 
que  ti  volga,  che  aver  fama  di  amarla  non  e  privo  di  rischio; 
quanto  ti  sarai  allontanato  dal  sentiero  battuto  dal  volgo  insano, 
tanto  ti  sara  di  nocumento  e  d'infamia.  Una  doppia  via  si  apre  agli 
uomini,  Tuna  e  1'altra  precipiti,  della  cupidigia  cioe  e  del  piacere : 
allontanarsi  da  queste  anche  per  poco  e  stimato  un  errore  odioso  o 
ridicolo,  e  chiunque  abbandoni  il  trito  sentiero  che  conduce  alia 
morte  sembra  pazzo  del  tutto  o  pubblico  nemico  delPuman  ge- 
nere.  L'altro  sentiero,  quello  arduo  ma  nobile  che  conduce  alia 
gloria  e  alia  virtu,  da  pochi  fu  sempre  calcato,  ora  quasi  piu  da  nes- 
suno.  A  tal  punto,  non  Venere  soltanto,  ma  Giunone  riporta  la 
palma  nel  giudizio  dei  suoi ;  Pallade  sola  &  negletta.  Che  faremo  noi 
dunque,  se  amare  la  virtu  e  ammirarne  gli  amici  e  pericoloso? 
E  che  frutto  ci  portera  il  parlare  di  essi,  se  i  cattivi  e  gli  ignavi 
odiano  il  ricordo  dei  buoni  e  degli  illustri,  quasi  che  ogni  altrui 
gloria  volga  a  loro  infamia?  Dovremo  dunque  tacere?  Anzi  pro- 
prio  per  questo  si  conviene  parlare,  perche"  a  reprensione  dei  vizi 
serva  il  ricordo  delle  virtu. 

Gli  uomini  illustri,  che  fiorirono  di  gloria  singolare  secondo 
quanto  dottissimi  ingegni  ci  tramandarono,  e  le  loro  lodi,  che 
io  trovai  in  vari  libri  come  sparse  e  disseminate,  voglio  ora  dun 
que  raccogliere  in  un  sol  luogo  e  fame  per  cosl  dire  una  schiera. 
Preferirei,  lo  confesso,  narrare  cose  viste  anzich6  lette,  recenti 
anziche"  antiche,  in  modo  che  i  posteri  lontani  ricevessero  da  me  la 
notizia  di  questa  eta,  come  io  dagli  antichi  ebbi  quella  delle  eta 
piu  vetuste.  Ma  devo  essere  grato  ai  principi  nostri  che  a  me, 
stanco  e  desideroso  di  quiete,  tolgono  questa  fatica:  ch6  alia  satira 
non  alia  storia  essi  danno  argomento.  Alcuni  e  vero  ne  conobbi 
or  ora  insigni  "per  qualche  vittoria;  ma  fu  per  capriccio  di  for- 

presentava  la  vita  dedita  al  piacere,  Giunone  la  vita  attiva,  Minerva  (Pal- 
lade)  la  vita  teoretica  (Fulgenzio,  Myth.,  n,  i ;  cfr.  Petrarca,  Fam.,  x,  5,  14). 
3.  neque . . .  tribuunt:  spunto  polemico  caro  al  Petrarca:  cfr.  p.  246  di  questo 
volume  (anche  Fam.,  vn,  15,  2).  4.  quosdam  .  .  .  noverim:  se  si  accetta  la 
data  da  me  proposta  per  la  composizione  di  queste  pagine,  il  Petrarca 
alluderebbe  qui  ai  successi  di  Luchino  e  Giovanni  Visconti. 


220  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

ccciunt,  ut  nullus  ibi  vel  virtuti  victoris  aut  vere  gloric  locus  sit. 

Quoniam  vero  sicut  in  philosophicis  aut  poeticis  rebus  nova 
cudere  gloriosum,  sic  in  historiis  rcferendis  vetitum,  ncquc  michi 
fabulam  fingere  sed  historiam  renarrarc  propositum  est,  ct  ideo 
oportet  scriptorum  clarissimorum  vestigiis  insistcrc  ncc  tamcn 
verba  transcribere  sed  res  ipsas,  non  me  fugit  quantus  labor  in 
continenda  sermonis  dignitate  suscipiendus  sit.  Nam,  si  nee  eis- 
dem  verbis  uti  licet  et  clarioribus  non  datur,  quid  sit  tertium  patet. 
Ordinem  quisque  et  dispersorum  congeriem  advertat  et  quod 
fideliter  effeci  grato  animo  suscipiat,  sin  eleganter  quoque  gra- 
tissimo,  cogitans  me,  ut  sibi  querendi  preriperem  laborem,  col- 
ligendi  molestiam  suscepisse.  Namque  ea  que  seripturus  sum, 
quamvis  apud  alios  auctores  sint,  non  tamen  ita  penes  eos  col- 
locata  repcriuntur.  Quedam  cnim  que  apud  unum  desunt  ab  al- 
tero  mutuatus  sum,  quedam  brcvius,1  quedam  que  brevitas  ob- 
scura  faciebat  expressius  eoque  clarius  dixi;  multa  etiam  sciens 
apud  alios  historicos  intcrserta  vel  vetusti  mods  vel  insulsc  reli- 
gionis,  dicam  melius  superstitionis,  plus  tedii  quam  utilitatis  aut 
voluptatis  habitura  preterii;  multa  apud  alios  carptim  dicta 
coniunxi  et  vel  de  unius  vel  de  diversorum  multis  historiis  unam 
feci. 

Qua  in  re  temerariam  et  inutilcm  diligentiam  eorum  fugiendam 
putavi,  qui  omnium  historicorum  verba  relegentes,  nequid  omnino 
pretermisisse  videantur,  dum  unus  alteri  adversatur,  omnem  histo 
ric  sue  textum  nubilosis  ambagibus  et  inenodabilibus  laqueis 
involverunt.  Ego  neque  pacificator  historicorum  neque  collector 
omnium,  sed  eorum  imitator  sum,  quibus  vel  similitudo  vel  au~ 
toritas  maior  ut  eis  potissimum  stetur  impetrat.  Quamobrcm  si 
qui  futuri  sunt  qui,  in  huiuscemodi  lectione  versati,  aut  aliud 
quicquam  aut  aliter  dictum  reppererint  quam  vel  audire  consue- 
verint  vel  legere,  hos  hortor  ac  moneo  ne  confestim  pronuntient, 
quod  cst  proprium  pauca  noscentium,  cogitentque  historicorum 
discordiam,  que  tanto  rebus  propinquiorem  Titum  Livium  du- 
bium  tenuit.  Sunt  enim  quidam  preeipueque  militares  viri,  qui 
negotiis  occupati  librum  aliquem  unum  otiandi  causa  sibi  eligunt, 


i.  quedam  brevius:  ncl  codice  segue  « quedam  clarius »,  frase  che  il  Petrarca 
intendeva  evidcntemente  sostituire  con.  la  piti  ampia  quedam  que  brevitas . . . 
clarius  dixi,  e  che  pertanto  espungo. 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  221 

tuna  e  inerzia  dei  nemici,  sicche  non  v'e  luogo  a  virtu  e  a  vera 
gloria. 

Poiche"  dunque  nelle  opere  filosofiche  e  poetiche  e  glorioso  crear 
cose  nuove  ma  nella  storia  e  vietato,  poiche  non  ho  in  mente  di 
inventar  favole  ma  di  rinarrare  fatti  storici,  e  pertanto  mi  con- 
viene  seguire  Tonne  di  scrittori  nobilissimi  ne"  tuttavia  trascriverne 
le  parole  ma  desumerne  i  fatti,  non  mi  sfugge  a  che  fatica  io  debba 
pormi  per  conservare  la  dignita  dello  stile.  Poiche"  servirmi  delle 
stesse  parole  non  posso,  di  piu  belle  non  so,  si  vede  bene  quale 
possibilita  mi  rimanga.  Ma  osservi  il  lettore  come  ho  messo  in- 
sieme  e  ordinato  notizie  disperse,  e  se  ci6  feci  con  cura  me  ne  sia 
grato,  se  con  qualche  eleganza  gratissimo:  pensi  che  assumendo- 
mi  io  la  fatica  di  raccogliere,  tolsi  a  lui  quella  di  ricercare.  E  infatti 
le  cose  che  sono  per  scrivere,  sebbene  gia  si  ritrovino  presso 
altri  autori,  non  vi  sono  tuttavia  disposte  allo  stesso  modo.  Al- 
cune  notizie  che  mancavano  presso  uno  le  ho  tratte  da  un  altro, 
alcune  ho  detto  piu  brevemente,  altre  che  la  brevita  rendeva 
oscure  ho  esposto  in  modo  piu  diffuso  e  piu  chiaro ;  ho  tralasciato 
anche  volutamente  molte  cose  ch'erano  inserite  nelle  storie  e  che, 
riferendosi  al  costume  e  all'insulsa  religione,  anzi  direi  supersti- 
zione,  degli  antichi,  anziche"  utili  e  piacevoli  sarebbero  riuscite 
tediose;  molte  cose  ho  congiunto  ch'erano  dette  separatamente 
qua  e  la  e  di  molte  storie,  di  un  solo  autore  o  di  piu,  ne  ho  fatta 
una  sola. 

Nel  far  ci6  ho  creduto  di  evitare  la  temeraria  e  inutile  diligenza 
di  coloro  che  ripetono  le  parole  di  tutti  gli  storici,  per  non  sembrare 
di  aver  trascurato  qualche  cosa  e,  essendo  le  fonti  discordi,  riem- 
piono  la  loro  trattazione  storica  di  nebbiose  incertezze  e  di  nodi 
insolubili.  Io  non  sono  pacificatore  n6  raccoglitore  degli  storici 
tutti,  ma  imitatore  di  quelli  ai  quali  la  verosimiglianza  o  Tautorita 
vuole  che  si  dia  maggior  credito.  Se  alcuni  dunque,  che  abbian 
pratica  di  tali  letture,  troveranno  nel  mio  libro  qualche  notizia 
diversa  o  narrata  diversamente  da  come  son  soliti  udire  o  leggere, 
io  li  prego  e  li  esorto  a  non  dar  subito  un  giudizio,  che  e  proprio 
di  chi  sa  poco,  e  a  pensare  alia  discordia  degli  storici,  che  tenne  in 
dubbio  anche  Tito  Livio,  di  tanto  piu  vicino  alle  cose  narrate. 
Vi  sono  alcuni  infatti,  specialmente  uomini  d'arme  che,  pieni  di 
occupazioni,  si  scelgono  per  i  momenti  d'ozio  un  sol  libro,  nella 


222  DE  VIRIS   ILLUSTRIBUS 

ad  cuius  lectionis  oblectamentum,  fessi  rcrum,  aliqua  noctium 
vel  dierum  parte  confugiunt,  et  ita  ad  earn  lectionem  sunt  affccti, 
ut  quicquid  liber  ille  non  habet  non  solum  ut  novum  sed  ut 
fictum  audiant,  quicquid  alitcr  dicatur  quam  ibi  scriptum  rcppe- 
rerint  ilico  falsum  clamcnt  —  ut  qui  sibi  docti  videntur  quia  li- 
brum  unum  legerint,  qui  si  multos  legissent  indoctissimi  vide- 
rcntur  —  cum  fieri  possit,  imo  ita  sit,  ut  quod  illi  deest  apud  alios 
sit  et  quod  ille  sic  posuit  apud  alios  certiores  aliter  sit  positum. 

Siquis  vero  fuerit  cognoscende  omnis  historie  cupidissimus, 
qui  multa  nimis  pretermisisse  me  dixerit  legemque  historie  de- 
relictam  esse,  quam  a  Cicerone  commemoratam1  scio,  diligentie 
atque  animadversioni  illius  infinitam  rerum  magnitudinem  obi- 
ciam,  cuius  amplectende  quoniam  inextricabilis  curiositas  visa  est, 
eo  potius  consilium  flexi,  ut  que  despcrarern  tractata  nitesccre 
non  attingcnda  censerem,  et  quod  in  Poetica2  legeram  in  historia 
servarem.  Quis  enim,  queso,  Parthorum  aut  Macedonum,  quis 
Gothorum  et  Unnorum  et  Vandalorum  atque  aliarum  gentium 
regcs  ab  ultimis  repctitos  in  ordinem  digerat,  quorum  et  obscura 
semper  et  iam  senio  deleta  sunt  nomina?  quod  si  aggrediar,  ut 
laboris  ac  tcmporis  iactura  sileatur  et  operis  immensitas  et  legen- 
tium  fastidium,  nonne  propositi  mei  videbor  oblitus  ?  Neque  enim 
quisquis  opulentus  et  potens  confestim  simul  illustris  est ;  altcrum 
enim  fortune,  alterum  virtutis  et  glorie  munus  est;  neque  ego 
fortunatos  sed  illustres  sum  pollicitus  viros.  Occurrit  illud  Au- 
gusti  Cesaris3  qui,  cum  Alexandrie  esset  et  antrum  ubi  Egipti 
regum  cineres  pretiosis  piramidibus4  servabantur  intrasset,  corpus 
quidem  Alexandri  Macedonis  libenter  aspexit;  interrogatus  vero 
num  et  Ptholomei  reliquias  vellet  inspicere,  ccreges  se»  inquit 
«velle  videre  non  mortuos».  Atqui  rex  fuerat  Ptholomeus,  sed 
quantum  inter  veros  reges  eosque  quos  regum  nomine  vulgus  ap~ 
pellat  intersit,  brevi  elogio  diffinire  voluit  sapientissimus  impe- 
rator. 

Illos  inquam  viros  describere  pollicitus  sum  quos  illustres  vo- 
camus,  quorum  pleraque  magnifica  atque  illustria  memorantur, 
quanquam  aliqua  obscura  sint.  Si  enim  omnia  prorsus  illustria 

i.  legemque  <  . .  commemoratam:  Cicerone,  De  orat.,  n,  15,  62  («Nam  quis 
nescit  primam  esse  historiae  legem,  ne  quid  falsi  dicere  audeat?  deinde 
ne  quid  veri  non  audeat ?»).  2,  in  Poetica:  Orazio,  Ars  poet.t  149-50, 
3.  illud  Augusti  Cesaris:  1'aneddoto  da  Svetonio  (Aug.,  18)  con  alcuni 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  223 

cui  lettura  rifugiarsi  e  dilettarsi  per  qualche  momento  della  notte  o 
del  giorno;  e  tanto  sono  affezionati  a  quel  libro,  che  tutto  ci6  che 
in  esso  non  si  trovi  sembra  loro  non  solo  nuovo  ma  finto,  e  subito 
proclamano  falso  tutto  ci6  che  vien  detto  in  modo  diverse  da  come 
li  e  scritto:  si  credono  dotti  infatti  perche  hanno  letto  un  sol 
libro,  mentre  se  ne  avessero  letti  molti  si  saprebbero  ignoran- 
tissimi;  non  pensano  che  ci6  che  manca  nel  loro  autore  pu6  es- 
sere,  anzi  &,  in  altri  e  ci6  che  esso  dice  pu6  esser  detto  diversa- 
mente  in  altri  piti  degni  di  fede. 

Se  alcuno  poi,  desideroso  di  conoscere  ogni  fatto,  osservera  che 
troppi  ne  ho  tralasciati,  venendo  meno  alia  legge  della  storia  che 
Cicerone  ricorda,  obietter6  alia  diligenza  e  al  rimprovero  di  co- 
stui  1'infinita  quantit&  degli  avvenimenti.  Poich6  la  curiosita  di 
tutti  conoscerli  non  poteva  esser  saziata,  mi  attenni  al  consiglio 
di  non  toccare  neppure  ci6  che  non  speravo  potesse  acquistare 
splendore  trattandolo,  e  di  osservare  cosl  nella  storia  quello  che 
avevo  letto  nella  Poetica.  Chi,  di  grazia,  potrebbe  registrare  in 
ordine,  dai  piu  lontani,  i  re  dei  Goti,  degli  Unni,  dei  Vandali  e 
d'altre  genti,  i  cui  nomi,  oscuri  sempre,  sono  ora  obliterati  dal 
tempo  ?  Se  mi  provassi  a  farlo,  a  tacere  della  perdita  di  tempo  e  di 
fatica,  delPimmensita  delPopera  e  del  fastidio  dei  lettori,  non 
sembrerei  dimentico  del  mio  proposito  ?  Non  ogni  ricco  e  potente 
e  per  ci6  stesso  illustre :  I'una  cosa  e  dono  di  fortuna,  1'altra  di  virtu 
e  di  gloria:  n6  io  vi  ho  promesso  uomini  fortunati,  ma  illustri. 
Mi  soccorre  qui  un  detto  di  Cesare  Augusto  che,  trovandosi  ad 
Alessandria  ed  essendo  entrato  nell'antro  dove  in  tombe  pre- 
ziose  erano  conservate  le  ceneri  dei  re  d'Egitto,  volentieri  contem 
pt  la  salma  di  Alessandro  il  Macedone;  interrogate  se  volesse 
visitare  anche  le  reliquie  di  Tolomeo  rispose  ch'egli  desiderava 
vedere  dei  re,  non  dei  morti.  Eppure  anche  Tolomeo  era  stato 
un  re ;  ma  il  sapientissimo  imperatore  voile  indicare  con  quel  breve 
motto  quanta  differenza  passi  tra  i  veri  re  e  quelli  che  hanno  il 
nome  di  re  presso  il  volgo. 

Ho  promesso,  ripeto,  di  presentare  quegli  uomini  che  si  chia- 
mano  illustri,  di  cui  si  ricordano  le  piu  delle  azioni  come  magni- 
fiche  e  famose,  sebbene  altre  restino  oscure.  E  veramente,  se  andas- 

particolari  descrittivi  suggeriti  da  Lucano,  Phars.,  vin,  694-7.  4*  pirami- 
dibus:  qui  «piramide»  &  semplicemente  sinonimo  di  «tomba»,  secondo 
un  uso  documentabile  per  il  Medioevo. 


224  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

requirimus,  exiguum  teximus  volumen,  seu  potius  nullum.  Quis 
enim  ad  eum  modum  illustris  reperitur?  quin  hoc  in  plcrisque 
compertum  est  quod,  ut  preclaros  vultus,  sic  illustres  scpc  animos 
aliqua  insignis  nature  iniuria  afficit.  Nee  vero  me  tanta  in  re 
segnem  atque  attenuatam  operam  consumpsissc  profitebor,  ut  et 
prodessem  simul  ac  placerem,  multa  resecantem  que  plus  confu- 
sionis  ut  dixi  supra  quam  commoditatis  allatura  videbantur  et 
brevitati  consulentem  pariter  et  notitie  rerum  memorandarum. 
Quid  enim,  ne  res  exemplo  careat,  quid  nosse  attinet  quos  servos 
aut  canes  vir  illustris  habuerit,  que  iumenta,  quas  penulas,  que 
servorum  nomina,  quod  coniugium  artificium  pcculium  ve,  qui- 
bus  cibis  uti  solitus,  quo  vehiculo,  quibus  phaleris,  quo  amictu, 
quo  denique  salsamcnto,  quo  genere  leguminis  delectatus  sit  ?r  Hoc 
et  his  similia  quisquis  nosse  desideras,  apud  alios  quere,  quibus 
non  tarn  clara  vel  magna  quam  multa  dicere  propositum  est.  Apud 
me  ista  frustra  requiruntur,  nisi  quatenus  ad  virtutes  vel  vir- 
tutum  contraria  trahi  possunt.  Hie  enim,  nisi  fallor,  fructuosus 
historici  finis  est,  ilia  prosequi  que  vel  sectanda  legentibus  vel 
fugienda  sunt,  ut  in  utranque  partem  copia  suppetat  illustrium 
exemplorum.2  Quisquis  extra  hos  terminos  evagari  presumpserit, 
sciat  se  alienam  aream  terere,  alienis  fmibus  errare,  memineritque 
e  vestigio  redeundum,  nisi  forte  oblectandi  gratia  diversoria  le 
gentibus  interdum  grata  quesierit.  Neque  enim  infitior  me  talia 
meditantem  sepe  distractum  ab  incepto  longius  abscessisse,  dum 
virorum  illustrium  mores  vitamque  domesticam,  et  confabula- 
tiones  ac  voces  sententiis  plenas,  brevitate  conditas,  et  verba  pas 
sim  effusa  nunc  peracuta  nunc  gravia  et  meminisse  et  memorare 
aliis  dulce  fuit,  quorum  notitiam  utilem  interdum,  delectabilem 
semper  esse  credidi;  accessit  et  statura  corporis  et  origo  et  genus 
mortis,  quibus  ubi  facultas  affuit  cognoscendis  suam  duleedinem 
inesse  censui, 

Hec  si  minus  quam  intcnderam  assecutus  sum,  tu  precor  igno- 
sce,  quisquis  hec  perlegis;  de  successu  enim  te  iudicem  statuo,  de 
proposito  michi  credi  velim.  Siquid  igitur  aut  satietati  ingesturn 
aut  desiderio  subtractum  reppereris,  vel  inopi  ingenio  vel  discer- 

i.  Quid  enim  .  ,  ,  delectatus  sit:  piu  chc  allusione  a  precise  opere  storiche 
sembrcrcbbc  questa  I'amplificazionc  di  un  passo  dellc  Uistonae  Augustas 
(xv,  Opilius  Macrinus,  *,  3):  « quasi  vel  de  Traiano,  aut  Pio,  aut  Marco 
sciendum  sit  quotiens  processerint,  quando  cibo  variaverint,  et  quando 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  22$ 

simo  in  cerca  di  una  celebrita  senza  ombre,  un  esiguo  volume 
comporremmo,  anzi  nessuno.  Chi  infatti  pu6  trovarsi  illustre  a 
quel  modo  ?  £  noto  anzi  che  come  i  volti  piu  belli,  cosi  anche  gli 
animi  piu  eccellenti  sono  spesso  macchiati  per  natura  da  qualche 
grave  difetto.  In  un'opera  di  tanta  mole  posso  dire  di  aver  speso 
non  poca  fatica  per  giovare  insieme  e  dilettare,  molte  cose  taglian- 
do  che,  come  dissi,  avrebbero  portato  piu  confusione  che  profitto, 
provvedendo  alia  brevita  e  insieme  alia  notizia  delle  cose  memora- 
bili.  A  che  giova,  per  fare  un  esempio,  conoscere  quali  servi  o 
cani  un  uomo  illustre  abbia  avuto,  quali  cavalli  o  mantelli;  e 
quali  siano  stati  i  nomi  dei  servi,  e  la  sua  vita  coniugale  e  1'arte  e  il 
peculio ;  quali  i  cibi  piu  grati  e  i  veicoli,  e  gli  ornamenti  e  le  vesti  e 
infine  le  salse  e  i  legumi  preferiti  ?  Chi  desidera  conoscere  tali  cose 
le  cerchi  presso  altri  che  hanno  in  animo  di  scrivere  molto,  non 
cose  grandi  e  famose.  Presso  di  me  si  cercherebbero  invano,  se 
noa  in  quanto  possano  trarsi  alle  virtu  e  ai  loro  contrari.  Questo 
infatti  deve  essere,  se  non  erro,  il  fruttuoso  fine  dello  storico: 
esporre  quelle  cose  che  i  lettori  debbono  seguire  o  fuggire,  per- 
che  nell'una  parte  e  nell'altra  ci  sia  copia  di  illustri  esempi.  Chiun- 
que  esce  da  questi  termini  sappia  che  calpesta  un  terreno  non 
suo,  che  vaga  entro  confini  non  suoi;  e  si  ricordi  che  dovra  tor- 
nare  sul  suo  cammino,  a  meno  che  talvolta  non  cerchi  qualche 
amena  digressione  per  dilettare  i  lettori.  Non  nascondo  infatti  che 
anch'io,  a  ci6  proprio  mirando,  mi  sono  allontanato  spesso  dal  mio 
assunto,  e  mi  e  stato  grato  richiamare  alia  mia  memoria  e  ricor- 
dare  agli  altri  i  costumi  e  la  vita  domestica  degli  uomini  illustri,  e 
le  conversazioni,  e  i  detti  concettosi  e  di  elegante  concisione,  e  le 
parole  pronunciate  qua  e  la,  ora  gravi  ora  argute,  la  cui  conoscenza 
mi  sembr6  utile  talvolta,  piacevole  sempre;  e  aggiunsi  anche  la 
statura  del  corpo,  la  nascita  e  il  genere  della  morte,  cose  anche 
queste  che  quando  fosse  possibile  reputai  grate  a  sapersi. 

Se  questi  intenti  non  sono  riuscito  a  raggiungere  perfettamente, 
perdonami  ti  prego  o  lettore :  del  risultato  eleggo  te  giudice,  delle 
intenzioni  voglio  che  tu  creda  a  me.  Se  ti  sembrera  dunque  che 
qualche  cosa  sia  aggiunta  a  fastidio  o  sottratta  al  desiderio,  fanne 
colpa  alia  pochezza  dell'ingegno  o  agli  affanni  che  lacerano  1'animo 

vestem  mutaverint  .  .  . ».  2.  Hie  enim  .  .  .  exemplprumi  secondo  la  con- 
cezione  moralistica  della  storia  che  al  Petrarca  giungeva  per  ininterrotta 
tradizione  daH'antichit£  stessa. 

15 


226  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

pentibus  animum  curis  ascribito,  et  die  tccum:  «voluit  iste  pre- 
clarius,  voluit  utilius,  voluit  iucundius,  sed  nequivit».  Si  vero 
forsan  studii  mci  labor  expcctationis  tue  sitim  ulla  ex  parte  seda- 
verit,  nullum  a  te  aliud  premii  genus  cfflagito,  nisi  ut  diligar,  licet 
ineognitus,  licet  sepulcro  conditus,  licet  versus  in  cineres,  sicut 
ego  multos,  quorum  me  vigiliis  adiutum  senseram,  non  modo 
defunctos  sed  diu  ante  consumptos  post  annum  millesimum  dilexi. 
Sed  ne,  dum  multa  contestor,  equitati  tue  parum  fisus  videar, 
non  te  longius  traham,  neque  debitum  atque  utinam  suffccturum 
necessariis  in  prefatiunculis  tempus  expendam.  Ab  illo  igitur, 
quern  nos  humani  generis  parentem  appellamus,  iter  hoc  michi 
tarn  longum  inchoandum  cst. 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  227 

e  pensa  fra  te:  «avrebbe  voluto  fare  in  modo  piu  splendido,  piu 
utile,  piu  piacevole,  ma  non  riusci ».  Se  poi  il  mio  studio  e  la  mia 
fatica  avranno  soddisfatto  in  qualche  parte  la  tua  sete,  non  ti 
chiedo  altro  premio  che  d'essere  amato,  se  pur  ignoto,  o  chiuso 
nel  sepolcro,  o  fatto  cenere,  a  quel  modo  che  io  amai  dopo  mille 
anni  quei  molti  dei  cui  studi  m'ero  giovato,  sebbene  fossero  non 
dico  morti  ma  consumati  da  tanto  tempo. 

Ma  perch6  non  sembri,  mentre  mi  difendo  con  tanta  insistenza, 
che  io  dubiti  della  tua  equita,  non  ti  tratterro  piu  oltre,  ne"  spenderb 
in  prefazioncelle  quel  tempo  che  e  dovuto  alle  cose  necessarie: 
e  voglia  il  Cielo  che  basti. 

Conviene  dunque  che  io  cominci— da  colui  che  noi  chiamiamo 
parente  del  genere  umano  —  il  cosl  lungo  cammino. 


ADAM 

Primum  in  hac  acie,  non  quidem  merito  sed  ctatc,  locum  teneat 
ille  generis  nostri  publicus  pater,  Adam,  de  quo  preter  inanes  et 
seras  qucrimonias  quid  dicam?  Creatus  ad  imaginem  Dei  eterni 
et  manu  Dei  positus  in  paradise  voluptatis,  sine  sensu  doloris  aut 
molestie,  summa  cum  pace  animi  et  stabili  plenoque  gauclio,  va- 
litudine  corporis  prosperrima  et,  ut  breviter  cunta  complectar, 
undique  vir  perfectus  atque  omni  ex  partc  felicissimus,  dum  aver- 
sus  a  Deo  gule  obsequitur  iussisque  celcstibus  femineum  murmur 
prefert,  de  immortalitatis  statu  tanteque  gratie  fastigio  in  mortem 
ac  multiplicem  erumnam  sponte  ruit.  Infelix!  solusque  utinam, 
nee  progcniem  traxisset  immeritam!  Quod  totius  nostre  miserie 
principium  fuit.  Cuius  ipse  tributum  primus  omnium  pendit,  ut 
dignum  erat:  de  beate  cive  patrie  calamitosus  exul  et  acclinis  in 
terrain  spinas  et  tributes  gcrminantcm  sibi,  iussus  humi  nascentes 
herbas  mandere  et  in  sudore  vultus  sui  laboriosi  panis  auxilium 
querere,  in  ipsam  terrain  unde  erat  eius  cui  peceando  viam  fc- 
cerat  mortis  imperio  reversurus.  Quod  nongcntis  tandem  ac  tri- 
ginta  annis  in  laborc  actis  impletum  est.  Hie  cum  ex  Eva  coniuge 
feminarum  prima  duos  iam  ab  ipso  exilii  sui  primordio  genuisset, 
haud  stirpe  felicior  quam  rebus  ceteris,  alterum  alterius  parri- 
cidam  vidit:  humani  generis  morumque  mortalium  infelices  crucn- 
tasque  primitias.  Et  de  hoc  quidem  viro  nichil  amplius ;  nam  et 
historicum  nichil  est  supra  Nini  regis  etatem1  et  lamenta  nil 
prosunt,  sed  ex  omnibus  seculis  floridiora  carpenti  preterire  non 
libuit  radiccm  ipsam,  amaram  quamvis  et  asperam,  unde  tamen 
frondosi  omnes  virentesque  prodeunt  rami,  de  quibus  interlegere 
aliquid  institui. 


i.  supra  Nini  regis  etatem:  queste  parole  mancano  nel  codice,  ma  la  intogra- 
zione  si  rende  necessaria  per  intendere  accenni  contenuti  ncllc  vitc  suc 
cessive  (Nemroth,  3);  cfr.  .del  resto  Fam.>  vi,  3,  12:  « supra  Ninum .  ,  . 
ut  Macrobio  placet  [In  Somn.  Scip.,  11, 10],  ne  greca  quidem  extat  hiatoria » ; 
<?  Tr.  d.  Fama,  n,  121:  «Nino,  ond'ogni  istoria  umana  c  ordita». 


ADAMO 

Al  primo  posto  in  questa  schiera  stia,  non  per  merito  ma  per  eta, 
quel  padre  comune  del  nostro  genere,  Adamo,  intorno  a  cui  non 
saprei  che  dire  se  non  vani  e  tardi  lamenti.  Creato  ad  immagine 
del  Dio  eterno  e  per  sua  mano  collocato  in  un  paradiso  di  volutta, 
senza  dolore  o  molestia  ma  con  somma  pace  dell'animo  e  gioia 
piena  e  costante  e  floridissima  salute;  insomma  per  dir  breve- 
mente,  uomo  per  ogni  parte  perfetto  e  felicissimo,  mentre  distol- 
tosi  da  Dio  si  fa  servo  alia  gola  e  agli  ordini  celesti  preferisce 
un  sussurro  femmineo,  dallo  stato  immortale  e  dal  fastigio  di 
tanta  grazia  ruina  per  suo  volere  nella  morte  e  in  molteplice 
affanno.  Infelice!  E  magari  lui  solo!  non  avesse  trascinato  con  se 
la  stirpe  innocente!  Ch<§  quello  fu  il  principio  di  tutta  la  nostra 
miseria.  Egli  stesso  per  primo  pag6  il  suo  tributo  di  dolore  com'era 
giusto :  da  cittadino  d'una  patria  beata  divenuto  esule  miserevole, 
fu  costretto  a  chinarsi  verso  la  terra,  che  gli  germinava  triboli  e 
spine,  per  mangiar  Perbe  nascenti,  e  a  ricercare  nel  sudore  della 
fronte  1'ausilio  di  un  pane  faticoso,  finche"  la  morte,  a  cui  col  suo 
peccato  aveva  aperto  la  via,  non  lo  avesse  ricondotto  in  quella 
terra,  donde  era  nato.  II  che  avvenne  finalmente  dopo  novecen- 
to  e  trenta  anni  trascorsi  nel  dolore.  Adamo,  avendo  generate  al- 
Tinizio  del  suo  esilio  due  figli  dalla  moglie  Eva,  prima  delle  don- 
ne,  non  piu  felice  nella  discendenza  che  nelle  altre  cose,  li  vide 
Puno  fratricida  dell'altro;  infelici  e  cruente  primizie  delPuman 
genere  e  dei  costumi  mortali.  E  basta  ormai  di  quesfuomo; 
giacch.6  non  v'e  storia  prima  del  regno  di  Nino  e  a  nulla  giovano 
i  lamenti ;  ma  volendo  cogliere  da  tutti  i  secoli  piu  floridi  esempi, 
non  potevo  tralasciare  la  radice  stessa,  per  quanto  amara  ed  aspra, 
donde  tuttavia  provengono  tutti  i  rami  verdi  e  frondosi,  dei 
quali  ho  deciso  di  trascegliere  alcuno  qua  e  la. 


DE  IUNIO  BRUTO 
PRIMO  ROMANORUM  CONSULE 

lunius  Brutus,  fundator  libertatis,  vindex  pudicitic,  ob  illatum 
Lucretie  insigni  femine  per  vim  stuprum  a  Sexto  Tarquinio  ro- 
mani  regis  filio,  cum  ipsa  quidem,  impatientia  ac  dolore  facinoris 
coram  suis  questa,  se  se  propria  peremisset  manu,  ceteris  in  la- 
crimas  et  querclas  versis,  indignitate  rci  regumque  odio  accensus, 
quanquam  regia  sorore  progenitus,  ingenioque  et  animo  quern 
metu  tyrannidis  propter  interfectum  a  regc  fratrem  suum  diu 
celaverat1  patefacto,  principem  se  publice  ultionis  exibuit,  ma~ 
gnumque  opus  sed  favcnte  iustitia  ac  populo  aggrcssus,  Tarqui- 
nium  Superbum  suosque  omnes  Roma  expulit.  Quo  mcrito  pri 
mus  consul,  ncquod  unquam  tractu  temporis,  ut  fit,  dcsiderium 
regie  potestatis  animos  invadcrct,  populum  iuramcnto  astrinxit 
neminem  se  passuros  Rome  regnare.  Dchinc  senatorum  numerum 
auxit  ut  trecenti  essent,  additis  qui  deerant  ex  equestri  online, 
vinculum  civilis  ordinum  pcrmixtionc  concordie;  fecit  et  saero- 
rum  regem  ne,  quoniam  geri  a  regibus  quedam  sacra  consueverant, 
vel  hoc  pretextu  posset  aliquando  presentia  regis  optari  ac,  ne  il~ 
le  forsitan  regio  nomine  superbiret,  pontificis  cum  maximi  su~ 
biecit  impcrio.  Tantus  denique  nove  libertatis  amor  incesserat 
ut  ct  collegam  suum  Lucium  Tarquinium  Collatinum,  cuius  in 
regibus  expellendis  insignis  opera  fucrat  et  prcclara  in  rempu- 
blicam  fides,  propter  solius  nominis  odium  non  abirc  tantum  coe- 
gerit  magistratu  sed  etiam  ex  urbe  discedere,  et  nobilissimos  ado- 
lescentes  filios  suos,  quod  consilii  reducendorum  in  urbem  regum 
participes  fuissent,  serviliter  virgis  cesos  securi  percuti  occidique 
iusserit;  ubi  maiore  patrie  quam  sui  sanguinis  pietate  tristi  specta- 
culo  severus  pater  interfuit. 

Quibus  rebus  cum  rex  exul,  obstructum  sibi  fraudis  iter  intel- 
ligens,  ad  apertam  vim  atque  Etruscorum  confugissct  auxilia,  et 

Questo  e  ^il  seguente  costituiscono  rispettivamentc  il  v  e  il  vi  trattato 
del  De  <viri$  cominciante  da  Romolo,  secondo  il  primitivo  disegno  ripreso 
da  ultimo  nel  De  vim  dedicate  a  Francesco  da  Carrara.  Fonti  principal! 
di  questa  vita  sono:  Livio  (n,  1-2);  il  De  vim  illustribus  [Aurelio  Vittore], 
che  il  Petrarca  attribuiva  erroneamente  a  Plinio  (cap.  10);  Floro  (i,  3-4 
[9-10]);  Valerio  Massimo  (v,  6,  i;  v,  8,  i). 

r.  ingenioque . . .  celaverat:  com'e  noto,  Bruto  s'era  finto  pazsso  per  sot- 
trarsi  alle  persecuzioni  di  Tarquinio  il  Superbo  (Uvio,  I,  56). 


GIUNIO  BRUTO 
PRIMO  CONSOLE  DEI  ROMANI 

Giunio  Bruto  fondatore  della  liberta,  vindice  della  pudicizia,  poi- 
ch6  Sesto  Tarquinio,  figlio  del  re  di  Roma,  ebbe  fatto  violenza  a 
Lucrezia  insigne  donna,  ed  essa,  non  sopportando  il  dolore  e  Pol- 
traggio,  lamentatasi  alia  presenza  dei  suoi,  di  propria  mano  s'uccise, 
mentre  gli  altri  si  volgevano  alle  lagrime  e  ai  lamenti,  acceso  dal- 
Tindignazione  del  fatto  e  dall'odio  contro  i  re  (sebbene  fosse  nato 
da  una  sorella  di  Tarquinio),  pales6  Tanimo  e  Pindole  sua  che 
aveva  a  lungo  celato  per  tema  della  tirannide  (da  quando  il  re  gli 
aveva  ucciso  un  fratello)  e  s'offerse  capo  alia  pubblica  vendetta. 
A  grande  impresa  s'era  accinto,  ma  col  favore  del  popolo  e  della 
giustizia:  caccift  da  Roma  Tarquinio  il  Superbo  e  tutti  i  suoi. 
Per  questo  suo  merito  eletto  primo  console,  perche  mai  col  tempo 
ritornasse  negli  animi,  come  suole  accadere,  il  desiderio  della 
potesta  regia,  strinse  il  popolo  con  giuramento:  che  non  avrebbe 
sofferto  mai  che  alcuno  regnasse  in  Roma.  Quindi  aumentb  a 
cento  il  numero  dei  senatori,  aggiungendo  quelli  che  mancavano 
dalPordine  equestre,  acciocch6  il  senato  con  la  mescolanza  degli 
ordini  fosse  pegno  della  civile  concordia.  Nomin6  un  re  dei  sacri- 
fici,  perch6  alcune  cerimonie  eran  solite  a  celebrarsi  dal  re,  e 
temeva  che  questo  sol  fatto  potesse  essere  pretesto  a  desiderarne 
la  presenza;  e,  forse  per  evitare  che  egli  insuperbisse  del  regio 
nome,  lo  sottopose  all'impero  del  pontefice  massimo.  Tanto  amore 
infine  aveva  concepito  della  recente  libertk  che,  sebbene  il  col- 
lega  suo  Lucio  Tarquinio  Collatino  avesse  avuto  gran  parte  nella 
cacciata  dei  re  e  fosse  fedele  alia  repubblica,  per  solo  odio  del 
nome  lo  costrinse  non  solo  a  rinunciare  alia  magistratura  ma  addi- 
rittura  ad  allontanarsi  dalla  citti;  e  i  figli  suoi  nobilissimi  giovani, 
accusati  di  aver  tramato  con  altri  per  il  ritorno  dei  re,  fece  fustigare 
a  mo'  di  servi  e  uccidere  con  la  scure;  ed  il  padre  severo  fu  pre- 
sente  al  triste  spettacolo,  con  maggior  pieta  della  patria  che  del 
suo  sangue. 

Comprese  Fesule  re  da  questi  fatti  che  la  via  dell'inganno  gli  era 
preclusa  e  si  volse  alia  forza  aperta  e  all'aiuto  degli  Etruschi; 


232  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

his  fretus,  magno  cum  exercitu  in  romanos  fines  intrasset,  pro- 
fcctumque  obviam  Brutum  Aruns  films  regis  consularibus  ful- 
gcntem  insignibus  conspexisset,  acerrimo  dolore  prcreptique  regni 
memoria  excitus  atquc  impulsus,  equo  calcaribus  adacto,  ruit  in 
consulem.  Quod  ille  advertens,  non  minori  animo  in  hostem  fertur, 
tantoque  impctu  et  tarn  nulla  sui  ipsius  protcgendi  sod  sola  hostis 
feriendi  cogitatione  concursum  est,  ut  alternis  confixi  hastis  ambo 
pariter  sternerentur,  supraque  occisum  sua  manu  Aruntem  Bru 
tus  ipse  «mutuo  vulnerc  cxpiraret » —  ut  Flori  utar  verbo1  — 
quasi  consul « adulterum » (ut  ille  ait,  seu  verius  «adulteri  fratremw) 
regno  pulsum  vita  pellerct  et  «ad  inferos  sequeretur».  Funus  con- 
suli  preclarum  rebus  omnibus  factum,  sed  nulla  re  magis,  quam 
quod  eum  matrone  omnes  ut  parcntem  anno  integro  luxerunt. 


i.  ut  Flori  utar  verbo:  Floro,  I,  4  [10],  8:  «superque  ipsum  mutuo  volnere 
exspiravit,  plane  quasi  adulteram  ad  inferos  usque  sequeretur ». 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  233 

forte  del  quale  entr6  con  grande  esercito  nel  territorio  di  Roma. 
Gli  si  fa  incontro  Bruto  e  Arunte,  il  figlio  del  re,  riconosciutolo  al 
fulgore  delle  insegne  consolari,  eccltato  e  spinto  dal  dolore  e  dal 
ricordo  del  tolto  regno,  sprona  il  cavallo  e  si  slancia  contro  il 
console.  Quello,  accortosene,  non  meno  animosamente  si  volge 
contro  il  nemico,  e  con  tanto  impeto  avviene  lo  scontro,  nessuno 
dei  due  curandosi  di  proteggere  se  stesso  ma  solo  pensando  a 
ferire  Pavversario,  che,  trafittisi  a  vicenda  con  Pasta,  piombano  a 
terra  ambedue  e  sul  corpo  delPucciso  Arunte  Bruto  stesso  «muore 
per  mutua  f erita » —  user6  le  parole  di  Floro  —  «  quasi  avesse  vo- 
luto  cacciare  dalla  vita  Padultero  »  che  aveva  cacciato  dal  regno  e 
«seguirlo  alPinferno»  (« Padultero »  dice  Floro,  veramente  «il  fra- 
tello  delPadultero »).  Al  console  fu  fatto  un  funerale  per  molti 
aspetti  magnifico,  ma  soprattutto  perch£  le  matrone  portarono 
il  lutto  di  lui  un  anno  intero,  come  d'un  padre. 


DE  HORATIO  COCLE 

De  hoc  viro  nil  mine  aliud  occurrit  nisi  ilia  mirabilis  et  vix  cre- 
dibilis  pugna,  defensusque  pons  Sublicius  per  hunc  unum1  contra 
omnem  exercitum  Tuscorum  donee  a  tergo  fractus  pons  preclu- 
susque  hostibus  aditus,  indignante  rege  ac  stupente  exercitu 
quod  vir  unus,  isque  monoculus2  ut  qui  iam  alio  in  prelio  oculum 
alterum  amisisset,  tantum  contra  tot  armata  hominum  milia  au- 
sus  esset.  Fracto  ponte  ipse,  ut  erat  armatus,  «Sancte»  inquit 
(c  pater  Tyberine,  hunc  militem  tuum  faventi  flumine,  precor, 
accipe»;  et  hec  dicens  ex  alto  in  Tyberim  se  proiecit  et  ad  suos 
sospes  enavit,  nisi  quod  in  casu  ipso,  ut  quidam  tradidere,3  sa- 
gitta  femore  traiectus  claudus  evasit.  Quod  cum  sibi  post  tempus, 
ut  perhibent,4  in  petitione  honoris  obiectum  esset  ut  vitium,  — 
magnifica  prorsus  et  facto  par  responsio!  —  «per  singulos»  inquit 
«gradus  admoneor  triumphi  mei».  Huic  tante  virtuti  non  ingrata 
civitas  fuit ;  statua  illi  in  comitio  posita  et  de  publico  donatus  ager, 
terre  quantum  uno  die  circumducto  aratro  posset  amplecti:  sic 
honore  simul  et  commodo  auctus  in  presens,  at  in  posterum  rei  fa- 
ma5  plures  miratores  repertura  quam  credulos. 


i.  defensusque  .  .  .  per  hunc  unum:  cfr.  Petrarca,  Tr.  d.  Fama,  I,  80- 1:  «e 
quel  che  solo  Contra  tutta  Toscana  tenne  un  ponte ».  2.  monoculus:  il 
cognome  « Codes »  significa  infatti  «monocolo »;  la  notizia  che  Orazio  aves- 
se  perduto  1'occhio  in  altra  battaglia  da  [Aurelio  Vittore],  Deviris  illustri- 
bus,  n,  i.  3.  ut  quidam  tradidere:  Servio,  In  Aen.,  vm,  646,  contro  la 
tradizione  piu  comune  (principalmente  Livio,  n,  10)  che  lo  faceva  inco- 
lume.  4.  ut  perhibent:  cfr.  Servio,  In  Aen.,  vm,  646.  s.fama:  ablative 
riferito  ad  auctus  come  honore  e  commodo;  cfr.  Livio,  II,  10,  n:  «rem  .  .  . 
plus  famae  habituram  ad  posteros  quam  fidei». 


ORAZIO  COCLITE 

Di  quest'uomo  nulPaltro  ci  si  presenta  se  non  quella  battaglia 
meravigliosa  e  appena  credibile,  e  il  ponte  Sublicio  da  lui  solo 
difeso  contro  tutto  Tesercito  degli  Etruschi,  finche  il  ponte  stesso 
non  fu  tagliato  da  tergo  e  preclusa  ai  nemici  la  via;  mentre  il  re 
s'indignava  e  stupiva  Pesercito  che  tanto  contro  tante  migliaia  di 
armati  avesse  osato  un  uomo  solo,  e  privo  d'un  occhio,  perduto  in 
altra  battaglia.  Rotto  il  ponte,  armato  com'era,  « Santo  padre 
Tiberino,))  egli  disse  «accogli,  ti  prego,  questo  tuo  soldato  con 
propizia  corrente»  e  cosi  dicendo  si  gett6  dall'alto  nel  Tevere  e 
scampo  a  nuoto  tra  i  suoi.  Senonche  proprio  durante  la  caduta, 
secondo  narrano  alcuni,  trapassato  da  una  saetta  nel  femore  riusci 
zoppo.  E  ci6  essendogli  rinfacciato  piu  tardi  come  un  difetto, 
quando  presentava  la  sua  candidatura  a  una  carica,  <cogni  passo» 
egli  disse  ami  ricorda  del  mio  trionfo»:  magnifica  risposta  e  degna 
in  tutto  di  quell' impresa.  La  citta  non  gli  fu  ingrata  di  tanta  virtu ; 
gli  fu  innalzata  una  statua  nel  comizio  e  donato  a  spese  pubbliche 
un  campo,  tanta  terra  quanta  ne  potesse  comprendere  in  un  giorno 
conducendo  intorno  Paratro.  Cosi  fu  compensato  in  vita  da  un 
onore  e  da  un  beneficio,  presso  i  posteri  dalla  fama  di  un'azione 
destinata  ad  essere  piu  facilmente  ammirata  che  creduta. 


DE  PUBLIC  CORNELIO 
SCIPIONE  AFRICANO  MAIORE 

CAP.  Ill 

Sic  Hispanic,  per  Scipionem  quinto  anno  postquam  ad  eas  ve- 
nerat  composite  et  iugo  Carthaginensium1  erepte,  quatuor  eorum 
exercitibus  et  totidem  ducibus  fugatis  cesis  captis,  ad  romanum 
imperium  rediere.  Que  quamvis  merito  magna  omnibus  videren- 
tur,  illi  soli  a  quo  gesta  erant  perexigua  et  gerendorum  quedam 
quasi  preludia  videbantur  animo  Africam  magnamque  Cartha- 
ginem  iam  volventi.  In  quam  rem  conquirendas  iam  nunc  vires 
providens,  maximeque  regum  amicitias  conparandas,  ad  Siphacem 
ea  tempestate  potentissimum  Africe  regum,  Lelium2  cum  mune- 
ribus  direxit,  haud  ignarus  vetustum  regi  fedus  cum  Carthaginen- 
sibus  esse,  sed  cogitans  et  privatim  per  patrem  ac  patruum3  suum 
et  publice  per  senatum  amicitiam  cum  dicto  rege  contractam  fa 
cile  renovari  posse,  speransque  preterea  barbaricam  fidem  cum 
fortuna  flecti  facilem.  Neque  aliter  accidit.  Nam  rex,  fama  no- 
minis  et  gestarum  rerum  gloria  illectus,  et  secum  reputans  res 
romanas  in  Italia  iam  secundas  in  Hispania  solas  esse,  contraque 
res  Carthaginensium  in  Italia  debilitatas  in  Hispania  iam  extinctas, 
legationem  quidem  cupidis  auribus  audivit  et  amicitie  mentionem 
incuntanter  amplexus  est;  non  posse  autem  ait  fedus  ac  fidei 
vinculum  nisi  datis  dextris  cum  presente  firmari.  Ita  Lelius  re  in- 
fecta  sed  securi  tantum  sui  ducis  adventus  obstricta  regis  fide 
revertitur. 

Quod  ubi  Scipio  intellexit,  rei  avidus  gerende,  que  ad  summam 
rerum  et  belli  totius  effectum,  seu  potentiam  regis  inspiceres  seu 
terrarum  situm,  oportuna  ut  erat  et  efficax  videbatur,  querique 
magno  quamvis  precio  dignam  extimans,  Terracone  digressus, 
relicto  ibi  L.  Martio,  confestim  terrestri  calle  Carthaginem4  adiit, 
quod  brevior  inde  esset  in  Africam  transitus.  Ibi  quoque  Sillano 

La  Vita  deU'Africano  ha  un  posto  particolare  nel  De  viris>  sia  per  Tampiezza, 
sia  perche  fu  scritta  dal  Petrarca  in  tre  redazioni :  ed  e  naturale  che  tante 
cure  egli  spendesse  intorno  all'eroe  del  suo  poema.  II  testo  che  qui  si 
da  e  tratto  dalFultima  e  piu  ampia  redazione  che,  per  questo  cap.  'in, 
non  differisce  molto  dalle  precedent!:  ristabilita  la  situazione  in  Spagna 
Scipione  s'incontra  con  Siface  nella  speranza  di  trarlo  aH'amicizia  di 
Roma  (206  a.  C.):  fonte  principale  Livio,  xxvn,  17-8. 

i.  Carthaginensium'.  « Carthaginenses »  scrive  sempre  il  Petrarca  in  luogo 
di  «  Carthaginienses ».  2.  ad  Siphacem . . .  Lelium:  1'incontro  di  Lelio  con 


PUBLIC  CORNELIO 
SCIPIONE  AFRICANO  MAGGIORE 

CAP.  Ill 

C/osl  Scipione  pacific6  la  Spagna  dopo  quattr'anni  che  v'era  giunto, 
e  strappatala  al  giogo  dei  Cartaginesi,  avendo  annientato  quattro 
dei  loro  eserciti  e  altrettanti  capitani  con  la  fuga,  la  morte,  la  prigio- 
nia,  la  ricondusse  all'impero  di  Roma.  Mentre  tali  imprese  a  tutti 
sembravano  grandi,  a  lui  solo  che  le  aveva  compiute  parevano 
esigue,  quasi  un  preludio  a  quelle  ancora  da  compiersi ;  ch6  Tanimo 
suo  gia  correva  alP Africa  e  alia  grande  Cartagine.  E  mirando  fin 
d'ora  a  raccogliere  le  forze  per  tale  impresa,  soprattutto  a  procac- 
ciarsi  Famicizia  dei  re,  mand6  Lelio  con  donativi  a  Siface,  in 
quei  tempi  il  piu  potente  re  d' Africa.  Sapeva  infatti  che  egli  era 
legato  d'antica  alleanza  con  i  Cartaginesi,  ma  pensava  tuttavia 
che  si  potesse  facilmente  rinnovare  1'amicizia  contratta  privata- 
mente  dal  padre  suo  e  da  suo  zio  e  pubblicamente  dal  senato  col 
detto  re,  ed  anche  sperava  che  la  fede  barbarica  potesse  agevol- 
mente  piegarsi  col  mutare  della  fortuna.  E  cosi  awenne.  II  re, 
attratto  dalla  fama  del  nome  e  dalla  gloria  delle  imprese,  conside- 
rando  tra  se  che  i  Romani  avevano  successo  in  Italia  ed  erano 
ormai  arbitri  assoluti  della  Spagna,  i  Cartaginesi  per  contro  inde- 
boliti  in  Italia  e  dalla  Spagna  esclusi,  ascolto  cupidamente  Pamba- 
sceria  e  subito  accolse  le  proposte  di  amicizia;  disse  tuttavia  che 
1'alleanza  ed  il  patto  potevano  confermarsi  soltanto  con  Scipione 
stesso,  stringendo  le  destre.  Cosi  Lelio  torn6  senza  aver  nulla 
concluso,  ma  solo  con  Tassicurazione  da  parte  del  re  che  il  suo 
capitano  sarebbe  potuto  venire  da  lui  senza  rischio. 

Quando  Scipione  ebbe  inteso  ci6,  desideroso  di  concludere 
Paccordo  che,  tenuto  conto  della  potenza  del  re  e  della  posizione 
del  suo  regno,  gli  sembrava  —  com'era  —  opportune  ed  efficace 
alia  suprema  condotta  e  all'esito  di  tutta  la  guerra,  e  degno  d'es- 
sere  perseguito  a  qualunque  prezzo,  parti  da  Tarracona,  lascian- 
dovi  L.  Marcio.  E  subito  per  terra  si  rec6  a  Cartagena,  perche  di  11 
il  passaggio  in  Africa  era  piu  breve.  Lasciato  ivi  a  presidio  Silano, 

Siface,  ampliato  di  vari  ornamenti  poetici,  occupa  nell3 Africa  il  libro  in 
e  il  iv,  che  rimase  incompiuto.  3.  pair  em  ac  patruum:  il  padre  dell'Afri- 
cano  Public  Cornelio  e  il  fratello  di  lui  Gneo  nel  213  a.  C.  avevano  man 
date  ambasciatori  a  Siface  (Livio,  xxiv,  48).  4.  Carthaginem:  Cartagine 
di  Spagna,  cioe  « Nova  Carthago  »  o  Cartagena. 


238  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

ad  presidium  dimisso,  ipse  cum  Lelio,  sine  quo  invitus  altum 
aliquid  agitabat,xfunem  solvit  et  duabus  tantum  navibus,seu  quia 
plures  tune  non  aderant  seu  navigatio  ut  esset  occultior,  traiecit  ad 
regem.  Quod  ut  animose  gestum  et  intrepide  nullus  neget,  sic 
fortasse  aliquis  prudenter  factum  graviterque  negaverit  et  teme- 
rariam  potius  quam  maturam  dixerit  virtutem,  in  duabus  quin- 
queremibus  et  barbari  regis  fide  ambigua  suum  caput,  imo  exer- 
citus,  imo  reipublice  salutem  ponere;  sicut  sibi  postmodum  in 
senatu  a  Quinto  Fabio  Maximo  mordaciter  exprobratum2  scimus 
et  a  scriptoribus  rerum3  inter  temeraria  numeratum.  Sed  immensa 
spes  ardorque  animi  ad  summa  tendentis  per  circumfusa  pericula 
nullius,  preter  veram  et  excelsam  gloriam  et  quern  mente  conce- 
perat  belli  exitum,  rei  memorem  trahebat. 

Ut  sane  conspectior  casus  esset  eventu  mirabili  factum  est.  Turn 
nempe  dum  Scipio  terre  appropinquabat,  septem  naves  Hasdru- 
balis  ex  Hispania  fugientis,  ut  est  dictum,  iam  in  portu  erant. 
Visis  ergo  duabus  navibus  cognitoque  quod  hostium  essent  cre- 
ditoque,  quod  simillimum  veri  erat,  posse  paucas  a  multis  facile 
superari,  dato  ad  occurrendum  signo  iussu  ducis  ad  arma  discur- 
sum  est;  poteratque  in  summum  res  venire  discrimen,  nisi  quod 
inter  moras  nautarum  due  ille  Scipionis  naves,  vento  valido  impel- 
lente,  portum  subiere,  ubi  iam  regis  imperio  nulla  tumultuandi 
licentia  sed  omnibus  omnia  tuta  erant.  Sic  conatu  irrito  a  duobus 
simul  ducibus  adversarum  partium  in  terram  descensum,  itumque 
ad  regem  est. 

Uterque  comiter  exceptus  invitatur  hospitio;  idque  sibi  rex 
haud  hercle  immerito  gloriosum  duxit,  duos  principes  duarum 
hauddubie  toto  orbe  potentissimarum  gentium  ad  eius  amicitiam 
postulandam  una  hora  suam  in  regiam  convenisse,  tractavitque 
ut,  quoniam  eos  sors  ceu  divino  nutu  uno  tempore  unum  in  locum 
contraxisset,  de  pace  colloquerentur.  Negante  autem  Scipione 
privatas  sibi  cum  Hasdrubale  immicitias  ullas  esse,  nee  de  publicis 
iniussu  patrum  se  ausurum  loqui  aliquid  affirmante,  quod  sibi  bel- 
lum  gerere  non  de  pace  agere  esset  iniunctum,  institit  rex  obnixe 


i.  sine  quo  .  .  .  agitabat:  cfr.  Livio,  xxvn,  17,  8:  «sine  quo  nihil  maioris 
rei  motum  volebat».  2.  a  Quinto  Fabio  Maximo . . .  eocprobratum:  cfr.  Li 
vio,  xxvin,  42,  7  e  21.  3.  a  scriptoribus  rerum:  Valerio  Massimo,  che  di 
questo  viaggio  di  Scipione  parla  appunto  sotto  il  titolo  De  temeritate 
(Fact,  et  diet,  mem.,  ix,  8,  i).  L'episodio  non  e  narrato  nell3 'Africa  quale 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  239 

egli  stesso  con  Lelio,  senza  il  quale  malvolentien  compiva  al- 
cunche  d'importante,  sciolse  gli  ormeggi  e  con  due  sole  navi,  sia 
che  piu  non  ne  avesse  al  momenta,  sia  perche  la  navigazione  fosse 
piu  occulta,  pass6  in  Africa  dal  re.  Nessuno  neghera  che  tal  gesto 
sia  stato  animoso  ed  intrepido,  ma  forse  potra  sembrare  a  qualcuno 
che  non  sia  stato  saggio  e  prudente,  e  considerera  temerario,  piut- 
tosto  che  opportuno  ardimento,  quello  di  afEdare  a  due  sole  tri- 
remi  e  alia  fede  ambigua  di  un  re  barbaro  il  propno  capo,  anzi  il 
capo  dell'esercito,  anzi  la  salvezza  della  patria.  E  sappiamo  che 
ci6  gli  fu  poi  rimproverato  aspramente  in  senate  da  Q.  Fabio 
Massimo  e  che  gli  scnttori  di  storie  lo  annoverano  tra  le  aziom  te- 
merarie.  Ma  la  smisurata  speranza  e  Tardore  deH'anim.o,  che  ten- 
deva  alle  cose  piu  alte,  faceva  si  che  pur  in  mezzo  ai  pericoli  di 
nulla  si  ncordasse  se  non  della  vera  ed  eccelsa  gloria  e  di  quelPesito 
della  guerra  che  aveva  gia  nella  sua  mente. 

Un  awenimento  imprevisto  rese  il  fatto  ancor  piu  straordinano. 
Mentre  Scipione  si  awicinava  alia  terra,  sette  navi  di  Asdrubale, 
che  fuggiva  di  Spagna  come  abbiamo  detto,  erano  gia  nel  porto. 
Awistate  dunque  le  due  navi,  avendo  conosciuto  che  erano  dei 
nemici  e  credendo,  come  era  verisimile,  che  poche  potessero  fa- 
cilmente  esser  vinte  da  molte,  il  capitano  fece  dare  il  segnale  del- 
Tassalto  e  si  corse  alle  armi.  Si  poteva  giungere  al  pericolo  estremo; 
senonche,  durante  gli  indugi  dei  marinai  quelle  due  navi  di 
Scipione,  spmte  da  un  vento  gagliardo,  entrarono  nel  porto 
dove  ormai  non  era  piu  luogo  a  tumulti,  ma  tutto  era  sicuro  sotto 
la  giurisdizione  del  re.  Cosi,  rmscito  vano  il  tentative,  i  due  capi- 
tani  delle  awerse  parti  sbarcarono  insieme  e  si  recarono  da  Siface. 

Furono  accolti  entrambi  cortesemente  e  invitati  come  ospiti; 
e,  non  a  torto  per  Ercole,  il  re  consider6  glonoso  che  due  cittadmi 
ragguardevoli  delle  due  nazioni  piu  potenti  in  tutta  la  terra  fos- 
sero  venuti  in  un  sol  giorno  alia  sua  reggia  per  ncercare  la  sua 
amicizia;  e  propose  che  discorressero  della  pace,  giacche  la  sorte 
quasi  per  un  volere  divino  li  aveva  riuniti  nello  stesso  tempo 
in  un  sol  luogo.  Rispose  Scipione  che  non  aveva  private  inimicizie 
con  Asdrubale  e  che  delle  pubbliche  inimicizie  non  avrebbe  osato 
parlare  senza  il  comando  del  senato,  poiche  suo  compito  era  di 
condurre  la  guerra  non  di  trattar  della  pace.  II  re  allora  fece  molte 

ci  e  pervenuta,  ma  certo  non  vi  sarebbe  mancato  se  il  Petrarca  avesse 
completato  il  suo  poema  colmando  la  vasta  lacuna  tra  il  iv  e  il  v  libro. 


240  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

admodum  ut,  cum  ambo  simul  hospites  sui  essent,  non  gravaretur 
comuni  saltern  interesse  convivio.  Quod  cum  Scipio  non  negasset, 
cenatum  apud  regem  est  simulque,  quoniam  ita  sibi  placitum,  et 
coniunctis  sedibus  magni  illi  duo  hostes  et  hospites  discubuerunt. 
Ea  vero  affabilitas  romano  duci,  ea  morum  suavitas  et  is  lepos  fuit, 
ut  non  modo  regem  barbarum  et  ignotum,  sed  acerrimum  ini- 
micum  fando  ad  se  amandum,  quantum  est  in  hoste  possibile,  mi- 
randumque  compelleret.  Ita  quern  insignem  bello  atque  inter 
arma  metuendum  senserat,  inermem  in  colloquio  sentiebat  ama- 
bilem  et,  quod  de  paucissimis  lectum  auditum  ve  est,  quern  absen- 
tem  fama  mirabilem  fecerat  mirabiliorem  presentia1  faciebat.  Ve- 
rum  enimvero  quod  mirabatur  id  timebat  et,  si  dici  potest,  quod 
amabat  oderat;  nempe  virtutem  hostis  sibi  ac  suis  adversam  et 
tune  et  in  posterum  sentiebat;  neque  vero  aliter  quam  presagie- 
bat  accidit,  ut  sicut  Hanibalem  Italic  sic  Scipionem  Africe  va- 
stitas  sequeretur,  utque  in  presens  rex  spreto  federe  punico  ro- 
manam  complecteretur  amicitiam;  nee  mirandum  vero  amplius 
sentiebat  quod,  secuta  talis  viri  maiestatem,  ab  eis  Hispania  de- 
scivisset,  nee  deinceps  de  ilia  perdita  tarn  dolendum  quam  de 
perdenda  Africa  metuendum.  Hos  tacitos  cogitatus  hostis  in  pec- 
tore  romani  ducis  virtus  nota  pepererat. 

CAP.  xi,  4-20 

Sed  et  michi  preterea  de  hoc  ipso  quedam  etiam  nunc  supersunt, 
et  plura  utique  superessent  nisi  quia  historic  textui  intertexta 
repetere  supervacuum  est;  ea  sunt  autem  que  ad  mores  domesticos 
viteque  comunis  habitum  spectant  aut  quotidiani  verba  sermonis. 
lam  pietatem  in  eo  laudare  sicut  dignum  est,  ita  necessarium  non 
est;  notior  est  enim  quam  ut  testibus  egeat,  sive  illam  in  patriam 
requirimus  sive  in  suos;3  quecunque  fere  de  illo  viro  diximus  hanc 

i.  quern  ...  presentia:  Livio,  xxvni,  35,  6:  «maior  praesentis  veneratio 
cepit»;  cfr.  Petrarca,  Africa,  iv,  73-5;  Fam.,  i,  2,  21. 

In  questo  capitolo,  che  e  aggiunto  ex  novo  nell'ultima  delle  tre  redazioni, 
il  Petrarca  raccoglie  e  riassume,  suiresempio  di  Svetonio,  le  varie  notizie 
attend  illustrate  la  figura,  soprattutto  morale,  dell'eroe;  in  effetti  egli 
continue  e  perfeziona  quel  processo  di  idealizzazione  ch'e  gia  sensibile 
nella  storiografia  romana,  soprattutto  in  Livio. 

z.  sive  illam  in  patriam . . .  sive  in  suos :  De  pietate  in  parentes  e  De  pietate  erga 
patriam  sono  i  titoli  di  due  sezioni  dei  Fact,  et  diet,  mem.  (v,  4;  v,  6) 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  241 

insistenze  perche  si  degnasse  almeno  di  partecipare  ad  un  co- 
mune  convito,  dato  che  erano  suoi  ospiti  tutti  e  due.  Non  rifiuto 
Scipione,  e  i  due  grandi  nemici  ed  ospiti  cenarono  insieme  presso 
il  re,  come  a  quello  era  piaciuto,  sedendo  vicini.  E  tanta  era  FafFa- 
bilita,  la  piacevolezza,  la  soavita  dei  costumi  del  capitano  romano, 
che  non  solo  il  re  barbaro  e  a  cui  era  ignoto  ma  anche  Pacerrimo 
avversario  fu  costretto  dalla  sua  conversazione  ad  ammirarlo  e  ad 
amarlo,  quanto  e  possibile  in  un  nemico.  Cosi  quello  che  aveva 
conosciuto  insigne  nella  guerra  e  nelle  armi  tremendo,  gli  appariva 
amabile  ora  ch'era  a  colloquio  senz'armi  e,  ci6  che  di  pochissimi 
si  legge  e  si  ascolta,  la  presenza  rendeva  ancor  piii  ammirevole 
quello  che  la  fama  aveva  fatto  ammirare  di  lontano.  Ma  veramente 
temeva  nel  tempo  stesso  quello  che  ammirava,  e,  se  e  possibile 
dirsi,  odiava  quello  che  amava ;  poiche  sentiva  che  la  virtu  del  ne 
mico  era  avversa  a  se  e  ai  suoi,  e  nel  momento  e  nell'awenire ; 
presagiva  infatti  nell'animo  ci6  che  avvenne  realmente:  che  cio& 
la  devastazione  dell' Africa  avrebbe  seguito  Scipione,  come  quella 
delF  Italia  aveva  seguito  gia  Annibale;  e  che  sul  momento  il  re, 
disprezzata  1'alleanza  cartaginese,  avrebbe  abbracciato  1'amicizia 
romana.  N6  piu  gli  sembrava  meraviglioso  che  la  Spagna  si  fosse 
allontanata  dai  Cartaginesi  per  seguire  la  maesta  di  tale  uomo,  e 
pensava  che  in  awenire,  piu  che  dolersi  di  aver  perduto  la  Spa 
gna,  avrebbe  dovuto  temere  di  perdere  1' Africa.  Questi  taciti  pen- 
sieri  nascevano  nell'animo  del  nemico  al  conoscere  la  virtu  del 
condottiero  romano. 

CAP.  xi,  4-20 

Ma  alcune  cose  devo  ancora  dire  intorno  a  quest'uomo,  e  piu  dovrei 
se  non  fosse  vano  ripetere  fatti  gia  intramezzati  al  racconto  storico : 
ed  e  ci6  che  riguarda  i  costumi  domestic!,  le  abitudini  del  viver 
civile,  i  discorsi  del  parlar  quotidiano.  Lodare  la  sua  pieta,  come 
sarebbe  giusto,  cos!  non  e  necessario;  e  troppo  nota  infatti  per- 
ch6  abbia  bisogno  di  attestati ;  quasi  tutto  ci6  che  abbiamo  detto  di 
lui  sta  a  mostrare  la  sua  pieta  verso  la  patria  e  verso  i  suoi.  Si  diceva 


di  Valeric  Massimo,  nei  quali  non  manca  naturalmente  anche  la  menzione 
deirAfricano. 

16 


242  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

testantur.  Patrie  sue  natum  se  dicebat,  laudes  populi  romani  cu- 
pide  predicate  suasque  in  illius  gloriam  reflectere,  quosque  sibi 
suis  mentis  amicos  fecerat  in  illius  amicitiam  hortari  atque  tradu- 
cere  solitus;  quarum  rerum  quid  premii  tulerit  post  omnia  sed 
invitus  dicam.1  Qua  pietate  autem  in  suos  fuerit  testis  est  pater, 
quern  consulem  ut  diximus  ad  Ticinum  prelio  victum  saucium- 
que  pene  ipse  puer  morti  manibusque  hostium  eripuit;  testes 
denique  idem  pater  ac  patruus,  quos  insidiis  hostilibus  interfectos 
tarn  magnifice  ultus  est,  ut  hostis  ipse  Hanibal  stupens  nobilem 
hanc  vindictam  inter  insignia  facta  virtutis  ac  pietatis  eximie 
numeraret;  testis  et  frater,  quern  rebus  imparem  sibi  verbis  equare 
semper  studuit,  cui  et  subesse  voluit2  ut  quern  verbis  parem  fa- 
cere  nequisset  superiorem  factis  efficeret,  cum  quo  tam  concorditer 
vixit,  ut  exemplar3  fierent  fraterne  concordie  et  externi  reges  filios 
suos  horum  per  vestigia  ad  concordiam  hortarentur.  In  amicos 
vero  qualis  fuerit,  nota  Scipionis  et  Lelii  testatur  amicitia;  quam- 
vis  famosa  ilia  et  inter  pauca  amicorum  paria  numerata,  de  qua 
Cicero  librum  scripsit,4  non  inter  hunc  Scipionem  et  hunc  Le- 
lium,  cuius  crebra  in  superioribus  est  mentio,  sed  inter  huius  et 
illius  —  quantum  augurio  assequor  —  nepotes,5  horum  cogno- 
mine  et  fama  similes  ac  virtute,  viguerit.  Non  minus  tamen  viguit 
inter  istos,  et  est  duplicis  amicitie  nomen  unum,  et  felicia  in 
amicitiis  nomina  Lelius  et  Scipio.  Unde  et  de  hoc  Scipione  in 
Hispania  res  agente  scribitur,6  quod  sine  Lelio  nichil  maioris  rei 
agere  vel  aggredi  volebat.  Ita  quidem  se  res  habet;  quamvis  e 
duobus  his  paribus  illustrium  amicorum  Cicero  et  fama  novis- 
simum  celebrarit.  Et  hec  quoque  pro  discussione  parvi  huius 
ambigui  dixerim;  amicitiam  enim  Scipionis  et  Lelii  norunt  omnes, 
quorum  vero  non  ita. 

lam  de  animi  generosa  fiducia7  deque  omnibus  bellicis  artibus 
ac  fortuna,  cuius  in  humanis  rebus  et  precipue  inter  arma  vis  in- 

i.  quorum  rerum  .  .  .  dicam:  del  processo  contro  Scipione  e  del  suo  esilio 
a  Literno  il  Petrarca  racconta  nell'ultmio  cap.,  il  xii.  2.  subesse  voluit'. 
Scipione  segui  il  fratello  nella  guerra  d'Asia,  in  qualitk  di  «legatus». 

3.  exemplar:  la  sezione  in   cui  Valerio   Massimo  ne  parla   e  intitolata 
in  alcuni  codici:  De  benevolentia  fraterna  (Fact,  et  diet.  mem.y  v,  5,  i). 

4.  librum  scripsit:  Cicerone,  Laelius  sive  de  amicitia.  La  breve  digressione 
vale  a  chiarire  una  confusione  assai  diffusa  nel  Medioevo  e  che  il  Petrarca 
stesso  super6  abbastanza  tardi  (cfr.  Fam.,  xix,  3,  3;  Africa,  u,  510-30: 
ma  nel  resto  faKL*  Africa  il  primo  Lelio  e  lodato  spesso  per  Teloquenza 
con  frasi  che  piu  si  converrebbero  al  Laelius  sapiens  arnico  deU'Emiliano). 


DEGLI   UOMINI    ILLUSTRI  243 

nato  per  la  patria;  era  solito  celeb  rare  le  lodi  del  popolo  romano 
e  le  proprie  lodi  volgere  a  gloria  di  quello;  e  alPamicizia  di  esso 
esortare  e  condurre  quanti  s'era  fatti  amici  con  i  suoi  meriti 
(e  qual  premio  si  ebbe  di  tutto  questo  racconter6  da  ultimo, 
ma  contro  voglia).  Delia  pieta  verso  i  suoi  e  testimonio  il  padre, 
che  quand'era  console,  vinto  e  ferito,  come  dicemmo,  presso  il 
Ticino,  proprio  da  lui,  quasi  ancora  fanciullo,  fu  strappato  alia 
morte  e  alle  mani  dei  nemici;  testimoni  infine  il  padre  stesso  e  lo  zio 
che,  uccisi  in  insidie  dai  nemici,  furono  da  lui  vendicati  in  modo 
cosi  magnifico,  che  Annibale  stesso  meravigliato  annoverb  questa 
nobile  vendetta  tra  le  azioni  insigni  di  virtu  e  di  pieta.  Ne  e  testi- 
mone  anche  il  fratello,  inferiore  a  lui  nelle  imprese,  e  ch'egli  cerco 
sempre  parlando  di  rendere  uguale  a  se;  a  cui  voile  anche  essere 
sottoposto,  per  rendere  superiore  di  fatto  quello  che  a  parole  non 
riusciva  a  rendere  uguale;  con  cui  infine  visse  in  tale  concordia 
da  diventare  un  modello  di  amo'r  fraterno,  tanto  che  i  re  stranieri 
esortavano  i  propri  figli  alia  concordia  sulPesempio  di  quelli. 
Del  suo  animo  verso  gli  amici  e  prova  la  ben  nota  amicizia  di  Sci- 
pione  e  di  Lelio ;  sebbene  quella  famosa,  di  cui  Cicerone  scrisse  un 
libro  e  che  s'annovera  tra  i  rari  esempi  d'amicizia,  non  sia  tra 
questo  Scipione  e  questo  Lelio  di  cui  e  frequente  menzione  nelle 
pagine  precedenti,  ma  tra  i  nipoti  —  a  quanto  argomento  —  di 
questi  due,  simili  per  nome,  fama  e  virtu.  Ma  amici  furono  anche 
questi  non  meno,  e  due  diverse  amicizie  ebbero  nome  uguale,  e 
fortunati  nell'amicizia  sono  i  nomi  di  Scipione  e  di  Lelio.  Onde 
anche  di  questo  Scipione  troviamo  scritto,  a  proposito1  delle  sue 
gesta  di  Spagna,  che  nessuna  impresa  di  qualche  momento  voleva 
intrap rendere  o  compiere  senza  Lelio.  Cosi  e  dunque,  sebbene 
delle  due  coppie  d'illustri  amici  la  piu  recente  sia  celebrata  da  Ci 
cerone  e  dalla  fama.  Ci6  sia  detto  a  chiarimento  di  questo  piccolo 
dubbio,  giacche  tutti  conoscono  Pamicizia  di  Scipione  e  di  Lelio, 
ma  di  quali  non  tutti  sanno. 

Inopportune  sarebbe  parlar  piii  a  lungo  del  generoso  ardire, 
delle  arti  guerresche  e  della  fortuna,  che  si  crede  abbia  grande 


5.  inter  .  .  .  nepotes:  per  congettura  il  Petrarca  attribuiva  ai  due  Leli  lo 
stesso  grado  di  parentela  che  era  tra  i  due  Scipioni.  6.  Unde  .  .  .  scribi- 
tur:  Livio,  xxvn,  17,  8  (cfr.  p.  238,  nota  i  di  questo  volume).  7.  de  ... 
fiducial  di  esempi  tratti  dalla  vita  di  Scipione  e  pieno  il  capitolo  De  fi- 
ducia  sui  di  Valerio  Massimo  (Fact,  et  diet,  mem.,  7). 


244  DE   VIRIS 

gens  esse  creditur,  loqui  amplius  impertinens  fuerit;  certiora  sunt 
argumenta  rerum  quam  verborum.  Profecto  autem,  cum  aliquando 
ducum  maximos  trepidasse  et,  quanquam  sepe  victores,  nonnun- 
quam  victos  terga  vertisse  compertum  sit,  Scipionem  nusquam 
timuisse  vel  fugisse  ducem  legimus ;  et  pugnavit  non  in  Asia  cum 
imbelli  barbaria,1  sed  in  Hispania  atque  Africa  cum  illis,  qui  vic 
tores  gentium  Romanos  vicerant.  Nemo  alacrius  benemeritos 
digno  munerum  ac  verborum  honore  prosecutus  est,  virtutum 
militarium  extimator  eximius,  promptus  ad  premia,  tardus  ad 
supplicia.  Fortes  viros  celebravit  et  coluit  atque  in  amicis  habuit, 
neque  ulli  invidens  neque  ab  ullo  sibi  metuens  invideri,  fidensque 
suam  gloriam  supra  invidie  iactum  stare.  Cuius  quidem  glorie 
solius  cupidum  fuisse  reperio,  eiusque  non  aliter  quam  ut  mala 
cessaret  ambitio.  Quam  cupiditatem  nee  ipse  dissimulat,  siquidem 
animosa  ilia  in  oratione,2  quam  adversus  Fabium  Maximum  fre- 
quenti  senatu  noviter  consul  factu's  habuit,  ad  summum  se  virtutis 
et  glorie  gradum  aspirare,  et  clarorum  titulos  virorum  non  equare 
tantum  sed  transcendere  in  animo  sibi  esse  professus  est,  ver- 
bumque  illud  altissimum  adiecit,  desiderium  glorie  ultra  vite  tern- 
pus  extendi,  maximamque  eius  pattern  non  tarn  presentis  evi  po- 
pulum  respicere  quam  opinionem  ac  memoriam  posterorum,  ideo- 
que  naturaliter  inesse  magnis  et  excellentibus  animis,  ut  non  modo 
cum  coevis  sed  cum  omnium  seculorum  viris  se  comparent,  cum 
omnibus  de  claritate  contendant:  dictum  omnibus  semper  qui  in 
altum  nituntur  memorabile.  Hoc  de  fonte  prodiit,  quod  poetas 
sui  temp6ris  coluit  ac  dilexit;  cuius  rei  Claudianus  meminit  his 
versibus : 

maior  Scipiades,  italis  qui  solus  ab  oris 
in  proprium  vertit  punica  bella  caput, 

non  sine  pyeriis  exercuit  artibus  arma, 
semper  erat  vatum  maxima  cura  dud.3 

Ante  omnes  Ennium  poetam  carum  habuit,  quern  bellis  omni 
bus  comitem  suarum  testem  rerum  lateri  semper  habuit  heren- 
tem.4  Denique  triumph!  die,  gemina  Carthagine  victa,  ut  testatur 

i.  cum  imbelli  barbaria:  e  implicit©  un  confronto  con  Alessandro  Magno 
tutto  a  scapito  di  quest' ultimo  (Petrarca,  Africa,  vn,  1072  sgg.,  cfr. 
Livio,  ix,  17-9).  2.  in  oratione:  cfr.  Livio,  xxviu,  43,  5-7.  3.  Claudiano, 
De  laudibus  Stiliconis,  ill,  Praef.y  1-4.  4.  herentem:  cfr.  Claudiano,  De  lau- 


DEGLI   UOMINI    ILLUSTRI  245 

efficacia  in  tutte  le  cose  umane  ma  soprattutto  tra  le  armi ;  di  queste 
doti  sono  argomento  piu  sicuro  le  azioni  che  le  parole.  Certo  e 
che  i  massimi  capitani  trepidarono  e,  sebbene  spesso  vincitori,  fu- 
rono  sconfitti  talvolta;  di  Scipione  non  leggiamo  che  mai  abbia 
avuto  timore  o  sia  fuggito  mentre  era  al  comando;  eppure 
non  combatteva  in  Asia  contro  barbari  imbelli,  ma  in  Spa- 
gna  e  in  Africa  con  quelli  che  avevano  vinto  i  Romani  vincito- 
ri  delle  genti.  Nessimo  con  piu  premura  di  lui  diede  a  chi  lo 
meritava  il  debito  onore  di  doni  e  di  lodi:  estimatore  esimio  delle 
virtu  militari,  pronto  nel  premiare,  tardo  nel  punire.  Celebro, 
coltiv6,  ebbe  amici  gli  uomini  forti  senza  portare  invidia  ad  alcuno 
e  senza  temere  di  essere  invidiato  dagli  altri,  fidando  che  la  sua 
gloria  fosse  al  di  sopra  dei  colpi  delFinvidia.  E  la  gloria  trovo 
che  fu  Tunica  cosa  di  cui  fosse  bramoso,  lontano  tuttavia  sempre 
dall'ambizione  colpevole.  Questa  sua  passione  del  resto  riconob- 
be  egli  stesso,  in  quelFanimosa  orazione  che,  appena  fu  fatto 
console,  tenne  contro  Fabio  Massimo  alia  presenza  di  tutto  il 
senato.  Dichiar6  infatti  apertamente  che  egli  aspirava  al  sommo 
grado  di  virtu  e  di  gloria,  che  aveva  in  animo  non  solo  di  raggiun- 
gere  ma  di  superare  i  titoli  dj  onore  degli  uomini  illustri;  e  aggiunse 
quella  parola  altissima,  che  il  desiderio  di  gloria  si  estende  oltre  i  ter 
mini  della  vita,  mirando  non  tanto  all'eta  presente  quanto  alia 
opinione  e  al  ricordo  dei  posted;  e  che  perci6  e  naturale  istinto 
degli  animi  grandi  ed  eccellenti  di  paragonarsi  non  solo  ai  contem- 
poranei  ma  agli  uomini  di  tutti  i  secoli,  e  di  gareggiare  in  gloria 
con  tutti.  Detto  memorabile  sempre  per  tutti  quelli  che  mirano 
alTalto.  Fu  conseguenza  di  ci6  che  egli  venerb  e  dilesse  i  poeti 
dell'eta  sua;  ne  fa  ricordo  Claudiano  in  questi  versi:  « Scipione 
il  Maggiore  che  solo  dalle  regioni  d' Italia  ricondusse  la  guerra 
punica  alia  sua  terra  d'origine,  non  senza  le  arti  delle  Muse  eser- 
cit6  il  mestiere  dell'armi;  sempre  il  capitano  ebbe  cura  grandis- 
sima  dei  poeti. »  Sopra  tutti  ebbe  caro  il  poeta  Ennio  che  sempre 
tenne  al  suo  lato,  compagno  di  tutte  le  guerre  e  testimone  delle 
sue  imprese.  Infine  nel  giorno  del  trionfo  per  le  vittorie  sulTuna  e 
sulTaltra  Cartagine,  come  attesta  ancora  Claudiano,  salendo  sul 


dibus  Stiliconis,  in,  u:  «haerebat  doctus  [Ennius]  lateri»  etc.;  da  questa 
affermazione  di  Claudiano  nasce  un  episodic  deft9  Africa  (ix,  1-215;  cfr-> 
in  questa  collezione,  Petrarca,  Rime,  trionfi  e  poesie  latine,  pp.  690-703). 


246  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

idem,  in  Capitolium  ascendens  coronatus  victor,  laureatum1  se- 
cum  ilium  retulit,  alta  sors  humilis  poete;  quin  et  illius  senis 
effigiem  in  sepulcro  Scipionum  iuxta  suam  ac  fratris  imaginem 
sculpi  fecit,  quod  suum  nomen  illius  ingenio  ac  liter  is  illustratum 
extimaret.  Vir  Homero  Virgilioque  precone  dignior  quam  Ennio,3 
sed  sic  est:  preterita  ac  futura  optari  possunt  sed  presentibus  uti 
oportet.  Coluit  ergo  quos  potuit.  Deo  autem  gratias  nostris  ea 
cura  principibus  non  est,  qui  sic  vivunt  ut  eis  metuendi  poete 
sint  potius  quam  optandi.  Ab  his  enim  duntaxat  optantur,  qui 
illorum  testimonio  exornari  sperant,  eodem  dicente  Claudiano:3 

gaudet  enim  virtus  testes  sibi  iungere  Musas, 
carmen  amat  quisquis  carmine  digna  gerit. 

lure  igitur  nostri  nee  amant  carmen  nee  poetas  optant,  sed  nee 
metuunt,  ut  qui  ex  equo  virtutem  et  famam  et  infamiam  contem- 
psere.  Securissimum  genus!  Sed  revertor  ad  Scipionem,  qui,  si  ut 
huius  sic  votorum  omnium  compos  fuisset,  nichil  penitus  quod 
de  fortuna  sua  quereretur  habuisset;  gloria  enim  sibi  non  ad  sa- 
tietatem  modo  sed  pene  ad  fastidium  obtigit.  Usque  adeo  ut  ei  non 
glorie  sed  invidie  ad  augmentum  ab  hoste4  etiam  sit  obiectum,  ali- 
quando  eum  populum  castigasse  quod  profusior  esset  honoribus 
in  se  unum  conferendis,  quod  se  perpetuum  dictatorem  et  con- 
sulem  facere  voluisset,  prohibuisse  etiam  statuas  sibi  in  comitio 
in  rostris  in  curia  in  Capitolio  et  in  cella  lovis  poni,  vetuisse 
preterea  ne  decerneretur  ut  imago  eius  triumphali  habitu  e  templo 
lovis  exiret;  ad  hec  et  amicitie  regum  et  veneratio  populorum  et 
mille  alia  que  enumerare  longum  est. 

Clementie  tante  fuit,  ut  non  dicam-milites  sui  sed  ne  hostes 
quidem,  nisi  admodum  infanda  flagitia  ausi,  de  ipsius  misericordia 
desperarent,  idem  ipse  tam  terribilis  hostibus,  ut  vix  alium  me- 
tuere  dedidicissent ;  pudicitie  tam  insignis,  ut  esset  non  solum  in 
iuvene  tam  formoso,  sed  in  forma  qualibet  atque  etate  mirabilis; 
eloquentie  quoque  tam  efEcacis,  que  non  solum  barbaros  sed  hosti- 

i.  in  Capitolium  .  .  .  laureatum:  anche  questa  notizia,  che  al  Petrarca  ri- 
cordava  la  propria  incoronazione  in  Campidoglio,  da  Claudiano,  De  laudi- 
bus  Stiliconis,  m,  15-20.  2.  Vir  .  .  .  quam  Ennio:  cfr.  Valeric  Massimo, 
Diet,  et  fact,  mem.,  vm,  14,  i  (sotto  il  titolo  De  cupiditate  gloriae):  «vir 
Homerico  quam  rudi  atque  impolito  praeconio  dignior »;  ivi  anche  la  no 
tizia  circa  1'effigie  di  Ennio  nel  sepolcro  degli  Scipioni  (cfr.  Livio,  xxxvm, 
56,  4).  3.  Claudiano,  De  laudibus  Stiliconis,  m,  5-6.  4.  ab  hoste:  dai 


DEGLI   UOMINI    ILLUSTRI  247 

Campidoglio  con  la  corona  di  vincitore,  porto  seco  anche  Ennio, 
coronatq  d'alloro:  alta  sorte  d'un  umile  poeta!  Fece  anche  scolpire 
1'immagine  di  lui  vecchio  nel  sepolcro  degli  Scipioni  presso  il 
ritratto  suo  e  del  fratello,  perche  riteneva  che  il  suo  nome  fosse 
stato  illustrate  dall'ingegno  e  dagli  scritti  di  lui.  Degno  egli  sa- 
rebbe  stato  del  canto  di  Virgilio  e  d'Omero  piu  che  di  quello  di 
Ennio;  ma  cosi  e:  possono  desiderarsi  le  cose  passate  o  future, 
ma  conviene  accontentarsi  delle  presenti.  Ebbe  dunque  in  onore 
quelli  che  poteva.  Grazie  a  Dio  non  hanno^tal  cura  i  nostri  principi, 
che  vivono  in  modo  da  dover  temere  piuttosto  che  desiderare 
i  poeti.  Li  desiderano  infatti  quelli  che  sperano  di  ricevere  onore 
dalla  loro  testimonianza,  come  dice  sempre  Claudiano:  «Gode 
infatti  la  virtu  di  avere  a  testimoni  le  Muse  ed  ama  la  poesia  chi 
compie  azioni  degne  di  poesia. » 

Giustamente  dunque  i  nostri  principi  non  amano  i  versi  e  i 
poeti,  ne  li  desiderano;  ma  neppure  li  temono  come  quelli  che 
non  solo  la  virtu  e  la  fama  disprezzano  ma  anche  Pinfamia.  Beatis- 
sima  stirpe!  Ma  torno  a  Scipione  che,  se  di  tutti  i  suoi  desideri 
fosse  stato  appagato  come  di  questo,  non  avrebbe  avuto  a  lagnarsi 
in  nulla  della  fortuna;  che  la  gloria  gli  tocc6  non  solo  fino  alia 
sazieta  ma  fin  quasi  al  fastidio.  Talche  gli  fu  rinfacciato  persino 
dal  suo  nemico,  non  ad  aumento  di  gloria  ma  d'invidia,  il  fatto 
ch'egli  un  giorno  rimprover6  il  popolo  d'esser  troppo  largo  nel 
concedergli  onori  —  avrebbero  voluto  infatti  eleggerlo  console  e 
dittatore  perpetuo  —  e  non  voile  che  gli  si  innalzassero  statue 
nel  comizio,  nei  rostri,  nella  curia,  sul  Campidoglio  e  nella  cella  di 
Giove ;  e  viet6  che  la  sua  immagine  in  abito  di  trionfatore  venisse 
tratta  fuori  dal  tempio  di  Giove.  E  insieme  gli  furono  rinfacciate 
le  amicizie  dei  re,  la  venerazione  del  popolo  e  mille  altre  cose  che 
sarebbe  lungo  enumerare. 

La  sua  clemenza  fu  tanta  che  non  solo  i  suoi  soldati  ma  neppure 
i  nemici  disperavano  della  sua  misericordia,  a  meno  che  avessero 
osato  scelleratezze  nefande ;  e  insieme  era  tanto  terribile  ai  nemici 
che  nessun  altro  temevano  al  pari  di  lui.  Cosi  insigne  era  la  sua 
pudicizia  che  non  solo  in  un  giovane  tanto  bello,  ma  con  qualun- 
que  aspetto  e  in  qualunque  eta  sarebbe  stata  ammirevole;  cosi 
efficace  la  sua  eloquenza  da  commuovere  gli  animi  non  solo  dei 

suoi  stessi  accusatori  nel  processo  che  lo  costrinse  all'esilio  (cfr.  Livio, 
xxxvm,  56,  11-3). 


248  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

les  etiam  animos  mitigaret.  Forma1  illi  rara  et  excellens,  neque  fe- 
mineus  sed  virilis  cultus  atque  habitus  militaris,  coma  prolixior, 
imperiosa  frons,  prefulgida  facies  ac  vivida,  cuius  aspectu  hostes 
atque  amicos  regesque  et  duces  et  exercitus  in  stuporem  verti 
solitos  accepimus;  et,  quod  in  hoc  viro  minim  omne  supergredi- 
tur,  quern  mirabilem  fama  fecerat  mirabiliorem  congressio  fa- 
ciebat.2  Quod  nescio  an  de  alio  secularibus  in  historiis  lectum  sit; 
et  quam  sit  difficile  ac  rarum,  facile  est  advertere  cogitanti  quan 
tum  in  ceteris  fame  sit  adversa  presentia.  Ex  his  atque  aliis  apud 
unius  Dei  inscios  oriri  potuit  ilia  divine  stirpis  opinio,3  de  qua 
incipiens  dixi.  Sentio  enim  me  quod  institueram  quodque  pro- 
miseram  prestare  nequivisse,  ne  semel  dicta  repeterem;  tulit  me 
stili  impetus,  et  fortassis  non  ab  re  fuerit  hec  ex  diversis  unum  in 
locum  acervasse,  et  quesitu  faciliora  et  tenacius  hesura  memorie. 
Hunc  virum,  in  actu  perpetuo  armatos  inter  exercitus  educatum, 
fuisse  otii  quotiens  posset  et  solitudinis  amatorem  constat,  idque 
ita  esse,  si  aliunde  nescirem,  vulgata  eius  ilia  vox  indicat,  «nun- 
quam  se  minus  otiosum  quam  cum  otiosus,  nee  minus  solum  quam 
cum  solus  esset»:  vox  a  Catone  Censorio  primum  scripta,  deinde 
a  Marco  Tullio4  copiosius  laudata,  «que  declarat  ilium  et  in  otio 
de  negotiis  cogitare,  et  in  solitudine  secum  loqui  solitum».  Nota 
sunt  reliqua.  Et  hec  quidem  hactenus  seorsum  de  Scipionis  verbis 
ac  moribus  dicta  sint. 


i.  Forma:  per  Taspetto  fisico  di  Scipione  cfr.  Livio,  xxvm,  35,  6-7.  2.  mi 
rabiliorem  .  .  .  faciebat:  cfr.  p.  240,  nota  i.  3.  divine  stirpis  opinio:  che 
Scipione  fosse  figlio  di  Giove  (cfr.  Livio,  xxvi,  19,  3-9;  Valerio  Massimo, 
Fact,  et  diet,  mem.,  i,  2,  2).  4.  a  Marco  Tullio:  Cicerone,  De  off.,  in,  i, 
i  (cfr.  anche  Petrarca,  Rerum  mem.  libri,  i,  2) ;  la  frase  di  Scipione  e  ci~ 
tata  piu  volte,  naturalmente,  nel  De  vita  solitaria  (v.  oltre). 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  249 

barbari  ma  dei  nemici.  Di  rara  bellezza  Paspetto,  non  femmineo 
ma  virile  1'abito,  il  portamento  da  soldato ;  piuttosto  lunga  la  chio- 
ma,  imperiosa  la  fronte,  scintillante  e  vivace  lo  sguardo,  alia  cui 
vista  sappiamo  che  nemici  ed  amici,  re,  capitani  ed  eserciti  erano 
soliti  sbigottirsi;  e,  ci6  che  in  questo  uomo  supera  ogni  meraviglia, 
mirabile  per  fama,  piu  mirabile  ancora  appariva  alPincontrarsi 
con  lui.  II  che  non  credo  si  legga  d'altri  nelle  storie  profane; 
e  come  sia  difficile  e  raro,  e  facile  comprendere  se  si  pensa  quanto 
presso  gli  altri  la  presenza  sia  nociva  alia  fama.  Per  questi  motivi 
e  per  altri  pote  nascere  presso  genti  ignare  del  vero  Dio  quella 
opmione  di  stirpe  divina,  di  cui  dissi  a  principio. 

Mi  accorgo  di  non  aver  saputo  mantenere  cio  che  avevo  deciso  e 
promesso,  di  non  ripetere  cose  gia  dette;  ma  1'impeto  della  penna 
mi  trascin6  e  forse  non  e  male  aver  riunito  in  un  sol  luogo  queste 
notizie  in  modo  che  siano  piu  facili  a  ritrovarsi  e  piu  tenacemente 
restino  nella  memoria.  Quesit'uomo  cresciuto  in  continua  attivita 
in  mezzo  a  eserciti  armati,  sappiamo  che  fu  amante  delPozio  e  della 
solitudine  tutte  le  volte  che  gli  fu  possibile;  il  che,  se  non  ci  fosse 
noto  per  altre  vie,  ci  sarebbe  mostrato  da  quel  suo  detto  famoso: 
«  ch'egli  non  era  mai  meno  ozioso  di  quando  era  ozioso,  ne*  meno 
solo  di  quando  era  solo»:  detto  riferito  per  la  prima  volta  da  Ca- 
tone  il  Censore,  poi  piu  largamente  lodato  da  Cicerone  come 
quello  «  da  cui  si  apprende  che  nell'ozio  egli  pensava  alle  occupazio- 
ni,  nella  solitudine  era  solito  parlare  con  se».  II  resto  e  noto. 
Tanto  si  dica  in  particolare  intorno  ai  detti  di  Scipione  e  ai  suoi 
costumi. 


DE  GESTIS  CESARIS 


CAP.  XX 

Jit  arma  quidem  lulii  Cesaris  clara  hactenus  gloriosa  magnifica; 
etsi  enim  in  nonnullis  actibus  modus  fortassis  excederetur,  quern 
in  multitudine  actuum  precipue  bellicorum  ad  unguem  servare  dif 
ficile  est;  etsi  Svetonii,1  quern  proxime  nominavi,  de  ipso  loquentis 
plane  sententia  ista  sit,  siquidem  «nec  deinde»  ait  cculla  belli  occa- 
sione  iniusti  quidem  ac  periculosi  abstinuit,  tarn  federatis  quam 
infestis  ac  feris  gentibus  ultro  lacessitis  »,  et  constet  gloriosum  uti- 
que  nichil  esse  quod  iniustum  sit;  quamvis  hec,  inquam,  ita  sint 
et  possit  forsan  unus  alterque  actus  argui,  summa  tamen  irrepre- 
hensibilis  videri  potest:  pugnare  pro  patria  et  suum  et  imperil 
sui  nomen  crebris  ac  maximis  ornare  victoriis  et  romana  virtute 
furorem2  compescuisse  barbaricum.  Itaque  generosis  conatibus 
affuit  fortuna  ut,  rebus  supra  spem  supraque  fidem  prospere  suc- 
cedentibus,  idem  ille  senatus,  qui  legatos  ad  explorandum  statum 
Galliarum  mittendos  aliquando  decreverat,  et  illi  ipsi,  qui  de- 
dendum  eum  hostibus  censuerant  —  gravi  prorsus  et  odiosa  sen 
tentia!  —  admiratione  rerum  glorie  tandem  sue  faverint  eique 
plures  et  plurium  dierum  supplicationes  quam  ulli  unquam  de- 
crevere,  ut  et  historicus  idem3  ait  et  ex  premissis  apparuit.  Deinceps 
eadem  arma  impia  et  iniusta  et  in  viscera  patrie  miserabili  alter- 
natione  conversa;  quamvis  enim  et  hie  magna  non  desit  excusatio, 
vere  tamen  nulla  sufficiens  causa  est  contra  patriam  arma  moven- 
tibus.  De  quibus  iam  hinc^agere  aggrediar. 

Dictum  est  multis  quidem  in  locis  et  dicendum  pluribus :  nulla 
unquam  magna  gloria  sine  magna  fuit  invidia,  ut  memorabile  sit 
quod  fertur  Socratis4  consilium,  qui  querenti  Alcibiadi  qualiter 

Finita  la  guerra  gallica  Cesare  si  prepara  a  volger  le  armi  contro  la  repub- 
blica.  II  capitolo  appare  dettato  da  una  vivissima  simpatia  per  il  condottiero, 
che  il  Petrarca  ammira  ormai  alia  pari  se  non  piu  del  suo  Scipione,  e  dal 
desiderio  di  scagionarlo,  superando  certe  riserve  che  egli  stesso  un  tempo 
aveva  sentito  profondamente ;  nasce  dunque  da  una  preoccupazione  mo 
rale  e  sentimentale,  e  da  essa  si  leva  a  una  valutazione  psicologica  della  con- 
dotta  di  Cesare,  di  Cicerone,  di  Pompeo.  La  difesa  o  la  condanna  delP ope 
rate  di^  Cesare,  cohtrapposto  piu  o  meno  esplicitamente  a  quello  di  Sci 
pione,  e  poi  argomento  caro  a  tutto  rumanesimo,  dal  De  tyranno  di  Co- 
luccio  Salutati  alia  polemica-pro  e  contro  Cesare -tra  il  Guarino  e  Pog- 
gio  Bracciolini. 


LE  IMPRESE  DI  CESARE 


CAP.  XX 

Le  armi  di  Cesare  furono  illustri  fin  qui,  gloriose,  magn.ifi.che. 
Pu6  darsi  infatti  che  in  alcune  sue  azioni  egli  abbia  ecceduto  la 
misura,  difficile  a  serbarsi  perfettamente  nella  moltitudine  delle 
imprese „ specialmente  guerresche;  e.di  questa  opinione  e  anche 
Svetonio,  di  cui  ho  fatto  poc'anzi  menzione,  il  quale  parlando  di 
lui  cosi  dice:  «non  si  Iasci6  fuggire  nessuna  occasione  di  far  guerra 
per  quanto  ingiusta  e  pericolosa,  provocando  egli  stesso  tanto  genti 
alleate  che  nemiche  e  barbare»:  ed  e  chiaro  che  non  pu6  esser  glo- 
rioso  ci6  che  e  ingiusto.  Pu6  darsi,  ripeto,  che  ci6  sia  vero,  e  che 
1'una  o  1'altra  azione  sia  da  criticare;  ma  certo  la  somma  di  esse 
pu6  dirsi  irreprensibile :  combattere  per  la  patria,  ornare  il  pro- 
prio  nome  e  quello  delPimpero  di  molte  e  grandissime  vittorie, 
aver  domato  con  la  virtu  romana  il  furore  dei  barbari.  E  tanto  arrise 
la  fortuna  alle  magnanime  imprese,  e  di  tanto  i  successi  supera- 
rono  la  speranza  e  il  credere  degli  uomini,  che  quello  stesso  senate 
il  quale  aveva  una  volta  deciso  che  si  mandassero  ambasciatori  ad 
esplorare  lo  stato  delle  Gallic,  e  quelli  stessi  che  con  grave  e  odiosa 
sentenza  avevan  proposto  di  consegnarlo  ai  nemici,  per  1'ammira- 
zione  delle  imprese  divennero  favorevoli  alia  sua  gloria  e  decreta- 
rono  per  lui  piu  supplicazioni  e  di  piu  giorni  che  mai  per  altri 
fossero  state  decise,  come  racconta  quello  storico  stesso  e  gia  sopra 
si  e  detto.  Ma  dipoi  le  stesse  armi  si  fecero  empie,  ingiuste,  volte 
con  miserevole  mutamento  contro  le  viscere  della  patria.  Sebbene 
infatti  non  manchino  buone  scuse  anche  a  questo,  tuttavia  non  v'e 
ragione  sufficiente  a  muovere  Parmi  contro  la  patria.  E  di  ci6  ap- 
punto  dovremo  ora  parlare. 

£  detto  in  molti  luoghi,  e  in  piu  ancora  dovra  dirsi,  che  grande 
gloria  non  fu  mai  senza  grande  invidia;  sicche  e  memorabile  quel 
consiglio  di  Socrate,  il  quale,  chiedendogli  Alcibiade  come  potesse 


i.  Svetonio,  Caes.,  24.  2.  virtute  furorem :  cfr.  ccvertu  contra  furore »  in 
Rime,  cxxviu,  93.  3.  historicus  idem:  Svetonio,  Caes.,  24.  4.  quod... 
Socratis:  il  detto  socratico  e  riferito  da  Petrarca  anche  in  Fam.y  ix,  5,  44, 
dove  peraltro  Tinterrogante  non  e  Alcibiade  ma  Platone  (come  in  Gio 
vanni  di  Salisbury,  Policraticus,  vn,  24). 


252  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

invidiam  vitaret  «vive»  inquit  «ut  Tersites».  Sic  est  hercle:  si 
vixisset  domi  Cesar  otiosus,  voluptati  ac  somno  incubuisset,  baud- 
dubie  hostibus  et  invidia  caruisset,  sed  cum  Galliam  domuisset 
romanumque  illam  iugum  ferre  coegisset,  vectigalia  populi  in 
immensum  auxisset,  Germanos  ut  est  dictum  maximis  cladibus 
affecisset  (quos  tamen  vincendo  ac  vastando  ita  sibi  virtutis  admi- 
ratione  devinxit,  ut  usque  in  presentem  gubernatores  imperil, 
quod  ad  eos  ideo,  vereor,  clescendit  ut  rueret,  non  alip  quam 
Cesaris  nomine  vocitent  vulgari  etiam  in  sermone),1  cum  et 
Britannos  similiter  subiugasset,  Rhenumque  ne  amplius  imperil 
limes  esset  atque  ipsum  etiam  docuisset  Occeanum,  multa  et 
magna  agendo  atque  audendo  multorum  et  magnorum  in  invidiam 
incidit.  O  mortalium  semper  laboriosa  conditio  semperque  dispo- 
sita  vel  contemptui  vel  invidie  subiacere!  Erant  Rome  multi  viri 
ingentes,  quorum  quisque  sibi  animo  primum  locum  glorie  vin- 
dicaret:  inter  imo  ante  alios,  magnus  nomine2  re  autem  maximus 
vir,  Pompeius,  cui  Cesar  ut  amicum  ilium  sibi  faceret  filiam  luliam 
optimam  et  viri  amantissimam  matrimonio  collocarat.  Sed  ad 
odium  pronas  mentes  ad  amandum  detorquere  difficile.  Valere 
tamen  poterat3  ad  publicam  pacem,  si  aut  ipsa  vixisset,  aut  con- 
ceptum  filium  subita  consternatione  non  efrudisset  abortivum. 
lunxit  et  alio  nexu  sibi  Pompeium  Cesar,  priusquam  iret  in  Gal- 
lias  et,  ut  glutino  stabiliore  consisterent,  Marcum  Crassum  ipsi 
Pompeio,  a  quo  veteri  odio  dissidebat,  reconciliavit,4  ut  tribus  po- 
tentissimis  nullo  contraire  auso  romana  respublica  et  per  conse- 
quens  totus  orbis  obsequeretur :  baud  sane  commentum  rude  vel 
insulsum!  Sed  fortuna,  more  suo  rotans  res  humanas,  omnia  ad 
unum  devolvebat. 

Et  Pompeii  quidem  auxilio  primum  Galliam  atque  Illiricum 
provinciam  adeptus,  mox  cum  L.  Domitius  consularis  candidatus 
minaretur,  si  ad  consulatum  perveniret,  et  inquisiturum  contra 
eum  et  sibi  exercitus  adempturum,  ipsius  quoque  Pompeii  simul 
et  Marci  Crassi  opera  et  adversarium  a  consulatu  reppulit  et 
obtinuit  sibi  imperium  in  quinquennium  prorogari.  Quibus  ob- 
tentis  eo  fiducie  est  evectus  ut  iam  nichil  sibi  credens  impossibile 

i .  vulgari  ...in  sermone :  cioe  in  tedesco  (contrapposto  al  latino).  2.  magnus 
nomine:  Pompeo  aveva  avuto  il  titolo  di  « Magnus »  in  seguito  alle  cam- 
pagne  di  Sicilia  e  d'Afriea  contro  i  seguaci  di  Mario  (82-80  a.  C.).  3.  Va 
lere  ...  poterat:  cfr.  Lucano,  Phars.,  I,  ni-8  e  Valerio  Massimo,  Fact. 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  253 

evitare  1'invidia  gli  rispose  «vivi  come  Tersite».  Cosi  e  per  Er- 
cole!  Se  Cesare  fosse  vissuto  in  casa  senza  far  nulla,  se  si  fosse 
dato  al  piacere  ed  al  sonno,  certamente  non  avrebbe  avuto  ne- 
mici  ne  invidia.  Ma  egli  aveva  domato  la  Gallia  e  costretta  a 
sopportare  il  giogo  romano;  aveva  accresciuto  immensamente  le 
pubbliche  entrate;  aveva  inflitto  come  si  e  detto  gravi  sconfitte 
ai  Germani  (e  pur  vincendoli  e  devastandoli  tanto  li  lego  a  se 
con  rammirazione  della  virtu  che  ancor  oggi,  anche  nella  lingua 
comune,  essi  chiamano  col  nome  di  Cesare  i  reggitori  di  quell' im- 
pero,  che  fino  a  loro  e  disceso,  temo,  per  sua  rovina);  e  simil- 
mente  aveva  soggiogato  i  Britanni ;  aveva  insegnato  al  Reno  e  per- 
sino  aHJOceano  a  non  essere  piu  il  limite  delFimpero;  e  cosi, 
molte  e  grandi  cose  avendo  compiuto  ed  osato,  incapp6  nell'mvidia 
di  molti  e  di  grandi.  Oh  penosa  condizione  degli  uomini,  destinati 
sempre  a  soggiacere  al  disprezzo  o  all* invidia!  Erano  in  Roma 
molti  uomini  grandi,  ciascuno  dei  quali  nelPanimo  suo  poteva 
pretendere  al  primo  posto:  tra  gli  altri,  anzi  prima  degli  altri, 
grande  di  nome  e  di  fatto  grandissimo,  Pompeo  cui  Cesare,  per 
farselo  amico,  aveva  dato  in  matrimonio  la  figlia  Giulia  ottima 
donna  e  amantissima  del  marito.  Ma  e  difficile  volgere  alPamore 
gli  animi  disposti  alPodio.  Tuttavia  avrebbe  potuto  valere  alia 
pubblica  pace,  se  avesse  vissuto  essa  stessa,  e  se  per  improwiso 
spavento  non  avesse  abortito.  Anche  con  altro  vincolo  Cesare  si 
Ieg6  a  Pompeo  prima  di  andare  in  Gallia,  e,  perche  piu  stabile 
fosse  1'amicizia,  riconcili6  con  lui  Marco  Crasso,  che  gli  era  per 
vecchio  odio  nemico,  in  modo  che,  nessuno  osando  opporsi  ai 
tre  piu  potenti,  la  repubblica  romana  e  per  conseguenza  il  mondo 
intero  li  seguisse:  disegno  sottile  ed  accorto!  Ma  la  fortuna  vol- 
gendo  a  suo  modo  le  umane  sorti  tutto  traeva  ad  un  solo. 

Con  Paiuto  di  Pompeo  s'ebbe  per  prima  cosa  la  Gallia  e  PI1- 
lirico  come  provincia,  e  dopo,  poiche  Lucio  Domizio  candidate 
lo  minacciava,  se  fosse  giunto  al  consolato,  di  fare  inquisizione 
contro  di  lui  e  di  togliergli  gli  eserciti,  per  opera  dello  stesso 
Pompeo  e  di  Crasso  allontano  Pawersario  dal  consolato  ed  ot- 
tenne  che  Pimpero  gli  fosse  prolungato  per  cinque  anni.  Per  questi 
success!  si  Iev6  a  tal  fiducia  che,  nulla  ormai  credendo  impossi- 


et  diet,  mem.,  IV,  6,  4.      4.  Mar  cum  Crassum  .  .  .  reconciliavit:   Svetonio, 
Caes.,  19. 


254  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

et  legiones  novas  autoritate  sua  scriberet  et  nichil  quod  ei  in 
animum  venisset  aggredi  vereretur. 

Quibus  rebus  ego  culpa  Cesarem  non  absolvo:  fecit  quedam,1 
non  inficior,  quibus  liberam  imo  dominam  gentium  civitatem  in 
stuporem  primo  post  in  iram  verteret.  Forum  permaxime  im- 
pense  cepit  extruere  e  manubiis  que  non  sue  erant  sed  populi  ro-* 
mani ;  disciplinam  militarem  publice  solitam  doceri  ad  se  reduxit, 
ut  privatim  suo  doceretur  arbitrio,  quod,  etsi  fortassis  sibi  suo 
iure  licuerit  ut  qui  parem  in  eius  rei  peritia  non  haberet,  fuit  tamen 
contra  mores  atque  instituta  maiorum,  quorum  semper  observan- 
tissimi  fuerant  Romahi;  legionibus  in  omne  tempus  stipendium 
dupHcavit  quod  quidem,  etsi  exercitui  gratissimum  fuerit  eumque 
militibus  carissimum  fecerit,  sic  ut  carior  nemo  unquam  alius, 
sumptuosissimum  tamen  reipublice  fuisse  non  ambigitur.  Et  hec 
quidem  inter  suos;  apud  exteros  vero  reges  gentesque,  preter  li- 
centiam  senatus  ac  populi,  miras  exercuit  liberalitates,  non  ut  dux 
populi  romani  sed  ut  dominus  aut  rex,  neque  solum  in  Italia 
Galliisque  et  Hispaniis  sed  in  Asia  etiam  et  Grecia  et  dona  in- 
gentia  et  auxilia  eis  misit  et  eorum  urbes  preclaris  operibus  ador- 
navit.2  Que  omnia  etsi  contra  consuetudinem  romanorum  ducum 
aliterque  ac  mos  patrius  exigebat  facta  non  negaverim,  posset 
tamen  excusator  inveniri;  solent  enim,  qui  maiora  aliis  agunt  et 
maiora  presumere,  et  quo  melius  sibi  sunt  conscii  plus  audere; 
erit  fortasse  qui  dicat  tolerabile  in  Cesare  quod  in  alio  quolibet 
non  fuisset.  Erit  ex  diverso  qui  hoc  favorabiliter  potius  quam  ci- 
viliter  dictum  dicat;  excellentia  enim  civis  et  viri  boni  non  li- 
centiam  debet  augere  sed  modestiam. 

His  tandem  horumque  similibus  ex  causis  [tandem]3  latens 
erupit  invidia.  Et  primo  quidem  tentatum  ab  emulis  Labienum4 
legimus,  cuius  crebra  mentio  in  superioribus  est  habita,  quern  tune 
Cesar  Cisalpine  Gallic  prefecerat.  Quod  eo  spectabat  ut,  eo  alienato, 
Cesar  parte  exercitus  privaretur.  De  quo  Cesar  ipse  multa  audiens 
nil  credebat,  constantiam  alienam  sua  metiens  constantia.  Cuius 
factum  pro  varietate  sententiarum  et  excusare  licet  et  reprehen- 

i.  fecit  quedam:  cfr.  Svetonio,  Caes.,  26.  2.  apud  exteros . . .  adornavit:  cfr. 
Svetonio,  Caes.,  28.  3.  [tandem]:  i  tandem  sono  tutti  e  due  nell'autografo 
petrarchesco,  certo  per  una  svista;  espungo  il  secondo  per  suggerimento 
della  restante  tradizione  manoscritta.  4.  Labienum:  Tito  Labieno,  il  le 
gato  di  Cesare,  che  segul  poi  le  parti  di  Pompeo  (cfr.  De  bel.  gall.,  vm, 
52,  3). 


DEGLI   UOMINI   ILLUSTRI  255 

bile,  arniolava  di  sua  autorita  nuove  legioni  e  non  si  peritava  di 
intraprendere  qualunque  cosa  gli  venisse  nell'animo. 

E  di  ci6  non  intendo  assolvere  Cesare :  fece,  riconosco,  cose  tali 
da  volgere  a  stupore  prima,  indi  a  sdegno  una  citta  libera,  anzi 
signora  delle  genti.  Comincio  a  costruire  un  Foro  di  grandissima 
«pesa  con  le  prede  di  guerra,  che  non  erano  sue  ma  del  popolo 
romano.  Avoco  a  se  1'insegnamento  della  milizia,  che  si  soleva 
fare  pubblicamente,  in  modo  che  venisse  impartito  secondo  il 
suo  arbitrio  particolare ;  il  che  forse  era  lecito  e  giusto,  perche  egli 
non  aveva  pari  in  quell' arte,  tuttavia  contrario  ai  costumi  e  agPisti- 
tuti  dei  maggiori,  di  cui  i  Romani  furono  osservantissimi  sem- 
pre.  Raddoppi6  stabilmente  il  soldo  delle  legioni,  cosa  gratissjima 
all'esercito  a  cui  nessun  capitano  fu  certo  piu  caro,  ma  causa 
senza  dubbio  per  lo  stato  di  gravissime  spese.  E  questo  fece  tra  i 
suoi;  presso  i  re  e  le  genti  straniere,  senza  il  consenso  del  senate  e 
del  popolo,  esercitb  meravigliose  liberalita,  non  come  un  generale 
del  popolo  romano,  ma  come  signore  e  re,  e  non  solamente  in 
Italia,  in  Gallia,  in  Spagna,  ma  anche  in  Asia  e  in  Grecia  mand6 
ricchi  doni  ed  aiuti  e  adornc-  quelle  citta  d'opere  insigni.  Tutto  cio 
fu  certo  contrario  alia  consuetudine  dei  capi  romani  e  diverse  da 
quanto  esigeva  il  patrio  costume ;  tuttavia  si  potrebbe  trovare  qual- 
cuno  disposto  a  scusarlo;  poiche  quelli  che  compiono  imprese 
superiori  al  normale,  sogliono  ancor  piu  grandi  proporsene  e  piu 
osare  quanto  maggior  coscienza  hanno  di  se;  vi  sara  qualcuno  che 
trovera  tollerabile  in  Cesare  ci6  che  in  qualunque  altro  non  lo 
sarebbe  stato.  Ma  altri  si  opporra  a  questo  giudizio,  che  trovera 
dettato  da  simpatia  piu  che  da  retta  coscienza  civile,  poiche  Pec- 
cellenza  di  un  uomo  e  di  un  cittadino  onesto  deve  aumentarne 
non  la  licenza  ma  la  modestia. 

Per  questa  e  per  simili  cause  eruppe  finalmente  la  nascosta  invi- 
dia.  E  per  prima  cosa  leggiamo  che  gli  emuli  tentarono  Labieno, 
di  cui  spesso  ho  fatto  menzione  nelle  pagine  precedent!,  e  che 
Cesare  allora  aveva  preposto  alia  Gallia  Cisalpina.  Cio  mirava,  con 
la  diserzione  di  quello,  a  privar  Cesare  di  parte  delPesercito ; 
il  che  Cesare,  pur  udendone  parlare,  non  riteneva  possibile, 
poich6  misurava  Paltrui  costanza  dalla  sua.  La  condotta  di  Labieno 
del  resto  si  pu6  scusare  o  riprendere  secondo  la  varieta  delle  opi- 


256  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

dere;  nam  si  Cesar  iniuste  contra  patriam  arma  vertebat,  iuste 
deseri  potuit  et  reipublice  caritas  privatis  affectibus  anteponi; 
alioquin  ingrati  infamia  non  carebit,  qui  tarn  caro  duci  alium 
pretulerit,  eique  sine  causa  acerrimus  hostis  evaserit.  Et  profecto 
si  ingratitude  fuit,  sat  digno  supplicio  punita  fuit,  ut,  qui  sub 
Cesare  victoriosissimus  vir  fuisset,  sub  Pompeio  fugacissimua 
factus  sit,  mutata  cum  duce  non  fortuna  tantum  hominis  sed 
virtute;  quod  in  eum  aliquando  Cesar  ipse  mordaciter  expro- 
brando  dixisse  traditur.1  Sane  qualiter  aut  quando  discesserit  se- 
que  vocantium  hortatibus  acquierit  non  invenio,  nisi  quod  libro 
VII  epystolarum  Ciceronis  ad  Athicum,  eo  tempore  quo  hec  in 
rerjublica  fiebant,  ita  scriptum  est:2  «Labienus  discessit  a  Ce 
sare »;  et  in  alia  statim  epystola:3  «Labienum  ab  illo  discessisse 
propemodum  constat»;  et  post  pauca4  de  eodem  simulque  de 
Cesare  loquens  «  facinus  »  inquit  « iam  diu  nullum  civile  preclarius ; 
qui  ut  aliud  nichil  hoc  tamen  profecit:  dedit  illi  dolorem;  sed 
etiam  ad  summam  profectum  aliquid  puto»;  nee  longe  post5 
«Labienus»  inquit  <cvir  mea  sententia  magnus  Theanum  venit, 
ibi  Pompeium  consulesque  convenit;  qui  sermo  fuerit  et  quid 
actum  sit  scribam  ad  te  cum  certum  sciam»;  et  rursus6  waliquan- 
tum  animi  nobis  videtur  attulisse  Labienus»,  denique7  de  Pom 
peio  agens  «Labienum»  inquit  ccsecum  habet  non  dubitantem  de 
imbecillitate  Cesaris  copiarum)),  in  quo  quidem  tarn  indubitato  iu- 
dicio  longe,  ut  res  docuit,  fallebatur.  Quamvis  vero  modus  trans- 
eundi  non  penitus  notus  sit,  illud  plane  compertum  est:  durum 
per  hoc  ex  amico  hostem  Cesari  quesitum,  sed  innoxium;  sibi  au- 
tem  comunem  fere  omnibus  transfugis  contemptum.  Siquidem 
Cicero  ipse,  qui  eum  sua  sententia  magnum  virum  dixerat,  con- 
festim  libro  proximo8  «in  Labieno»  inquit  «parum  est  dignitatis». 
Unde  a  principio  arbitrari  se  ait  ilium  iam  tune  sui  transfugii 
penitere,  quod  Pompeium  scilicet  et  consules  viresque  omnes 
reipublice,  urbe  deserta,  sparsas  per  Italiam,  longeque  alium  re- 
rum  statum  quam  speraverat  invenisset:  comune  malum  insta- 


i.  quod  in  eum  .  .  .  traditur:  da  Lucano  (Phars.,  v,  345-7)  che  cosl  fa 
dire  a  Cesare:  «fortis  in  armis  caesareis  Labienus  erat;  nunc  transfuga 
vilis  Cum  duce  praelato  terras  atque  aequora  lustrat».  2.  Cicerone,  Ad 
Att.,vii,  u,  i.  3.AdAtt.,vn,  12,5.  4.AdAtt.,vn,  13,  i.  s.AdAtt., 
vii,  13,  7  [=  i3a,  3],  6.  AdAtt.,  vii,  13,  7  [==  13*,  3].  7.  Ad  Alt.,  vn, 
16,  2.  8.  Ad  Att.y  vin,  2,  3. 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  257 

nioni:  giacche  se  Cesare  ingiustamente  volgeva  le  armi  contro  la 
repubblica,  poteva  esser  giusto  abbandonarlo  e  ai  privati  affetti 
anteporre  la  carita  della  patria ;  altrimenti  non  andra  esente  dalla 
taccia  d'ingrato  chi  a  un  capitano  tanto  caro  ne  prefer!  un  altro, 
e  senza  ragione  gli  divenne  acerrimo  nemico.  E  veramente  se  fu 
ingratitudine  quella,  si  ebbe  punizione  abbastanza  degna;  che 
mentre  sotto  Cesare  era  stato  vittoriosissimo,  divenne  fugacissimo 
sotto  Pompeo,  quasi  che  fosse  mutata  col  capitano  non  solo  la 
fortuna  ma  la  sua  virtu ;  come  si  racconta  che  Cesare  stesso  ebbe  a 
dire  un  giorno  di  lui  rimbrottandolo  mordacemente.  Come  o 
quando  si  parti  Labieno,  cedendo  alle  esortazioni  di  chi  lo  chia- 
mava,  veramente  non  so ;  se  non  che  nel  libro  vn  delle  lettere  di 
Cicerone  ad  Attico,  di  quel  tempo  in  cui  awennero  questi  fatti, 
e  scritto  cosi:  « Labieno  si  e  allontanato  da  Cesare »;  e  subito  in 
un'altra  lettera:  ccche  Labieno  abbia  lasciato  Cesare  e  quasi  certo». 
Poco  dopo,  parlando  di  lui  insieme  e  di  Cesare,  dice:  «da  tempo 
non  v'era  stato  atto  piii  insigne  da  parte  di  un  cittadino;  se  non 
altro  giov6  almeno  in  questo,  che  gli  procur6  dolore;  ma  credo 
che  qualche  vantaggio  ne  sia  venuto  anche  alia  situazione  gene- 
rale)).  Non  molto  dopo:  « Labieno,  uomo  grande  a  mio  parere, 
venne  a  Teano  dove  s'incontro  con  Pompeo  e  con  i  consoli:  che 
discorsi  abbiano  fatto  e  che  deciso  ti  scriver6  quando  ne  avr6 
certa  notizia»;  e  ancora  «un  po*  d'animo  sembra  averci  portato 
Labieno »;  e  infine,  parlando  di  Pompeo:  «ha  seco  Labieno  il 
quale  e  certo  della  debolezza  delle  milizie  di  Cesare »:  nel  qual 
giudizio  cosi  sicuro  egli  s'ingannava  di  molto,  come  dimostrarono 
i  fatti.  Sebbene  dunque  il  modo  del  suo  passaggio  non  sia  noto 
perfettamente,  una  cosa  e  certa:  che  Cesare  s'ebbe  di  conseguenza, 
in  luogo  di  un  amico,  un  nemico  duro  ma  innocuo;  e  a  Labieno 
tocc6  quello  che  e  sorte  comune  a  tutti  i  disertori:  il  disprezzo. 
Tant'e  vero  che  Cicerone  stesso,  il  quale  aveva  detto  di  ritenerlo  un 
grand'uomo,  subito  nel  libro  successive  dice  di  lui:  «in  Labieno 
e  poca  dignita».  E  perci6  a  principio  dice  di  ritenere  ch'egli  gia 
fosse  pentito  della  sua  diserzione,  perche  aveva  trovato  che  Pom 
peo,  e  i  consoli  e  le  forze  tutte  della  repubblica,  abbandonata 
Roma,  erano  sparse  per  tutta  Italia,  e  che  la  situazione  era  molto 
diversa  da  quella  ch'egli  sperava.  Male  comune  alle  menti  insta- 


258  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

bilium  ac  vagarum  mentium!  Sciunt  homines  que  relinquunt 
qualia  sint,  at  que  petunt  nesciunt;  unde  fit  ut  sepe  se  inveniant 
spe  minores  et  relicta  suspirent  et  inventa  fastidiant.  Hec  tarn 
multa  de  Labieno,  quia  res  apud  historicos  videtur  occultior,  et 
curiositas  legentium  nichil  etiam  minimum  respuit  quod  cognitu 
dignum  sit. 

Et  hec  clam  per  nuntios.  Ilia  palam  in  senatu  dicta  contra 
Cesarem  ac  decreta.1  Nove  etiam  vie  excogitate  quibus  eius  po- 
testas,  que  iam  multis  formidabilis  esse  ceperat,  tolleretur  aut 
certe  minueretur.  Siquidem,  cuntis  iam  magnificentia  et  liberali- 
tate  cesarea  stupefactis  et  quid  his  rebus  tantis  et  tarn  late  effusis 
sibi  vellet  secum  tacitis  meditantibus,  nee  loqui  aliquid  auden- 
tibus,  Marcus  Claudius  Marcellus  consul,  cui  an  amore  publico 
an  private  odio  dignitas  Cesaris  ac  potestas  invisa  erat,  frequenti 
senatu  testatus  de  salute  reipublice  se  acturum,  diffinivit  ut,  cum 
bellum  in  Gallia  finitum  esset,  dimitteretur  victor  exercitus  et 
quanquam  ante  tempus  successor  Cesari  mitteretur,  qui  in  pace 
provinciam  gubernaret;  ipse  vero  sine  imperio  rediret.  Addidit 
ne  absentis  ratio  comitiis  consularibus  haberetur;  quod  licet  co- 
muni  lege  de  omnibus  cautum  esset,  legi  tamen  Cesar  exceptus 
erat;  ita  ergo  sublata  erat  exceptio.  Et  non  contentus  consul  iniu- 
ria  Cesaris  in  personam  illata,  his  quoque  quos  Cesar  civitate 
donaverat  adimendam  iudicavit  ambitiosam  concessionem  et  im- 
modicam  asseverans. 

His  turbatus  Cesar  nee  immerito  cogitansque,  quod  sepe  dicere 
solitum  fama  fuit,  operosius  multoque  difficilius  principem  virum 
a  summo  dignitatis  gradu  ad  media  deici  quam  a  mediis  ad  ex- 
trema,  non  cedendum  ut  Africanus  maior  fecerat,  sed  obstandum 
statuit  invidie,  et  turbare  prius  omnia  quam  exemplo  illius  quam- 
vis  laudatissimo,  invictus  ab  hostibus,  vinci  a  civibus  et  in  exilio 
mori  vellet.2  Nondum  tamen  ad  arma  prorupit ;  sed  donee  iure  po- 
tius  quam  bello  agendi  spes  superfuit  quiescendum  statuens,  pa- 
tienter  quidem,  dicam  melius  dissimulanter,  cunta  sustinuit.  Et, 


i.  Ilia  palam  .  .  .  decreta:  Svetonio,  Caes.,  28.      2.  His  turbatus ..  .mori 
vellet:  Svetonio,  Caes.,  29. 


DEGLI   UOMINI    ILLUSTRI  259 

bill  e  vaghe!  Sanno  gli  uomini  quali  siano  le  cose  che  lasciano, 
ma  ignorano  quelle  di  cui  vanno  in  cerca;  e  awiene  cosi  spesso  che 
si  trovino  inferiori  di  quanto  speravano  e  rimpiangano  le  cose  che 
hanno  lasciato  e  le  acquistate  abbiano  a  noia.  Cosi  a  lungo  ho 
parlato  intorno  a  Labieno,  perche  la  questione  non  appare  chiara 
presso  gli  storici,  e  la  curiosita  di  chi  legge  nulla  rifiuta,  anche  nei 
minimi  particolari,  che  sia  degno  d'esser  saputo. 

Di  queste  cose  si  trattava  segretamente  per  mezzo  di  ambasciato- 
ri ;  altre  apertamente  erano  dette  e  decretate  contro  Cesare  nel  sena- 
to ;  si  escogitavano  anche  miove  vie  per  togliere  a  lui,  o  almeno 
diminuire,  quel  potere  che  da  molti  ormai  cominciava  ad  esser 
temuto.  Mentre  tutti  erano  nell'animo  loro  meravigliati  della  ma- 
gnificenza  e  liberalita  di  Cesare,  e  si  chiedevano  a  che  mirasse  con 
tante  e  cosi  larghe  spese,  non  osavano  tuttavia  fame  parola.  Ma  il 
console  M.  Claudio  Marcello,  a  cui  per  amore  della  cosa  pubblica  o 
per  odio  privato  era  invisa  la  dignita  e  la  potenza  di  Cesare,  atte- 
stando  in  pieno  senato  di  voler  trattare  della  salvezza  dello  stato, 
propose  che,  essendo  in  .Gallia  fmita  la  guerra,  si  licenziasse 
1'esercito  vincitore  e,  sebbene  anzi  tempo,  si  mandasse  a  Cesare 
un  successore  che  governasse  in  pace  la  provincia;  Cesare  stesso 
doveva  tornare  senza  comando  militare.  Aggiunse  che  nei  comizi 
consolari  non  si  tenesse  conto  delPassente;  era  questa  legge  co- 
mune  a  tutti,  ma  s'era  fatta  eccezione  per  Cesare  e  questa  ecce- 
zione  doveva  essere  ora  annullata.  Non  contento  il  console  del- 
Foffesa  fatta  alia  persona  di  Cesare,  giudic6  anche  che  si  dovesse 
togliere  il  diritto  di  cittadinanza  a  quelli  cui  Cesare  P aveva  do- 
nato,  affermando  ch'era  questa  una  concessione  ambiziosa  e  irre- 
golare. 

Cesare,  turbato  di  tutto  cio,  e  pensando  non  senza  ragione  (come 
era  solito  ripetere  spesso)  che  era  molto  piu  faticoso  e  difficile  far 
scendere  un  cittadino  autorevole  dal  primo  posto  al  secondo  che 
dal  secondo  alPultimo,  stabili  di  non  cedere  come  aveva  fatto 
PAfricano  Maggiore,  ma  di  opporsi  alPinvidia,  e  turbare  piutto- 
sto  ogni  cosa  che  seguire  Pesempio  pur  lodatissimo  di  lui  che, 
invitto  presso  i  nemici,  aveva  sofferto  d' essere  vinto  dai  cittadini 
e  di  morire  in  esilio.  Tuttavia  non  corse  ancora  alle  armi;  ma,  de- 
ciso  a  restarsene  in  pace  finch6  rimanesse  qualche  speranza  di 
poter  agire  con  il  diritto  anziche"  con  la  guerra,  pazientemente,  o 
meglio  dissimulando,  sopporto  ogni  ingiuria.  E  poiche  ancora  non 


260  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

quoniam  nonnisi  verbis  offenderetur,  adhuc  verborum  quoque 
defensionein  parans  et  consulem  alterum  et  animosissimum  atque 
eloquentissimum  e  collegio  tribune  rum,  Gaium  Curionem,  multa 
sibi  ac  profusa  largitione  quesivit,  nequando  vel  in  senatu  vel 
ad  populum  deessent  sue  cause  defensores.  Cum  vero  iam  multi 
Cesaris  nee  non  alii  Pompeii  potentiam  formidarent,  sepe  Curio 
ipse  senatui  obtulerat  ut  uterque  simul  ab  armis  abscederet  atque 
ad  equam  civilitatem  pariter  remearent:  ita  demum  securam  li- 
beramque  rempublicam  fore;1  idque  non  solum  pollicitus  sed  con- 
tentiose  nisus  est  efficere,  certus  de  Cesaris  voluntate.  Qui  id 
ipsum  a  senatu  literis  petiit,  ut  scilicet  aut  sibi  populi  romani 
beneficium  integrum  servaretur,  hoc  est  imperium  cum  legioni- 
bus,  aut  ceteri  saltern  duces  in  eadem  conditione  essent  exerci- 
tusque  dimitterent.  Quod  eo  fidentius  postulabat,  ut  quidam  opi- 
nabantur,  quia  se  cum  vellet  aliquanto  facilius  veteranorum  quam 
Pompeium  tyronum  exercitum  ad  obsequia  reducturum  non 
ambigeret;  tantam  cum  veteranis  amicitiam  Cesar  longo  usu  tan- 
tamque  familiaritatem  contraxisse  videbatur,  utque  erat  affabilis 
et  animorum  rapax  sine  ulla  dubitatione  contraxerat.  Sed  neque 
per  se  neque  per  tribunos  quod  petebat  obtinuit,  obstantibus  fau- 
toribus  partis  adverse,  qui  nullum  Pompeio  parem  pati  poterant. 
Incidit  in  hoc  tempus  senatus  consultum,  prima  equum  fronte 
vere  autem  iniquum:2  ut  due  quidem,  una  scilicet  ex  Pompeii 
altera  ex  Cesaris  legionibus,  ad  bellum  Parthicum  mitterentur.  En 
in  verbis  equalitas ;  ecce  autem  in  rebus  iniquitas !  Siquidem,  cum 
Pompeius  unam  e  suis,  quibus  ipse  preerat,  amicitie  iure  Cesari 
concessisset,  illam  bello  Parthico  deputavit  verbo  non  animo, 
eamque  repetiit;  earn  Cesar  remisit  et  e  suis  misit  unam;  ita 
Pompeium  nulla,  Cesarem  vero  duabus  legionibus  imminutum 
nemo  fuit  qui  non  intelligeret.  Tulit  tamen;  quinetiam  cum 
adversariis  pacisci  voluit  ut,  Transalpina  Gallia  simulque  octo 
legionibus  dimissis,  sola  sibi  Cisalpina  Gallia  et  Illiricum  cum 
duabus  tantum  legionibus  et  nomen  imperil  remaneret,  donee  con 
sul  fieret.  Denique  eousque  submisit  excelsum  animum  ut,  qui 
Cesarem  non  nosset,  suspicari  eum  posset  belli  metu  ad  ista 
descendere  quo  nichil  erat  ab  illius  viri  moribus  ac  mente  remo- 
tius.  Sed  tantum  illi  studium  fuit  vel  exercende  vel  simulande 

i.  sepe  Curio  .  .  .fore:  cfr.  Svetonio,  Caes.,  29;  Cesare,  De  bel.  gall.,  vm, 
52,  4.  2.  Incidit .  .  .  iniquum:  cfr.  Cesare,  De  bel.  gall.,  vm,  54. 


DEGLI   UOMINI    ILLUSTRI  261 

era  offeso  se  non  a  parole,  preparando  difese  di  parole  si  cattiv6 
con  molti  e  larghi  dom  uno  dei  consoli  e  Gaio  Curione,  ammosis- 
simo  ed  eloquentissimo  nel  collegio  dei  tribuni,  perche  non  mancas- 
sero  all'occasione,  in  senato  o  presso  il  popolo,  difensori  della  sua 
causa.  E  poiche  gia  molti  temevano  la  potenza  di  Cesare,  ma  alcuni 
anche  quella  di  Pompeo,  spesso  Curione  stesso  aveva  proposto 
al  senato  che  Puno  e  Paltro  capitano  lasciassero  le  armi  e  tornassero 
tutti  e  due  all'eguaglianza  del  viver  civile;  cosl  finalmente  la 
repubblica  sarebbe  libera  e  sicura.  Tanto  prometteva  Curione,  e 
cercava  di  ottenere  con  ogm  mezzo,  certo  della  volonta  di  Cesare. 
E  questi  chiese  lo  stesso  al  senato  per  lettera:  che  cioe  gli  fosse 
conservato  mtegro  il  beneficio  concessogli  dal  popolo  romano  (il 
comando  militare  e  le  legioni),  o  che  almeno  anche  gli  altri  capi- 
tani  fossero  ridotti  alia  stessa  condizione  e  licenziassero  gli  eser- 
citi.  Questo  egh  chiedeva  con  maggior  fiducia,  secondo  credono 
alcuni,  perche  era  certo,  quando  volesse,  di  poter  ricondurre 
all'obbedienza  il  suo  esercito  di  veterani  piu  facilmente  che  Pom 
peo  un  esercito  di  reclute,  tanta  amicizia  e  tanta  familiarita  sem- 
brava  che  egh  avesse,  anzi  aveva  senza  dubbio  contratto  con  i 
veterani  nella  lunga  consuetudine,  affabile  com'era  e  rapitore  degh 
animi.  Ma  ne  direttamente  ne  per  mezzo  dei  tribum  ottenne 
ci6  che  chiedeva,  opponendosi  i  fautori  della  parte  awersa,  che 
nessuno  avrebbero  voluto  pan  a  Pompeo.  Cadde  in  questo  tempo 
una  deliberazione  del  senato,  equa  al  primo  aspetto,  in  realta  im- 
qua;  si  decret6  infatti  che  due  legioni,  una  di  Pompeo  e  una 
di  Cesare,  fossero  mandate  alia  guerra  partica:  vedi  giustizia  a 
parole'  Ma  ecco  nei  fatti  Pimquita:  Pompeo  avendo  ceduto  a  Ce 
sare  per  amicizia  una  delle  sue  legioni  deput6  quella  per  la  guerra 
partica  (a  parole  non  con  Tanimo),  e  la  richiese  a  Cesare;  questi  la 
restitul  e  mand6  insieme  una  delle  sue;  sicche  vide  ognuno  che 
Pompeo  non  aveva  perduto  neppure  una  delle  sue  legioni  e  Cesa 
re  due.  Sopporto  tuttavia ;  anzi  voile  pattuire  con  gli  awersan  che, 
lasciata  la  Gallia  Transalpina  e  licenziate  otto  legioni,  gli  restassero 
la  Cisalpina  e  1'Illirico  con  due  sole  legioni  e  il  nome  d'imperatore, 
fino  a  che  fosse  eletto  console.  Infine  abbass6  Panimo  eccelso  a  tal 
punto  che,  non  conoscendolo,  si  sarebbe  potuto  credere  che  agisse 
cosi  per  paura  della  guerra;  della  qual  paura  nulla  era  piu  lon- 
tano  dalla  sua  mente  e  dai  suoi  costumi.  Ma  tanto  studio  egli 
pose  nelPesercitare  o  simulare  la  modestia,  che  prefer!  acquistarsi 


262  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

modestie,  ut  quidvis  videri  potius  eligeret  quam  publice  tran- 
quillitatis  e verso r. 

At  cum  obstinatos  ad  negandum  cerneret,  senatum  sibi  ad- 
versum  et  e  suis  inimicis  designates  iam  consules  audiret,  tribunes 
qui  sibi  aderant  nichil  posse,  imo  quidem  propter  se  periculo  at- 
que  odio  expositos,  non  amplius  differendum  ratus  ne  aut  sui 
periclitarentur,  aut  ipse  cuntatione  vilesceret,  dispositis  more  so- 
lito  per  hiberna  legionibus  ultimo  transitu  ex  Galliis  in  Italiam 
rediit.  Quo  cum  venisset,  invenit  duas  illas  legiones,  sub  obtentu 
belli  Parthici  sibi  ereptas,  neque  ad  bellum  profectas  et  in  Italia 
detentas,  quin  et  Pompeio  assignatas.1  Quod  ad  evidentem  Cesaris 
iniuriam  pertinere  non  solum  ipse  vir  talis  sed  quicunque  de  po- 
pulo  perpendebat.  Adhuc  tamen  tacitus  processit,  conventibus- 
que  peractis  ut  solebat,  Ravennam  venit  urbem  sue  provincie  ab 
ea  parte  novissimam,  ut  nee  terminos  suos  excederet  et  proximus 
esset  adversariis  ac  paratus  ulcisci,  siquid  forte  sui  odio  in  tri- 
bunos  immitms  decrevissent. 

Et  hoc  quidem  belli  civilis  initium;  he  fuerunt  cause,  aliquam  et 
fortasse  non  parvam  iustitie  faciem  habentes,  siqua  usquam  esse 
potest  iusta  causa  patriam  oppugnandi.  Quamvis  ab  aliis  minus  iu- 
ste  quedam  cause  afferantur;  sed  odium  manifestum  testimonii 
fidem  levat.  Gneus  Pompeius,  gener  atque  hostis  Cesaris,  aiebat 
eum  ideo,  quod  non  posset  opera  incepta  perficere  neque  de  se 
populi  expectationem  adimplere,  turbare  omnia  voluisse  ne  in 
turbido  veritas  appareret.  Fuere  qui  timuisse  ilium  dicerent  ne 
eorum,  que  primo  consulatu  contra  leges  gesserat,  rationem  red- 
dere  gravi  suo  periculo  cogeretur,  cum  Marcus  Cato  iste  ultimus, 
cuius  virtus  ac  gravitas  comminationem  eius  non  minus  terribi- 
lem  quam  cuiuscunque  consulis  faciebat,  palam  diceret  ac  iu- 
raret  se  Cesaris  nomen,  mox  ut  privatus  esse  inciperet,  inter  reos 
delaturum,  seu  publice  ille  iustitie  studiosus  seu  proprie  memor 
iniurie.  Unde  iam  in  vulgus  effusum  erat,  idem  Cesari  eventurum 
quod  Miloni,  ut  circumseptus  armatis  apud  iudices  ceu  ex  vin- 
culis  causam  dicat.  Et  hanc  verisimillimam  belli  causam  videri 


i.  Quo  cum  venisset... assignatas:  cfr.  Cesare,  De  bel.  gall.,  vm,  55. 


DEGLI   UOMINI   ILLUSTRI  263 

qualsiasi  fama  piuttosto  che  quella  di  distruttore  della  pubbli- 
ca  pace. 

Inline,  vedendoli  ostinati  a  negare,  e  awerso  il  senato,  e  udendo 
che  i  suoi  nemici  avevano  gia  designate  i  consoli,  e  che  i  tribuni  a 
lui  favorevoli  non  potevano  nulla,  anzi  per  causa  sua  erano  esposti 
a  pericolo  e  a  odio,  stimando  di  non  dover  differire  piu  oltre, 
perche  i  suoi  non  corressero  rischio  e  lui  stesso  nelPindugio  non 
s'invilisse,  disposte  come  il  solito  le  legioni  negli  accampamen- 
ti  invernali,  passo  risolutamente  dalla  Gallia  in  Italia.  Quivi 
giunto  vi  trov6  quelle  due  legioni  che  gli  erano  state  tolte  sotto 
pretesto  della  guerra  partica  e  che  non  erano  partite  per  quella 
guerra  ma  rimaste  in  Italia,  anzi  assegnate  a  Pompeo.  La  qual  cosa 
non  solo  a  tale  uomo  ma  a  chiunque  del  popolo  appariva  come  una 
ingiuria  nei  riguardi  di  Cesare.  Tuttavia  anche  questa  volta  and6 
innanzi  senza  dir  nulla  e,  tenute  le  assise  com'era  solito,  and6  a 
Ravenna,  Pultima  citta  della  sua  provincia  da  quella  parte,  per 
non  uscire  dai  suoi  confini,  ma  esser  vicino  agli  awersari,  pronto  a 
far  vendetta  se  per  caso,  in  odio  a  se,  avessero  preso  qualche  prov- 
vedimento  severo  contro  i  tribuni. 

Fu  questo  il  principio  della  guerra  civile ;  queste  le  cagioni  che 
hanno  qualche  apparenza  di  giustizia,  forse  non  poca,  se  mai  giusta 
causa  vi  pu6  essere  di  muover  contro  la  patria.  Vero  e  che  da  altri 
sono  presentate  alcune  cause  non  giuste;  ma  Podio  manifesto 
toglie  fede  alia  testimonianza.  Gneo  Pompeo,  genero  e  nemico  di 
Cesare,  diceva  che  egli,  non  potendo  condurre  a  termine  P  opera 
iniziata  e  soddisfare  le  speranze  che  il  popolo  aveva  in  lui  riposte, 
per  ci6  appunto  aveva  voluto  turbare  ogni  cosa,  perche  la  verita 
nel  torbido  non  apparisse.  Dicevano  altri  ch'egli  aveva  temuto 
dj esser  chiamato  a  render  ragione,  con  suo  grande  pericolo,  di 
ci6  che  aveva  fatto  contro  le  leggi  nel  suo  primo  consolato;  e 
infatti  Marco  Catone  il  Giovane,  la  cui  minaccia  per  la  virtu  e  la 
serieta  della  persona  non  era  meno  Jerribile  che  quella  di  un  con 
sole,  diceva  apertamente  e  giurava  che,  non  appena  Cesare  avesse 
deposto  la  carica,  lo  avrebbe  messo  in  stato  d'accusa:  sollecito 
forse  della  pubblica  giustizia,  forse  anche  memore  d'ingiuria  ri- 
cevuta.  Sicch6  gia  si  diceva  tra  il  volgo  che  a  Cesare  sarebbe 
toccata  la  stessa  sorte  di  Milone,  di  doversi  difendere  presso  i 
giudici,  circondato  di  armati  come  un  prigioniero.  E  che  questa 
possa  essere  stata  una  cagione  assai  verosimile  della  guerra,  e 


264  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

posse  una  vox  eius1  facit,  de  qua  suo  loco  dicam.  Aliis  visum  est 
eum,  spatio  plurimorum  annorum  imperio  assuefactum,  dedidi- 
cisse  privatum  modum  et  sola  cupidine  dominandi  in  bella  civilia 
consensisse.  Hec  videtur  fuisse  Ciceronis  opinio,2  sibi  interdum 
amicissimi  sed  in  finem  hostis,  qui  in  libris  Officiorum  semper 
Cesarem  in  ore  habuisse  ait  versus  illos  Euripidis,  quos  ipse  sic 
in  latinum  vertit: 

nam  si  violandum  est  ius,  regnandi  gratia 
violandum  est;  aliis  rebus  pietatem  colas. 

Posui  ecce  opiniones  hominum,  varias  una  eademque  de  re  et 
hominum  idem  volentium:  Cesarem  scilicet  infamare.  Michi  au- 
tem  sat  ne  dicam  valde  rerum  talium  curioso  venere  ad  manus 
aliquot  Cesaris  ipsius  epystole  ;3  nota  sunt  etiam  eius  dicta  ac  re- 
sponsa  quam  plurima,  in  quibus  omnibus  avidum  se  pacis  osten- 
dit.  Quibusque  fortasse  non  minus  fidei  sit  habendum  quam  suspi- 
tionibus  emulorum:  illi  enim  oderant  et  veritatem  ignorabant  et 
mentiri  poterant;  Cesar  autem  etsi  mentiri  posset,  veritatem  igno- 
rare  non  poterat.  Legi  et  suorum  comitum  epystolas,  idem  pacis 
studium  expressius  continentes.  Quid  refert  igitur  quid  de  illo 
sentiat  Pompeius  et  Cicero  cum  perraro  de  hoste  quisquam  bene 
sentiat?  Illud  potius  ad  rem  pertinet  audire,  qualia  scilicet  de 
Pompeio  suo  scribat  Cicero,  quern  tantum  dilexit  in  finem  ut  «vir  », 
sicut  de  eo  scriptum  est,4  anichil  minus  quam  ad  bellum  natus» 
et  iam  senior,  ilium  in  civilia  suo  totiens  damnata  iudicio  et  infe- 
licia  bella  sequeretur,  et  magis  eligeret  secum  ruere  quam  sine 
illo  consistere.  Quorum  partem,  quod  non  omnibus  nota  erant, 
et  notitie  studio  et  novitate  rerum  delectandi  gratia  huic  parti 
historic  inserendam  censui.  Is  ergo  epystolarum  ad  Athicum  libro 
viii5  cc  Ut  enim »  inquit  « gubernatori  cursus  secundus,  medico  sa- 
lus,  imperatori  victoria,  sic  huic  moderatori  reipublice  beata  ci- 
vium  vita  proposita  est,  ut  opibus  firma,  copiis  locuples,  gloria 
ampla,  virtute  honesta  sit.  Huius  enim  operis,  maximi  inter  ho 
mines  atque  optimi,  ilium  esse  perfectorem  volo.  Hoc  Gneus 

i.  una  vox  eius:  dopo  la  battaglia  di  Farsalo,  Cesare  avrebbe  esclamato 
« Thanno  voluto ;  dopo  tante  imprese  io  Gaio  Cesare  sarei  stato  condannato 
se  non  avessi  chiesto  aiuto  all'esercito »,  parole  che  Svetonio  anticipa 
a  questo  punto  della  narrazione  (Caes.,  30)  e  che  il  Petrarca  si  riserva  di 
riferire  a  suo  luogo.  2.  Ciceronis  opinio:  tutto  da  Svetonio,  Caes.y  30  (ma 
cfr.  Cicerone,  De  off.,  in,  21,  82).  3.  aliquot.. . epystole:  sono  alcune  lettere 


DEGLI   UOMINI    ILLUSTRI  265 

prova  un  suo  detto,  che  riferir6  a  suo  tempo.  Ad  altri  sembr6 
che,  assuefattosi  al  comando  nello  spazio  di  tanti  anni,  avesse 
disimparato  a  vivere  da  private  cittadino  e  che  solo  per  cupidigia 
di  dominio  si  sia  volto  alia  guerra  civile.  Questa  sembra  sia  stata 
Popinione  di  Cicerone,  un  tempo  amicissimo  suo  e  alia  fine  nemico ; 
nel  libro  intorno  ai  doveri  dice  infatti  che  Cesare  aveva  sempre 
in  bocca  quei  versi  di  Euripide,  che  egli  stesso  traduce  in  latino: 
«Se  si  deve  violare  la  giustizia,  si  violi  per  il  regno:  in  tutto  il 
resto  sii  giusto.» 

Varie  opinioni  queste  che  ho  riferito,  intorno  a  una  sola  cosa,  e  di 
uomini  che  avevano  una  sola  volonta:  quella  di  infamare  Cesare. 
Ma  a  me,  abbastanza  per  non  dir  molto  curioso  di  tali  cose,  son 
venute  tra  mano  alcune  lettere  dello  stesso  Cesare;  e  conosco  al- 
cuni  suoi  detti  e  risposte  moltissime,  nelle  quali  tutte  si  mostra 
desideroso  di  pace.  E  ad  esse  forse  si  dovrebbe  dar  credito  non 
meno  che  ai  sospetti  dei  suoi  awersari;  quelli  infatti  odiavano 
e  ignoravano  la  verita  e  potevano  mentire ;  Cesare,  anche  se  poteva 
mentire,  non  poteva  ignorare  la  verita.  Ho  letto  anche  lettere  di 
suoi  compagni,  che  esprimevano  ancor  piu  apertamente  lo  stesso 
desiderio  di  pace.  Che  importa  dunque  1'opinione  che  ebbero  di 
lui  Cicerone  e  Pompeo,  quando  e  cosi  raro  che  alcuno  dica  bene  del 
suo  nemico  ?  Interessa  piuttosto  ascoltare  quali  cose  scriva  Cicero 
ne  del  suo  Pompeo,  di  cui  fu  tanto  amico  alia  fine  che,  uomo  a 
nulla  meno  portato  che  alia  guerra,  come  fu  scritto  di  lui,  e  gia 
avanti  negli  anni,  lo  segui  in  quelle  infelici  guerre  civili  tante  volte 
condannate  nel  suo  giudizio  e  prefer!  precipitare  con  lui  che  senza 
di  lui  star  sicuro.  Parte  di  esse,  poiche  non  a  tutti  eran  note, 
credetti  inserire  a  questo  punto  della  mia  storia  per  farle  cono- 
scere  e  per  dilettare  con  la  novita  deirargomento.  Egli  dunque 
nel  libro  vm  delle  lettere  ad  Attico,  cosi  dice:  «Come  il  pilota 
deve  mirare  alia  prospera  navigazione,  alia  salute  il  medico, 
alia  vittoria  il  capitano,  cosi  il  moderatore  della  repubblica  alia 
vita  beata  dei  cittadini:  che  sia  salda  di  aiuti,  ricca  di  mezzi,  am- 
pia  di  gloria,  onesta  di  virtu.  Di  questo  deve  essere  egli  Partefice, 
che  e  la  cosa  piu  grande  tra  gli  uomini  e  piu  bella.  II  nostro  Pom- 

di  Cesare  intramezzate  alle  Epistolae  ad  Atticum,  insieme  con  le  lettere 
di  cesariani  di  cui  subito  dopo.  4.  scriptum  est:  Livio,  Periochae,  in. 
5.  libro  VIII:  a  questo  punto  s'interrompe  Tautografo  parigino  del  De 
gestis  Cesaris;  Cicerone,  Ad  Att.,  vm,  n,  1-3. 


266  DE   VIRIS    ILLUSTRIBUS 

noster  cum  antea  nunquam  turn  in  hac  causa  minima  cogitavit. 
Dominatio  quesita  ab  utroque  est;  non  id  actum  beata  et  honesta 
civitas  ut  esset.  Nee  vero  ille  urbem  reliquit  quod  earn  tueri  non 
posset;  nee  Italiam  quod  ea  pelleretur;  sed  hoc  a  primo  cogitavit, 
omnes  terras,  omnia  maria  movere,  reges  barbaros  incitare,  gen- 
tes  feras  in  Italiam  armatas  adducere,  exercitus  conficere  maximos. 
Genus  illud  Sillani  regni  iampridem  appetitur,  multis  qui  una  sunt 
cupientibus.  An  censes  nichil  inter  eos  convenire,  nullam  pactio- 
nem  fieri  potuisse?  Hodie  potest.  Sed  neutri  GIOTTO*;  est  ille,  ut 
nos  beati  simus ;  uterque  regnare  vult.  Hec  a  te  invitatus  breviter 
exposui;  voluisti  enim  me  quid  de  his  malis  sentirem  ostendere.» 
Quid  tu  lector  ex  his  verbis  mdicas  ?  quantoque  iustiorem  Pom 
peii  causam  reris  esse  quam  Cesaris?  Item  in  eiusdem  libri  fine1 
«  Qua  spe  proficiscar»  inquit  «  video,  coniungoque  me  cum  homine, 
magis  ad  vastandam  Italiam  quam  ad  vincendum  parato  »  et  sen- 
tiens  se  posse  reprehendi,  quod  talem  sequi  vellet,  ut  ostenderet 
non  se  hominis  virtute  sed  erga  se  merito  et  metu  infamie,  ne 
ingratus  scilicet  diceretur,  audi  quid  eadem  dicit  epystola :  « non 
me  igitur  is  ducit  sed  sermo  hominum>>.  Et  rursus  in  IX,2  cum  di- 
xisset  «mirandum  in  modum  Gneus  noster  Sillani  regni  similitu- 
dinem  concupivit »,  addidit  <c  cum  hoc  ne  inquies  esse  vis  ? »  et  re- 
spondens  «  beneficium  »  inquit  «  sequor,  michi  crede,  non  causam  ». 
Et  alibi3  de  eodem:  «si  vinck»  inquit  «Sillano  more  exemploque 
vincit »,  et  statim  <c  mea  autem  causa  alia  est,  quod  beneficio  vinctus 
ingratus  esse  non  possum ». 

Multa  sunt  id  genus  in  illius  epystolis,  ab  homine  non  solum 
doctissimo  sed  amicissimo  in  Pompeium  dicta,  ut  scilicet  undique 
fides  constet.  Sed  ego  hec  pauca  et  ad  rem  de  qua  agitur  spectantia 
et  e  locis  secretioribus  eruta  libenter  apposui,  ut  utriusque  partis 
merita  non  usque  adeo  ut  putantur  imparia  et  utrunque,  sicut 
dictum  est,  regnare  voluisse  magno  ac  fide  digno  teste  constaret. 
Ad  historic  seriem  revertor. 


i.  Cicerone,  AdAtt.,  vm,  16,  2.     2.  AdAtt.,  ix,  7,  3.     3.  AdAtt.,  x,  7,  i. 


DEGLI    UOMINI    ILLUSTRI  267 

peo  non  ha  mai  pensato  a  ci6  per  Pinnanzi  e  tanto  meno  in  questa 
occasione.  L'uno  e  1'altro  hanno  cercato  il  dominio;  non  hanno 
agito  perche  la  citta  fosse  beata  ed  onesta.  Ne  invero  egli  ha  la- 
sciato  Roma  perche  non  potesse  difenderla,  n6  P  Italia  perche  ne 
fosse  cacciato;  ma  a  questo  pens6  fin  dal  principio:  a  muovere 
tutte  le  terre  e  tutti  i  mari,  a  sollevare  re  barbari,  a  portare  ar- 
mate  in  Italia  genti  feroci,  a  mettere  insieme  grandissimi  eserciti. 
Da  tempo  ricerca  quel  genere  di  dominio  che  fu  di  Silla,  e  molti 
che  sono  con  lui  lo  desiderano.  0  pensi  che  non  sarebbe  stato 
possibile  trovare  un  accordo  tra  loro,  stringere  un  patto  ?  Oggi  si 
potrebbe.  Ma  nessuno  dei  due  ha  questa  mira,  che  noi  siamo 
felici;  Puno  e  Paltro  vuole  regnare.  Queste  cose  ho  esposto  breve- 
mente  invitato  da  te,  poiche  mi  chiedesti  che  ti  dicessi  la  mia 
opinione  intorno  a  questi  mali. »  E  tu  lettore,  che  giudichi  da  que- 
ste  parole  ?  Di  quanto  credi  che  la  causa  di  Pompeo  sia  piu  giusta 
di  quella  di  Cesare?  Ancora  alia  fine  dello  stesso  libro:  «Vedo 
bene  con  quale  speranza  io  parto,  e  mi  congiungo  ad  un  uomo 
pronto  piuttosto  a  devastare  P  Italia  che  a  vincere»;  e,  accorgendosi 
di  poter  essere  rimproverato  di  voler  seguire  un  tal  uomo,  per 
mostrare  ch'egli  faceva  ci6  non  per  la  sua  virtu  ma  per  i  benefici 
che  ne  aveva  ricevuto  e  per  paura  d'infamia,  cioe  d'apparire  in- 
grato,  ascolta  che  cosa  dice  in  quella  lettera  stessa:  <cnon  lui  mi 
conduce,  ma  il  parlare  degli  uomini».  E  di  nuovo  nel  libro  ix 
dopo  aver  detto  «il  nostro  Gneo  bram6  una  signoria  mirabil- 
mente  simile  a  quella  di  Silla »,  aggiunge:  «vuoi  dunque  essere 
con  costui?  mi  chiederab;  e  risponde:  ccseguo  il  beneficio,  cre- 
dimi,  non  la  causa ».  E  altrove,  dello  stesso:  «se  vince,  vince  se- 
condo  il  modo  e  Pesempio  di  Silla »,  e  subito  dopo  a  la  mia  ragione 
e  diversa,  poiche  legato  dal  beneficio  non  posso  essere  ingrato». 
Molte  parole  di  tal  genere  si  trovano  nelle  sue  lettere,  dette  contro 
Pompeo  da  un  uomo  non  solo  dottissimo,  ma  amicissimo  di  lui, 
per  un  motivo  e  per  Paltro  degne  dunque  di  fede.  Ma  io  queste 
poche  ho  qui  addotto,  pertinenti  alPargomento  e  tratte  da  luoghi 
segreti,  perch6  fosse  chiaro  dalla  testimonianza  di  un  uomo  grande 
e  degno  di  fede,  che  i  meriti  delPuno  e  delPaltro  verso  la  patria 
non  sono  cosl  dissimili  come  si  crede,  e  che  Puno  e  Paltro,  come 
si  e  detto,  aspiravano  alia  signoria.  Ritorno  alPordine  della  storia. 


DAI 
RERUM  MEMORANDARUM  LIBRI 

* 

I   LIBRI  DELLE  COSE  MEMORABILI 


[PLINIUS  SECUNDUS] 

I,  19.  Nee  te,  Plini  Secunde1  veronensis,  a  Tito  Livio  disiungam, 
a  quo  nee  etate  nee  patria2  longinqims  es.  Tu  quidem,  quamvis 
« equestribus  militiis  Industrie  functus,3  procurationes  quoque 
splendidissimas  atque  continuas  summa  integritate  administrasse  »4 
perhiberis,  una  «tamen  tantam  liberalibus  studiis  operam  dedisti 
ut  non  temere  plura  quis  in  otio  »  quam  tu  inter  tarn  multas  oc- 
cupationes  scripsisse  memoretur.  Ut  enim  minutiora5  sileam,  tri- 
ginta  septem  romane6  totidemque  naturalis  historie  libros  ad  Ve- 
spasianum7  principem  uberrima  florentissimaque  sermonis  ele- 
gantia  descripsisti.  Sed  quot  preclaros  vetustatis  auctores,  tot  po- 
steritatis  pudores  ac  delicta  commemoro ;  que,  quasi  non  contenta 
proprie  sterilitatis  infamia,  alieni  fructus  ingenii  ac  maiorum  stu 
diis  vigiliisque  elaboratos  codices  intolerabili  negligentia  perire 
passa  est,  cumque  nichil  ex  proprio  Venturis  daret,  avitam  here- 
ditatem  abstulit.8  Primum  nempe  Plinii  opus,  in  quo,  ut  est  apud 
Tranquillum,  omnia  bella9  tractaverat  «  que  cum  Romanis  unquam 
gesta  sunt»,  ex  oculis  nostris  evanuit,  nee  usquam  superest,  quod 
ego  quidem  talium  satis  ardens  explorator  audierim.  Hoc  autem 
et  quicquid  in  hanc  sententiam  questus  sum  non  ad  minuendum 
post  nascituri  populi  studium  retuli,  quin  dolorem  meum  potius 
effundens  et  etati,  curiosissime  in  quibus  non  oportet,  rerum  tamen 
honestarum  prorsus  incuriose,  soporem  ac  torporem  exprobrans. 
Equidem  apud  maiores  nostros  nichil  querimonie  similis  invenio, 


I  Rerum  memorandarum  libri  sono  una  raccolta  di  exempla,  costruita  ad 
imitazione  dei  Facta  et  dicta  memorabilia  di  Valerio  Massimo;  come 
gli  esempi  di  Valerio  Massimo  sono  divisi  volta  per  volta  in  due  sezioni, 
i  romana  e  gli  externa,  cosi  fa  anche  il  Petrarca,  solo  che  vi  aggiunge  una 
terza  suddivisione,  i  moderna.  Si  danno  qui  tre  esempi  tratti  dalle  tre  ri- 
spettive  sezioni  del  capitolo  che  s'intitola  De  studio  et  doctrina:  un  ro- 
mano,  Plinio  il  Vecchio;  uno  straniero,  Pitagora;  un  moderno,  re  Roberto 
di  Sicilia. 

i.  Plini  Secunde:  Gaius  Secundus  Plinius,  detto  Plinio  il  Vecchio,  nato 
a  Verona  nel  23  d.  C.,  morto  nel  79.  2.  nee  etate  nee  patria:  Tito  Livio 
nacque  verso  il  60  a.  C.  e  morl  nel  16  d.  C.  Era  padovano.  3.  equestri 
bus  . . .  functus:  fu  ufficiale  di  cavalleria  in  Germania.  4.  procurationes . . . 
administrasse:  sotto  1'imperatore  Vespasiano  ebbe  I'ufficio  di  procuratore, 
cioe  amministratore  dei  redditi  imperiali,  nella  Gallia  narbonese  e  in 
Spagna  (cfr.  Svetonio,  Vita  PUnii,  p.  92,  ediz.  ReifTerscheid).  5.  minu 
tiora:  allude  al  De  viris  illustribus,  d'incerto  autore,  che  il  Petrarca  ritene- 


[PLINIO  SECONDO] 

I,  19.  E  da  Tito  Livio  non  terr6  separate  te,  o  Veronese  Plinio 
Secondo,  che  lontano  non  gli  sei  ne  per  1'epoca  n6  per  il  luogo 
d'origine.  Si  sa  per  certo  che  tu  avevi  « importanti  mansioni  nella 
cavalleria,  e  che  ricopristi  continuamente  con  esemplare  onesta  ele- 
vati  uffici  amministrativi;  eppure  tanto  ti  dedicasti  agli  studi  lette- 
rari  che  certo  non  viene  in  mente  chi  abbia,  pur  senz'altro  da  fare », 
scritto  piu  di  te  che  eri  in  mezzo  a  tante  occupazioni.  Lasciamo 
andare  le  cose  di  minor  conto;  ma  trentasette  libri  scrivesti  di 
storia  romana,  altrettanti  di  storia  naturale  dedicati  all'imperatore 
Vespasiano,  con  una  ricchissima,  lussureggiante  eleganza  di  det- 
tato.  Ma  per  quanti  autori  illustri  dell'antichita  io  ricordo,  altret 
tanti  sono  i  rossori  e  le  infamie  di  chi  venne  dopo  loro,  Non  con- 
tenti  della  vergogna  di  non  produrre  nulla,  lasciarono  con  intol- 
lerabile  negligenza  che  andassero  perduti  i  frutti  deiraltrui  in- 
gegno  e  i  libri  degli  antenati  composti  a  prezzo  di  studio  e  di 
veglie;  nulla  di  proprio  dettero  alia  posterita,  e  le  tolsero  Teredita 
degli  avi.  In  primo  luogo  proprio  quelPopera  di  Plinio,  in  cui 
egli  —  come  si  legge  in  Svetonio  —  aveva  parlato  di  tutte  le  guerre 
«che  furono  combattute  nei  secoli  contro  i  Romani»,  dispari  ai 
nostri  occhi,  e  non  si  trova  piu  in  alcun  luogo,  almeno  per  quanto 
ho  sentito  dire  io  che  di  tali  ricerche  m'interesso  con  un  certo 
calore.  Le  mie  lamentele  su  questo  argomento  non  le  ho  fatte 
per  sminuire  Tattivita  culturale  delle  genti  che  verranno  dopo, 
ma  piuttosto  per  sfogare  il  mio  disappunto  e  per  deplorare 
la  sonnolenza  e  il  torpore  di  un'epoca  che  morbosamente  s'in- 
teressa  a  cose  inutili,  mentre  delle  nobili  affatto  non  si  cura. 
Negli  antichi  non  riesco  a  trovare  alcuna  deplorazione  come  que- 


va  opera  di  Plinio.  6.  triginta  septem  romane  [historie] :  si  tratta  in  realt£ 
dei  Bellorum  Germaniae  libri  viginti,  storia  di  tutte  le  guerre  sostenute 
dai  Romani  contro  i  Germani.  II  Petrarca  trae  le  erronee  mformazioni  da 
Svetonio  (cfr.  Tr.  d.  Fama,  in,  seconda  redaz.,  w.  118-9:  « Plinio  con 
libri  suoi  quattro  e  settanta  Di  sua  romana  e  natural  istoria » ;  in  questa 
collezione,  Petrarca,  Rime,  trionfi,  ecc.,  p.  578).  7.  ad  Vespasianum:  i  37 
libri  della  Naturalis  historia  sono  dedicati  a  Tito,  non  a  Vespasiano.  An- 
che  di  questo  errore  e  responsabile  Svetonio.  8.  avitam  hereditatem  dbstu- 
lit:  e  Taccusa  e  la  deplorazione  delPumanista  contro  la  cultura  medievale. 
9.  omnia  bella:  ma  s'e  visto  con  quali  limitazioni  rarlermazione  debba  es- 
sere  corretta. 


272  RERUM   MEMORANDARUM   LIBRI 

nimirum  quia  nichil  similis  iacture;  cuius  ad  nepotes  nostros,  si  ut 
auguror  res  eunt,  forte  nee  sensus  ullus  nee  notitia  pervenisset; 
ita  apud  alios  Integra,  apud  alios  ignorata  omnia,  apud  neutros 
lamentandi  materia.  Ego  itaque  cui  nee  dolendi  ratio  deest  nee 
ignorantie  solamen  adest,  velut  in  confinio  duorum  populorum1 
constitutus  ac  simul  ante  retroque  prospiciens,  hanc  non  acceptam 
a  patribus  querelam  ad  posteros  deferre  volui.  Sed  hec  hactenus ; 
loquax  enim  esse  solet  dolor. 


[PlTHAGORAS] 

I,  24.  In  Greciam  transfretanti  primus  Pithagoras2  occurit,  philo- 
sophus  et  philosophic!  nominis  inventor.  Hie  Sami  Demarato 
patre  genitus  locuplete  negotiatore,3  longe  locupletior  ipse  nego 
tiator  mox  futurus.  Deinde  ab  etatis  sue  primordiis  sapientie  pa- 
riter  atque  honestatis  arduum  ac  laboriosum  callem  ingressus, 
natalis  soli  dereliquit  angustias  toto  orbe  peregrinus;  siquidem, 
ut  in  historia  verbis  poeticis  utar, 

vir  fuit  hie  ortu  samius,  sed  liquerat  una 

et  Samon  et  dominos,  odioque  tyrannidis  exul 

sponte  erat* 

Ecce  iam  primus  actus  spiritus  egregii:  servienti  patrie  liberum 
exilium  pretulisse.  Sed  et  quod  sequitur  verum  est: 

isque,  licet  cell  regione  remotus, 
mente  deos  adiit,  et  quod  natura  negarat 
visibus  humanis,  oculis  ea  pectoris  hausit.5 

Sic  est  profecto:  de  nullo  fere  philosophorum  tot  feruntur 
archana;  quamvis  in  multis,  velut  viator  novus  raris  signatum 
vestigiis  iter  agens,  a  recto  deviasse  et,  si  dici  fas  est,  delirasse 

i.  in  confinio  duorum  populorum:  1'espressione  ne  riecheggia  una  simile  di 
Seneca  (Ep.  adLudL,  70,  2),  ma  profondamente  diverse  ne  e  lo  spirito. 
II  Petrarca  vede  da  un  lato  Firnponente  e  meravigliosa  cultura  classica, 
dall'altra  una  posterita  che  augura  amniiratrice  dell'antico  e  tutta  volta  a 
rimediare  i  guasti  prodotti  nelPantica  cultura  attraverso  tanti  secoli. 
NelPeta  in  cui  vive,  il  Petrarca  si  sente  solo  con  la  sua  ardente  ammira- 
zione  per  il  mondo  classico,  e  con  la  sua  tenace  operosita  di  restauratore 
dell'antica  cultura.  Fu  profeta:  da  lui  prese  colore  e  forma  rumanesimo 


I    LIBRI    DELLE    COSE   MEMORABILI  273 

sta;  e  certo  perche  non  v'era  una  simile  iattura;  mentre  presso  i 
nostri  discendenti,  se  le  cose  vanno  come  penso  io,  non  sarebbe 
arrivato  alcun  sentore  ne  alcuna  notizia.  E  cosi  intatta  la  cultuhi 
per  gli  uni,  del  tutto  ignorato  il  danno  per  gli  altri,  nessuno  avreb- 
be  avuto  di  che  lamentarsi.  Ma  io,  che  ho  di  che  dolermi  e  che  non 
ho  il  beneficio  di  ignorare  la  verita,  mi  trovo  come  sul  confine 
di  due  popoli  e  posso  guardare  contemporaneamente  innanzi  e 
dietro;  ed  ai  posteri  ho  voluto  rivolgere  questa  deplorazione  che 
nei  padri  non  ho  trovata.  Ma  basta  fin  qui:  che  il  dolore  suole 
essere  troppo  loquace. 


[PITAGORA] 

i,  24.  Se  ci  trasferiamo  in  Grecia,  per  primo  ci  viene  innanzi 
Pitagora,  che  fu  filosofo  e  inventore  del  nome  stesso  di  filosofia. 
Nacque  a  Samo  da  Demarato,  ricco  mercante,  e  presto  doveva 
lui  stesso  diventare  un  mercante  di  gran  lunga  piu  ricco.  Sin 
dai  primissimi  anni  della  sua  vita,  intrapreso  Parduo  e  faticoso 
cammino  della  sapienza  e  della  virtu,  abbandon6  la  piccola  terra 
natia,  per  andar  vagando  in  tutto  il  mondo ;  e  in  realta,  volendo 
ricorrere  in  un' opera  storica  a  una  citazione  poetica:  (ccostui 
fu  di  Samo;  ma  insieme  lascifo  e  Samo  e  chi  vi  spadroneggiava 
per  odio  alia  tirannide  esule  deliberato ». 

Ed  ecco  il  primo  atto  di  quelPanimo  egregio :  anteporre  la  liberta 
dell'esule  alia  servitu  in  patria.  Ma  vero  e  anche  quel  che  segue: 
«sebbene  remoto  dal  cielo  s'awicino  con  Tintelletto  agli  dei,  e 
ci6  che  natura  sottrasse  alia  vista  umana,  seppe  scorgere  con  gli 
occhi  delPintelligenza  ». 

Proprio  cosi:  quasi  a  nessun  filosofo  si  attribuiscono  tante  dottri- 
ne  segrete;  sebbene  in  molte  dia  la  sensazione  d'essersi  allontanato 
dalla  strada  buona,  e  —  se  e  lecito  dir  cosi  —  d'aver  vaneggiato, 
come  un  viandante  non  pratico  che  percorra  un  cammino  se- 

filologico,  da  lui  trassero  il  carattere  molte  linee  fondamentali  della  civilta 
rinascimentale.  2.  Pithagoras  (= Pythagoras):  la  tradizione  Io  vuole  nato 
nella  prima  met&  del  VI  secolo  a.  C.  e  gli  attribuisce  la  fondazione  di  una 
comunit£  a  Crotone  nella  Magna  Grecia.  3.  Sami  .  .  .  negotiatore:  cfr. 
Giustino,  Epit.,  xx,  4,  3.  4.  Ovidio,  Met.,  xv,  60-2.  Di  ritorno  dal  viag- 
gio  in  Egitto  Pitagora  trov6  Samo  sotto  il  tiranno  Policrate.  5.  Ovidio, 
Met.,  xv,  62-4. 


274  RERUM   MEMORANDARUM   LIBRI 

videatur.  Non  alienum  est  referre  quod  de  hoc  viro  in  tusculanis 
libris  scribit  Cicero,  testem  afferens  virum,  Pontium  Heraclidem, 
ut  ipse  asserit,  doctum.1  Narrat  enim  usque  ad  illam  etatem  omnes 
qui  in  rerum  occultarum  investigatione  versabantur  et  habitos  et 
vocatos  fuisse  sapientes;  ipsum  ea  tempestate  Pithagoram  Filun- 
tem  pervenisse  et  cum  Leonte  eius  loci  principe  de  nonnullis  rebus 
doctum  atque  elegans  habuisse  colloquium:  quod  princeps  ad- 
mirans,  quenam  sibi  ars  esset  percunctatus  est.  Pithagoras  vero 
gloriosum  illud  vetustatis  nomen  erubescens,  artis  nullius  titulum 
usurpare  se  quidem  sed  esse  philosophum  respondit.  Inauditum 
rursus  ille  nomen  admirans,  ut  vim  eius  exponeret  oravit.  Cui  Pi 
thagoras:  ccPersimilis  michi  hec  vita  mercato  cuipiam  celeberrimo 
videtur.  Ut  enim  ibi  quidam  viribus  aut  celeritate  contendunt, 
.  nichil  preter  palmam  victorie  petentes,  quidam  distrahendis  com- 
parandisque  mercibus  lucrum  spectant,  alii  neutrum  omnino  co- 
gitantes,  solo  visendi  noscendique  studio  trahuntur  —  quod  genus 
hominum  pre  ceteris  liberale  et  ingenuum  videtur—,  sic  in  istam 
quam  degimus  vitam,  velut  in  mercatum  maximum,  convenisse 
omne  genus  hominum  videmus :  quorum  alii  gloriam,  alii  lucrum 
aucupantur;  quidam  vero  perpauci,  spretis  omnibus,  quid  hie 
agatur  studiose  circumspiciunt,  cognitionem  rerum  et  nichil  aliud 
querentes.  Hos  ego  nondum  certe  sapientes,  sed  sapientie  amatores, 
id  est  philosophos,  voco.»  Et  hec  quidem  de  inventione  huius 
nominis,  quod  in  tantum  post  enituit,  nostris  verbis  alieno  testi- 
monio  diximus;  quod  nee  indigna  memoratu  res,  ubi  presertim 
de  Pithagora  sermo  nobis  institutes  erat,  nee  alter  oportunior  di- 
cendi  locus  videbatur.  Nunc  ad  propositum  revertamur.  Iste  est 
Pithagoras  qui  ardenti  reperiende  virtutis  studio  et  in  Egiptum 
profectus  transacti  temporis  notitiam  a  sacerdotibus  egiptiis  et  in 
Persida  inque  ipsam,  ut  lustinus  ait,  Babiloniam  siderum  cursus 
omnemque  celi  rationem  ac  mundi  originem  a  Persarum  magis, 
Cretam  deinde  Sparthamque  rediens  ab  eorum  sapientibus  mores 
egregios  Minoisque  et  Ligurgi  instituta  perdidicit.2  Fuit  et  Phe- 


i.  virum  .  . .  doctum:  cfr.  Cicerone,  Tusc.,  v,  3,  8-9.  2.  Per  i  viaggi  di 
Pitagora  il  Petrarca  ricav6  le  notizie  da  Giustino,  Epit.,  xx,  4,  3-4,  Cice 
rone,  Defin.,v,  29,  87,  Valerio  Massimo, Fact,  et  diet.  mem.jVin,  7,  ext.  2. 
Minosse,  figura  di  re  tra  il  mito  e  la  storia,  signore  di  Cnosso,  di  Festo, 
e  di  Cidonia  nell'isola  di  Greta,  fu  legislature  famoso  per  la  sua  giusti- 
zia.  Licurgo  (Lycurgus)  e  rantichissimo  legislatore  spartano. 


I   LIBRI   DELLE   COSE  MEMORABILI  275 

gnato  da  rare  orme.  Non  e  fuori  luogo  riferire  quel  che  di  lui 
scrive  Cicerone  nelle  Tusculane,  recando  a  testimone  —  com'egli 
dice— nn  dotto:  Pontio  Eraclide.  Racconta  dunque  che  fino  a  quel- 
1'epoca  tutti  coloro  che  si  dedicavano  allo  studio  delle  cose  occulte 
erano  chiamati  sapienti  e  tenuti  per  tali ;  e  che  allora  Pitagora  arri- 
v6  a  Fliunte  e  che  ebbe  una  conversazione  dotta  ed  elegante  con 
Leonte  che  era  principe  di  quel  luogo:  costui,  ammirato,  gli  do- 
mand6  qual  fosse  la  sua  professione.  Pitagora,  vergognandosi  di 
quel  vanitoso  antico  nome,  rispose  che  non  pretendeva  alcun 
titolo  professionale,  ma  soltanto  d'essere  un  filosofo.  Leonte, 
meravigliato  di  quel  titolo  mai  sentito,  lo  pregi  di  spiegargliene 
il  significato;  e  Pitagora:  «La  vita  mi  appare  proprio  come  un 
mercato  affollatissimo.  Ce  chi  vi  gareggia  con  la  forza  e  con  la 
velocita  e  null'altro  chiede  che  la  palma  della  vittoria,  altri  procu- 
rano  di  far  quattrini  con  la  compra  e  vendita  delle  merci,  altri 
ancora  non  pensano  n6  alFuna  ne  all'altra  cosa:  stanno  11  per  ve- 
dere  e  per  informarsi,  e  questi  sembrano  piii  degli  altri  disinteres- 
sati  e  liberali;  cosi  in  questa  vita  che  conduciamo  £  come  in  un 
immenso  mercato:  tutti  gli  uomini  vi  si  radunano  ed  alcuni  cer- 
cano  la  gloria,  altri  il  denaro ;  pochissimi,  invece,  disprezzano  tutto 
questo,  guardano  con  attenzione  quel  che  vi  si  fa,  cercando  di 
rendersi  conto  di  tutto  e  di  null'altro  preoccupandosi.  Costoro 
non  posso  chiamarli  ancora  sapienti,  ma  amatori  della  sapienza, 
cio&  filosofi. »  Ci6  che  si  dice  sull'invenzione  di  quell'appellativo, 
che  poi  raggiunse  si  grande  splendore,  Tabbiamo  riferito  secondo 
la  testimonianza  altrui  ma  con  parole  nostre;  e  in  realta  era  cosa 
non  indegna  d'essere  qui  ricordata,  giacch6  avevamo  cominciato 
a  parlare  di  Pitagora,  e  non  mi  pareva  che  potesse  presentarsi 
un  altro  luogo  piu  opportune.  Torniamo  ora  alPargomento.  Co 
stui  &  quel  Pitagora  che  per  desiderio  bruciante  di  raggiungere  il 
segreto  della  virtu,  and6  in  Egitto  ad  imparare  la  storia  di  tutti 
i  secoli  passati  dai  sacerdoti  egiziani,  e  in  Persia,  e  proprio 
a  Babilonia  secondo  dice  Giustino,  dagli  astrologi  persiani  il 
corso  delle  stelle  e  la  configurazione  del  cielo  e  1'origine  del  mondo; 
e  poi,  tornando  a  Creta  e  a  Sparta,  impar&  dagli  eruditi  locali  i 
costumi  egregi  e  le  istituzioni  di  Minosse  e  di  Licurgo.  Fu  anche 


276  RERUM   MEMORANDARUM    LIBRI 

recydis  syri1  discipulus,  illius  antiqui  qui  primus  omnium  dixisse 
reperitur  animam  immortalem,  opinionemque  sanctissimam  ab 
illo  susceptam  Pithagoras  confirmavit.  Cuius  rei  Cicero  testis  est.3 
Denique  in  earn  pattern  Italic  que  tune  Magna  Grecia  dicebatur 
transgressus  est,  multisque  sui  memorabilibus  monimentis  editis 
Methaponti3  diem  obiit.  Vir  magnus  in  primis  et  qui  non  «nominis 
solum  inventor)),  ut  Cicero  idem  ait,  «sed  rerum  etiam  ampli- 
ficator  fuit,  privatimque  et  publice  prestantissimis  et  institutis  et 
legibus  Italiam  exornavit  ».4  Huius  autem  tarn  vehementis  studii 
et  tarn  copiose  doctrine  fructum  venerationem  quandam  singu- 
larem  vivens  moriensque  percepit.  Sed  de  hoc  alibi. 


[ROBERTUS  REX] 

I,  37.  Sed  quid  posteritas  dicet?  quibus  piaculis  inter  pronepo- 
tum  populos  ignavia  nostra  purgabrtur?  Libidinis  avaritieque  stu- 
dium  incessit,  omnis  pene  mortalium  labor  hue  respicit.  Siquis  est 
qui  ad  studia  honestarum  artium  applicuisse  videatur  animum, 
is  ipse  tamen  quo  primum  scolas  ingreditur  die,  de  pecuniaria 
mercede  iam  cogitat.  Hos  ego  non  tarn  studiosos  quam  mercena 
ries  voco;  nichilque  plus  eis  quam  pelagi  aut  telluris  aratoribus 
tribuo,  nisi  quod  illi  manus  et  corpora,  hi  linguas  et  ingenium 
venales  habent:  eo  fediores,  quo  pulcriore  parte  hominis  serviunt. 
Sed  cur  invisis  et  nichil  profuturis  immoror  querelis?  cur  non 
potius  veteribus  refertam  recentibusque  inanem  et  vacuam  memo- 
riam  excutio,  siquid  usquam  esset  ad  redimendum  etatis  nostre 
pudorem  satis  efHcax?  Et  puto  nee  maiorum  umbris  nee  successo- 
rum  linguis,  ne  insultent,  fortiorem  clipeum  opponi  posse  quam 
Robert!  Sicilie  regis5  nomen.  Is  enim  non  post  labores  studiorum, 
quod  de  multis  vidimus,  ad  altiorem  pervenerat  statum,  sed  in 
regia  natus,6  imo  quidem,  si  dici  fas  est,  rex  antequam  nasceretur, 
non  patre  tantum,  sed  tarn  paternis  quam  maternis  avis  ac  proavis 
ortus  regibus,  educatus  in  amplissima  fortuna,  tot  perrupit  ob- 

i.  Pherecydis  syri:  scrittore  greco  del  secolo  VI  a.  C.  Compose  una  teogo- 
nia  intorno  alia  nascita  del  mondo  e  intorno  agli  dei.  Cfr.  Tr.  d.  Fama,  in, 
106-7:  a'l  buon  Siro  che  Pumana  speme  Alz6  ponendo  1'anima  immor- 
tale»  (in  questa  collezione,  Petrarca,  Rime,  trionfi,  ecc.,  p.  547).  2.  Cice 
rone,  Tusc.,  i,  16,  38.  3.  Methaponti:  colonia  della  Magna  Grecia  nel  golfo 
di  Taranto  (Methapontum  e  grafia  petrarchesca  per  Metapontum\  come 


I   LIBRI   DELLE   COSE   MEMORABILI  277 

discepolo  del  siro  Ferecide,  quell' antico  che  primo  di  tutti  si  sa 
che  proclamo  immortale  Tanima,  e  Pitagora  confermo  quella  sa- 
crosanta  opinione  da  lui  appresa.  N'e  testimone  Cicerone.  E  final- 
mente  and6  in  quella  parte  delP  Italia  che  allora  si  chiamava 
Magna  Grecia  e  dopo  aver  lasciate  molte  e  memorabili  testimo- 
nianze  di  se  mori  a  Metaponto.  -Grande  tra  i  grandi,  «non  pure 
inventore  del  nome  »  come  dice  Cicerone  « ma  della  filosofia  stessa 
incrementatore,  orn6  T  Italia  di  leggi  e  di  istituzioni  eccellenti,  e 
pubbliche  e  private  ».  Di  tanto  studio,  di  tanta  dottrina  ebbe  il  frut- 
to  d'una  singolare  venerazione  in  vita  e  in  morte.  Ma  di  ci6  altrove. 


[RE  ROBERTO] 

I,  37.  Ma  che  diranno  i  posteri?  Con  quali  espiazioni  sara  lavata  la 
nostra  ignavia  tra  i  popoli  dei  pronipoti  ?  Soverchia  la  ricerca  del 
piacere  e  del  danaro;  quasi  tutto  Paffaccendarsi  delPuomo  mira  a 
questo.  E  se  c'e  qualcuno  che  sembra  dedicarsi  allo  studio  delle 
lettere  e  delle  scienze,  costui  sin  dal  primo  giorno  che  entra  a  scuola 
gia  comincia  a  pensare  ai  guadagni  in  danaro.  Costoro  non  studiosi 
li  chiamo,  ma  mercenari;  e  non  ne  fo  maggior  conto  di  quello  che 
attribuisco  a  chi  solca  il  mare  o  la  terra,  se  non  in  questo :  che  gli 
uni  usano  a  fine  di  lucro  le  mani  e  il  corpo,  gli  altri  la  lingua  e 
Pintelligenza ;  e  questi  tanto  piu  spregevoli,  in  quanto  usano  la 
parte  piu  bella  delFuomo.  Ma  perche  perdo  tempo  in  querimonie 
fastidiose  e  senza  alcuna  utilita?  Perche  non  sveglio  la  memoria 
d'antichi  esempi  ricolma,  di  recenti  vuota  e  vana,  se  pur  qualcosa 
esiste  che  valga  a  redimere  la  vergogna  della  nostra  eta?  E  penso 
che  alle  ombre  dei  padri  cosi  come  alle  critiche  dei  posteri,  per- 
ch6  non  rampognino,  contrapporre  non  si  possa  usbergo  piu 
saldo  del  nome  di  Roberto  re  di  Sicilia.  Perche  egli  non  era  giunto 
al  piu  alto  grado  dopo  le  fatiche  degli  studi,  come  di  tanti  altri 
abbiamo  visto,  ma  nacque  in  una  reggia,  anzi  —  se  &  lecito  dir 
cosi  —  fu  re  prima  ancora  di  nascere,  e  re  ebbe  il  padre,  non  solo, 
ma  anche  i  nonni  paterni  e  materni,  e  i  bisnonni;  fu  allevato  in 

poco  sopra  Filuntem  per  Phliuntem).  4.  Cicerone,  Tusc,,  v,  4,  10.  5.  Ro- 
berti  Sicilie  regis:  Roberto  primo  d'Angi6,  nato  nel  1278,  morto  a  Napoli 
il  19  gennaio  1343.  Fu  re  di  Sicilia  dal  1309  alia  morte.  6.  in  regia  natus: 
era  il  terzogenito  di  Carlo  II  e  di  Maria  d'Ungheria.  I  nonni  paterni  erano 
Carlo  I  d'Angi6  e  Beatrice  figlia  di  Raimondo  Berengario  IV  di  Provenza. 


278  RERUM   MEMORANDARUM   LIBRI 

stantia  rex  puer;  et  ut  simul  cunta  complectar,  nostro  seculo 
genitus,  processu  autem  etatis  variante  fortuna  maximis  periculis 
circumventus,  aliquandiu  passus  et  carcerem,1  nee  minis  nee  in- 
sultlbus  nee  blanditiis  fortune  nee  inertia  temporum  a  studiis 
abstrahi  quivit  unquam:  seu  pacis  seu  belli  negotium  tractaret 
seu  curam  corporis  ageret,  perdius  ac  pernox,  ambulans  sedensque, 
libros  prope  se  voluit;  omnis  eius  de  rebus  altissimis  sermo  erat. 
Et  quod  de  Cesare  Augusto  diximus,2  hie  multo .  minore  et  quasi 
nulla  prorsus  subsistente  materia  diligentissime  semper  custodi- 
vit,  ut  ingenia  seculi  sui  complecteretur  benignitate  regia  et  in- 
ventiones  novas  recitantibus,  non  tantum  patientissimus  auditor, 
sed  plausor  etiam  et  humanissimus  fautor  assisteret.  Hec  vita  eius 
usque  sub  extremum  fuit.  Nil  unquam  puduit  addiscere,  senem 
philosophum  et  regem;  nil  notis  quoque  comunicare  piguit;  hoc 
intimum  in  ore  habuit:  discendo  docendoque  sapientem  fieri. 
Quanto  denique  literarum  amore  flagraverit,  vel  una  vox  eius  in- 
dicat  quam  ego  his  auribus  audivi.  Dum  enim  die  quodam  multa 
colloquens  ex  me  quesisset  cur  eum  tarn  sero  visitassem,3  et  ego  — 
id  quod  erat  —  terre  marisque  pericula  necnon  et  impedimenta 
fortune  varia  traxisse  votum  meum  dicerem,  incidit  nescio  quo- 
modo  Francorum  regis4  mentio;  interrogante  eo  unquam  ne  in 
illius  aula  fuissem,  respondi  nee  unquam  quidem  cogitasse  me  de 
hac  re;  subridente  eo  et  rationem  flagitante:  «Quia  illiterate »  in- 
quam  ccregi  inutilis  et  michi  insuper  honerosus  esse  non  placuit. 
Dulcius  michi  satis  est  cum  paupertate  mea  fedus  ictum  servare 
quam  temptare  regum  limina,  in  quibus  nee  quenquam  intelli- 
gerem  nee  intelligerer  a  quoquam. »  Tune  adiecit  audisse  se  quod 
primogemtus  regis5  literarum  studium  non  negligeret.  Cui  ego  idem 
me  audisse  respondi ;  verum  id  patri  tarn  molestum,  ut  f erant  eum 
filii  preceptores  pro  suis  hostibus  ducere.  Quod  an  verum  sit,  ne- 
que  nunc  assero,  neque  tune  asserui;  sed  ita  famam  loqui  atque 
id  michi  omnem  adeundi  cogitationem  vel  tenuem  precidisse  nar- 

i.  carcerem:  come  ostaggio  rimase  prigioniero  di  Giacomo  d'Aragona  dal 
1288  al  1295.  2.  diximus:  cfr.  Rerummem.  libri,  I,  13,  6-7.  3.  tarn  sero 
visitassem:  accettata  1'ofTerta  del  senate  di  Roma  che  lo  invitava  a  ricevere 
la  corona  di  poeta  in  Campidoglio,  il  Petrarca  nel  1341  and6  a  Napoli 
per  farsi  esaminare  da  Roberto  d'Angi6  ed  essere  da  lui  proclamato  degno 
deiralloro.  4.  Francorum  regis:  Filippo  VI  di  Valois,  re  di  Francia  dal 
1328  al  1350.  5.  primogenitus  regis:  che  fu  poi  successore  di  Filippo  VI 
col  nome  di  Giovanni  II  (1350-64). 


I   LIBRI   DELLE   COSE   MEMORABILI  279 

larghissimo  censo,  e  re  fanciullo  rovescio  ogm  ostacolo;  per  sm- 
tetizzare:  generate  nel  nostro  secolo,  col  procedere  dell'eta  circon- 
dato  da  grandissimi  pericoli,  secondo  il  vanare  della  fortuna, 
dopo  aver  sofTerto  per  qualche  tempo  anche  la  pngioma,  mai  pote 
esser  distolto  dagh  studi,  ne  per  mmacce,  ne  per  msulti,  ne  per 
lusinghe  della  fortuna,  ne  per  fiacchezza  di  tempi:  sia  che  stesse 
trattando  di  guerre  o  di  pace,  sia  che  curasse  il  corpo,  di  giorno  e  di 
notte,  in  piedi  o  seduto,  voile  vicino  a  se  dei  libri;  e  d'altro  non 
parlava  che  di  altissimi  argomentL  E  quel  che  gia  dicemmo  di 
Cesare  Augusto,  costui  sempre  con  infinita  diligenza  osservb,  an- 
corche  la  materia  fosse  molto  piu  scarsa  e  quasi  assolutamente 
mesistente:  di  abbracciare  gli  ingegni  del  suo  tempo  con  regale 
benignita,  e  chi  gli  esponeva  nuove  invenzioni,  non  soltanto  ascol- 
tare  con  grande  pazienza,  ma  elogiare  ed  assistere  con  cordialis- 
simo  favore.  Tale  fu  la  sua  vita  fino  all'estremo.  Mai  si  vergogn6 
d'imparare,  vecchio  filosofo  e  re,  mai  gli  increbbe  di  dare  informa- 
zioni  su  cio  che  sapeva;  questo  ebbe  sempre  sulle  labbra  e  nel 
cuore .  che  insegnando  e  imparando  si  diventa  sapienti.  Di  quan- 
to  amore  per  la  letteratura  ardesse,  Io,  mostra  bene  un  detto  di 
lui  che  io  udn  con  questi  miei  orecchi.  Un  giorno,  durante 
un  lungo  colloquio,  mi  domando  perche  tanto  tardi  fossi  andato 
a  rendergli  visita,  ed  allegando  io  —  come  era  vero  —  che  i  pe 
ricoli  del  viaggio  per  terra  e  per  mare  ed  i  van  impedimenti  della 
fortuna  avevano  frenato  i  miei  desiden,  non  so  come  accadde  di 
menzionare  il  re  dei  Francesi;  allora  mi  domand6  se  mai  ero 
stato  alia  sua  corte,  ed  10  nsposi  che  non  ci  avevo  mai  neppure 
pensato;  sorrise  e  mi  domand6  il  perch6;  risposi:  « Perche  non  mi 
piacque  di  nuscire  inutile  ad  un  re  privo  di  cultura  letteraria,  e 
di  riuscire  pesante  a  me  stesso.  Mi  e  alquanto  piu  gradito  ma^tenere 
il  patto  che  ho  stretto  con  la  mia  poverta  piuttosto  che  sperimen- 
tare  le  regali  soglie  dove  nulla  potrei  capire  e  dove  non  potrei  es- 
sere  capito.»  Aggiunse  allora  di  aver  sentito  dire  che  il  pnmo- 
genito  del  re  non  trascurava  gli  studi  letterari.  Gli  risposi  che 
avevo  sentito  anch'io  la  medesima  cosa;  ma  che  al  padre  questa 
cosa  nusciva  tanto  molesta  che  dicevano  tenesse  i  precettori  del 
figlio  in  conto  di  nemici  suoi.  Che  sia  vero  non  1'ho  detto  e  non  Io 
dico:  ma  raccontai  che  cosi  si  diceva  e  che  questa  diceria  m'aveva 
tolto  ogni  intenzione,  sia  pur  tenue,  di  recarmi  da  lui.  A  sentir 


280  RERUM   MEMORANDARUM   LIBRI 

ravi.  Quo  audito  ille  generosus  spiritus  infremuit  et  toto  corpore 
cohorruit;  ac  post  aliquantulum  silentii,  fixis  in  terrain  oculis  et, 
ut  frons  testabatur,  non  sine  indignatione  transact!  —  singula  enim 
ac  si  pre  oculis  haberem  teneo  —  caput  extulit  et  ait  michi :  «  Sic  est 
vita  hominum,  sic  sunt  indicia  et  studia  et  voluntates  varie.  At 
ego»  inquit,  <duro  dulciores  et  multo  cariores  michi  literas  esse 
quam  regnum;  et  si  alterutro  carendum  sit,  equanimius  me  dyade- 
mate  quam  literis  cariturum. »  O  vox  vere  philosophica  et  omnium 
studiosorum  hominum  veneratione  dignissima,  quantum  michi 
placuisti!  quantum  studiis  meis  calcar  addidisti  et  quamprofunde 
quamque  tenaciter  meis  precordiis  inhesisti!  Et  de  studio  quidem 
regis  hactenus. 

Quid  loquar  de  doctrina?  Certe  qui  vel  odio  vel  obtrectandi 
consuetudine  multa  virtutibus  detrahunt  scientie  sibi  titulum  non 
invident.  Sacrarum  scripturarum  peritissimus,  philosophic  cla- 
rissimus  alumnus,  orator  egregius,  incredibili  phisice  notitia :  poe- 
triam  nonnisi  summatim  attigit,  cuius,  ut  sepe  dicentem  audivi, 
in  senectute  penituit. 

Non  invenio  suscepti  sermonis  exitum  nisi  aliquid  et  de  me  ipse 
glorier.  Veneram  Neapolim  clarissimis  fame  vocibus  experrectus 
et  illud  unicum  nostri  seculi  miraculum  visurus;  letus  fuit  ad- 
ventu  meo,  ut  qui  de  me  grande  magis  quam  verum  aliquid  audi- 
visset.  In  longum  earn  si  singula  persequar.  Visum  est  michi  tan 
dem  lauream  poeticam,  quam  a  teneris  annis1  optaveram,  sibi 
potissirnum  debere:  neque  enim  clariorem  tarn  insueti  muneris 
auctorem  videbar  habiturus.  Quod  cum  sibi  narrassem,  regius  ille 
animus,  ut  qui  nullam  nisi  ex  altis  et  gloriosis  actibus  voluptatem 
caperet,  gaudium  suum  turn  verbis  humanissimis  turn  sideree 
frontis  serenitate  testatus  est.  Ceterum  in  ipso  examine,3  ubi  par- 
vitati  mee  altissimum  illud  ingenium  condescendit,  cum  quedam 
de  arte  poetica  ac  de  proposito  et  differentiis  poetarum  deque 
ipsius  lauree  proprietatibus  dixissem  aures  eius  animumque  tan- 
gentia,  multis  audientibus  hoc  michi  tribuere  dignatus  est,  ut 
asseret  non  parvam  temporis  sui  partem  poeticis  studiis  impensu- 
rum  se  fuisse,  si  que  ex  me  audierat  ab  ineunte  etate  cognovisset. 

i.  a  teneris  annis:  vedi  in  proposito  E.  H.  WILKINS,  art.  The  Coronation 
nel  volume  The  Making  of  the  Canzoniere  and  other  Petrarchan  Studies, 
Roma,  Edizioni  di  Storia  e  Letteratura,  1951.  2.  examine:  cfr.  Posteri- 
tati,  in  questo  volume,  pp.  14-5.  L'esame  si  protrasse  per  tre  giorni. 


I   LIBRI   DELLE    COSE   MEMORABILI  281 

ci6  quelPanimo  generoso  sobbalz6  ed  ebbe  un  fremito  in  tutto  il 
corpo;  stette  un  poco  in  silenzio,  fissando  a  terra  gli  occhi  e, 
come  mostrava  il  volto  non  senza  indignazione  —  sono  particolari 
che  rivedo  come  se  ancora  li  avessi  innanzi  agli  occhi  — ,  alzo  la 
testa  e  mi  disse :  «  Questa  e  la  vita  umana,  e  le  inclinazioni,  le  aspi- 
razioni,  le  tendenze  sono  varie.  Ma  io  giuro  che  piu  care  e  piu 
dolci  del  regno  stesso  mi  sono  le  lettere;  e  se  Puno  o  Paltro  m'a- 
vesse  a  mancare,  piu  volentieri  perderei  la  corona  che  le  lettere. » 
Frase  dawero  da  filosofo,  frase  piu  che  degna  d'esser  venerata 
da  tutti  gli  studiosi!  Quanto  mi  piacque,  quale  lena  diede  ai  miei 
studi,  con  quale  tenacia  e  a  quale  profondita  rimase  nel  fondo  del 
mio  cuore! 

E  questo  basti  sugli  studi  del  re.  Ma  che  dire  della  dottrina? 
Anche  coloro  che  per  odio  o  per  abitudine  a  denigrare  tanto  detrag- 
gono  alle  virtu,  non  gli  negano  il  titolo  di  scienziato.  Espertissimo 
di  sacra  scrittura,  illustre  cultore  di  filosofia,  parlatore  eccellente, 
incredibile  conoscitore  della  fisica:  di  poesia  non  si  occupo  che 
sommariamente,  e  —  come  piu  volte  Pho  sentito  dire  —  in  vec- 
chiaia  se  ne  dolse.  Non  posso  trovare  il  modo  di  concludere  il  di- 
scorso  che  ho  incominciato  se  non  esaltando  un  poco  anche  me 
stesso.  Ero  andato  a  Napoli  attratto  dall'eco  di  una  fama  delle  piu 
alte,  e  ci  andai  per  vedere  quel  portento,  unico  nei  nostri  tempi; 
si  compiacque  della  mia  venuta  lui  che  di  me  aveva  sentito  dire 
cose  piu  grandi  del  vero.  Se  volessi  indugiare  su  tutti  i  particolari 
s'andrebbe  per  le  lunghe.  Mi  parve  bello  dovere  a  lui  finalmente 
quelPalloro  poetico  che  sin  dalPinfanzia  avevo  desiderato;  n6  mi 
sembrava  di  poter  ricevere  da  mani  piu  illustri  un  si  gran  dono. 
Glielo  dissi;  e  quello  spirito  regale,  che  non  poteva  prendere 
piacere  se  non  da  gesta  nobili  e  gloriose,  manifesto  il  suo  compiaci- 
mento  con  elette  parole  e  con  la  espressione  del  suo  volto  celeste. 
E  poi,  durante  Pesame  stesso,  quando  pieg6  Paltissimo  suo  intel- 
letto  fino  al  livello  della  mia  pochezza,  e  gli  ebbi  fatto  ascoltare 
alcuni  concetti  sulla  poesia  e  sul  fine  differente  che  si  propone 
ciascun  poeta,  e  sulle  caratteristiche  della  stessa  laurea  poetica, 
tali  che  gli  toccarono  il  cuore,  si  degn6  di  tributarmi  pubblica- 
mente  questo  elogio:  asserl  che  avrebbe  dedicate  non  piccola 
parte  del  suo  tempo  alia  poesia  se  avesse  conosciuto  sin  dalla  pri- 
ma  giovinezza  ci6  che  da  me  aveva  sentito.  Soltanto  ora  comincio 


282  RERUM   MEMORANDARUM   LIBRI 

Ego  autem  nunc  primum  videre  incipio  contigisse  michi  quod  sem 
per  cogitavi,  Tit  sensim  longius  ferar  quotiens  predulcis  comme- 
moratio  incident  illius  anime,  que  ut  celum  quoque  decoraret  sibi 
quidem  etate  optima,1  michi  autem  regnisque  suis  immature  nimis 
hinc  abiit.  Multos  forte  preterea  me  plaudente  rerum  scriptores 
alii  memoratu  dignos  scriptis  suis  inserent;  ego  quidem  etsi  in- 
comitatum  non  debere  regem  esse  sciam,  tamen  —  quod  dolens 
indignansque  profiteer  —  etate  hac  ydoneum  sibi  comitem  non 
inveni. 


i.  etate  optima',  aveva  sessantacinque  anni. 


I   LIBRI   DELLE    COSE   MEMORABILI  283 

ad  accorgermi  che  m'e  capitate  quel  che  sempre  ho  saputo:  che 
quasi  inawertitamente  mi  dilungo  a  parlare  ogni  volta  che  mi  so- 
praggiunge  il  dolce  ricordo  di  quell'anima  che  se  n'ando  dalla  terra 
in  eta  appropriatissima  per  lui,  ma  troppo  immatura  per  me  e  per 
il  suo  regno.  Altri  storici  forse  inseriranno  nei  loro  scritti  molte 
altre  persone  considerandole  degne  d'esser  citate;  e  sara  con  mia 
piena  approvazione ;  ma  io  sebbene  sappia  che  un  re  non  deve 
stare  senza  seguito,  tuttavia  in  questa  eta  non  ho  trovato  -  e 
lo  dico  con  rammarico  e  con  indignazione  —  chi  fosse  adatto  ad 
essergli  compagno. 


DE  VITA  SOLITARIA 

* 

LA  VITA  SOLITARIA 


AD  PHILIPPUM   CAVALLICENSEM  EPYSCOPUM 

Paucos  homines  novi  quibus  opusculorum  meomm  tanta  dignatio 
tantusque  sit  amor,  quantus  tibi1  fidentissime  non  ccvidetur  esse» 
sed  «est»  dixerim.  Nam  neque  de  sincere  et  niveo  candore  tui 
pectoris  fictum  fucatum  ve  aliquid  suspicor,  neque  fictionem,  siqua 
esset,  tam  diu  tegi  potuisse  arbitror.  Ut  enim  immortalis  est  ve- 
ritas,  sic  fictio  et  mendacium  non  durant.  Simulata  illico  patescunt, 
et  magno  studio  compta  cesaries  vento  turbatur  exiguo,  et  operose 
licet  impressus  fucus  levi  sudore  diluitur,  et  argutum  quoque 
mendacium  vero  cedit  coramque  pressius  intuente  diaphanum 
est,  opertum  omne  retegitur,  abeunt  umbre,  nativusque  rebus 
color  manet,  et  latere  diutius  magnus  est  labor.  Nemo  sub  aquis 
diu  vivit;  erumpat  oportet  et  frontem  quam  celabat  aperiat.  His 
argumentis  inducor  ut  credam  quod  valde  cupio  (sumus  autem 
faciles  ad  credendum  quod  delectat):  posse  tibi  res  meas,  pater 
optime,  placere,  que  ut  paucis  placeant  laboro,  quando,  ut  vides, 
sepe  res  novas  tracto  durasque  et  rigidas,  peregrinasque  senten- 
tias  et  ab  omnia  moderantis  vulgi  sensibus  atque  auribus  abhor- 
rentes.  Si  indoctis  ergo  non  placeo,  nichil  est  quod  querar:  habeo 
quod  optavi,  bonam  de  ingenio  meo  spem.  Sin  vero  doctis  quo 
que  non  probor,  est  fateor  quod  doleam,  non  quod  mirer.  Nam  quis 
ego,  aut  quid  est  unde  michi  in  tanta  presertim  varietate  iudicio- 
rum  interblandiar,  aut  arrogem  quod  nee  Marco  Tullio  preclara 
ilia  celestique  facundia  contigisse  scio  ?  Cuius  liber2  De  optima  gene- 
re  dicendi—  Deus  bone,  quale  quamque  ex  alto  sumptum  opus!  — 
quod  idem  in  epystolis  indignanter  attigit,  Marco  Bruto,  ad  quern 
et  cuius  precibus  scriptus  erat,  erudito  viro  licet  et  amico  scri- 

i.  tibi:  Filippo  di  Cabassole,  a  cui  il  De  vita  solitaria  &  dedicate:  nel  1346, 
quando  il  Petrarca  a  Valchiusa  scrisse  il  primo  abbozzo  del  libro,  il  Ca 
bassole  era  vescovo  di  Cavaillon,  piccola  diocesi  non  lontana  da  Avignone, 
nella  quale  era  nato  (circa  il  1305);  ebbe  poi  il  titolo.  di  patriarca  di  Ge- 
rusalemme  (1361),  fu  create  cardinale  nel  1368  da  Urbano  V,  nel  1370 
cardinal  vescovo  di  Sabina;  mori  nel  1372  a  Perugia;  nel  1369  aveva  com- 
pilato  un  inventario  della  biblioteca  pap  ale  di  Avignone.  Come  feudatario 
e  come  vescovo  di  Cavaillon  egli  aveva  giurisdizione  temporale  e  spiri- 
tuale  su  Valchiusa ;  il  Petrarca,  recatosi  a  ossequiarlo  -  probabilmente  al 
suo  primo  arrivo  a  Valchiusa  (1337)  -,  si  Ieg6  con  lui  di  stretta  amicizia. 
Gli  accenni  alia  persona  del  Cabassole  che  s'incontrano  nel  libro  si  rife- 
riscono  i  piu,  ma  non  tutti,  al  1346:  il  Petrarca  infatti  trattenne  il  libro 
presso  di  se"  e  vi  port6  modificazioni  e  aggiunte  fino  al  1366  -  quan 
do  finalmente  si  decise  a  mandarne  copia  al  Cabassole  -  e  anche  oltre. 


A  FILIPPO  VESCOVO  DI  CAVAILLON 

Poche  persone  conosco,  che  abbiano  tanta  considerazione  e  tanta 
benevolenza  per  le  mie  opere  quanta  sembri  averne  tu;  anzi, 
direi  con  la  massima  sicurezza,  quanta  ne  hai.  N6  infatti  sospetto 
alcun  che  di  falso  o  di  artificioso  nel  genuine  e  niveo  candore 
delPanimo  tuo,  ne,  se  qualche  finzione  ci  fosse,  penso  che  avrebbe 
potuto  rimanere  cosi  a  lungo  nascosta:  ch£  come  immortale  e 
la  verita,  cosi  finzione  e  menzogna  non  durano.  Le  simulazioni  si 
scoprono  immediatamente :  una  capigliatura  acconciata  con  molta 
arte  si  scompiglia  a  un  leggero  soffio  di  vento,  e  un  belletto,  sia 
pure  con  molta  industria  applicato,  sbava  per  un  po'  di  sudore; 
una  menzogna  anche  sottile  cede  alia  verita,  e  agli  occhi  di  chi 
guarda  con  una  certa  attenzione  si  rivela  trasparente;  tutto  quanto 
&  nascosto  si  scopre,  le  ombre  si  dileguano,  alle  cose  non  resta  che 
il  colorito  naturale,  e  celarsi  piu  a  lungo  &  gran  fatica.  Nessu- 
no  vive  per  molto  tempo  sott'acqua:  bisogna  che  ne  esca  fuori  e  si 
riveli  nell'aspetto  che  teneva  nascosto.  Da  questi  argomenti  sono 
indotto  a  credere  una  cosa  che  molto  desidero  (e  invero  siamo 
inclini  a  credere  ci6  che  ci  fa  piacere) :  che  a  te,  padre  caro,  pos- 
sano  tornar  graditi  i  miei  scritti.  Mi  adopero  a  che  piacciano  a 
pochi:  e  infatti,  come  tu  vedi,  mi  occupo  spesso  di  argomenti 
nuovi,  difficili  e  seri,  di  concetti  non  comuni,  lontani  dalla  mentalita 
e  dal  giudizio  del  volgo  ch'e  arbitro  d'ogni  cosa.  Se  dunque  non 
piaccio  agli  ignoranti,  non  c'e  ragione  che  mi  lamenti;  ho  quanto 
desideravo :  buone  speranze  sul  mio  ingegno.  Se  poi  non  piaccio 
nemmeno  alle  persone  dotte  ho  di  che  dolermi,  lo  confesso,  non 
di  che  meravigliarmi.  E  infatti,  chi  sono  io,  o  che  ragione  ho  di 
lusingare  me  stesso,  specialmente  fra  tanta  varieta  di  giudizi,  o  di 
arrogarmi  cosa  che  —  lo  so  bene  —  non  e  toccata  nemmeno  a 
Marco  Tullio  nonostante  quella  sua  famosissima  e  divina  eloquen- 
za  ?  II  suo  libro  De  Optimo  genere  dicendi  —  che  opera,  buon  Dio, 
e  da  che  alti  principi  intrapresa!  — non  piacque  a  Marco  Bruto 
(a  questo  fatto  egli  stesso  accenna  sdegnato  nelle  epistole),  seb- 
bene  uomo  erudito  e  amico  dello  scrittore  —  eppure  per  le  sue 
preghiere  era  stato  scritto,  a  lui  era  stato  dedicate.  A  non  par- 

2.  liber:  e  1' Orator  ad  Mar  cum  Brutum,  che  Cicerone  stesso  chiama  De 
Optimo  genere  dicendi  nella  lettera  (Ad  Att.t  xiv,  20,  3)  in  cui  si  lagna  ap- 
punto  delle  critiche  di  Bruto. 


288  DE   VITA   SOLITARIA 

bentis,  non  probatur;  ut  graviora  preteream,  que  ab  illustribus 
quidem  longe  tamen  imparibus  oratoribus  tantus  ille  vir  patitur, 
Asinio  utroque  et  Calvo,1  qui  eloquentie  principi  libertate  nimia 
insultant  et  que  ceteri  mortalium  mirantur  veneranturque  con- 
demnant.  Quis  recuset  igitur  stili  crimen,  sibi  comune  cum 
Tullio  ?  Quanquam  michi  quidem  apud  te  nullus  talis  est  metus : 
ut  sane  prober  ego  seu  placeam  tibi,  non  meriti  mei  est,  sed  vel 
ingeniorum  similitudo  forte  aliqua,  vel,  quod  potius  credo  et 
propius  vero  est,  facit  hoc  singularis  quidam  et  eximius  amor 
tuus,  non  parvus  hostis  recti  iudicii.  Quis  enim  valde  amans  rite 
iudicat?  Si  cernere  rectum  et  discernere  posset  amor,  cecum  cur 
finxisset  antiquitas  ?  At  non  ut  cecus  sic  et  mutus,  sed,  persuaso- 
rum  optimus,  ostendit  aliis  quod  non  videt,  sepe  etiam  quod  non 
est.  Magna  patris  indulgentia2  nil  sibi  non  permittit,  parcit  filii 
defectibus,  sepe  etiam  delectatur.  Utcunque  est,  siquidem  in  hoc 
erras  gaudeo;  neque  hunc  errorem  excidere  tibi  unquam  posse 
velim,  gloriosum  michi,  tibi  delectabile,  damnosum  nulli.  Sin  for- 
tasse  non  erras,  quod  opto  quidem  potius  quam  spero,  quidni 
magis  magisque  gaudeam  ac  gratuler,  et  ipse  michi  tali  sim  carior 
probatiorque  iudicio?  In  dubiis  nonne  iniquus  otii3  mei  distri 
butor  fuerim,  nisi  rationem  habeam  illius  quem  primum  stili 
atque  ingenii  miratorem  habeo?  Profecto  autem  magnus  testis 
Cato  ille  senior:4  non  minus  otii  quam  negotii  rationem  claris  ac 
magnis  ingeniis  habendam  esse,  in  primordio  suarum  scripsit 
Originum.  Quod  dictum  cum  multis  placuisse  videam  doctis  viris, 
tamen  precipue  Cicero  noster  amplectitur,  magnificumque  sibi 
semper  ac  preclarum  visum  esse  in  ea  qua  Plantium  defendit  ora- 
tione  testatur.  Id  michi  quoque  si  vel  pro  ingenii  mediocritate,  vel 
pro  non  mediocri  glorie  cupiditate  —  si  tamen  hanc  nondum 
freno  animi  ac  ratione  perdomui  —  providendum  est,  quid  pri- 

i.  Asinio  utroque  et  Calvo:  Asinio  Pollione  (76  a.  C.  -5  d.  C.),  il  figlio  di 
lui  Asinio  Gallo  e  Gaio  Licinio  Calvo  (82-47  a-  C-)>  tutti  come  Bruto 
oratori  della  scuola  attica,  quindi  di  un  indirizzo  diverso  da  quello  di 
Cicerone  (cfr.  Quintiliano,  Inst.  orat.,  xii,  i,  22).  2.  patris  indulgentia: 
probabilmente  il  Petrarca  ebbe  qui  presente  Orazio,  Sat.,  i,  3,  43  sgg. 
3.  otii:  nel  significato  che  ha  spesso  «otium»  in  latino  di  attivita  dedicata, 
disinteressatamente,  a  studi  liberali:  poiche"  non  esiste  in  italiano  un  ter- 
mine  corrispondente,  si  traduce  nel  testo  italiano  con  ozio,  considerando 
la  parola  come  un  latinismo  (cfr.  piu  oltre,  in  questo  volume,  il  De  otio 
religioso).  4.  Cato  ille  senior:  Catone  il  censore  (Cicerone,  Pro  Plancio, 
27,  66:  «M.  Catonis  illud,  quod  in  principio  scripsit  Originum  suarum, 


LA   VITA    SOLITARIA  289 

lare  di  torti  piu  gravi,  che  quel  tanto  uomo  dove  subire  da  parte  di 
oratori  illustri  si,  ma  tuttavia  di  gran  lunga  inferior!,  i  due  Asi- 
nii,  dico,  e  Calvo,  che  con  troppa  liberta  attaccarono  il  principe 
dell'eloquenza  e  biasimarono  ci6  che  gli  altri  ammiravano  e  ap- 
prezzavano.  Chi  dunque  respingerebbe  un'accusa  rnossa  al  pro- 
prio  stile,  se  tale  accusa  egli  avesse  in  comune  con  Tullio?  Per 
quanto  io  non  abbia  milla  da  temere,  sotto  questo  aspetto,  da 
parte  tua :  se  io  sono  lodato  da  te  o  ti  piaccio,  questo  awiene  non 
per  merito  mio,  ma  per  una  qualche  affinita  di  temperamenti ; 
oppure  —  sono  piu  propenso  a  crederlo  ed  e  piu  verosimile  — 
n'e  causa  un  tuo  straordinario  e  particolare  affetto,  nemico  non 
trascurabile  di  un  retto  giudizio.  Chi  e  infatti  che,  fortemente 
amando,  giudica  come  si  conviene  ?  Se  Pamore  potesse  vedere  e  ben 
discernere  ci6  che  e  giusto,  perche  mai  Fantichita  Tavrebbe  rap- 
presentato  cieco?  Ma,  se  e  cieco,  non  e  anche  muto:  anzi,  abilis- 
simo  nel  persuadere,  mostra  agli  altri  cio  che  non  vede,  spesso 
anche  ci6  che  non  esiste.  La  grande  indulgenza  dei  padri  si  per- 
mette  ogni  cosa:  passa  sopra  ai  difetti  dei  figli,  anzi  spesso  se  ne 
compiace.  Comunque  sia,  se  mai  tu  sbagli  in  questo,  ne  godo: 
vorrei  che  non  potessi  mai  liberarti  da  questo  errore,  motive  di 
vanto  per  me,  piacevole  per  te,  a  nessuno  dannoso.  Ma  se  per 
awentura  tu  non  sbagli  —  io  certo  Io  desidero,  piuttosto  che  spe- 
rarlo  — ,  perche  mai  non  dovrei  io  piu  e  piu  goderne  e  rallegrar- 
mene,  ed  essere  per  tal  giudizio  piu  caro  e  piu  degno  di  stima  a  me 
stesso  ?  Nel  dubbio,  non  sarei  forse  un  cattivo  amministratore  del 
mio  ozio,  se  non  tenessi  conto  di  colui  che  considero  come  il 
primo  ammiratore  del  mio  stile  e  del  mio  ingegno?  II  famoso 
Catone  il  Vecchio,  grande  autorita  veramente,  scrisse  all'inizio 
delle  sue  Origini  che  gli  uomini  grandi  e  illustri  devono  tener  conto 
del  proprio  ozio  non  meno  che  della  propria  attivita.  Questa  sen- 
tenza,  che  pure  vedo  esser  piaciuta  a  molti  uomini  dotti,  il  nostro 
Cicerone  segue  in  modo  particolare,  e  nell'orazione  in  difesa  di 
Plancio  afferma  di  averla  sempre  ritenuta  bellissima,  dawero  ec- 
cellente.  Se  anch'io  debbo  prowedere  a  questo,  secondo  la  medio- 
crita  del  mio  ingegno,  o  il  non  mediocre  desiderio  di  gloria  — 
se  ancora  non  ho  domato  tale  desiderio  col  freno  dell'animo  e  con 
la  ragione  — ,  che  cos'altro  dovrei  sforzarmi  di  ottenere,  se  non 

semper  magnificum  et  preclarum  putavi:  clarorum  virorum  atque  ma- 
gnorum  non  minus  otii  quam  negotii  rationem  extare  oportere. ») 

19 


DE   VITA   SOLITARIA 

mum  prestare  nitar,  nisi  ut  sicut  ego  a  negotiis,  sic  ab  otio  meo 
procul  absit  inertia?  et  siquid  forte  mansurum  scripsero,  his  po- 
•tissimum  inscribam,  quorum  glorie  quadam  velut  partecipatione 
clarescere  tenebrisque  resistere  valeam,  quas  michi  temporum 
fusca  profunditas  et  nominum  consumptrix  illustrium  obliviosa 
posteritas  intentant?  Quod  versanti  animo,  sepe  equidem  tuum 
nomen  occurrit,  et  usque  adeo  fulgidum  in  se  atque  ita  de  me 
meritum,  ut,  seu  preclara  seu  michi  cara1  complectar,  preteriri  sine 
gravi  quadam  non  possit  iniuria.  Accedit  quod  ex  more  institu- 
toque  meo  veteri,  nunc  in  rure  tuo2  positus,  ut  frugum  ceteri 
sic  ego  tibi  decimas  otii  debere  videor  primitiasque  vigiliarum. 
Itaque  quotannis  plus  minus  ve  pro  ingenii  ubertate  vel  sterilitate 
annua  persolvere  aliquid  est  animus,  quod  velut  unus  e  colonis 
tuis  his  saltern  fructibus,  quos  agellus  meus  fert,  agnoscere  in- 
telligar  bonam  fidem;  etsi  probe  norim  nil  silentio  tutius  his  qui- 
bus  obtrectantium  linguas  evadere  cura  est.  Quod  ipse  mecum 
reputans,  sepe  animum,  fateor,  sepe  calamum  freno,  sepe  multa 
pavens  moneo:  neu  me  prodant3  obsecro,  neve  ultro  non  stili 
tantum  sed,  quod  pergrave  est,  morum  quoque  nostrorum  cyro- 
graphum  contra  nos  promant,  forte  etiam  ad  absentes  ac  posteros 
perventurum.  Qualis  enim  sermo  fuerit,  talis  vita  censebitur  quan- 
do,  rerum  sublatis  iudiciis,  sola  verborum  supererunt  argumenta. 
Quid  multa?  persuasissem  forsitan  ut  et  sibi  et  michi  et  fame 
nostre  parcerent,  nisi  quia,  ut  aiunt,  iam  neque  res  integra  neque 
silentio  liberum  est  latere.  Iam  noscimur,  legimur,  iudicamur, 
iamque  hominum  voces  evadendi  celandique  ingenium  nulla  spes, 
et  seu  prodeuntibus  in  publicum  seu  domi  sedentibus  apparen- 
dum  est. 

Quid  vero  nunc  prius  ex  me  speres,  quam  quod  et  in  ore  et 
in  corde  semper  habui,  et  ipse  qui  modo  sub  oculis  est  locus  hor- 
tatur?  solitarie  scilicet  otioseque  vite  preconium,  quam  cum  sepe 
olim  solus,  turn  precipue  nuper  mecum  brevi  quidem  nee  nisi 


i.  seu  preclara  seu  michi  cara:  un  similiter  cadens  che  si  e  cercato  di  rendere 
nella  traduzione  con  Tassonanza  onore-amore.  z.  in  rure  tuo :  il  ritiro  di 
Petrarca  a  Valchiusa  era  nella  diocesi  di  Cavaillon.  3.  prodant:  soggetti 
del  verbo  sono  V animus  e  il  calamus  a  cui  il  Petrarca  si  rivolge  qui  come 
a  persone. 


LA   VITA    SOLITARIA  2QI 

questo :  tener  lontana  1'inerzia  dal  mio  ozio  come  io  mi  tengo  lon- 
tano  dagli  affari;  e,  se  mi  sia  dato  scrivere  qualche  cosa  destinata 
a  non  morire,  dedicarla  a  persone  tali  che,  partecipando  in  qual 
che  modo  alia  loro  gloria,  possa  acquistarmi  fama  e  resistere  alle 
tenebre  di  cui  mi  minacciano  Poscura  profondita  dei  tempi  e 
1'obliosa  posterita,  distruggitrice  dei  norm  illustri?  Mentre  vado 
facendo  tali  considerazioni,  assai  spesso  alia  mia  mente  si  affaccia 
il  nome  tuo ;  ed  e  tanto  glorioso  di  per  se  stesso,  e  tanto  benemerito 
nei  miei  riguardi,  che  non  potrei  passarlo  sotto  silenzio  senza  of- 
fesa  veramente  grave,  sia  che  badi  alPonore,  sia  alPamore  che  ho 
per  te.  Inoltre,  com'e  mia  vecchia  abitudine,  trovandomi  ora  nelle 
tue  terre  mi  sembra  di  doverti  dare,  come  gli  altri  delle  messi, 
cosl  io  del  mio  ozio  le  decime  e  delle  mie  veglie  le  primizie.  Ogni 
anno  dunque  piu  o  meno,  secondo  Pannuale  fertilita  o  sterilita 
del  mio  ingegno,  ho  iri  animo  di  pagarti  un  qualche  tributo,  af- 
finche  almeno  da  questi  frutti,  che  il  mio  campicello  produce,  si 
veda  che  io  riconosco,  come  uno  dei  tuoi  coloni,  i  miei  doveri  di 
fedelta:  pur  non  ignorando  che  nulla  e  piu  sicuro  del  silenzio  per 
chi  si  preoccupa  di  sfuggire  alle  lingue  dei  detrattori.  Al  che  pen- 
sando,  spesso  —  devo  dirlo  —  trattengo  1'animo,  spesso  trattengo  la 
penna,  spesso,  pieno  di  timore,  li  ammonisco  in  vari  modi :  li  scon- 
giuro  di  non  tradirmi  e  di  non  render  pubblico  di  loro  iniziativa,  ai 
miei  danni,  un  documento  scritto  non  solo  del  mio  stile  ma  —  quel 
ch'e  piu  grave  —  anche  della  mia  condotta:  che"  un  tal  documento 
potrebbe  forse  arrivare  anche  a  persone  lontane  e  ai  posteri. 
La  vita  sara  infatti  valutata  in  base  ai  disco rsi  quando,  tolta  la  pos- 
sibilita  di  giudicare  dalle  azioni,  rimarra  soltanto  la  testimonianza 
delle  parole.  Che  piu?  Li  avrei  forse  persuasi  ad  aver  riguardo 
per  se  stessi,  per  me  e  per  la  mia  riputazione,  se  non  fosse  che, 
come  suol  dirsi,  la  causa  e  gia  comprornessa,  e  non  e  piu  in  mio 
potere  vivere  appartato  nel  silenzio.  Sono  ormai  conosciuto,  letto, 
giudicato,  non  ho  ormai  speranza  alcuna  di  sfuggire  ai  discorsi  degli 
uomini  e  di  nascondere  il  mio  ingegno,  e,  sia  uscendo  in  pubblico 
sia  rimanendo  in  casa,  mi  tocca  mettermi  in  mostra. 

Che  cosa  dunque  potresti  ora  sperare  da  me  piu  di  quello  che  ho 
sempre  avuto  sulla  bocca  e  nel  cuore,  a  cui  il  luogo  stesso,  che  mi 
e  ora  dinanzi  agli  occhi,  mi  spinge  ?  Un  elogio  della  vita  solitaria 
e  tranquilla,  voglio  dire,  vita  che,  come  spesso  un  tempo  da  solo, 
cosl  or  non  e  molto  tu  hai  provato  insieme  con  me  per  un  breve 


2Q2  DE   VITA    SOLITARIA 

dierum  quindecim  spatio  degustasti.  Mecum,  inquam;  quamvis 
enim  ego  assidue  tecum  essem,  tu  tamen  hue  nonnisi  mei  causa  te 
venisse  neque  nisi  propter  me  manere  sepe  tarn  rebus  ipsis  quam 
sermone  professus,  ostendisti,  qui  mecum  tuus  est  mos,  quanta 
sit  in  exequandis  imparibus  vis  amoris.  Quamobrem  persuadere 
tibi  perfacile  fuerit,  quod  tacito  me  noscis  expertus.  Idem  si  pro- 
bari  vulgo  velim,  frustra  nitar,  nee  vulgo  tantum  inscio  sed  multis 
quoque  qui  sibi  literatissimi  videntur,  fortasse  etiam  nee  falluntur. 
Sed  copia  literarum  non  semper  modestum  pectus  inhabitat,  et 
sepe  inter  linguam  et  animum,  inter  doctrinam  et  vitam  concer- 
tatio  magna  est.  De  his  autem  loquor  qui,  literis  impediti  et  one- 
rati  potius  quam  ornati,  rem  pulcerrimam,  scire,  turpissimis 
moribus  miscuerunt,  tanta  animi  vanitate  ut  scolas  nunquam 
vidisse  multo  melius  fuerit;  qui  hoc  unum  ibi  didicerunt,  super- 
bire  et  literarum  fiducia  vaniores  esse  cuntis  hominibus;  qui,  quie- 
turum  libenter  Aristotilem  ventilantes1  per  compita,  cuneatim 
vulgo  mirante  pretereunt;  quique  vicis  atque  porticibus  effusi  nu- 
merant  turres  equosque  et  quadrigas;  qui  plateas  et  menia  me- 
tiuntur,  femineoque  inhiantes  ornatui,  quo  nichil  est  fugacius 
nichil  inanius,  obstupescunt.  Neque  solum  in  vivis,  sed  et  in  mar- 
moreis  herent  imaginibus  et  ceu  collocuturi  subsistunt  attoniti  oc- 
cursibus  statuarum,  queque  novissima  pars  insanie  est,  turbis  et 
strepitu  delectantur.  Hi  sunt  qui  quasi  tritam  venalemque  supel- 
lectilem  tota  urbe  circumferunt  stultitiam  literatam;  hi  sunt  soli- 
tudinis  inimici  sed  et  proprie  domus  hostes,  quos  primo  mane 
digressos  ad  invisum  limen  vespera  vix  tandem  revehit;  hi  sunt 
quibus  in  proverbium  venit:  bella  res  est  gentes  videre,  cum  ho 
minibus  conversari.  Melius  equidem  videre  rupes  ac  nemora,  ver- 
sari  cum  ursis  ac  tigribus.  Neque  enim  vile  tantummodo  fedum- 
que,  sed  —  quod  invitus  dico,  quodque  utinam  non  tarn  late  notum 
experientia  fecisset  assidueque  faceret!  —  perniciosum  quoque  et 
varium  et  infidum  et  anceps  et  ferox  et  cruentum  animal  est  homo, 


i.  Aristotilem  ventilantes:  cenno  polemico  contro  I'aristotelismo  averroista 
(cfr.  piu  oltre,  in  questo  volume,  il  De  ignorantia). 


LA   VITA   SOLITARIA  293 

spazio  di  tempo:  non  piu  di  quindici  giorni.  Insieme  con  me, 
dico:  che  sebbene  io  fossi  contimiamente  con  te,  tu,  dando  prova 
piu  d'una  volta  sia  a  parole  sia  a  fatti,  di  non  esser  venuto  qui  se 
non  per  me,  e  di  non  rimanervi  se  non  per  me,  hai  dimostrato  con 
il  tuo  comportamento  nei  miei  riguardi  quanto  sia  grande  la  forza 
delFaffetto  nell'uguagliare  persone  di  condizione  diversa.  Sara  dun- 
que  assai  facile  persuaderti  di  quello  che,  anche  se  io  non  parlassi, 
tu  conosci  per  esperienza.  Se  della  stessa  cosa  volessi  convincere 
il  volgo,  sarebbe  vana  fatica:  non  dico  solo  il  volgo  ignorante, 
ma  anche  molti,  che  si  credono  dottissimi  e  forse  anche  non 
s'ingannano.  Ma  non  sempre  una  grande  dottrina  alberga  in  un 
animo  modesto,  e  spesso  tra  la  parola  e  il  sentimento,  tra  la  teoria  e 
la  pratica  c'e  gran  discordia.  Mi  riferisco  a  coloro  che,  dalla  dot 
trina  impacciati  e  oppressi  piuttosto  che  ornati,  uniscono  una  cosa 
bellissima,  il  sapere,  a  una  condotta  vergognosa,  con  tanta  legge- 
rezza  che  sarebbe  stato  assai  meglio  se  non  avessero  mai  visto 
una  scuola;  che  nella  scuola  hanno  imparato  soltanto  questo,  a 
insuperbire,  e,  fidando  nella  dottrina,  ad  essere  piu  vani  di  tutti 
gli  uomini;  che,  sventagliando  per  i  crocicchi  un  Aristotile  che  se 
ne  starebbe  volentieri  tranquillo,  avanzano  compatti  tra  Fammira- 
zione  del  volgo;  che,  riversandosi  per  le  strade  e  per  i  portici, 
vanno  contando  torri  e  cavalli  e  quadrighe;  che  vanno  misurando 
piazze  e  mura,  e  restano  meravigliati,  a  bocca  spalancata,  davanti  ai 
femminili  ornamenti,  di  cui  nulla  e  piu  effimero,  nulla  piu  vano. 
Ne  rimangono  incantati  solo  davanti  ai  vivi,  ma  anche  davanti  a 
figure  di  marmo :  si  fermano  attoniti,  come  per  parlare,  ogni  volta 
che  si  trovano  davanti  a  una  statua,  e  —  forma  inaudita  di  pazzia  — 
si  dilettano  della  folia  e  del  fracasso.  Son  questi  che  portano  in 
giro  per  tutta  la  citta,  come  un  oggetto  usato  da  vendere,  la  loro 
letterata  stoltezza ;  son  questi  gli  awersari  della  solitudine,  ma  an 
che  i  nemici  della  propria  casa  che,  usciti  di  prima  mattina, 
soltanto  Fora  tarda  riconduce  finalmente  alFodioso  limitare;  son 
questi  coloro  per  cui  &  diventato  proverbiale:  &  bello  veder  gente, 
ritrovarsi  con  le  persone.  Meglio  dawero  veder  rupi  e  boschi, 
trovarsi  con  orsi  e  con  tigri.  Non  soltanto  spregevole  e  brutto, 
ma  —  Io  dico  malvolentieri,  e  magari  Fesperienza  non  Io  avesse 
reso  e  non  Io  rendesse  di  continue  si  largamente  notol  —  perico- 
loso  anche,  e  mutevole,  e  infido,  e  doppio,  e  crudele  e  sanguinario 
animale  &  Fuomo,  a  meno  che  —  raro  dono  di  Dio  —  non  impari  a 


294  DE    VITA    SOLITARIA 

nisi,  quod  rarum  Dei  munus  est,  humanitatem  induere  ferita- 
temque  deponere,  denique  nisi  de  homine  vir  esse  didicerit.  Quod 
si  hos  ipsos  interroges  cur  tarn  cupide  cum  aliis  semper  sint,  si 
verum  loqui  volent,  nil  aliud  respondebunt  nisi  quia  secum  esse 
non  possunt.  De  quo  suo  loco  plura  forte  dicturus  sim,  hoc  unum 
modo  dixerim:  alte  radicatos  errores  non  facile  verbis  extirpari, 
et  nequicquam  suaderi  aliquid  quibus  persuaderi  nunquam  pos- 
sit,  neque  enim  perdere  verba  leve  esse  silentii  avidis.  Itaque  de- 
sinant  opinionibus  veris  obstrepere;  nam  neque  me  talibus  loqui, 
neque  magnifacere  quonam  ista  supercilio  lecturi  sint,  que  utique 
non  sibi  sed  longe  aliis  ingeniis  scripta  sunt.  Et  hec  quidem  illis. 
Tibi  vero,  pater  amabilis,  ut  dixi,  persuasore  solicito  non  est  opus, 
cui  persuadere  contrarium  posset  nemo,  cuique  iampridem  con- 
vulsis  erroribus  sententie  veriores  medullis  ac  precordiis  inhese- 
runt ;  et  tamen  ut  rem  certam  loquendo  non  certiorem  tibi  sed  cla- 
riorem  faciam,  amatorem  vite  huius  Cristum  invocans,  ac  pau- 
corum  dum  id  esplicem  dierum  indutias  petens  ab  aliis  maioribus 
et  antiquioribus  curis  meis,  que  me  obsident  atque  circumsonant, 
conceptum  opus  aggrediar.  Tu  cum  tuis  par  ut  fedus  ineas  queso, 
et  maximis  interim  rebus  abstractum  michi  animum  accomodes. 
Non  semper  exquisitissima  delectant,  sed  interdum  ut  divitibus 
ciborum  sic  sapientibus  studiorum  vicissitude  gratissima  est. 
Adesto  igitur;  audies  quid  michi  de  toto  hoc  solitario  vite  genere 
cogitanti  videri  soleat:  pauca  quidem  ex  multis,  sed  in  quibus 
parvo  velut  in  speculo  totum  animi  mei  habitum,  totam  frontem 
serene  tranquilleque  mentis  aspicias. 


LA   VITA    SOLITARIA  295 

spogliarsi  della  sua  animalita  e  a  vestirsi  di  umanita,  a  diventare, 
in  una  parola,  da  creatura  umana,  <(uomo».  Se  poi  domandassi  a 
costoro  perche  stiano  sempre  tanto  volentieri  con  gli  altri,  ti 
risponderanno,  se  vogliono  dire  il  vero,  che  lo  fanno  perche 
non  possono  stare  con  se  stessi.  Di  tale  argomento  potrei  forse 
parlare  piu  a  lungo  a  suo  tempo;  ora  soltanto  questo  vorrei  dire: 
che  gli  errori  profondamente  radicati  non  si  estirpano  facilmente 
con  le  parole,  e  che  e  inutile  dar  consigli  a  chi  non  si  pub  persua- 
dere :  che  non  e  certo  cosa  di  poco  momento  sprecare  il  fiato,  per 
chi  e  avido  di  silenzio.  Smettano  dunque  di  protestare  davanti 
alia  verita:  non  a  costoro  io  mi  rivolgo,  ne  faccio  gran  conto  del 
cipiglio  con  cui  leggeranno  queste  parole,  che  certo  non  per  loro 
sono  scritte  ma  per  ingegni  assai  diversi.  E  questo  e  per  loro. 
Ma  tu,  padre  caro,  come  ho  detto,  non  hai  bisogno  di  chi  si  af- 
fanni  a  persuaderti,  che  anzi  nessuno  potrebbe  convincerti  del 
contrario;  tu  gia  da  tempo,  rimosso  ogni  errore,  piu  giuste  opi- 
nioni  hai  profondamente  radicate  nelPanimo.  E  tuttavia,  per  ren- 
derti  con  le  mie  parole  la  cosa  non  piu  sicura  —  che  sicura  lo  e 
gia  —  ma  piu  evidente,  invocando  Cristo  che  questa  vita  am.6, 
e  chiedendo,  per  condurre  a  termine  questo  lavoro,  pochi  giorni 
di  tregua  alle  piu  gravi  e  piu  antiche  occupazioni  mie  che  mi 
assediano  e  mi  frastornano,  dar6  inizio  all'opera  concepita.  Tu 
stringi,  ti  prego,  con  le  tue  occupazioni  un  patto  non  diverse,  e  ri- 
volgi  a  me  1'animo,  liberate  per  questo  lasso  di  tempo  dalle  cure  piu 
importanti.  Non  sempre  le  cose  piu  ricercate  fanno  piacere:  tal- 
volta  torna  assai  gradito  un  alternarsi,  come  di  vivande  per  i  ricchi, 
cosi  di  studi  per  i  sapienti.  Ascoltami  dunque :  sentirai  quali  siano 
le  mie  opinioni,  intorno  a  questo  vivere  solitario:  saranno  certo 
poche  fra  le  molte,  ma  in  esse  tu  vedrai,  come  in  un  piccolo  spec- 
chio,  tutto  intero  Taspetto  dell'animo  mio  e  rimmagine  tutta  del 
mio  spirito  sereno  e  tranquillo. 


296  DE   VITA    SOLITARIA   -    LIBER   PRIMUS 


LIBER  PRIMUS 

I.  Credo  ego  generosum  animum,  preter  Deum  ubi  finis  est  no- 
ster,  preter  seipsum  et  archanas  curas  suas,  aut  preter  aliquem 
multa  similitudine  sibi  coniunctum  animum,  nusquam  acquiescere ; 
etsl  enim  vohiptas  tenacissimo  visco  illita  et  blandis  ac  dulcibus 
plena  sit  laqueis,  fortes  tamen  circa  terram  alas  detinere  diutius 
non  potest.  Atqui  sive  Deum,  sive  nos  ipsos  et  honesta  studia, 
quibus  utrunque  consequimur,  sive  conformem  nobis  querimus 
animum,  a  turbis  hominum  urbiumque  turbinibus  quam  longis- 
sime  recedendum  est.  Id  sic  esse  ut  dico,  illi  ipsi  etiam  forte  non 
negent  qui  concursu  populi  mulcentur  ac  murmure,  si  mo  do  ita 
obruti  depressique  falsis  opinionibus  non  sunt,  quin  interdum 
ad  seipsos  redeant  seque  ad  excelsam  veri  semitam  vel  reptando 
convertant.  Quod  utinam  non  tarn  multis  accideret,  et  ut  agri 
multarumque  rerum  vilium  sic  saltern  excolendi  animi  mortalibus 
cura  foret.  Ut  enim  pinguis  ager  sentibus,  sic  humanus  animus 
abundat  erroribus,  quibus  nisi  diligenter  evulsi  erunt,  nisi  uterque 
iugi  studio  ac  labore  purgabitur,  utriusque  similiter  in  ipso  flore 
fructus  extinguitur.  Sed  nos  canimus  surdis.  De  his  ergo  alii  ut 
libet,  quanquam  facile  consensuros  vero  eruditorum  animos  atque 
ora  confidam.  Quod  si  omnes  negent,  tu  michi  saltern  non  ne- 
gabis  (nempe  qui  negantem  primus  argueres) ;  sic  eveniet  ut  et  tu 
in  verbis  meis  tuam  sententiam  agnoscas,  et  ego  supremam  me- 
tam  cuiuslibet  eloquentis  attigisse  videar,  auditoris  animum  mo- 
visse  quo  volui,  idque  nullo  negotio.  Tune  enim  suadenti  magnus 
est  labor,  quando  in  suam  sententiam  trahere  nititur  animum  re- 
luctantem;  contra,  quid  difficile  habet  oratio  in  illius  aures  ven- 
tura  qui,  quod  audit  secum  conferens,  non  exempli  imaginem, 
non  autoritatis  pondus,  non  rationis  aculeum,  ut  credat,  nichil 
denique  nisi  suiipsius  testimonium  querit,  et  tacitus  dicit:  «ita 
est » ? 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  297 


LIBRO   PRIMO 

I.  Io  credo  che  un  animo  nobile,  all'infuori  di  Dio  die  e  il  nostro 
fine  ultimo,  all'infuori  di  se  stesso  e  dei  suoi  segreti  pensieri,  al 
l'infuori  di  qualche  animo  a  lui  da  grande  affinita  congiunto,  non 
possa  trovar  requie  in  luogo  alcuno:  che"  il  piacere,  per  quanto 
di  visco  tenacissimo  spalmato,  per  quanto  pieno  di  lacci  carezze- 
voli  e  dolci,  non  pu6  tener  legato  per  troppo  tempo  alia  terra 
chi  abbia  ali  vigorose.  Ma  sia  che  andiamo  noi  in  cerca  di  Dio, 
sia  di  noi  stessi  e  degli  onesti  studi  che  ci  aiutano  a  raggiungere 
Tuna  cosa  e  Paltra,  sia  di  un  animo  al  nostro  affine,  dobbiamo  te- 
nerci  il  piii  possibile  lontani  dalla  turba  degli  uomini  e  dal  turbine 
della  citta.  Che  le  cose  stiano  cosl  com'io  dico,  non  lo  negherebbero 
forse  nemmeno  quelli  che  si  dilettano  deH'afHuenza  e  dello  stre- 
pito  della  gente:  a  meno  che  non  siano  talmente  oppressi  e  sof- 
focati  dalle  false  opinioni,  da  non  potere,  di  tanto  in  tanto,  ritor- 
nare  a  se  stessi  e  volgersi,  sia  pur  carponi,  verso  Peccelso  sentiero 
della  verita.  E  magari  questo  non  awenisse  a  tante  persone! 
magari  gli  uomini  si  preoccupassero  di  educare  il  proprio  spirito 
almeno  quanto  si  danno  pensiero  dei  campi  e  di  molte  cose  di  scarso 
valore!  L'animo  umano  e  pieno  di  errori  come  un  terreno  fertile 
di  rovi :  se  questi  non  verranno  con  molta  cura  estirpati,  se  non  ne 
saranno  Puno  e  Paltro  liberati  con  attenzione  e  lavoro  continui, 
il  frutto  di  entrambi  si  perdera  del  pari  mentre  e  ancora  in  fiore. 
Ma  parlo  ai  sordi.  Su  questo  argomento,  dunque,  gli  altri  la  pen- 
sino  come  vogliono :  io  ho  fiducia  che  le  persone  dotte  si  troveranno 
facilmente  d'accordo  con  me,  nel  pensiero  e  nelle  parole.  Se  tutti 
poi  dissentissero,  tu  almeno  non  dissentirai,  tu  che  saresti  certo 
il  primo  a  biasimare  chi  lo  facesse :  cosi  awerra  che  tu  vedrai  ri- 
specchiato  nelle  mie  parole  il  tuo  pensiero  e  io  avr6  la  sensazione 
di  aver  toccato  la  meta  piu  alta  di  chiunque  parla:  aver  condotto 
dove  volevo  Panimo  delPascoltatore,  e  per  giunta  senza  alcuna 
difficolta.  Dura  e  infatti  la  fatica  di  chi  vuol  persuadere,  quando 
si  sforza  di  convincere  un  animo  riluttante :  ma  quali  difficolta  pre- 
senta  un  discorso  destinato  ad  uno  che,  considerando  fra  se  e  se 
quanto  ha  udito,  vi  cerca,  per  credervi,  non  Pevidenza  dell'esem- 
pio,  non  il  peso  delPautorita,  non  Pacume  del  ragionamento,  ma 
la  sua  stessa  testimonianza,  e  tra  se  dice :  «  e  cosi » ? 


298  DE   VITA    SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

Scio  quidem  sanctos  quosdam  viros  multa  hinc  scripsisse.  No- 
minatim  vero  magnus  ille  Basilius  librum  parvum  de  solitarie  vite 
laudibus  inscripsit,  de  quo  preter  titulum  nichil  teneo,  et  quod 
ilium  in  quibusdam  vetustissimis  codicibus  sic  interdum  Petri 
Damiani  opusculis  intersertum  vidi,  ut  dubium  me  fecerit  an 
Basilii  esset  an  Petri.1  In  hoc  autem  tractatu  magna  ex  parte  solius 
experientie  ducatum  habui,  nee  alium  ducem  querens  nee  oblatum 
admissurus,  liberiore  quidem  gressu  quanquam  fortassis  incau- 
tius  sequor  animum  meum  quam  aliena  vestigia.  Plura  ergo  audies 
ab  his  qui  vel  plura  sunt  experti,  vel  ab  expertis  acceperunt.  A  me 
nunc  audies  quod  occurrit  ex  tempore.  Neque  enim  magno  studio 
incubui,  neque  id  necesse  ratus  sum  aut  defuturam  veritus  mate- 
riam,  de  re  uberrima  scribenti,  quod  ad  superficiem  saltern  eius 
attinet  sepe  michi  hactenus  agitata,  multimode  familiariterque 
notissima.  Non  excussi  Hbros  igitur  neque  magnopere  stilum 
compsi,  sciens  me  ilium  alloqui  cui  vel  impexus  placeo ;  sed  sen- 
tentiis  veris  atque  comunibus  et  sermone  domestico  contentus, 
partim  e  medio  vite  huius,  partim  ex  alterius  recenti  memoria,  que 
legis  elicui.  Quorum  te  ante  alios  testem  voco,  non  dissimulans 
inter  multa,  quibus  valde  me  volentem  cogis  ut  te  diligam,  illud 
esse  non  ultimum,  quod  amore  solitudinis  et  huic  coniuncto  li- 
bertatis  studio  vicinam  tibi  nunc  et  prope  contiguam  romanam 
quam  vocant2  curiam  fugis,  ubi  non  mediocrem  forte  hodie  sor- 
tireris  gradum,  si  quantum  solitudo  tibi  semper  angelica,  tantum 
tumultus  ille  tartareus  placuisset. 

Visus  autem  sum  michi  facillime  felicitatem  solitudinis  osten- 
surus,  si  simul  frequentie  dolores  miseriasque  monstravero,  per- 
currens  actus  hominum  quos  vel  hec  vita  pacificos  atque  tran- 
quillos,  vel  ilia  turbidos  atque  solicitos  et  anhelantes  habet.  Unum 
enim  est  his  omnibus  fundamentum:  hanc  vitam  leto  otio,  illam 

i.  Nominatim  .  .  .  Petri :  si  tratta  infatti  della  Laos  eremiticae  vitae  che  costi- 
tuisce  il  cap.  xix  dell'opuscolo  xi  di  Pier  Damiani  intitolato  Liber  qui  dicitur 
do-minus  vobiscum  (Pair,  lat.,  145,  col.  246  sgg.)  e  che  in  alcuni  codici  e 
presentata  invece  come  la  traduzione  di  un'operetta  di  san  Basilio,  col 
titolo  De  laude  solitariae  vitae.  II  Petrarca  ha  cura  di  osservare  che  il  pre- 
sente  suo  scritto  non  ha  nulla  di  comune  (nichil  teneo)  con  quello  di  san 
Basilio  alFinfuori  del  titolo,  giacche  egli  non  ha  seguito  altra  guida  che 
quella  dell'esperienza  (experientie  ducatum):  la  frase  et  quod  ilium  ... 
an  Petri,  che  si  inserisce  nel  discorso  con  qualche  difficolta,  fu  aggiunta 


LA    VITA    SOLITARIA   •    LIBRO    PRIMO  2QQ 

So  per  certo  che  alcuni  santi  uomini  hanno  scritto  molto  di  ci6 ; 
e,  per  fare  un  nome,  quel  grandfe  Basilic  scrisse  un  libretto  sulle 
lodi  della  vita  solitaria,  del  quale  non  ritengo  altro  che  il  titolo. 
Ricordo  anche  di  averlo  visto  talvolta,  in  alcuni  antichissimi  codici, 
inserito  tra  le  opere  di  Pietro  Damiano,  cosi  che  mi  e  venuto  il 
dubbio  se  sia  di  Basilio  o  di  Pietro.  Ma  in  questo  mio  trattato  ho 
seguito  in  gran  parte  i  dettami  della  sola  esperienza :  e  senza  cer- 
care  o  accettare  altra  guida,  con  phi  libero  passo  —  sebbene  forse 
con  qualche  imprudenza  —  seguo  il  mio  animo,  anziche  le  orme 
altrui.  Udrai  dunque  piu  cose  da  coloro  che  ne  hanno  sperimen- 
tate  di  piu,  o  le  hanno  apprese  da  chi  le  ha  provate.  Da  me  sentirai 
ora  quello  che  mi  viene  in  mente  cosl  alFimprowiso.  E  veramente 
non  vi  ho  dedicate  grande  fatica,  ne  1'ho  ritenuto  necessario,  ne 
ho  temuto  venisse  a  mancarmi  la  materia  nello  scrivere  su  di  un 
argomento  vastissimo,  da  me  spesso  finora  trattato  (almeno  su- 
perficialmente),  a  me  per  molti  lati  assai  no  to  e  familiare.  Percio 
non  ho  consultato  libri,  ne  ho  molto  curato  il  mio  stile,  sapendo 
di  rivolgermi  ad  uno  cui  piaccio  anche  disadorno:  ma  pago  di 
concetti  esatti  e  di  pubblico  dominio,  e  di  un  parlar  familiare, 
ho  tratto  ci6  che  tu  leggi  in  parte  dall' esperienza  di  questa  mia 
vita  solitaria,  in  parte  dal  ricordo  recente  dell' altra.  E  di  quello  che 
scrivo  chiamo  in  testimonio  te  prima  di  ogni  altro,  senza  nascon- 
derti  che  fra  le  molte  ragioni  per  cui  mi  costringi  ad  amarti  — 
mi  costringi,  ma  anch'  io  fortemente  lo  desidero  —  non  ultima  e 
questa:  che  per  Tamore  della  solitudine  e  per  Pamore,  a  questo 
congiunto,  della  liberta,  rifuggi  da  quella  che  chiamano  curia 
romana,  che  ti  e  ora  vicina,  anzi  vicinissima,  dove  oggi  potresti 
forse  avere  un  posto  di  non  scarsa  importanza,  se  quel  tumulto 
infernale  ti  fosse  piaciuto  quanto  sempre  ti  piacque  P  angelica  so 
litudine. 

Mi  sembra  che  potro  facilmente  dimostrare  la  felicita  delPesser 
solo,  se  insieme  additerb  gli  svantaggi  e  gl'inconvenienti  del  tro- 
varsi  in  molti,  passando  in  rassegna  le  azioni  degli  uomini  che 
questa  vita  (la  solitaria)  rende  amanti  della  pace  e  tranquilli,  quella 
violenti,  preoccupati,  affannosi.  Uno  e  infatti  il  fondamento  di 

forse  quando  il  Petrarca  compose  il  capitoletto  dedicate  appunto  a  Pier 
Damiani  (v.,  in  questo  volume,  p.  472,  nota  4).  a.  quam  vacant:  amara 
allusione  alPesilio  avignonese  della  curia  pontificia. 


300  DE   VITA    SOLITARIA   •    LIBER    PRIMUS 

tristi  negotio  incumbere.  Quod  siquando  forte  convulsum  casus 
aliquis  aut  nature  fortuneque  vis  ostenderit,  quamvis  id  perrarum 
et  velut  inter  portenta  numerandum  sit,  tamen,  si  accidat,  mutare 
sententiam  non  pudebit  et  iocundam  otiosamque  frequentiam 
solitudini  meste  ac  solicite  preferre  non  metuam.  Neque  enim 
solitudinis  solum  nomen,  sed  que  in  solitudine  bona  sunt  laudo. 
Nee  me  tam  vacui  recessus  et  silentium  delectant,  quam  que  in 
his  habitant  otium  et  libertas :  neque  adeo  inhumanus  sum  ut  ho 
mines  oderim,  quos  edicto  celesti  diligere  iubeor  ut  me  ipsum,  sed 
peccata  hominum,  et  in  primis  mea,  atque  in  populis  habitantes 
curas  et  solicitudines  mestas  odi.  De  quibus  omnibus,  ni  fallor, 
significantius  agetur,  si  non  quicquid  ad  hanc  aut  ad  illam  partem 
dici  posse  videbitur  seorsum  explicuero,  sed  utrunque  miscuero, 
nunc  hoc  nunc  illud  attingens,  ut  vicissim  hue  illuc  flectatur  ani 
mus  et  alterno  velut  oculorum  flexu  ad  levam  dextramque  respi- 
ciens,  facile  iudicet  quid  inter  res  diversissimas  iuxta  se  positas 
intersit.  Consulto  autem  amariora  premisi,  quo  dulciora  subnecte- 
rem  et  suavior  gustus  extremus  ubinam  desinendum  esset  ipsum 
animum  admoneret.  Sed  quid  opus  est  multis  ?  Agamus  ipsam 
rem,  et  quod  promittimus  persolvamus:  duos  homines  contrariis 
moribus,  quos  tibi  describam,  ante  tue  mentis  oculos  pone  et 
quod  in  illis  vides  in  cuntis  existima. 

II.  Surgit  occupatus1  infelix  habitator  urbium  nocte  media,  somno 
vel  suis  curis  vel  clientium  vocibus  interrupto;  sepe  etiam  lucis 
metu,  sepe  nocturnis  visis  exterritus.  Mox  infelici  scamno  corpus 
applicat,  animum  mendaciis:  in  illis  est  totus,  seu  ille  mercibus 
precium  facere,  seu  sotium,  seu  pupillum  fallere,  seu  vicini  coniu- 
gem  pudicitia  armatam  expugnare  blanditiis,  seu  litigio  iniusto 
iustitie  velum  fando  pretendere,  seu  denique  publici  privatique 
aliquid  corrumpere  meditatur.  Nunc  ira  preceps,  nunc  ardens 
desiderio,  nunc  desperatione  gelatus:  ita  pessimus  artifex  ante 


I.  occupatus:  Tindaffarato,  tutto  preso  dalle  preoccupazioni  terrene,  che 
il  Petrarca  contrappone  ora  al  solitarius  nei  vari  momenti  della  vita; 
la  parola  occupatus  e  usata  piu  volte  in  questo  senso  nelle  Lettere  a  Lucilio 
di  Seneca,  testo  che  il  Petrarca,  come  si  vedra,  ebbe  spesso  presente. 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO    PRIMO  301 

tutto  ci6 :  questa  vita  si  basa  su  di  un  ozio  sereno,  quella  su  di  una 
triste  attivita.  Supponi  che  una  volta  un  qualche  evento  o  la  forza 
della  natura  o  del  caso  mi  mostri  il  contrario :  sebbene  sia  questo 
un  fatto  assai  raro  e  quasi  da  annoverarsi  fra  i  miracoli,  tuttavia, 
se  mai  accadra,  non  avro  ritegno  a  mutar  parere,  e  non  esitero  ad 
anteporre  una  vita  in  comune  piacevole  e  serena  a  una  vita  solita- 
ria  triste  e  preoccupata.  Della  solitudine  infatti  lodo  non  soltanto 
il  nome,  ma  i  vantaggi  ch'essa  presenta.  Non  amo  tanto  i  recessi 
solitari  e  il  silenzio,  quanto  la  pace  e  la  liberta  che  vi  si  trovano ; 
non  sono  tanto  inumano  da  odiare  gli  uomini  —  un  comando 
divino  m'impone  di  amarli  come  me  stesso  — ,  ma  i  peccati  degli 
uomini  odio,  e  anzitutto  i  miei,  e  le  preoccupazioni  e  gli  affanni 
molesti  che  fra  gli  uomini  hanno  dimora.  Se  non  erro,  tutti  questi 
argomenti  saranno  trattati  con  maggiore  efficacia  se,  invece  di  il- 
lustrare  separatamente  tutto  cio  che  rni  sembrera  di  poter.dire 
intorno  a  questa  o  a  quella  vita,  mischier6  tutto  insieme,  toccando 
ora  di  questo  ora  di  quello:  cosl  1'attenzione  si  volgera  vicende- 
volmente  di  qua  e  di  la,  e,  guard ando  a  destra  e  a  sinistra  come  per 
un  alterno  muoversi  degli  occhi,  ci  si  rendera  facilmente  conto  della 
differenza  che  passa  fra  due  cose  diversissime  poste  Tuna  accanto 
alPaltra.  Di  proposito  ho  premesso  le  cose  piu  amare  per  far 
seguire  poi  le  piu  dolci,  e  far  si  che  un  piu  grato  sapore  indichi 
per  ultimo  alPanimo  il  luogo  dove  posarsi.  Ma  che  bisogno  c'e 
di  molte  parole?  Affrontiamo  senz'altro  Pargomento  e  mante- 
niamo  le  promesse:  mettiti  dinanzi  agli  occhi  della  mente  due 
persone  di  abitudini  opposte,  che  io  ti  descrivero,  e  quello  che 
vedi  in  loro  fa'  conto  di  vederlo  in  tutti. 

II.  Si  alza  nel  cuor  della  notte  Pindaffarato,  infelice  abitante  della 
citta,  poiche  il  sonno  gli  e  stato  interrotto  dalle  sue  preoccupazioni 
o  dalle  voci  dei  clienti;  spesso  anche  per  paura  della  luce,  spesso 
atterrito  da  notturne  visioni.  Subito  si  lascia  andare  su  di  un  triste 
sgabello  e  Panimo  volge  agli  inganni:  si  da  tutto  a  quelli,  e  pensa  al 
prezzo  da  fissare  alle  merci,  o  al  modo  d'ingannare  il  compagno 
o  il  pupillo,  di  espugnare  con  le  lusinghe  la  moglie  del  vicino 
armata  del  suo  pudore,  di  stendere  con  le  parole  un  velo  di  giustizia 
su  di  un'ingiusta  contestazione,  di  operare  infine  qualche  corruzione 
in  pubblico  o  in  privato.  Ora  si  fa  trascinare  dalPira,  ora  arde 
di  desiderio,  ora  e  agghiacciato  dalla  disperazione :  cosi  quel  tristo 


302  DE   VITA   SOLITARIA  •    LIBER  PRIMUS 

lucem  diurni  telam  negotii  orditur,  qua  se  se  atque  alios  involvat. 
Surgit  solitarius  atque  otiosus,  felix,  modica  quiete  recreatus, 
somnoque  brevi  non  fracto  sed  expleto,  et  interdum  pernoctantis 
philomene  cantibus  experrectus,  thoroque  vixdum  leniter  excus- 
sus,  pulsisque  torporibus  quietis  horis  psallere  incipiens,  ianitorem 
labiorum  suorum  ut  egressuris  inde  matutinis  laudibus  aperiat 
devotus  exposcit,  et  cordis  sui  dominum  in  adiutorium  suum 
vocat,  nichilque  iam  viribus  suis  fidens  et  imminentium  conscius 
metuensque  discriminum  ut  festinet  obsecrat :  nullis  texendis  frau- 
dibus  intentus,  sed  Dei  gloriam  et  sanctorum  laudes  non  in  dies 
tantum,  sed  in  horas,  et  indefesso  lingue  famulatu  et  pio  mentis 
obsequio  repetens,  nequando  forsitan  ingrato  animo  divinorum 
munerum  memoria  evanescat.  Et  sepe  interea  (minim  dictu)  se- 
curi  timoris  ac  trepide  spei  plenus  memorque  preteriti  ac  futuri 
proyidens,  leto  dolore  et  felicibus  lacrimis  abundat.  Quern  statum 
nulla  voluptas  occupatorum,  nulle  unquam  urbane  delitie,  nulli 
regnorum  fastus  equaverint.  Inde  suspiciens  celum  ac  Stellas,  et 
illic  habitantem  Dominum  Deum  suum  tota  mente  suspirans,  et 
patriam  cogitans,  de  exilii  sui  loco,  protinus  ad  honeste  cuiuspiam 
iocundeque  lectionis  studium  convertitur;  atque  ita  cibis  pastus 
amenissimis,  multa  cum  pace  animi  venture  lucis  initium  presto- 
latur. 

Diversis  votis  expectata  lux  adest.  Ille  hostibus  amicis  limen 
obsessum  habet,  salutatur,  poscitur,  attrahitur,  truditur,  argui- 
tur,  laceratur.  Huic  vacuum  limen  et  libertas  in  limine  manendi 
scilicet  eundique  quocunque  fert  animus.  Vadit  ille  mestus  in 
forum,  plenus  querelarum  plenusque  negotiorum,  et  imminentis 
diei  primordium  alitibus  auspicatur.  Vadit  iste  alacer  in  vicinam 
silvam,  plenus  otii  plenusque  silentii,  et  cum  gaudio  faustum  limen 
serene  lucis  ingreditur.  Ille,  ut  ad  potentium  superba  palatia  sive 
ad  formidata  iudicum  subsellia  ventunrest,  veris  falsa  permiscens, 
aut  iustitiam  premit  insontis,  aut  nocentis  rei  pascit  audaciam,  aut 
prorsus  aliquid  vel  in  proprium  dedecus  vel  in  alienam  perniciem 
molitur,  mordente  animum  conscientia,  sepe  metu  etiam  verba 
rumpente ;  et  sepe  vera  pro  mendaciis,  verbera  pro  verbis  referens, 


LA   VITA   SOLITARIA   -    LIBRO   PRIMO  303 

artefice  ordisce  prima  delFalba  la  tela  delle  occupazioni  diurne, 
in  cui  awolgere  se  stesso  e  gli  altri. 

Si  alza  Puomo  solitario  e  tranquillo,  sereno,  ristorato  da  un 
conveniente  riposo,  dopo  aver  non  interrotto,  ma  terminate  il  suo 
breve  sonno,  e  destato  talvolta  dal  canto  del  notturno  usignolo. 
Appena  sceso  dolcemente  dal  letto  e  scosso  il  torpore,  incomincia 
a  cantare  nelle  ore  di  riposo,  e  prega  il  portiere  delle  sue  labbra  di 
aprirle  devotamente  alle  lodi  mattutine  che  stanno  per  uscirne; 
invoca  in  suo  aiuto  il  Signore  del  suo  cuore  e,  non  fidandosi  af- 
fatto  delle  sue  forze,  conscio  e  timoroso  dei  pericoli  che  lo  sovra- 
stano,  lo  scongiura  di  affrettarsi.  Non  rivolge  Fattenzione  a  medi- 
tare  frode  alcuna;  rinnovella  invece,  non  solo  ogni  giorno,  ma  ogni 
ora,  la  gloria  di  Dio  e  le  lodi  dei  santi,  con  1' opera  instancabile 
della  lingua  e  la  dedizione  devota  del  cuore :  che  alle  volte  il  ricordo 
dei  doni  divini  non  abbia  a  cancellarsi  dalFanimo  ingrato.  E  spesso 
frattanto  —  mirabile  a  dirsi  —  preso  da  tranquillo  timore  e  da 
trepida  speranza,  memore  del  passato  e  presago  del  future,  e 
invaso  da  un  lieto  dolore  e  da  lacrime  di  gioia.  Non  c'e  godimento 
di  uomini  indaffarati,  non  delizia  cittadina,  non  pompa  regale, 
che  possa  uguagliare  una  tal  condizione.  Guardando  poi  il  cielo  e  le 
stelle,  e  sospirando  con  tutta  Fanima  al  signore  Dio  suo  che  ha  li 
sua  dimora,  e  dal  luogo  del  suo  esilio  pensando  alia  patria,  si  de- 
dica  subito  a  qualche  bella  e  piacevole  lettura;  e  cosi,  nutritosi 
di  cibi  deliziosi,  attende  con  una  gran  pace  nelFanima  la  prima 
luce  che  sta  per  venire. 

II  giorno  e  arrivato,  con  differenti  speranze  atteso.  Quegli  ha  Fa- 
bitazione  invasa  da  amici  nemici,  viene  salutato,  chiamato,  tra- 
scinato,  sospinto,  biasimato,  diffamato.  Questi  ha  sgombro  Fin- 
gresso,  e,  s'intende,  ha  liberta  di  rimanersene  in  casa  o  di  andare 
dove  vuole.  Quegli  si  awia  triste  nel  Foro,  pieno  di  noie  e  di  af- 
fanni,  e  trae  dagli  uccelli  gli  auspici  per  Finizio  del  giorno  immi- 
nente.  Questi  se  ne  va  di  buon  passo  nel  boschetto  vicino,  tutto 
calmo  e  tranquillo,  e  inizia  con  gioia  e  con  buoni  auspici  una  gior- 
nata  serena.  Quegli,  appena  giunto  ai  palazzi  grandiosi  dei  potenti 
o  ai  temuti  scanni  dei  giudici,  il  vero  mescolando  col  falso,  cal- 
pesta  i  giusti  diritti  di  un  innocente,  o  alimenta  Faudacia  di  un 
colpevole,  o  macchina  senz'altro  qualcosa  che  torna  di  disonore 
a  lui  o  di  danno  agli  altri;  e  intanto  il  rimorso  lo  assale,  spesso  la 


304  DE   VITA   SOLITARIA  •    LIBER   PRIMUS 

plenusque  ruboris  aut  palloris,  seque  vicissim  increpitans,  quod 
non  potius  deserti  famem  quam  diserti  famam  concupierit,  et  ara- 
tor  quam  orator1  esse  maluerit,  raptim  infecto  negotio  domum 
redit,  et  turpibus  latebris,  non  magis  hostium  quam  clientium 
suorum  se  furatur  aspectibus.  Iste  ubi  primum  floreum  sedile  sa- 
lubremque  nactus  collem  constitit,  iubare  iam  solis  exorto,  in  diur- 
nas  Dei  laudes  pio  letus  ore  prorumpens  (eoque  suavius  si  devo- 
tis  forte  suspiriis  lene  murmur  proni  gurgitis  aut  dulces  avium 
concinnant  querele),  innocentiam  in  primis,  lingue  frenum  litis 
nescium,  visus  tegmen  vanitatibus  obiectum,  puritatem  cordis, 
vecordie  absentiam  et  domitricem  carnis  abstinentiam  depreca- 
tur.  Nee  multo  post,  tertiis  in  laudibus,2  tertiam  in  Trinitate  per- 
sonam  veneratur,  et  Sancti  Spiritus  poscit  adventum,  linguam  quo- 
que  et  mentem  confessione  personantem  salutifera,  et  caritatem 
celico  igne  flammantem  ac  proximos  accensuram.  Que  si  devote 
postulat  iam  habet,  multum  hoc  mentis  ardore  quam  quolibet 
auri  seu  gemmarum  splendore  felicior.  Inde  autem  pedetentim 
sua  relegens  vestigia,  scandente  iam  in  altum  et  qui  mane  novum 
illustraverat  meridiem  accendente  solis  radio,  nil  potius  quam 
extingui  flammas  litium,  quas  certatim  flatu  et  fomentis  alter 
suscitat,  et  quo  ille  cupide  peruritur,  hie  omnem  malarum  cu- 
pidinum  calorem  noxium  auferri  flagitat.  Denique  quod  unum 
poeta  satyricus3  sine  periculo  posci  docet,  in  corpore  sano  men 
tem  sanam  orat.  Quis  ho  rum,  oro,  hactenus  horas4  suas  expendit 
honestius  ? 

Venit  prandii  tempus.  Ille  sub  ingenti  et  ruinam  minitante5  aula 
componitur  pulvinaribus  obrutus  sepultusque.  Reboant  variis 
tecta  clamoribus;  circumstant  canes  aulici  muresque  domestici, 
certatim  adulatorum  circumfusa  acies  obsequitur  et  corrasorum6 
turba  familiarium  confuso  strepitu  mensam  instruit.  Verritur  pu- 

i.  Si  notino  le  figure,  non  traducibili,  di  paronomasia:  deserti  famem, 
diserti  famam-,  arator,  orator  (che  e  gia  in  Cicerone,  Phil.,  m,  9,  22);  cosi 
poco  sopra:  verbera,  verba.  2,.  tertiis  in  laudibus :  nella  terza  ora  canoni- 
ca,  cioe  alle  nove.  3.  satyricus:  Giovenale,  Sat.,  x,  356.  4.  horum,  oro... 
horas:  si  noti  anche  qui  la  figura  di  paronomasia.  5.  ruinam  minitante:  ri- 
cordo  di  un  episodio  narrate  da  Orazio  a  proposito  della  cena  di  Nasidieno 
(Sat.,  n,  8,  54  sgg.);  e  in  genere  tutta  la  descrizione  del  banchetto  e  piena 
di  reminiscenze  oraziane.  6.  corrasorum:  il  codice  vaticano  (v.  la  Nota 
critica)  ha  «corrosorum»  che  non  da  senso;  «corrasus»  da  «corradere»: 
raccogliere  (cfr.  p.  es.  Orosio,  Adv.  pag.,  n,  5, 4:  «  corrasis  undique  copiis  »). 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  305 

paura  gli  tronca  a  mezzo  il  discorso ;  spesso,  riportando  seco  cose 
vere  in  cambio  di  false,  sferzate  in  cambio  di  parole,  pieno  di 
rossore  o  di  pallore,  si  rimprovera  di  non  aver  anteposto  la  fame 
della  solitudine  alia  fama  delPeloquenza,  di  non  aver  preferito 
d'essere,  anziche  oratore,  aratore;  torna  a  casa  in  frettasenza  aver 
concluso  i  suoi  affari  e,  rifugiandosi  in  turpi  nascondigli,  si  sot- 
trae  alia  vista  dei  suoi  clienti  non  meno  che  dei  nemici.  Questi, 
non  appena  ha  trovato  un  sedile  di  fiori  e  un'altura  amena,  si 
ferma  —  il  sole  e  ormai  sorto  in  tutto  il  suo  splendore  — ;  e  prorom- 
pendo  lieto,  in  atteggiamento  devoto,  nelle  quotidiane  lodi  di  Dio 
(tanto  piu  soavi,  se  ai  devoti  sospiri  si  accompagna  un  dolce  mor- 
morio  di  acqua  corrente  o  i  canti  armoniosi  degli  uccelli),  implora 
anzi  tutto  innocenza,  freno  alia  lingua  che  non  conosca  contese, 
riparo  per  gli  occhi  contro  le  vanita,  purezza  di  cuore,  assenza  di 
ogni  malvagio  pensiero,  astinenza  che  vinca  la  carne.  Dopo  un  po' 
di  tempo,  recitando  per  la  terza  volta  le  lodi,  venera  la  terza  per 
sona  della  Trinita,  e  invoca  la  venuta  dello  Spirito  Santo,  e  chiede 
una  lingua  e  un  cuore  in  cui  riecheggi  salutare  la  confessione,  e  una 
carita  di  fuoco  celeste  infiammata,  e  capace  d'infiammare  chi  gli  e 
accanto.  Se  tutto  questo  chiede  con  devozione,  lo  ha  gia,  ed  e 
molto  piu  felice  di  questa  fiamma  che  gli  arde  nel  cuore,  che  di  qual- 
siasi  splendore  di  oro  o  di  gemme.  Di  la  poi  tornando  adagio  ada 
gio  sui  suoi  passi,  mentre  il  sole,  che  aveva  illuminato  il  primo 
mattino,  sale  ormai  in  alto  e  accende  dei  suoi  raggi  il  mezzo- 
giorno,  soltanto  questo  chiede :  che  si  smorzino  quelle  liti  ardenti 
che  Paltro  suscita  e  a  gara  fomenta  soffiandovi  sopra,  che  si  allon- 
tani  del  tutto  quella  vampa  nociva  di  perverse  passioni,  di  cui 
quegli  brucia  nelle  sue  brame.  Invoca  infine  Tunica  cosa  che  un 
poeta  satirico  disse  potersi  chiedere  senza  pericolo  alcuno:  una 
mente  sana  in  un  corpo  sano.  Chi  di  questi,  domando  io,  ha  fi- 
nora  meglio  impiegato  il  suo  tempo? 

Viene  il  momento  del  pranzo.  Quegli,  soffocato  e  sepolto  tra  i 
cuscini,  si  accomoda  sotto  un  gran  baldacchino  che  minaccia  di 
rovinare.  La  casa  rimbomba  di  rumori  vari ;  cani  cortigiani  gli  stan- 
no  intorno  e  topi  domestici,  uno  stuolo  di  adulatori  lo  circonda  e 
fa  a  gara  per  servirlo,  mentre  una  schiera  di  servi  radunati  da 
ogni  parte  apparecchia  la  tavola  in  mezzo  alle  grida  e  alia  confu- 


306  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

tre  solum  et  fedo  pulvere  cunta  complentur,  volat  atriis  argentum 
auro  infectum  et  pocula  cavis  gemmis  expressa,  scamnum  serico 
vestitur,  ostro  paries,  terra  tapetibus,  dum  servorum  nuda  interim 
cohors  tremit.  Instructa  acie  datur  tandem  lituo  signum  pugne. 
Coquine  duces  aule  ducibus  concurrent,  ingens  fragor  exoritur, 
convehuntur  terra  marique  conquisite  epule  et  vina  priscis  cal- 
cata  consulibus.  Ardent  rutilo  in  auro  nostre  graieque  vindemie, 
uno  in  scipho  Gnosos  et  Meroe,  Vesevus,  Falernusque  miscentur, 
Surrentinique  colles  et  Calabri.  Nee  satis  est,  nisi  Bachus  Auso- 
nius,  vel  Hibleo  melle  vel  Eoe  suco  medicatus  harundinis,  baccis- 
que  nigrantibus  odoratus,  naturam  arte  mutaverit.  Parte  alia  par 
diversi  generis  pompa  conspicitur:  fere  horribiles,  pisces  inco- 
gniti,  volucres  inaudite,  pulvere  precioso  oblite  et  oblite1  ve- 
teris  patrie,  quedam  voce  testantes  originem,  nomenque  iam 
solum  de  phaside  retinentes.  Fumant  ipsis  edentibus  stupenda 
fercula  et  omne  cocorum  passa  ludibrium,  que  siquis  valde  licet 
esuriens  cernat  quam  fede  quantoque  sint  coagulata  lenocinio, 
solo  spectaculo  satur  abscedat.  Ita  mixta  videbit  invicemque  cer- 
tantia  nostra  exteris,  marina  terrestribus,  nigra  candidis,  acria 
dulcibus,  hirsuta  pennatis,  mansueta  ferocibus  et,  quasi  ovidianum 
chaos  illud  antiquum  renovatum  atque  in  angustias  sit  coactum, 
non  solum  corpore  in  uno,  sed  in  una  paropside, 

frigida  pugnabunt  calidis,  humentia  siccis, 
mollia  cum  duris,  sine  ponder  e  hdbentia  pondus* 

Sub  hac  tanta  colluvie  diversarum  simul  et  adversarum  rerum, 
sub  tot  croceis  atque  atris  liventibusque  pulmentis,  suspectum 
non  immerito  venenum  sedulus  pregustator  explorat.  Quin  et  ad- 
versus  cecas  insidias  aliud  remedii  genus  inventum  est :  inter  vina 
dapesque  livida  serpentum  cornua3  prominent,  aureis  insita  soler- 
ter  arbusculis,  et  quasi  voluptaria  ex  arte  contra  mortem  miseri, 
mira  res,  ipsa  mors  excubat.  Hie  autem  sedet  obducta  fronte, 
gravibus  oculis,  supercilio  umbroso,  rugosa  nare  genisque  pal- 
lentibus,  egre  viscosa  labra  disglutinans,  vix  caput  attollens,  ful- 

1.  oblite  et  oblite:  si  pronunci  oblite  et  oblite ,  gioco  di  parole  tra  oblite 
da  «  oblinere  » :  spalmare,  ricoprire,  e  oblite  da  « obliviscor  » :  dimenticare. 

2.  Ovidio,  Met.,  i,  19-20;  il  future  pugnabunt  per  accordare  col  precedente 
videbit;  il  testo  di  Ovidio  ha  « pugnabant ».     3.  serpentum  cornua:  si  tratta 
probabilmente  del  «cerasta»:  serpente  cornuto. 


LA  VITA   SOLITARIA   -    LIBRO   PRIMO  307 

sione.  Si  scopa  il  pavimento  sporco,  e  ogni  cosa  si  ricopre  di  sudicia 
polvere;  corrono  per  le  stanze  oggetti  d'argento  dorato  e  tazze 
ricavate  da  cave  gemme;  gli  scanni  vengono  ricoperti  di  seta,  le 
pareti  di  porpora,  i  pavirnenti  di  tappeti:  nudo  trema  intanto  lo 
stuolo  dei  servi.  Schierato  Pesercito,  la  tromba  da  finalmente  il 
segnale  della  battaglia.  I  generali  della  cucina  s'mcontrano  con  i 
generali  della  sala  da  pranzo,  un  grande  fragore  si  leva,  si  por- 
tano  le  vivande  procurate  per  terra  e  per  mare  e  i  vini  premuti 
al  tempo  dei  consoli  antichi.  Scintillano  nelPoro  fiammeggiante 
uve  greche  e  nostrane,  si  mescolano  in  un'unica  coppa  Gnoso  e 
Meroe  e  Vesuvio  e  Falerno,  vini  di  Sorrento  e  di  Calabria:  e 
ancora  non  basta,  se  1'ausonio  Bacco,  corretto  con  miele  ibleo  o 
con  succo  di  canna  orientale,  profumato  con  nere  bacche,  non 
cambia  per  arte  la  sua  natura.  Simile  pompa  in  un  genere  diverso 
si  ammira  da  un'altra  parte:  animali  straordinari,  pesci  mai  visti, 
uccelli  strani,  ricoperti  di  spezie  preziose  e  dimentichi  della  patria 
antica :  alcuni  testimoniano  con  la  parola  la  loro  origine,  e  di  fagia- 
ni  non  conservano  che  il  nome.  Mentre  quelli  mangiano,  il  fumo 
si  leva  dai  piatti  meravigliosi  che  sono  stati  sottoposti  a  tutti  i 
capricci  dei  cuochi.  Chi,  sia  pur  molto  affamato,  vedesse  in  che 
ripugnante  maniera  e  con  quanti  artifici  siano  stati  messi  insieme, 
se  ne  andrebbe  saziato  dal  solo  spettacolo.  Vedra  dunque  commi- 
sti  e  tra  se  contrastanti  cibi  nostrani  e  forestieri,  prodotti  del  mare 
e  della  terra,  vivande  nere  e  bianche,  aspre  e  dolci,  carni  di  animali 
irsuti  e  pennuti,  mansueti  e  feroci:  e,  come  se  Tantico  Caos  di  cui 
park  Ovidio  si  fosse  rinnovato  e  ridotto  in  un  angusto  spazio, 
non  solo  in  un  unico  corpo,  ma  in  un  unico  piatto,  «i  corpi  freddi 
e  umidi  contrasteranno  con  i  caldi  e  secchi,  i  morbidi  con  i  duri, 
i  leggeri  con  i  pesanti».  Sotto  un  tale  miscuglio  di  cibi  diversi 
ed  awersi,  sotto  tante  vivande  gialle,  e  nere,  e  livide,  uno  zelante 
assaggiatore  va  cercando  un  veleno  non  a  torto  sospettato.  Che 
anzi  contro  le  occulte  insidie  e  stato  trovato  un  rimedio  di  altro 
genere:  tra  i  vini  e  le  vivande  sporgono  corna  di  lividi  serpenti, 
ingegnosamente  inseriti  tra  ramoscelli  d'oro,  e,  con  un  artificio 
quasi  voluttuoso,  contro  la  morte  del  misero  veglia  —  cosa  straor- 
dinaria  —  la  morte  stessa.  E  quegli  se  ne  sta  seduto,  rannuvolato 
in  viso,  con  gli  occhi  pesanti  e  le  sopracciglia  aggrottate,  arric- 
ciando  il  naso;  e  pallido  nelle  guance,  schiude  a  fatica  le  labbra 


308  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

goribusque  et  odoribus  attonitus.  Ubi  sit  nescit,  vespertina  tumens 
crapula,  et  matutini  negotii  confusus  eventu,  futurisque  in  fallaciis 
intentus  —  quo  se  vertat,  aut  quid  agat  ?  —  sudat,  olet,  ructat, 
oscitat,  singula  morsitans,  universa  fastidiens. 

Iste  vero  vel  paucis  vel  uno  vel  nullo  famulo  contentus,1  he- 
sterno  sobrius  vegetusque  ieiunio,  modesto  sub  lare  mundam 
mensam  nulla  re  magis  quam  sua  presentia  exornat,  pro  tumultu 
requiem,  pro  strepitu  silentium  habet,  pro  multitudine  seipsum; 
ipse  sibi  comes,  ipse  sibi  Tabulator  ac  conviva  est,  nee  metuit 
solus  esse,  dum  secum  est.  Pro  auleis  nudus  paries  ex  agresti  ce~ 
mento,  pro  solio  eburneo  quercus  est  sibi,  vel  fagus  pura,  vel  abies ; 
celum  spectare  non  aurum,  terram  amat  calcare  non  purpuram,  fi- 
dicen  gratus  et  assidenti  consurgentique  dulcissimus  cantus  est 
benedictio  et  gratiarum  actio.  Vilicus,  si  res  poscat,  pincerna, 
cocus  et  verna  est;  quicquid  is  apposuit,  hie  equanimitate  et  mo- 
destia  preciosum  facit.  Cibum  omnem  peregrinis  silvis  aut  lito- 
ribus  advectum,  omnem  poturn  Ligurum  atque  Picentium  col- 
libus  expressum  dicas;  ea  frons  est,  isque  animus  utentis,  sic  in 
Deum  inque  homines  gratus,  sic  comunibus  inemptisque  letus 
dapibus,  non  tantum,  ut  Maroneus  ille  seniculus2  regum  opes 
equat  animo  sed  transcendit.  Nulli  penitus  invidet,  nullum  odit; 
sorte  contentus  sua  et  fortune  iniuriis  inaccessus,  nichil  metuit, 
nichil  cupit;  scit  non  spargi  venena  fictilibus,  scit  vite  hominum 
pauca  sufficere,  et  summas  verasque  divitias  nil  optare,  summum 
imperium  nil  timere ;  letum  agit  atque  tranquillum  evum,  placidas 
noctes,  otiosos  dies  et  secura  convivia;  it  liber,  sedet  intrepidus, 
nullas  struit  aut  cavet  insidias,  scit  se  amari  et  non  sua.  Scit  mor 
tem  suam  nulli  utilem,  milli  damnosam  vitam,  neque  multum  in- 
teresse  arbitratur  quam  diu,  sed  quam  bene  vivat,  nee  ubi  aut 


i.  Iste . . .  contentus:  cfr.,  per  I'espressione,  Seneca,  Ep.  ad  Lucil.,  7,  n: 
«  satis  sunt .  .  .  mihi  pauci,  satis  est  unus,  satis  est  nullus  ».  2.  Maroneus 
ille  seniculus :  il  vecchio  di  Corico  che  coltivando  il  suo  campicello  «  regum 
aequabat  opes  animis»  (Virgilio,  Georg.y  IV,  130). 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  309 

appiccicose,  solleva  a  stento  il  capo,  stordito  dalle  luci  e  dagli  odori. 
Non  sa  dove  si  trovi,  gonfio  per  la  gozzoviglia  della  sera;  turbato 
dalPesito  degli  affari  del  mattino,  e  tutto  preso  dagli  intrighi  fu- 
turi  —  dove  rivolgersi,  die  fare  ?  — ,  suda,  manda  cattivo  odore, 
rutta,  sbadiglia,  e  morsicchiando  ora  una  cosa,  ora  un'altra,  di 
tutte  ha  disgusto. 

Questi  invece,  contento  di  pochi  servi,  o  di  uno,  o  di  nessuno, 
sobrio  e  vegeto  per  Pastinenza  del  giorno  innanzi,  prepara  la  sua 
nitida  mensa  sotto  il  lare  modesto,  di  nulPaltro  adornandola 
che  della  sua  presenza:  invece  della  confusione  ha  la  pace,  invece 
dello  strepito  il  silenzio,  invece  della  folia  se  stesso:  egli  a  se 
stesso  compagno,  egli  interlocutore,  egli  commensale.  Ne  teme 
d'essere  solo,  finche  sta  con  se  stesso.  Al  posto  di  baldacchini  ha 
una  parete  disadorna  di  rozza  pietra,  al  posto  del  seggio  d'avorio 
una  quercia,  o  un  semplice  faggio,  o  un  abete.  II  cielo  gli  piace 
guardare,  non  Poro;  la  terra  gli  piace  calpestare,  non  la  porpora; 
musica  gradita  e  canto  dolcissimo,  quando  si  siede  e  quando  si  alza, 
sono  per  lui  il  benedicte  e  il  rendimento  di  grazie.  AlPoccorrenza 
un  contadino  fa  da  coppiere,  da  cuoco  e  da  servitore:  qualunque 
cosa  gPimbandisca,  egli  la  rende  pregiata  con  la  sua  benevolenza 
e  la  sua  moderazione.  Diresti  che  tutte  le  vivande  siano  state  por- 
tate  da  foreste  o  da  lidi  stranieri,  tutti  i  vini  premuti  sulle  colline 
di  Liguria  o  del  Piceno :  tale  e  Paspetto,  tale  Panimo  di  chi  ne  usa. 
Cosl,  grato  a  Dio  e  agli  uomini,  pago  di  vivande  comuni  e  non 
comprate,  non  soltanto,  come  quel  vecchietto  di  Virgilio,  uguaglia 
nelPanimo  le  ricchezze  dei  re,  ma  le  supera.  Non  sente  nel  suo  inti- 
mo  invidia  per  nessuno,  non  odia  nessuno :  contento  della  sua  sorte 
e  irraggiungibile  ai  colpi  della  fortuna,  nulla  teme,  nulla  desidera. 
Sa  che  sulle  modeste  stoviglie  non  viene  sparso  il  veleno,  sa  che 
agli  uomini  basta  poco  per  vivere,  che  la  piu  grande  e  vera  ric- 
chezza  consiste  nel  non  aver  desideri,  la  piu  grande  potenza  nel 
non  temere  di  nulla.  Lieta  e  tranquilla  e  la  sua  vita,  calme  sono  le 
notti,  liberi  i  giorni,  i  pasti  sicuri:  cammina  liberamente,  siede 
tranquillo,  non  ha  insidie  da  macchinare  o  da  cui  guardarsi,  sa 
che  lui  stesso  e  amato,  non  i  suoi  beni.  Sa  che  la  sua  morte  non 
sara  utile  a  nessuno,  che  a  nessuno  e  dannosa  la  sua  vita;  pen- 
sa  che  non  la  durata,  ma  il  genere  della  sua  vita  ha  importan- 
za,  ne  fa  gran  conto  di  dove  o  di  quando,  ma  di  come  debba 


310  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

quando  moriatur  magni  exstimat,  sed  qualiter:  in  id  unum  sum- 
mo  studio  intentus,  ut  bene  actam  vite  fabulam  pulcro  fine  con- 
cludat. 

Labitur  sensim  dies  et  fugiunt  hore,  ac  iam  prandio  finis  est. 
Turbant  ilium  familiaris  exercitus,  hostesque  collaterals  et  rui- 
na  mensarum,  et  hominum  vasorumque  collisio ;  et  ebriorum  iocis 
tecta  mugiunt,  et  querimoniis  famescentum.  Habet  enim  non  ul- 
timum  hoc  malum  mensa  divitum,  iniquissima  est:  itaque  hie 
fames,  hie  nausea,  temperies  nusquam.  Aule  quidem  insuavis  odor, 
inamenus  color,  iter  incertum,  solum  omne  salsamentis  effusis 
late  olidum  cruentumque  idem  et  vino  lubricum,  et  fumo  nubilum, 
et  spumis  horridum,  et  aspergine  tepidum,  et  adipe  tabidum,  et 
ossibus  albicans,  et  sanguine  rutilum:  denique,  ut  verbo  utar  Am- 
brosii,1  non  coquinam  sed  carnificinam  dicas.  Et  licet,  ut  maioribus 
placet,  a  parando  prandium,2  quasi  parandium,  dictum  sit,  quod 
bellatores  ad  prelium  paret,  non  parari  tamen  aliquid,  sed  fieri, 
vereque  prelium  ibi  gestum  putes  esse,  non  prandium.  Ita  dux 
saucius  ac  tremens,  ita  mero  percussi  omnes  nutantesque  abeunt; 
mensa  pro  acie  fuerit,  pro  blando  et  fallaci  hoste  voluptas,  cubilia 
pro  sepulchris,  conscientia  pro  inferno. 

At  huic  nostro  diversa  omnia,  angelorum  aula  conviviis  quam 
hominum  aptior,  odor  colorque  optimus,  index  morum  testisque 
modestie,  mensa  pacifica  luxus  ac  tumultus  nescia,  gule  domi- 
trix,  expers  immunditie.  Ubi  gaudia  inhabitent,  unde  voluptas 
feda  exulet,  ubi  sit  regina  sobrietas,  cubile  castum  et  quietum, 
conscientia  paradisus.  Surgit  ille  igitur  vel  ebrius,  vel  indignans; 
iste  tranquillus  et  sobrius.  Ille  de  morbo  dubius  ac  pavens;  iste 
frugalitatis  sibi  conscius,  omniumque  quibus  humanum  corpus 
subiacet  securus.  Ille  vel  irascitur  vel  ludit,  hie  utrunque  declinans 
Deo  gratias  agit.  Tota  dehinc  illi  dies  inter  luxuriam  somnumque 
et  curas  anxias  et  dura  negotia  dilabitur;  huic  inter  laudes  Dei 
et  liberalia  studia  et  novarum  inventionem  rerum  ac  veterum 


i.  Ambrogio,  De  Elia  et  ieiuno,  vm,  25  (Pair.  lat.t  14,  col.  740):  «non 
coquinam  sed  carnificinam  putes:  praelium  geri  non  prandium  curari; 
ita  sanguine  omnia  natant».  2.  a  parando  prandium'.  falsa  etimologia 
che  risale  a  Isidore  (Etym.,  xx,  2,  n). 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  3!! 

morire.  A  questo  solo  aspira  con  desiderio  ardentissimo,  a  con- 
cludere  con  un  bel  finale  la  rappresentazione  bene  eseguita  della 
sua  vita. 

A  poco  a  poco  il  giorno  se  ne  va,  le  ore  passano :  il  pranzo  e  ormai 
sul  finire.  Un  esercito  di  famigliari  e  di  parenti  nemici  turba  Tuo- 
mo  occupato,  e  il  rovesciarsi  della  tavola,  e  Purto  di  uomini  e  di 
stoviglie;  nelle  stanze  risuonano  scherzi  di  ubriachi  e  lamenti 
di  affamati.  La  mensa  dei  ricchi  ha  infatti  questo  —  non  ultimo  — 
svantaggio,  che  ignora  ogni  giustizia:  da  una  parte  vi  trovi  la  fame, 
dalPaltra  il  disgusto,  la  giusta  misura  mai.  L'odore  della  sala 
e  sgradevole,  brutto  il  colore,  e  difficile  camminarvi:  il  pavimen- 
to  puzza  di  salsa  sparsavi  per  largo  tratto,  e  sporco  di  sangue, 
sdrucciolevole  per  il  vino,  aifumicato,  imbrattato  di  schiuma, 
di  tepidi  spruzzi,  di  viscido  grasso ;  biancheggia  di  ossa,  rosseggia 
di  sangue.  Insomnia  —  per  servirmi  delle  parole  di  Ambrogio  — 
non  la  diresti  una  cucina,  ma  la  stanza  di  un  carnefice.  E  sebbene, 
come  vogliono  gli  antichi,  prandium  derivi  da  pararey  quasi  fosse 
parandium,  in  quanto  prepari  i  guerrieri  alia  battaglia,  tu  diresti 
tuttavia  che  qui  piu  che  prepararsi  awiene  qualcosa,  e  che  in 
verita  vi  si  e  svolto  un  combattimento,  non  un  pranzo.  Se  ne  va 
dunque  il  generale  ferito  e  tremante,  se  ne  vanno  tutti,  storditi  dal 
vino  e  barcollanti:  se  la  mensa  e  stata  come  un  campo  di  battaglia 
e  il  piacere  un  nemico  allettante  e  ingannatore,  i  divani  sono  ora 
sepolcri  e  la  cattiva  coscienza  e  rinferno. 

Per  il  nostro  solitario  invece  tutto  e  diverse.  La  casa  sembra 
piu  adatta  ai  conviti  degli  angeli  che  a  quelli  degli  uomini:  ottimo  e 
Podore,  ottimo  il  colore,  indice  di  buoni  costumi  e  testimonio  di 
moderazione ;  tranquilla,  ignara  di  sfarzo  e  di  confusione  e  la  mensa, 
che  tiene  a  freno  la  gola  e  non  conosce  sozzure.  Dove  abita  la 
gioia,  donde  e  assente  la  turpe  volutta,  dove  la  sobrieta  e  regina,  ivi 
il  letto  e  casto  e  tranquillo,  e  la  buona  coscienza  e  il  paradiso. 
Quegli  si  alza  ubriaco  o  sdegnato,  questi  tranquillo  e  sobrio; 
malsicuro  quegli  e  timoroso  di  malattie;  conscio  questi  della  pro- 
pria  frugalita,  sicuro  da  tutti  i  mali  cui  il  corpo  umano  va  soggetto. 
Quegli  si  adira  o  si  diverte,  questi,  rinunziando  all'una  e  all'altra 
cosa,  rende  grazie  a  Dio.  Cosl  per  quello  tutta  la  giornata  si  con- 
suma  tra  dissolutezze,  e  sonno,  e  cure  tormentose,  e  affari  mole- 
sti;  questi,  tra  le  lodi  di  Dio,  e  gli  studi  liberali,  e  la  scoperta  di 


312  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

memoriam,  et  necessariam  quietem  et  honesta  solatia  nichil  aut 
modicum  perit. 

lam  celi  medium  sol  tenet  quando  ille  estuat,  angitur,  acce- 
lerat,  onmia  fallaciarum  machinamenta  congeminat,  nequid  ei  per 
segnitiem  ilia  luce  depereat,  neve  ullus  torpor  mali  consilii  fe- 
cundam  animam  optatis  frustretur  effectibus,  ut  latentes  doli  ante 
crepusculum  erumpant.  Est  enim  hoc  fere  malis  conatibus  adiun- 
ctum,  ut  precipites  etiam  sint.  Iniqua  mens  impatiens  est  more  et, 
quicquid  optaverit,  differri  vel  momento  temporis  egre  fert;  ne- 
que  soli  avaritie  convenit  illud  satyricum: 

dives  qui  fieri  vult, 
et  cito  vult  fieri* 

Habet  hoc  comune  cupiditas  indivisumque  cum  sororibus  suis  ira 
et  libidine  que,  patre  conceptuque  tartareo  edite,  confusionem 
et  precipitium  et  horrorem  et  naturam  proprie  originis  non  de- 
discunt.  He  sunt  enim  Furie,  quas  non  immeritq  Acherontis  ac 
Noctis  filias  poete  dixerunt,  quod  ignorantie  tenebras  penitentie- 
que  materiam  secum  ferant.  Et  he  quidem  inferni,  unde  ortas 
perhibent,  nee  non  et  civitatum  incole  occupatorumque  pedisse- 
que  stimulis  semper  ardentibus  cecum  atque  transversum  animum 
exagitant,  ut  quod  pessimum  instituit  primum  expleat,  nequid 
forte  cuntando  resipiscentie  saneque  mentis  obrepat.  Nulli  equi- 
dem  vitio  frenum  placet,  et  ut  honestati  gravitas  atque  maturitas, 
sic  consiliis  inhonestis  inconsulta  semper  arnica  celeritas. 

Contra  autem  hie  noster  nil  prepropere,  sed  fugientis  temporis 
cursum  videns  et  cupiens  illic  esse  ubi  sine  fluxu  temporum 
ac  sine  metu  mortis  degitur,  iterum  versus  in  preces,  non  unius 
tantum  lucis,  sed  totius  evi  claram  vesperam  et  nunquam  occi- 
dentis  vite  gloriam  —  eamque  non  suo  merito,  sed  sacre  Cristi 
mortis  —  poscit  in  premium,  sciens  plus  esse  quam  quod  ho  mini 
debeatur,  nisi  temporalis  ilia  mors  peccatum  non  habentis  tante  es- 
set  efEcacie  ut  de  natura  mortalibus  peccatoque  iam  mortuis  fa- 
cere  posset  eternos.  Nee  ita  multo  post  labentem  celo  diem  seque 
simul  collabentem  humi  cogitans,  tetramque  caliginem  illabentem 


i.  Giovenale,  Sat.,  xiv,  176-7. 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  313 

cose  nuove,  e  il  ricordo  delle  antiche,  e  il  necessario  riposo,  e  gli 
onesti  svaghi,  poco  o  niente  ne  perde. 

II  sole  e  gia  arrivato  a  meta  del  suo  cammino  quando  quegli  si 
agita,  si  preoccupa,  si  affretta,  raddoppia  tutte  le  sue  ingannevoli 
macchinazioni  perche  qualche  cosa  non  vada  perduta  in  quel  gior- 
no  per  la  sua  pigrizia,  o  un  qualche  torpore  non  deluda  del  suc- 
cesso  sperato  1'anima  feconda  di  malvage  intenzioni,  e  le  insidie 
nascoste  irrompano  prima  di  sera.  E  invero  questo  si  aggiunge  di 
solito  alle  cattive  azioni,  che  sono  anche  awentate.  Un  animo 
perverso  e  intollerante  di  ogni  indugio,  e  a  stento  sopporta  che 
Pesecuzione  di  un  suo  disegno  venga  differita  anche  di  un  solo 
momento.  Non  soltanto  all'avidita  di  denaro  si  conviene  quel  detto 
satirico :  «  chi  vuol  diventare  ricco,  lo  vuol  diventare  anche  subito  ». 
£  un  carattere  questo  che  la  cupidigia  ha  comune  e  indiviso  con 
le  sue  sorelle,  1'ira  e  la  libidine,  che,  nate  da  un  padre  e  da  un 
concepimento  infernale,  non  dimenticano  la  natura  della  propria 
origine,  la  confusione,  Pabisso,  Porrore.  Son  queste  le  Furie  che 
non  a  torto  i  poeti  chiamarono  figlie  delPAcheronte  e  della  Notte, 
perche"  portano  seco  tenebre  d'ignoranza  e  cause  di  pentimento. 
E  queste,  abitatrici  dell' inferno  donde  le  dicono  nate,  ma  anche 
delle  citta,  accompagnatrici  fedeli  degli  uomini  indaffarati,  inci- 
tano  con  pungoli  sempre  ardenti  Panimo  accecato  e  fuorviato  a 
condurre  a  termine  per  prima  Pimpresa  peggiore:  che  alle  volte, 
con  Pindugio,  non  s'insinui  una  qualche  resipiscenza  o  un  qualche 
onesto  proposito.  Nessun  vizio  tollera  un  freno,  e  come  la  serieta 
e  la  ponderazione  sono  amiche  delPonesta,  cosi  la  fretta  inconsi- 
derata  accompagna  sempre  i  propositi  disonesti. 

II  nostro  solitario,  invece,  non  fa  nulla  affrettatamente ;  ma,  con- 
siderando  lo  scorrere  rapido  delle  ore,  e  desiderando  esser  la  dove 
si  vive  senza  volger  di  tempo  e  senza  timore  di  morte,  nuovamente 
immerso  in  preghiera,  chiede  in  premio  il  tramonto  luminoso  non 
di  un  giorno  solo,  ma  di  tutta  un'esistenza,  e  la  gloria  di  una  vita 
che  non  finisce  mai.  E  questo  non  per  i  suoi  meriti,  ma  per  la  sa 
cra  morte  di  Cristo,  sapendo  bene  che  tanto  non  sarebbe  dovuto 
ad  un  uomo,  se  la  morte  temporale  di  Uno  senza  peccato  non  va- 
lesse  a  fare,  di  creature  per  natura  mortali  e  gia  morte  per  il 
peccato,  creature  eterne.  Poco  dopo,  pensando  al  trascorrere  del 
giorno  in  cielo,  al  suo  proprio  trascorrere  in  terra,  pensando  alle 


314  DE   VITA   SOLITARIA  -    LIBER   PRIMUS 

terris  previdens,  superni  luminis  poscit  auxilium.  Et  seu  ne  mens 
suorum  criminum  pressa  ponderibus  celo  exulet,  cum  lacrimis 
precatur,  seu  fidei  puram  lucem,  seu  mentis  aduste  refrigerium, 
abstersionem  sordide,  elise  sustentaculum,  litigiose  pacem  flagitat, 
matutinoque  laudum  carmini  vespertinas  preces  et  laudes  de 
inexhausto  pietatis  fonte  continuat. 

Cogitur  ille  iterum  abeunte  iam  sole  tecto  egredi,  urbem  lu- 
strare,  cenum  terere,  concursare  obviis,  sudare,  laborare,  estuare, 
anhelare,  cumque  in  omnes  se  se  formas  fraudum  verterit,  omnes 
laqueos  ingeniique  nodos  explicuerit,  sero  tandem  fessus  rediens 
et  multum  de  artificio  suo  questus,  bone  fame  pureque  conscientie 
nichil  omnino,  auri  forte  aliquid,  plurimum  sceleris  atque  odii 
domum  refert. 

Iste  vel  apricum  fontem,  vel  herbosam  ripam,  vel  equoreum  li- 
tus  adit,  gaudens  diem  ilium  sine  dedecore  transivisse,  et  lucis 
ante  terminum1  adversus  secuture  noctis  pericula  dolosque  et  in- 
sidias,  ac  rabiem  leonino  more  rugientis  adversarii,  vigilem  so- 
brietatem  atque  orationis  et  fidei  clipeum,  adversus  somnia  pol- 
lutionemque  et  nocturna  fantasmata,  excubare  sibi  solitam  clemen- 
tiam  sui  creatoris  implorat;  atque  in  manus  eius  commendato 
spiritu  et  angelis  suis  ad  habitaculi  proprii  custodiam  invocatis, 
se  se  in  suam  domum  recipit,  ut  nichil  iniusti  questus,  sic  nil 
male  cupidinis,  multum  vero  decore  laudis  referens  multumque 
quotidie  in  melius  mutati  animi.  Ad  summam,  totis  ille  diebus 
vivos  spoliat,  hie  pro  defunctis  orat;  ille  matrum  ac  virginum 
pudicitiam  attentat,  hie  Virginem  Matrem  officiosissime  veneratur. 
Denique  ille  martyres  facit,  hie  celebrat;  ille  sanctos  persequitur, 
hie  honorat. 

Ecce  redit  nox.  Ille  redit  ad  crapulam:  pompa  ingens,  ante 
retroque  longum  agmen;  vivi  hominis  funus  putes;  precedunt 
funeralia  et  tibie,-  nequid  desit  exequiis,  et  sumptuosissimum  ca 
daver,  perfusum  caris  odoribus,  rursus  inter  pulvinaria  sepelitur 
adhuc  tepidum,  adhuc  spirans;  inde  gravem  cenam  indigesto  su- 


i.  lucis  ante  terminum:  sono  parole  dell'inno  Te  lucis  ante  terminum. 


LA  VITA  SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  315 

tenebre  oscure  che  si  stenderanno  sul  mondo,  invoca  Paiuto 
della  luce  divina.  E  chiede  piangendo  che  il  suo  spirito,  oppresso 
dal  peso  delle  colpe,  non  venga  bandito  dal  Cielo,  e  domanda 
la  luce  pure  della  fede,  refrigerio  per  la  sua  anima  inaridita, 
lavacro  per  le  sue  colpe,  sostegno  per  la  sua  fiacchezza,  pace  per  le 
sue  contese;  e  dalla  fonte  inesauribile  della  sua  devozione  fa  se- 
guire  alle  lodi  mattutine  le  preghiere  e  le  lodi  del  vespro. 

Quando  il  sole  volge  ormai  al  tramonto,  quegli  e  costretto  ad 
uscir  nuovamente  di  casa,  attraversare  la  citta,  calpestare  il  fango, 
correre  incontro  ai  passanti,  sudare,  affaticarsi,  agitarsi,  aflannarsi ; 
e  quando  ha  sperimentato  ogni  forma  di  frode  e  ha  spiegato  tutti  i 
lacci  e  i  nodi  del  suo  ingegno,  tornando  finalmente,  tardi  e  stanco, 
e  molto  lamentandosi  dei  suoi  raggiri,  non  porta  a  casa  neanche 
un  minimo  di  buona  reputazione  e  di  coscienza  tranquilla,  forse 
un  po'  di  denaro,  molta  malvagita  e  molto  odio.  Questo,  rag- 
giunta  una  fonte  aprica,  o  una  ripa  erbosa,  o  una  spiaggia,  lieto  di 
aver  trascorso  una  giornata  senza  macchia,  invoca,  prima  che  la 
luce  si  spenga,  la  sua  vigile  temperanza  e  lo  scudo  della  preghiera 
e  della  fede  contro  i  pericoli  e  le  illusioni  e  le  insidie  della  notte 
imminente,  e  contro  il  furore  del  nemico  che  rugge  a  mo'  di  leone ; 
contro  i  sogni  e  le  impurita  e  le  visioni  notturne  implora  la  cle- 
menza  del  Creatore  che  suole  vegliare  su  di  lui.  Nelle  mani  di  lui 
affida  il  suo  spirito,  e  invoca  gli  angeli  come  custodi  della  sua 
dimora ;  poi  se  ne  ritorna  a  casa,  dove  non  porta  nessuna  ingiusti- 
ficata  lagnanza,  nessuna  brama  peccaminosa,  ma  molto  onore  di 
lodevoli  azioni  e  un  animo  di  giorno  in  giorno  migliore.  Insomma, 
quegli  spoglia  in  tutta  la  giornata  i  vivi,  questi  prega  per  i  morti; 
quegli  attenta  al  pudore  delle  madri  e  delle  vergini,  questi  venera 
con  grandissima  devozione  la  Vergine  Madre;  quegli  infine  fa  dei 
martiri,  questi  li  glorifica;  quegli  perseguita  i  santi,  questi  li 
onora. 

Ecco,  viene  di  nuovo  la  notte.  Quegli  ritorna  alle  sue  gozzovi- 
glie:  grandissima  pompa,  lunga  fila  di  persone  davanti  e  dietro: 
lo  diresti  il  funerale  di  un  vivo.  Anche  i  flauti  precedono  il  fune- 
rale,  affinche"  nulla  manchi  alle  esequie;  il  cadavere,  riccamente 
addobbato,  cosparso  di  profumi  preziosi,  viene  di  nuovo  sepolto 
tra  i  cuscini,  ancor  tiepido,  ancora  spirante.  Poi,  aggiungendo  una 


316  DE   VITA    SOLITARIA  •    LIBER   PRIMUS 

peraddens  prandio,  venture  luci  nauseam  parat  et  alteri  prandio 
precludit  iter.  Iste  vel  se  cenasse  persuadet  sibi,  vel  ita  cenat  ut 
platonicum  illud1  re  probet:  nullo  mode  michi  placet,  inquit,  bis 
in  die  saturum  fieri. 

Post  hec,  multum  dissimili  habitu  corporis  et  animi,  cubitum 
vadunt.  Ille  plenus  curis,  plenus  epulis,  plenus  mero,  plenus 
metu,  plenus  invidia,  deiectus  repulsis,  superbia  elatus,  merore 
contractus,  ira  tumidus,  impar  sibi,  impos  animi,  obsessus  sa- 
tellitibus,  observatus  emulis,  pulsatus  clamoribus,  solicitatus  li- 
teris,  interpellatus  nuntiis,  suspensus  fama,  rumoribus  territus, 
stupefactus  auguriis,  elusus  mendaciis,  fessus  querimoniis  et  ne 
noctu  quidem  litibus  immunis,  par  vita  demonibus,  odiosus  pre- 
terea  vicinis,  gravis  civibus,  vel  formidatus  vel  irrisus  suis,  su- 
spectus  omnibus,  fidus  nulli,  diu  insomnis^purpureo  volvitur  gra- 
bato;  omnesque  libidinum  species  expertus,  et  ad  fruendum  pre- 
sentibus  solicitato  infelici  corpusculo,  ad  absentes  vago  animo 
transmisso,  vix  tandem  victus,  somnum  oculis  admittit;  sed  vi 
gilant  cure,  vigilat  mens  anxia  quam  urit  ignis  inextinguibilis  et 
immortalis  conscientie  vermis  rodit.  Turn  diurna  negotia,  deceptos 
clientes,  oppresses  pauperes,  pulsos  finibus  agricolas,  stupratas 
virgines,  circumscriptos  pupillos,  spoliatas  viduas,  afflictos  ne- 
catosque  innoxios,  cumque  his  omnibus  ultrices  scelerum  Furias 
videt;  sepe  itaque  dormiens  exclamat,  sepe  conqueritur,  et  sepe 
metu  subito  somnus  abrumpitur. 

Iste  autem  plenus  honesto  gaudio,  plenus  sancta  spe,  plenus 
amore  pio,  non  Euriali  ut  Nisus,2  sed  ut  Petrus  Cristi,  plenus 
conscientie  integritate,  securitate  hominum,  Dei  metu,  nocituri 
cibi  et  inutilium  vacuus  curarum,  solus,  tacitus,'  tranquillus,  an- 
gelo  simillimus,  Deo  cams,  formidabilis  nemini,  cuntis  amabilis, 
cubiculum  somno  non  impudicitiis  ydoneum  ingressus,  dulcem  et 
imperturbatam  excipit  quietem  et,  siquid  consopitus  videt,  ple- 


i.  platonicum  illud:  presso  Cicerone,  Tusc.,  v,  35,  100.  2.  Euriali  ut  Ni 
sus:  1'amicizia  di  Niso  per  Eurialo  (cfr.  Virgilio,  Aen.,  ix,  176  sgg.) 
viene  contrapposta  a  quella,  spirituale,  di  Pietro  per  Cristo. 


LA   VITA    SOLITARIA    -    LIBRO    PRIMO  317 

cena  pesante  al  pranzo  non  ancor  digerito,  prepara  la  nausea  per 
il  giorno  seguente,  e  ingombra  la  via  al  nuovo  pranzo.  Questi,  o 
si  convince  di  aver  gia  cenato,  o  cena  in  modo  da  confermare  con 
i  fatti  il  detto  platonico :  non  mi  piace  affatto  saziarmi  due  volte  al 
giorno. 

Dopo  di  ci6,  questi  uornini,  in  condizioni  assai  diverse  e  di  cor- 
po  e  d'animo,  se  ne  vanno  a  dormire.  Quegli  e  pieno  di  preoc- 
cupazioni,  pieno  di  cibo  e  di  vino,  pieno  di  terrore,  pieno  d'invi- 
dia:  le  ripulse  1'hanno  abbattuto,  la  superbia  1'ha  imbaldanzito, 
la  tristezza  1*  ha  oppresso ;  e  gonfio  d'  ira,  incostante,  poco  padro 
ne  di  se,  assediato  dai  satelliti,  spiato  dai  rivali,  stordito  dalle 
grida,  sollecitato  dalle  lettere,  importunato  dai  messi,  dubbioso 
per  le  notizie,  spaventato  da  false  voci,  intontito  dai  presagi,  in- 
gannato  dalle  menzogne,  sfinito  dai  lamenti,  e  nemmeno  di  notte 
e  libero  dalle  liti:  la  sua  vita  somiglia  a  quella  dei  demoni.  £ 
inoltre  odioso  ai  vicini,  molesto  ai  concittadini,  temuto  o  scher- 
nito  dai  suoi,  sospetto  a  tutti,  fido  a  nessuno.  Si  rivolta  nel  letto 
ornato  di  porpora,  a  lungo  insonne.  Ogni  sorta  di  libidini  conosce, 
e  dopo  aver  eccitato  il  suo  corpo  infelice  a  godere  di  quelle  che  gli 
son  vicine,  e  lasciato  correre  il  pensiero  volubile  alle  lontane, 
vinto  finalmente,  chiude  gli  occhi  al  sonno.  Ma  vegliano  le  preoc- 
cupazioni,  veglia  lo  spirito  tormentato,  arso  da  un  fuoco  ine- 
stinguibile  e  roso  dai  verme  del  rimorso  che  non  si  placa.  Vede 
allora  tutte  le  attivita  della  sua  giornata,  i  clienti  ingannati,  i  po- 
veri  tormentati,  i  contadini  scacciati  dai  loro  campi,  le  fanciulle 
che  ha  violate,  i  giovani  che  ha  frodato,  le  vedove  che  ha  depre- 
dato ;  vede  gl'innocenti  tormentati  e  uccisi,  e,  insieme  con  questi, 
le  furie  vendicatrici  dei  suoi  delitti;  spesso,  dormendo,  si  mette  a 
gridare,  spesso  si  lamenta,  spesso  il  suo  sonno  s'interrompe  per 
uno  spavento  improwiso. 

Questi,  invece,  e  tutto  pieno  di  casta  gioia,  pieno  di  sante 
speranze  e  di  un  pio  amore,  non  come  Niso  per  un  Eurialo,  ma 
come  Pietro  per  Cristo.  £  tranquillo  nella  coscienza,  sicuro  da 
parte  degli  uomini  e  timorato  di  Dio,  libero  da  cibi  dannosi  e 
da  inutili  preoccupazioni.  Solo,  silenzioso,  sereno,  simile  a  un  an- 
gelo,  caro  a  Dio,  da  nessuno  temuto,  da  tutti  amato,  entra  nella 
sua  stanza  che  e  fatta  per  il  sonno,  non  per  atti  impudichi,  e  si  ab- 
bandona  a  un  riposo  dolce  e  tranquillo.  Se  ha  qualche  apparizione 


3*8  DE    VITA    SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

runque  similia  vigilantis  operibus  sunt  somnia  dormientis  et  hac 
etiam  vite  parte  felicior  meliores  aspicit  visiones,  neque  solum 
letiore  animo,  sed  saniore  etiam  corpora  membrorumque  rnini- 
sterio  promptiore  utitur.  Constat  enim  animi  virtutes  precipueque 
modestiam  sanitati  multum  conferre  corporee,  et  frequenter  qui 
plus  corpori  serviunt  plus  obesse. 

in.  En,  pater,  unius  occupati  et  unius  otiosi  horninis  unum  diem 
ante  oculos  tuos  posui:  omnium  hominum  dierumque  omnium 
una  ratio  est,  nisi  quod  quotidie  illius  labor  tanto  amarior,  tanto- 
que  huius  quies  est  dulcior,  quanto  validior  fit  tractu  temporis 
habitus  animorum,  quantoque  per  temporales  motus  acceditur  ad 
eternitatis  statum  et  vivendo  proximior  efficitur  illi  quidem  sine 
fine  labor,  huic  requies. 

Nisi  forte  felicior  est  illorum  conditio,  qui  alienis  negotiis  oc- 
cupantur,  alieni  nutus  arbitrio  reguntur,  et  quid  agere  illos  opor- 
teat  in  aliena  fronte  condiscunt.  Omnia  illis  aliena  sunt:  alienum 
limen,  alienum  tectum,  alienus  somnus,  alienus  cibus,  et,  quod 
est  maximum,  aliena  mens,  aliena  frons;  non  suo  iudicio  flent  et 
rident,  sed  abiectis  propriis  alienos  induunt  affectus,  denique 
alienum  tractant,  alienum  cogitant,  alieno  vivunt.  De  his  poeta 
nobilissimus  loquebatur  ubi  ait: 

penetrant  aulas  et  limina  regum.1 

Hos  alter  mordacius  atque  liberius  notabat  in  satyra  ilia,  qua  cu- 
rialem  vitam  arguit,  et  eum  qui 

bona  summa  putet  aliena  vivere  quadra.2 

Equidem  inter  hos  et  perpetuis  dominorum  ac  regum  carce- 
ribus  addictos  quid  intersit  nescio,  nisi  quod  illi  ferreis,  isti 
aureis  compedibus  vincti  sunt.  Speciosior  cathena,  par  servitus, 
maior  culpa:  sponte  etenirn  sua  faciunt  ad  quod  alii  vi  cogun- 
tur.  Ego  vero  istos,  ut  sententiam  meam  brevibus  absolvam, 
occupatorum  omnium  extremos  ac  vere  miserrimos  miserorum 
voco,  quibus  nee  brevissimo  saltern  premio  malarum  artium  uti 


i.  Virgilio,  Georg.,  n,  504.     2.  Giovenale,  Sat.,  v,  2. 


LA   VITA   SOLITARIA   •   LIBRO   PRIMO  319 

durante  il  sonno,  per  lo  piu  i  suoi  sogni  corrispondono  alle  sue 
azioni;  piu  fortunate  anche  sotto  questo  aspetto,  contempla  piu 
piacevoli  visioni,  e  gode  non  soltanto  di  un  animo  piu  gaio,  ma 
anche  di  un  corpo  piu  sano  e  piu  pronto  all'impiego  delle  membra. 
6  noto  infatti  che  le  doti  spirituali,  e  particolarmente  la  modera- 
zione,  molto  conferiscono  alia  salute  fisica,  e  spesso  coloro  che  piu 
sono  send  del  corpo,  piu  gli  recano  danno. 

in.  Ecco,  padre,  ti  ho  posto  davanti  agli  occhi  la  giornata  di  un 
uomo  occupato  e  di  un  uomo  libero ;  identico  e  il  comportamento 
di  tutti  gli  uomini  e  lo  svolgimento  di  tutte  le  giornate,  con  que- 
sta  sola  differenza:  che  tanto  piu  ingrata  diventa  ogni  giorno  la 
fatica  di  quello,  e  tanto  piu  dolce  la  tranquillita  di  questo,  quanto 
piu  Tabitudine  si  rafforza  col  passar  dei  giorni,  quanto  piu,  col 
volger  del  tempo,  ci  si  approssima  allo  stato  dell'eternita  e,  vi- 
vendo,  si  fa  piu  vicino  a  quello  il  travaglio,  a  questo  la  quiete 
senza  fine. 

A  meno  che  non  sia  per  awentura  piu  felice  la  condizione  di 
coloro  che  si  occupano  degli  affari  altrui,  si  fanno  guidare  dalFal- 
trui  cenno,  e  leggono  sul  viso  altrui  che  cosa  occorre  ch'essi  fac- 
ciano.  Tutte  le  loro  cose  sono  d' altri:  d'altri  la  soglia,  d'altri  la 
casa,  il  sonno,  il  cibo,  e  —  cio  che  piu  conta  —  i  sentimenti  e 
1'espressione:  non  piangono  ne  ridono  secondo  il  proprio  impul- 
so,  ma,  messi  da  parte  i  propri  affetti,  assumono  quelli  degli 
altri;  trattano  infme  gli  affari  altrui,  pensano  alle  cose  altrui, 
vivono  delle  sostanze  altrui.  A  questi  alludeva  il  poeta  famosis- 
simo,  la  dove  dice:  « S'introducono  nei  palazzi  e  nelle  stanze  dei 
re. »  Piu  mordacemente  e  con  maggiore  liberta  prende  di  mira 
costoro  un  altro  poeta,  in  quella  satira  in  cui  critica  la  vita  di  corte 
e  colui  che  agiudica  sommo  bene  vivere  alle  spalle  altrui ».  In 
verita  non  so  che  differenza  ci  sia  fra  costoro  e  quelli  che  sono 
condannati  in  perpetuo  alle  prigioni  dei  potent!  e  dei  re,  alPin- 
fuori  di  questa:  che  quelli  sono  awinti  da  catene  di  ferro,  questi 
da  catene  d'oro.  Di  piu  bella  apparenza  e  la  catena,  identica  la 
schiavitu,  maggiore  la  colpa:  che  fanno  di  loro  spontanea  volonta 
ci6  cui  gli  altri  sono  obbligati  con  la  forza.  Invero  —  per  esprimere 
in  poche  parole  la  mia  opinione  —  definisco  costoro  gli  ultimi 
degli  occupati,  e  proprio  i  piu  infelici  tra  gli  infelici:  costoro,  che 
non  ebbero  la  possibilita  di  godere  nemmeno  per  pochissimo 


320  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

licuit:  vixere  alieno  imperio  suo  periculo  morituri,  et  aliis  la- 
borando  peccaverunt  sibi;  felices  si  sine  culpa  ut  sine  premio 
laborassent.  Nunc  crimen  duntaxat  est  proprium,  que  ex  crimine 
venit,  fallax  licet  et  fugitiva  delectatio,  aliena  est.  Atqui  dure  dici- 
mus  conditionis  agricolam,  qui  cum  labore  serit  arborem  cuius 
fructum  nunquam  sit  visurus.  «Quis  enim»  ait  Apostolus1 
ccplantat  vineam,  et  de  fructu  eius  non  edit?»  Qui  tamen  sortem 
suam  consolari  potest,  eo  quod  alteri  saltern  seculo  profuturus 
sit,  itaque,  non  modo  dubitans  quod  agit  ad  se  non  pertinere  sed 
sciens  etiam,  non  omittet;  interrogantique  cui  serat,  quod  est 
apud  Ciceronem,2  diis  sit  immortalibus  responsurus,  seu  rectius 
immortali  Deo.  Quanto  miseriores  qui  serunt  unde  ipsi  penas 
solas,  alii  vero  penales  voluptates  legant!  Qui  quod  inutiliter 
agunt  sibi,  aliis  imputare  non  possunt;  non  etati  sue,  cui  sepenu- 
mero  laborando  prereptam  sibi  libertatem  eripiunt;  non  posteri- 
tati,  cui  servitium  parant;  non  Deo,  quern  offendunt  ut  hominibus 
placeant;  denique  non  his  ipsis,  quibus  placendo  nocuerunt  qui- 
busque  perpetua  morte  sua  brevem  peccandi,  hoc  est  in  eternum 
quoque  moriendi,  licentiampepererunt:  ceci  nimium  dementesque 
adversisque  sideribus  in  lucem  imo  in  tenebras  proiecti,  qui  cum 
alte  alios  extulerint  ipsi  continuo  iacuere,  ab  eisdem  illis,  quod 
sepe  iam  vidimus,  forsitan  opprimendi.  Interim  cum  multa  aliis 
quesierint,  multa  cupidinum  instrumenta  conflaverint,  tantorum 
semper  commodis  caruere  facinorum,  hanc  unam  feralis  industrie 
gloriam  consecuti:  principum  avaritias  dominorumque  libidines 
consiliorum  suorum  pavisse  successibus.  Quid  vis  amplius  dicam? 
Non  equidem  minus  mordax  nostrorum  michi,  quam  Cretensium 
videri  solet  imprecatio.3  Cum  enim  sono  verborum  neutra  terri- 
bilis  sit,  subest  virus  utrique  mortiferum;  illi  hostibus  suis  optant 
ut  mala  consuetudine  delectentur,  nostri  autem  ut  occupati  atque 
soliciti  esse  nunquam  desinant.  Quo,  si  profundius  non  verba 
sed  ipsam  rem  inspicias,  quid  tristius  dici  possit  vix  invenio.  De 
his  occupatis  loquor,  quos  videmus,  et  quorum  plena  est  vita  vul- 


i.  Apostolus:  Paolo,  I  Cor.,  9,  7.  2.  Cicerone,  De  sen.,  7,  24-25:  dove 
anche  Tespressione  «  serit  arbores  quae  alteri  saeculo  prosint »  (del  poeta 
comico  Cecilio  Stazio).  3.  Cretensium . . .  imprecatio :  secondo  Valerio  Mas 
simo  (Fact,  et  ditt.  mem.t  vn,  2,  ext.  18)  i  Cretesi  eran  soliti  pregare  gli 
dei  che  i  loro  nemici  provassero  diletto  nelle  cattive  consuetudini. 


LA   VITA   SOLITARIA   -    LIBRO   PRIMO  32! 

tempo  1'utile  delle  loro  male  arti:  sono  vissuti  agli  ordini  altrui, 
e  moriranno  con  loro  proprio  pericolo;  dandosi  da  fare  per  gli 
altri,  peccarono  per  se  stessi;  felici  se  avessero  potuto  lavorare, 
come  senza  premio,  cosl  senza  colpa.  Ora  la  colpa  soltanto  e 
loro:  il  piacere  che  ne  deriva,  sia  pur  fallace  e  passeggero,  appar- 
tiene  agli  altri.  Eppure  noi  chiamiamo  dura  la  condizione  del- 
Pagricoltore,  che  pianta  con  fatica  Talbero  di  cui  non  vedra  mai  i 
frutti.  « Chi  e »  dice  P Apostolo  « che  pianta  una  vigna  e  non  ne 
mangia  i  frutti  ? »  L'agricoltore  tuttavia  pu6  lenire  Pinfelicita  della 
sua  sorte,  pensando  di  essere  utile  almeno  a  un'altra  generazione; 
e  perci6,  non  solo  nel  dubbio,  ma  anche  nella  certezza  che  quanto 
fa  non  gli  appartiene,  non  rinunzia  a  farlo ;  e  se  uno  gli  domandasse, 
come  leggiamo  in  Cicerone,  per  chi  pianta  quelPalbero,  rispon- 
derebbe  che  lo  pianta  per  gli  dei  immortali,  o  meglio,  per  il  Dio 
immortale.  Quanto  piu  infelici  coloro  che  piantano  alberi  da  cui 
essi  coglieranno  soltanto  dolori,  altri  dolorosi  piaceri!  Ci6  che  essi 
fanno  senza  utilita  alcuna  per  se  stessi,  non  possono  metterlo  in 
conto  agli  altri:  non  alia  propria  generazione,  che  spesso  col  loro 
lavoro  privano  della  liberta  gia  tolta  a  se  stessi ;  non  ai  posteri,  cui 
preparano  la  schiavitu;  non  a  Dio,  che  offendono  per  compia- 
cere  agli  uomini;  infine  neppure  a  coloro  cui,  compiacendoli, 
nocquero,  cui  a  prezzo  della  propria  morte  eterna  procurarono 
la  possibilita  di  peccare  per  breve  tempo,  cioe  di  morire  anch'essi 
in  eterno.  Troppo  ciechi  e  pazzi  essi  furono,  e  da  stelle  awerse 
sospinti  nella  luce,  anzi  nelle  tenebre,  che,  portati  in  alto  gli  altri, 
essi  stessi  soggiacquero,  col  rischio  forse  di  essere  da  quelli  me- 
desimi  oppressi,  come  spesso  abbiamo  veduto.  E  intanto,  procu- 
rando  molte  cose  agli  altri,  raccogliendo  molti  mezzi  per  alimen- 
tare  le  loro  brame,  non  ebbero  mai  i  vantaggi  di  tanti  delitti, 
quest'unica  gloria  dalla  loro  funesta  attivita  conseguendo:  d'aver 
dato  esca  con  riusciti  intrighi  all'avarizia  dei  principi,  ai  piaceri 
sfrenati  dei  signori.  Che  vuoi  di  piu?  La  nostra  maledizione 
non  e  meno  amara,  secondo  me,  di  quella  dei  Cretesi.  Nessuna 
delle  due  spaventa  per  il  suono  delle  parole,  ma  sotto  Tuna  e  sotto 
Taltra  si  nasconde  un  veleno  mortale :  quelli  augurano  ai  loro  ne- 
mici  di  dilettarsi  del  loro  turpe  costume,  noi  invece,  di  non  ces- 
sare  mai  di  essere  occupati  e  inquieti.  Se  tu  consideri  bene  a  fondo 
non  le  parole,  ma  i  fatti,  non  vedo  che  cosa  si  potrebbe  dire  di  piu 
triste.  Parlo  di  queste  persone  affaccendate  che  noi  vediamo  e  di 


322  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

garis:  alii  enim  nulli  vel  tarn  rari  sunt,  ut  nusquam  appareant; 
ubi  sane  veritas  queritur,  ficta  fantasmata  loqui  piget.  Itaque,  ut 
iantandem  semel  expediam,  parum  abest  quin,  meo  certe  iudicio, 
omnis  occupatus  miser,  occupatusque  sub  alio  bis  miser,  quod  et 
miseriam  suam  habet  et  ipso  miserie  fructu  caret. 

Non  quod  ignorem  fuisse,  et  fortassis  esse,  occupatissimos 
quosdam  simulque  sanctissimos  viros,  qui  seipsos  et  secum  Cri- 
sto  devias  animas  adducerent;  quod  ubi  accidit,  ingens,  fateor,  et 
inextimabile  bonum  est  ac  geminata  felicitas,  duplici  de  qua 
multa  diximus  obiecta  miserie.  Quid  enim  felicius,  quid  aut  ho- 
mine  dignius  aut  similius  Deo  est,  quam  servare  et  adiuvare  quam 
plurimos  ?  Quod  qui  potest  et  non  facit,  preclarum  michi  quidem 
humanitatis  ofEcium  abiecisse,  et  ob  earn  rem  hominis  nomen 
ac  naturam  amisisse  videbitur.  Itaque  ut  hoc  posse  datum  sit, 
desiderium  proprium  utilitati  publice  sponte  subiciam,  deserta- 
que  solitudine  unde  michi  soli  obsequebar,  ultro  repetam  unde 
utilis  mundo  sim,  Ciceronis  nostri  iudicium  sequens:  «Magis  est 
enim)>  inquit  ccsecundum  naturam  pro  omnibus  gentibus,  si  fieri 
possit,  conservandis  aut  iuvandis  maximos  labores  molestiasque 
suscipere,  imitantem  Herculem  ilium,  quern  hominum  fama  be- 
neficiorum  memor  in  concilio  celestium  collocavit,  quam  vivere  in 
solitudine,  non  modo  sine  ullis  molestiis,  sed  etiam  in  maximis 
voluptatibus,  abundantem  omnibus  copiis,  ut  excellas  etiam  pul- 
critudine  et  viribus;  quocirca  Optimo  quisque  splendidissimoque 
ingenio  longe  illam  vitam  huic  anteponit.  »*  Hec  Cicero  cui,  sic 
se  rebus  habentibus,  haud  coactus  assentior;  sed  de  his  omnibus 
iudicium  meum  habe:  paucissimis  quidem  instantiis  universale 
verum  dogma  non  quatitur.  Multi  sunt  qui  occupationes  in  co- 
mune  utiles  et  solitudine  qualibet  sanctiores  profitentur.  Scio; 
sed  quot,  queso  te,  vidimus,  qui  quod  profitebantur  impleverint? 
sunt  fortasse  aliqui,  sunt  plurimi;  ostende  michi  unum  et  silebo. 
Non  inficior  doctos  quosdam  et  facundos  viros,  et  qui  multa  sub- 


i.  Cicerone,  De  off.,  in,  5,  25. 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  323 

cui  e  plena  la  vita  di  ogni  giorno :  altri  non  ve  ne  sono  affatto,  o 
sono  talmente  rari  da  non  apparire  in  nessun  luogo;  e  certo,  dove 
si  cerca  la  verita,  non  piace  parlar  di  fantasmi  foggiati  dalla  fan 
tasia.  Percio  —  per  sbrigarmi  ormai  una  buona  volta  —  non  sono 
lontano  dalPaffermare  che  (a  mio  giudizio,  s'intende)  chiunque  e 
occupato  e  infelice,  e  due  volte  infelice  chi  e  occupato  alle  dipen- 
denze  di  un  altro,  perche  ha  la  sua  infelicita  senza  avere  i  vantaggi 
dell' infelicita  stessa. 

Non  ignoro  che  ci  sono  state,  e  forse  ci  sono,  alcune  persone 
assai  indaffarate  e  nello  stesso  tempo  degnissime,  che  condus- 
sero  a  Cristo,  insieme  con  se  stesse,  delle  anime  fuorviate.  Quando 
questo  si  verifica,  e  una  fortuna  grandissima  e  inestimabile,  lo 
ammetto,  una  doppia  felicita:  proprio  1'opposto  di  quella  doppia 
infelicita  di  cui  tanto  ho  parlato.  E  invero,  che  cosa  c'e  di  piu 
bello,  o  di  piu  degno  di  un  uomo,  o  di  piu  simile  a  Dio,  che  sal- 
vare  e  aiutare  il  maggior  numero  possibile  di  persone?  Chi  pu6 
farlo  e  non  lo  fa,  mi  sembra  abbia  trascurato  il  piu  nobile  tra  i  do- 
veri  di  umanita,  e  perduto  quindi  il  nome  e  la  natura  di  uomo. 
Ammesso  dunque  che  ci6  possa  awemre,  subordinerb  spontanea- 
mente  la  mia  aspirazione  alia  pubblica  utilita,  e,  abbandonata 
la  solitudine  di  cui  compiacevo  solo  me  stesso,  mi  spinger6  la 
donde  potro  essere  utile  al  mondo,  seguendo  Topinione  del  nostro 
Cicerone:  «6  piu  conforme  a  natura  affrontare  fatiche  e  pene 
gravissime  per  proteggere  e  aiutare  —  se  e  possibile  —  tutte  le 
genti  (come  fece  il  famoso  Ercole,  che  gli  uomini,  memori  dei  suoi 
benefici,  posero  nel  concilio  dei  celesti),  che  vivere  in  solitudine, 
non  solo  senza  fastidio  alcuno,  ma  anche  tra  i  piu  grandi  piaceri, 
disponendo  di  ogni  cosa  in  abbondanza,  cosi  da  eccellere  anche  in 
bellezza  e  in  forza.  Percio  tutte  le  persone  di  piu  nobile  e  piu 
illustre  ingegno  antepongono  di  gran  lunga  quella  vita  a  questa. » 
Cosl  dice  Cicerone:  con  lui,  cosl  stando  le  cose,  consento  libera- 
mente.  Ma  su  tutti  questi  argomenti  eccoti  il  mio  parere :  una  veri 
ta  universale  non  si  scuote  per  pochissime  eccezioni.  Molti  preten- 
dono  di  esercitare  attivita  utili  alPinteresse  comune  e  piu  sante  di 
qualunque  solitudine.  Lo  so;  ma  quanti  ne  abbiamo  visti,  di  gra- 
zia,  che  hanno  tenuto  fede  alle  loro  promesse?  ce  ne  sono  forse 
alcuni,  ce  ne  sono  moltissimi:  mostramene  uno  solo  e  star6 
zitto.  Che  siano  alcuni  dotti  ed  eloquenti  non  nego,  e  capaci  di 
contestare  con  molti  e  sottili  argomenti  queste  mie  affermazioni. 


324  DE   VITA   SOLITARIA  •    LIBER   PRIMUS 

tiliter  adversus  hec  disputant.  Ceterum  non  de  ingenio,  sed  de 
moribus  est  questio;  ambiunt  civitates,  declamant  in  populis, 
multa  de  vitiis,  multa  de  virtutibus  loquuntur;  vix  temperare 
michi  potui,  quominus  unum  satyrici  dentis  morsum1  huic  loco 
valde,  nisi  fallor,  congruentem  interponerem.  Sed  cogitans  ad 
quern  sermo  michi  est,  stilo  potius  aliquid  quam  verecundie 
subtrahendum  credidi.  Multa  quidem,  inquies,  loquuntur  utiliter ; 
audivi.  Et  sepe  aliis  prosunt;  credo.  Sed  non  statim  sanus  est  me- 
dicus,  qui  consilio  egrum  iuvat,  quin  eodem  sepe  morbo,  quo 
multos  liberaverat,  interiit.  Verba  studio  elaborata  atque  arte 
composita  pro  multorum  salute  non  respuo  et,  quicunque  sit 
opifex,  utile  opus  amplector;  verum  hec  nobis  non  rethorice 
scola  sed  vite  est,  nee  inanem  lingue  gloriam,  sed  solidam  quie- 
tem  mentis  intendimus.  Neque  michi  excidit  Senecam,  cum  di- 
xisset:  «Omnia  impedimenta  dimitte,  et  vaca  bone  menti»,  con- 
festim  addidisse:  «Nemo  ad  illam  pervenit  occupatus.»2  Quam  ego 
non  prestare  quidem  solitudinem,  sed  conservare  et  plurimum 
adiuvare  contendo.  Nam  nee  illud  eiusdem  auctoris  oblitus  sum: 
«non  multum»  inquit  «ad  tranquillitatem  locus  confert)).3  Ut 
sit  ita,  sine  dubio  tamen  confert 'aliquid;  quod  nisi  sic  esset  cur 
idem  dixisset  alibi :  « Non  tantum  corpori,  sed  etiam  moribus  sa- 
lubrem  locum  eligere  debemus»?4  et  idem  alibi:  (cConspectum 
quoque  et  viciniam  fori  procul  fugiam;  nam  ut  loca  gravia  etiam 
firmissimam  valetudinem  tentant,  ita  bone  quoque  menti,  necdum 
adhuc  perfecte  et  convalescenti,  sunt  aliqua  parum  salubria»?5 
Unde  ergo  hec  morum  mentisque  salubritas  ac  discrimen,  si 
nichil  esset  in  locis  ?  Est  in  locis  aliquid,  pace  Senece  dixerim,  est 
multum,  sed  non  to  turn,  fateor.  Illud  quidem,  ut  sibi  videtur,  in 
ammo  est.  Nam  sic  ait :  «  Animus  est,  qui  sibi  commendat  omnia.  »6 
Id  enimvero  suo  more  recte  dicitur.  Unde  autem  animo  lumen  veri 
equitasque  iudicii?  aliunde  proculdubio.  Itaque  quod  de  locis 
•dixi,  de  animo  repetam:  esse  in  illo  aliquid,  multum  esse,  totum 
minime,  sed  in  Eo  tantum,  qui  oportunitatem  locis  tribuit,  animo 
rationem.  Magna  enim  et  divina  quedam  res  est  animi  tranquilla 


1.  unum  .  .  .  morsum:  Giovenale,  Sat.,  II,  19-20;  la  frase  a  cui  il  Petrar- 
ca  allude  qui  con  tante  ambagi  e :  « et  de  virtute  locuti  clunern  agitant ». 

2.  Seneca,  Ep.  adLucil.,  53,  9.     3.  Ep.  adLucil.,  55,  8.     4.  Ep.  adLucil., 
51,  4.      5.  Ep.  adLudl.j  28,  6.      6.  Ep.  ad  LuciL,  55,  8;  e  1'animo  che  con- 
ferisce  alle  cose  il  valore  ch'esse  hanno  per  lui. 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  325 

Ma  qui  si  fa  questione  di  costumi,  non  (Tingegni:  se  ne  vanno 
in  giro  per  le  citta,  arringano  le  folle,  parlano  molto  dei  vizi  e 
delle  virtu;  ho  'potuto  a  stento  trattenermi  dalPinserire  qui  una 
frecciata  satirica  che,  se  non  erro,  cadrebbe  molto  a  proposito. 
Ma  pensando  a  chi  mi  rivolgo,  ho  creduto  bene  di  togliere  qual- 
cosa  al  mio  stile,  piuttosto  che  alia  mia  riservatezza.  Tu  mi  obiet- 
terai  ch'essi  dicono  molte  cose  utili:  li  ho  sentiti.  E  che  spesso 
fanno  del  bene  agli  altri:  lo  credo.  Ma  non  sempre  e  sano  il  me 
dico  che  con  i  suoi  consigli  aiuta  un  ammalato,  che  anzi  spesso 
muore  della  stessa  malattia  di  cui  molti  ha  guarito.  Trattandosi 
del  bene  di  molti,  io  non  disdegno  le  parole  ricercate  con  cura  e 
disposte  con  abilita,  e  apprezzo  un' opera  utile,  chiunque  ne  sia 
I'artefice.  Senonch6  questa  e  per  noi  una  scuola  di  vita,  non  di  reto- 
rica:  non  e  alia  gloria  inconsistente  delle  parole  che  noi  tendiamo, 
ma  alia  quiete  effettiva  dello  spirito.  Ne  mi  e  sfuggito  di  mente  che 
Seneca,  dopo  aver  detto:  «Metti  da  parte  ogni  ostacolo,  e  dedicati 
per  intero  alia  saggezza»,  aggiunse  subito  dopo:  «nessuna  persona 
indaffarata  pote  mai  giungere  ad  essa».  Ora  io  sostengo  che  la 
solitudine  non  solo  procura  tale  saggezza,  ma  la  conserva  e  la  favo- 
risce  al  massimo  grado.  Non  ho  dimenticato  infatti  nemmeno 
quelle  altre  parole  dello  stesso  autore:  «I1  luogo  non  conferisce 
molto  alia  tranquillita. »  Ammettiamo  pure  che  sia  cosi:  tuttavia 
un  poco  vi  conferisce.  Altrimenti  perch6  lui  stesso  avrebbe  detto 
in  un  altro  passo :  «  Dobbiamo  scegliere  un  luogo  salutare  non  solo 
per  il  corpo,  ma  anche  per  i  costumi » ?  e  altro ve :  «  Fuggiro  anche  la 
vista  e  la  vicinanza  del  Foro.  E  invero,  come  i  luoghi  malsani 
mettono  alia  prova  perfino  la  salute  piu  florida,  cosi  per  uno 
spirito  anche  sano,  ma  non  ancora  ben  saldo  e  convalescente, 
alcune  localita  sono  poco  salubri. »  Onde  dunque  questa  condizione 
propizia  o  pericolosa  per  lo  spirito,  se  il  luogo  non  avesse  nessuna 
importanza?  Con  buona  pace  di  Seneca,  io  direi  che  il  luogo  e 
qualche  cosa,  e  molto:  ma  non  e  tutto,  lo  ammetto.  II  tutto  — 
cosi  sembra  a  lui—  e  nelPanimo.  E  infatti  dice:  «£  Panimo  che 
a  se  tutto  raccomanda. »  Questo  certo  e  ben  detto,  com'e  suo  co 
stume.  Donde  per6  all'animo  la  luce  della  verita  e  1'equita  del  giu- 
dizio?  Da  un'altra  parte,  non  c'e  dubbio.  Ripetero  dunque  per 
Tanimo  ci6  che  ho  detto  per  i  luoghi:  c'e  in  esso  qualcosa,  c'e 
molto:  ma  tutto,  no;  il  tutto  e  solo  in  Colui  che  ha  dato  ai  luoghi 
la  posizione  favorevole,  alPanimo  la  ragione.  £  una  cosa  veramente 


326  DE    VITA   SOLITARIA   *    LIBER    PRIMUS 

serenitas  et  que  non  alterius  donum  sit  quam  solius  Dei,  sed 
quam  sepius  ille  largiri  soleat  in  solitudine  constitutis.  Quod 
utcunque  pro  brevitate  temporis  vel  ratione  vel  contrariorum  colla- 
tione  monstratum  est,  et  mox  exemplis  illustribus  astruetur. 
Quod  si  forte  datum  sit,  ut  aliquis  veri  capax  non  ad  linguam  sed 
ad  cor  riorum  cuiuspiam,  quos  credulum  vulgus  stupet,  penitus 
aurem  cordis  admoveat,  puto  sine  contentione  fatebitur,  quod 
conscientiam  nudam  ingenue  confitentem  audierit,  felicitatem  non 
verbis  sonantibus  sed  rebus  tacitis  et  veritate  intima  non  externis 
plausibus  aut  fallacissima  hominum  opinione  constare.  Multa 
quidem  illic  audiet  multum  his  contraria,  que  in  pulpitis  cum 
populo  mirabatur,  et  intelliget  quid  inter  cutim  et  precordia  in- 
tersit.  Et  nimirum  hec  animi  natura  est,  ut  in  unam  rem  vehe- 
menter  intentus  multas  negligat.  Hinc  est  ut  eloquentie  studiosi 
sepe  sint  ad  actum  tardiores,  et  qui  res  magnas  agunt  sint  incul- 
tiores  eloquio;  sic  et  modestie  cultores  voluptatem  fugiunt,  et 
quibus  voluptas  in  pretio  est  modestiam  aspernantur;  sic  et  quos 
augende  rei  familiaris  studium  tenet  sepe  rempublicam  atque  ami- 
citias  contemnunt,  et  illiberalius  vitam  ducunt;  at  qui  liberalitati 
animum  applicant  quique  reipublice  curam  habent,  sepe  videas 
rei  domestice  negligentes.  Non  potest  ventus  idem  ex  equo  pla- 
cere  his  quorum  navigatio  contrarios  fines  spectat.  Que  idcirco 
dixerim  ne  mireris,  si  in  eo  quoque,  quod  nunc  agimus,  idem  cer- 
nas,  et  si  solicita  vita  strepitum  amat,  multiloquio  delectatur,  con- 
templatio  autem  omnis  arnica  silentio  est,  queque  se  finibus  suis 
tenet ;  et  vice  versa,  ilia  silentium  odit,  hec  strepitum.  Quenam  vero 
tutior  via  est,  hoc  est,  pater,  quod  hodierno  colloquio  vestigamus. 

Die  igitur  michi:  ex  his  ipsis,  quorum  mentio  nobis  oborta  est, 
quotiens  putas  pastorem  ofHcio  periisse,  quotiens  ovem  et  dum 


LA   VITA   SOLITARIA   *    LIBRO    PRIMO  327 

grande  e  divina  la  serenita  imperturbata  delPanimo:  una  cosa 
che  e  dono  soltanto  di  Dio,  non  di  altri;  una  cosa,  tuttavia,  che 
egli  suole  largire  piu  spesso  a  chi  si  e  ritirato  in  solitudine.  Que- 
sto  ho  dimostrato  comunque,  secondo  che  lo  permetteva  la  bre- 
vita  del  tempo,  o  col  ragionamento  o  mettendo  a  confronto  cose 
contrarie;  e  ben  presto  verra  confermato  con  esempi  illustri. 
Che  se  per  caso  qualcuno  disposto  a  intendere  il  vero  potesse  av- 
vicinare  Torecchio  del  cuore  non  alia  lingua,  ma  al  cuore  di  uno 
qualsiasi  fra  quelli  che  il  volgo  credulone  guarda  stupefatto,  credo 
ammettera  senz'altro  di  aver  sentito  la  coscienza  confessare  con  la 
massima  sincerita  che  la  felicita  consiste  non  nella  risonanza  delle 
parole,  ma  nel  segreto  delle  azioni  e  nell'intimita  del  vero,  non 
nel  plauso  che  viene  dairesterno  o  nell'ingannevole  stima  degli 
uomini.  Vi  ascoltera  certo  molte  cose  del  tutto  opposte  a  quelle 
che  ascoltava  meravigliato  dal  pulpito  insieme  con  il  popolo,  e 
comprendera  qual  differenza  ci  sia  fra  Pesterno  e  Pintimo  della 
coscienza.  La  natura  dell'animo  e  indubbiamente  questa:  quand'e 
tutto  fisso  in  una  cosa,  ne  trascura  molte  altre.  Da  ci6  deriva  che 
quelli  che  si  dedicano  alPeloquenza  sono  spesso  piuttosto  lenti 
nelFazione,  e  quelli  che  compiono  grandi  imprese  non  sanno  par- 
lare;  del  pari,  chi  &  amico  della  temperanza  fugge  il  piacere,  chi 
apprezza  il  piacere  disprezza  la  temperanza;  e  ancora,  chi  e 
preso  dal  desiderio  di  accrescere  il  suo  patrimonio,  trascura  spesso 
la  politica  e  gli  amici  e  conduce  una  vita  piuttosto  meschina; 
ma  quelli  che  vogliono  essere  liberali  e  si  occupano  di  politica, 
tu  li  vedresti  spesso  trascurare  le  loro  sostanze.  Uno  stesso  vento 
non  pu6  essere  ugualmente  gradito  a  persone  che  volgono  il  loro 
cammino  in  direzioni  opposte.  Ti  ho  detto  questo,  per  che  tu  non 
abbia  a  meravigliarti  vedendolo  applicato  anche  alPargomento 
di  cui  ora  ci  stiamo  occupando ;  che  la  vita  affannosa  ama  il  fracasso 
e  si  compiace  delle  chiacchiere,  la  vita  contemplativa  invece  e  tutta 
arnica  del  silenzio,  quando  non  venga  meno  alia  propria  natura; 
per  contro,  quella  ha  in  odio  il  silenzio,  questa  il  fracasso.  Quale 
sia  la  strada  piu  sicura,  e  questo,  caro  padre,  che  noi  andiamo 
oggi  ricercando  nella  nostra  conversazione. 

Dimmi,  dunque:  di  coloro  di  cui  siam  venuti  a  parlare,  quante 
volte  credi  tu  che  il  pastore  sia  morto  durante  il  suo  lavoro, 
quante  volte  credi  che  abbia  inciampato  nel  laccio  mentre  cercava 


328  DE   VITA   SOLITARIA   -    LIBER  .PRIMUS 

vagam  alligat  in  laqueum  incidisse,  et  dum  profugam  sequitur 
corruisse  ?  quotiens  credis  aut  medicum  bene  valentem,  dum  egros 
circumit  egritudinem  contraxisse,  aut  bustuarium  dum  mortuos 
sepelit,  causam  mortis  contagio  repperisse?  Nemo  vero  fallatur 
quasi  minora  sint  animorum  contagia  quam  corporum;  maiora 
sunt,  gravius  ledunt,  altius  descendunt,  serpuntque  latentius.  Mul- 
tis,  inquiunt,  prodesse  meritorium,  multis  subvenisse  laudabile. 
Quis  negat?  sed  ordinate  caritatis  initium1  scimus.  Crede  autem 
michi,  non  est  parve  fiducie  polliceri  opem  decertantibus,  consi- 
lium  dubiis,  lumen  cecis,  letitiam  mestis,  securitatem  metuentibus, 
spem  deiectis,  salutem  egris,  requiem  fessis,  refrigerium  afflictis, 
monstrare  iter  errantibus,  subiectare  humeros  cadentibus,  dare 
dextram  prostratis.  Magna  quidem  sunt  hec  si  fiant,  parva  si 
promittantur ;  neque  enim  magne  quam  parve  rei  promissio,  sed 
exhibitio  est  maior.  Verum  ego  non  tarn  aliis  legem  pono,  quam 
legem  tibi  mee  mentis  expono,  quam  qui  probat  teneat,  cui  non 
placet  abiciat  et,  relicta  nobis  solitudine,  solicitudines  suas  sibi  ha- 
beat,  contemptorque  ruris  nostri  vivat  contentus  in  urbibus. 

Optarem  fateor  talis  esse  qui  possem  prodesse  quamplurimis 
vel,  ut  ait  Naso,2 

totique  salutifer  orbi\ 

sed  primum  paucorum  hominum,  proximum  Cristi  solius  est  pro- 
prium.  Et  profecto  quisquis  in  tuto  est,  ut  vel  tantisper  diversum 
sentientibus  condescendam,  peccat  in  legem  nature,  nisi  quibus 
potest  laborantibus  opem  fert.  Michi  qui  adhuc  magno  naufragio 
laboro,  sufficit  Illius  opem  implorare,  qui  solus  potens  est  prestare 
quod  poscitur.  Cuperem  magna,  sed  modicis  contentabor:  vellem 
cum  omnibus  salvus  esse,  si  minus  cum  multis;  ultimo  quid  ex- 
pectas  ut  dicam:  michi  si  non  pereo  satis  est,  multum  est,  abun- 
de,  feliciter? 

Et  heu  quam  vereor  nequi  forsan  ex  his,  qui  se  custodes  infir- 
marum  ovium  dici  volunt,  lupi  sint  sanasque  dilanient.  At  ne  diu- 
tius  me  consideratione  non  mea  implicem,  de  se  illi,  nos  de  nobis 


i.  caritatis  initium:  si  ricordi  il  proverbio:  «prima  caritas  incipit  ab  ego 
me».     2.  Ovidio,  Met.,  n,  642. 


LA  VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  329 

di  legare  una  pecora  vagabonda,  o  che  sia  caduto  inseguendone  una 
fuggitiva?  quante  volte  credi  che  un  medico,  in  buona  salute, 
abbia  contratto  la  malattia  visitando  i  malati,  o  che  un  becchino  sia 
morto  per  contagio  nel  seppellire  i  morti  ?  Nessuno  in  verita  com- 
metta  1'errore  di  credere  che  i  contagi  spiritual!  siano  meno  gravi 
dei  fisici:  sono  invece  piii  gravi,  danneggiano   piu  seriamente, 
penetrano  piu  nelPintimo,  serpeggiano  piu  occultamente.  Far  del 
bene  a  molti  —  dicono  —  e  meritorio,  venire  in  aiuto  a  molti  e 
lodevole.  Chi  lo  nega?  Ma  noi  conosciamo  I'imzio  di  una  carita 
bene  ordinata.  Credimi,  non  ci  vuol  poco  coraggio  per  promet- 
tere  aiuto  a  chi  combatte,  consiglio  a  chi  e  in  dubbio,  luce  a  chi  non 
vede,  gioia  a  chi  e  triste;  per  promettere  sicurezza  a  chi  teme, 
speranza  a  chi  e  scoraggiato,  salute  a  chi  soffre,  riposo  a  chi  e 
stanco,  conforto  a  chi  e  awilito;  per  indicare  la  strada  a  chi  va 
errando,  sorreggere  chi  vien  meno,  porger  la  mano  a  chi  e  caduto. 
Queste  azioni  sono  veramente  belle  se  si  fanno,  ma  insignificanti 
se  si  promettono,  e  il  promettere  una  cosa  grande  non  val  certo 
di  piu  che  prometterne  una  piccola:  e  il  mantenere  che  conta. 
Vero  e  che  io  non  tanto  impongo  una  legge  agli  altri,  quanto 
vado  esponendo  a  te  la  legge  che  mi  governa:  chi  Tapprova  la 
segua,  chi  non  1'approva  la  respinga;  lasci  a  me  la  solitudine  e  si 
tenga  i  suoi  affanni,  e,  cjisprezzando  la  mia  campagna,  viva  soi- 
disfatto  in  citta.  Confesso  che  vorrei  esser  capace  di  giovare  a 
quanti  piu  e  possibile,  o  essere,  come  dice  Nasone,  «salutifero  a 
tutto  il  mondo»:  ma  la  prima  cosa  e  prerogativa  di  pochi,  Paltra 
di  Cristo  soltanto.  Senza  dubbio,  chiunque  si  trova  al  sicuro  — 
per  fare  una  concessione  a  quelli  che  pensano  il  contrario  —  pecca 
contro  la  legge  di  natura  se  non  aiuta  gPinfelici  che  puo  aiutare. 
A  me,  che  mi  trovo  ancora  in  pieno  naufragio,  basta  implprare 
1'aiuto  di  Colui  che  solo  ha  il  potere  di  far  ci6  che  gli  si  chiede. 
Vorrei  grandi  cose,  ma  mi  contenter6  delle  piccole;  vorrei  esser 
salvo  con  tutti,  o  almeno  con  molti;  infine,  perche  aspetti  che  io 
dica:  se  non  perisco  io  e  abbastanza  per  me,  e  molto,  e  una  for- 
tuna  grandissima? 

Ahime,  quanto  temo  che  alcuni  di  coloro  che  vogliono  pas- 
sare  per  custodi  delle  pecore  malate  non  siano  invece  lupi,  e  sbra- 
nino  le  sane!  Ma  —  per  non  impegnarmi  piu  a  lungo  in  una  rifles- 
sione  che  non  mi  concerne  —  consideri  ciascuno  cio  che  preferisce, 


330  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

libret  unusquisque  quid  preferat;  impossible  est  enim,  etsi  umim 
omnes  finem  ultimum  intendamus,  ut  unam  omnibus  vite  viam 
expediat  sequi.  Qua  in  re  cuique  acriter  cogitandum  erit  qualem 
eum  natura,  qualem  ipse  se  fecerit.  Sunt  enim  quibus  solitaria 
vita  morte  gravior  sit  et  mortem  allatura  videatur.  Quod  precipue 
literarum  ignaris  evenire  solet,  quibus  si  confabulator  desit,  quid 
secum,  quid  ve  cum  libris  loqui  valeant  non  habent,  itaque  muti 
sunt.  Equidem  solitudo  sine  literis  exilium  est,  career,  eculeus; 
adhibe  literas,  patria  est,  libertas,  delectatio.  Nam  de  otio  quidem 
illud  Ciceronis  notum:  «Quid  dulcius  otio  literato?))1  Contraque, 
non  minus  illud  Senece  vulgatum:  «Otium  sine  literis  mors  est, 
et  hominis  vivi  sepultura.  »2  Et,  si  plane  norim  duo  ista  tarn  dulcia 
philosophorum  diverticula,  solitudinem  atque  otium,  ut  incipiens 
dixi,  interdum  literatis  etiam  hominibus  permolesta,  in  promptu 
tamen  est  ratio.  His  enim  hoc  accidit,  qui  vel  voluptate  aliqua 
compediti  carcerem  suum  amant,  vel  vulgi  commercio  et  vulgari 
negotio  victum  querunt,  vel  ad  lubricos  honorum  gradus  populo- 
rum  ventosis  suffragiis  aspirant,  et  quibus  (que  ingens  his  tern- 
poribus  turba  est)  litere  non  animi  lux  atque  oblectatio  vite  sunt, 
sed  instrumenta  divitiarum.  Ad  quas  hodie  discendas  magno  rei 
familiaris  impendio,  sed  multo  maxima  lucri  spe,  pueri  a  paren- 
tibus  non  quasi  ad  liberate  gymnasium,  sed  velut  ad  servile  mer- 
cimonium  destinantur,  ut  mirari  nemo  habeat  eos  venaliter  et 
avare  literis  uti,  quas  ut  venderent  quesierunt,  et  quibus  improba 
spe  non  sibi  centesimum  fenus,  sed  millesimum  statuerunt.  Que 
omnia  diligenter  in  vite  electione  tractanda  erunt;  neque  enim 
tales  in  solitudinem  voco,  neque  si  veniant  admitto  libens  —  quam 
multos  igitur  hinc  excludam  vides  — ;  nam  quid  piscis  longe  ab 
aquis,  quid  hi  procul  ab  urbibus  acturi?  Quod  illi  olim  molli  et 
efTeminato  causidico  sepe  dixi,  qui  hec  loca  non  quietis  amore, 
quam  non  noverat,  non  appetitu  otii  quod  oderat,  sed  nescio 
quonam  imitandi  studio  frequentare  ceperat,  incertum  an  sibi  ipsi 
molestior  an  michi;  verum  ille  confestim  tedio  locorum  et  urba- 


i.  Cicerone,  Tusc.,  v,  36,  105.     2.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  82,  4. 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO    PRIMO  331 

essi  per  quel  die  riguarda  loro,  io  per  quel  che  riguarda  me.  Per 
quanto  infatti  il  fine  ultimo  cui  tutti  tendiamo  sia  uno  solo,  e 
impossibile  che  a  tutti  convenga  seguire  un  unico  metodo  di  vita. 
A  questo  proposito  dovra  ognuno  riflettere  bene  a  fondo,  per  ve- 
dere  come  lo  abbia  foggiato  la  natura  e  come  si  sia  foggiato  egli 
stesso.  C'e  di  quelli  cui  la  vita  solitaria  sembra  piu  funesta  della 
morte,  foriera  di  morte.  Questo  awiene  di  solito  agli  ignoranti 
che,  mancando  un  interlocutore,  non  hanno  argomenti  di  cui 
sappiano  parlare  con  se  stessi  o  con  i  libri,  e  perci6  rimangono 
muti.  La  solitudine  senza  cultura  e  certo  un  esilio,  un  carcere,  una 
tortura.  Aggiungivi  la  cultura :  diventa  la  patria,  la  liberta,  il  godi- 
mento.  A  proposito  delPozio,  e  celebre  quel  detto  di  Cicerone: 
«Cos'e  piu  dolce  di  un  ozio  dedicate  alle  lettere?»  Di  r-imando, 
non  meno  famose  quelle  parole  di  Seneca:  «Un  ozio  senza  lettere 
e  la  morte,  e  il  funerale  di  un  vivo. »  E  se  io  venissi  a  sapere  che 
questi  due  diversivi  cosi  dolci  per  i  filosofi,  la  solitudine  e  Pozio 
(come  ho  detto  alPinizio),  tornano  talvolta  assai  molesti  anche  alle 
persone  dotte,  la  ragione  e  chiara.  Questo  accade  infatti  a  coloro 
che,  presi  da  qualche  piacere,  amano  la  loro  prigione,  oppure  cer- 
cano  il  sostentamento  nei  commerci,  cui  il  volgo  si  dedica,  e  nelle 
attivita  comuni,  oppure  aspirano  all'infida  via  degli  onori  per  i 
volubili  sufTragi  del  popolo;  per  questi  (sono  oggi  moltissimi)  la 
cultura  non  e  luce  delFanimo  e  gioia  della  vita,  ma  mezzo  per  arric- 
chire.  A  procurarsela,  oggi,  i  fanciulli  vengono  dai  genitori  destinati 
—  con  gran  dispendio  di  ricchezze,  ma  con  la  speranza  di  un  gua- 
dagno  assai  maggiore  —  non  come  ad  una  scuola  di  generosita, 
ma  come  ad  un  mercimonio  servile :  nessuno  dunque  dovra  mera- 
vigliarsi  che  quelli  facciano  un  uso  venale  e  lucroso  di  quella  cul 
tura  che  hanno  acquistata  per  venderla,  e  da  cui,  con  iniqua  spe 
ranza,  si  aspettano  un  interesse  non  del  cento,  ma  del  mille.  Tutto 
ci6  dev'essere  diligentemente  vagliato  nella  scelta  della  propria 
vita :  non  sono  questi  che  io  invito  alia  solitudine,  ne,  se  venissero, 
li  ammetterei  volentieri  —  tu  vedi  bene  dunque  quanti  io  ne  esclu- 
da.  Che  farebbero  i  pesci  fuori  delPacqua  ?  Che  farebbero  costoro 
lontani  dalle  citta?  Questo  io  lo  dissi  piu  di  una  volta,  un  tempo, 
a  un  awocato  molle  ed  effeminato  che  aveva  preso  a  frequentare 
questi  luoghi  non  per  amore  della  quiete,  che  non  conosceva,  non 
per  desiderio  della  pace,  che  odiava,  ma  per  una  non  so  qual  voglia 
di  imitarmi,  non  saprei  se  piu  molesto  a  se  stesso  oppure  a  me: 


332  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

narum  desiderio  voluptatum  victus  abiit.  Quod  nisi  sic  eventu- 
rum  animo  previdissem,  ultro  ipse  cessissem  locis,  tarn  nulla  rerum 
opinionum  ve  proportio  erat,  quamvis  amicum  ille  se  diceret  et 
essemus  iisdem  in  studiis  a  pueritia  versati,  sed  ut  res  docuit 
studio  rum  fmibus  longe  disparibus.  Redeo  autem  ad  inceptum. 

iv.  Optimum  quidem  esset,  nisi  consilii  inopia  iugis  adolescentie 
comes  obstaret,  ut  ab  ineunte  etate  circa  unum  aliquod  vite 
genus  apprehendendum  quisque  nostrum  accuratissime  cogitaret, 
nee  ab  eo  calle  quern  semel  elegisset,  nisi  magnis  ex  causis  aut 
gravi  necessitate  diverteret.  Quod  initio  pubertatis  fecisse  Her- 
culem  auctor  Xenophon  ille  Socraticus,  testis  est  Cicero.1  Sed 
quia  id  non  facimus  —  neque  enim  nostro  iudicio  plerique  vivimus 
sed  vulgi,  atque  adeo  per  devia  raptamur  et,  quasi  per  tenebras 
alienis  vestigiis  insistentes,  sepe  periculosas  et  inexplicabiles  in- 
gredimur  vias  et  eo  usque  provehimur,  ut  ante  simus  nescio  quid, 
quam  quid  esse  velimus  circumspicere  atque  examinare  permis- 
sum  sit  —  idcirco  quam  sibi  personam  vel  natura  vel  fortuna  vel 
error  aliquis  imposuit,  si  iuvenis  non  potuit,  quisque  secum  senex 
cogitet,  et,  quod  errans  viator  solet,  ante  vesperam  quantum  licet 
saluti  sue  consulat,  unum  sciens,  naturam  totam  haud  facile  posse 
convelli.  Cui  autem  in  ingressu  vie  huius,  quando,  ut  dixi,  scintilla 
nostri  consilii  nulla  erat,  celeste  aliquod  lumen  affulsit,  ut  vel 
securum  vel  periculi  minoris  et  facile  remeabile  iter  arriperet, 
habet  unde  semper  Deo  gratias  agat.  At  cui  sinisterior  sors  fuit 
plus  negotii  est;  postquam  tamen  aperire  oculos  cepit,  et  quam 
dubium  iter  agat  intelligere,  omni  studio  incumbat  adolescentie 
devium  et  errores  vel  in  senectute  corrigere,  memineritque  ter- 
rentiani  senis  in  Adelphis  qui,  mutande  sub  extremum  vite  con- 


i .  Allude  alia  favola  di  Ercole,  che  si  trov6  a  scegliere  tra  la  via  ardua  della 
virtu  e  quella  comoda  e  piana  del  piacere:  favola  narrata  per  la  prima  volta 
da  Prodico,  riferita  da  Senofonte  (Memor.,  n,  i,  21-2)  e  da  Cicerone 
(De  off.,  i,  32,  118)  che  il  Petrarca  ebbe  qui  presente. 


LA  VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  333 

ma  ben  presto,  vinto  dalla  noia  dei  luoghi  e  dal  desiderio  del  pia- 
ceri  cittadini,  se  ne  parti.  Se  non  avessi  previsto  che  le  cose  sa- 
rebbero  andate  cosi,  mi  sarei  allontanato  io  stesso  per  primo  da 
qui,  a  tal  punto  mancava  ogni  corrispondenza  di  interessi  e  di  opi 
nion!  fra  noi,  per  quanto  quello  mi  si  dicesse  amico  e  ci  fossimo 
dedicati,  fin  dalla  fanciullezza,  agli  stessi  studi.  Ma,  come  i  fatti 
hanno  dimostrato,  gli  scopi  dei  nostri  studi  erano  assai  diversi. 
Ritorno  al  mio  pro'posito. 

iv.  Se  il  poco  giudizio,  compagno  inseparable  delPadolescenza, 
non  costituisse  un  ostacolo,  sarebbe  certo  un'ottima  cosa  che  cia- 
scuno  di  noi,  fin  dagli  anni  della  giovinezza,  riflettesse  molto  seria- 
mente  sul  genere  di  vita  da  abbracciare,  e  non  si  allontanasse  dal 
sentiero  una  volta  scelto  se  non  per  ragioni  important!  o  per  una 
grave  necessita.  Cosl  fece  Ercole,  fin  dai  primi  anni  della  sua  giovi 
nezza,  secondo  Tautorita  di  Senofonte  il  Socratico  e  la  testimo- 
nianza  di  Cicerone.  Ma  noi  non  lo  facciamo:  in  verita,  per  la 
maggior  parte,  noi  viviamo  non  secondo  le  nostre  convinzioni, 
ma  secondo  quelle  del  volgo;  ci  lasciamo  trascinare  per  strade 
impraticabili  e,  come  seguendo  nelle  tenebre  le  orme  altrui,  ci 
incamminiamo  spesso  per  vie  pericolose  e  intricate,  e  ci  facciamo 
trascinare  tanto  avanti  da  essere  non  so  che  cosa,  prima  di  poterci 
guardare  intorno  e  pensare  che  cosa  vorremmo  essere.  Ciascuno 
dunque  rifletta  seco  stesso  da  vecchio  —  se  da  giovane  non  ha 
potuto  farlo  —  sulla  personalita  che  la  natura  o  il  caso  o  un  qualche 
errore  gli  hanno  assegnato;  e  come  sogliono  fare  i  viandanti  che 
hanno  smarrito  la  strada,  proweda  finche  gli  e  consentito,  prima 
di  sera,  alia  sua  salvezza.  Ma  tenga  presente  questo:  che  non  e 
facile  distruggere  completamente  la  propria  natura.  Quello  cui 
alFinizio  di  questa  via  (quando,  come  ho  detto,  non  c'era  nemmeno 
un  barhime  di  umana  saggezza)  rifulse  una  luce  divina,  e  pote 
mettersi  quindi  per  una  strada  sicura  o  meno  pericolosa  che  gli 
consentisse  di  tornare  facilmente  indietro,  ha  di  che  rendere  sem- 
pre  grazie  a  Dio.  Ma  quello  cui  la  sorte  fu  piu  awersa  incontra 
maggiori  difficolta :  tuttavia,  quando  incomincia  'ad  aprire  gli  occhi 
e  a  comp rendere  su  che  via  pericolosa  si  e  messo,  si  dedichi  con 
ogrii  attenzione  a  correggere,  sia  pur  negli  anni  piu  tardi,  la  strada 
sbagliata  e  gli  errori  della  giovinezza;  e  si  ricordi  di  quel  vecchio 
degli  Adelphoe  di  Terenzio  che,  opportunamente  consigliando  un 


334  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER    PRIMUS 

suitor  ydoneus,  simul  et  delectabit  et  proderit.1  Difficile  nego- 
tium  imprimis,  sed  et  imprimis  utile  et  nequaquam  impossibile; 
neque  vero  serum  putet,  quod  salubre  cognoscit.  Adsunt  huius 
sententie  non  spernendi  auctores :  sapientissimus  principum,  prin- 
ceps  philosophorum.  Augustus  Cesar  ait  «sat  celeriter  fieri  quic- 
quid  fiat  satis  bene»;2  Plato  ait  «beatum  cui  etiam  in  senectute 
contigerit  ut  sapientiam  verasque  opiniones  assequi  possit».3 
In  omni  quidem  ordiende  mutandeque  vite  consilio,  illud  impri 
mis  ante  oculos  habendum  ut,  non  concupiscentia  inani  sed  na- 
tura  duce  freti,  viam  teneamus  non  que  speciosissima  videbitur, 
sed  que  aptissima  nobis  erit.  Ubi  maxime  rectum  ac  severum  sui 
ipsius  extimatorem  ac  censorem  exigo,  ne  oculorum  aut  aurium 
voluptate  deceptus  aberret.  Quod  quibusdam  accidisse  scio,  qui 
dum  mirantur  alios,  immemores  sui  atque  aliena  tentantes,  ri- 
dendi  materiam  populo  prebuerunt.  Hoc  unum  sumptum  a  phi- 
losophis  consilium  est  michi,  sepundum  quod  vel  solitariam,  vel 
urbanam  vitam,  sive  aliam  quamlibet  nature  moribusque  suis 
comparans,  norit  quisque  quid  suum  sit.  Quod  si  ingredientibus 
est  utile,  quanto  progressis  utilius,  quibus  super  eligendi  labo- 
rem,  extirpande  etiam  veteris  radicateque  sententie  labor  est! 

Apud  me  sane  cui  nichil,  quod  quidem  noverim,  comune  cum 
populo,  et  cui  litemlarum  tantum  obvenit,  quantum  non  inflet 
animum  sed  delectet  et  solitudinis  amicum  faciat,  ubi  illas  sine 
loquaci  doctore,4  sed  et  sine  tenaci  torpore,  atque  utinam  sine 
sequaci  livore  didici,  quern  non  arnica,  non  coniunx,  non  vadi- 
monium,  non  usura,  non  depositum,  non  lucellum,  non  rostra, 
non  balneum,  non  taberna,  non  scena,  non  porticus  in  urbe  de- 
vinciunt;  apud  me,  inquam,  cui,  ut  verum  fatear,  non  tam  pro- 
prio  studio  alieno  ve  monitu  ut  ita  sentirem  quam  nature  ipsius 
persuasione  consultum  est,  vita  proculdubio  singularis  ac  soli- 


1.  Negli  Adelphoe  di  Terenzio  il  vecchio  Demea,  dopo  avere  sperimentato 
in  uno  dei  suoi  figli  i  cattivi  risultati  di  un'educazione  gretta  e  severa, 
decide  airultimo  di  cambiar  vita  e  d'imitare  1'indulgente  e  generoso  fra- 
tello  Micione,  che  altrimenti  educa  Taltro  suo  figlio  (Adelphoe,  855  sgg.)- 

2.  Svetonio,  Aug.,  25,  4;  era  un  antico  proverbio  latino:  «sat  cito  sf  sat 
bene».     3.  Presso  Cicerone,  De  fin.,  v,  21,  58.      4.  loquaci  doctore:  si  noti 
Teffetto   di  similiter  cadens  con  le  seguenti  espressioni   tenaci  torpore  e 
sequaci  livore. 


LA   VITA   SOLITARIA   -    LIBRO    PRIMO  335 

cambiamento  di  vita  air  ultimo  momento,  divertira  e  tornera  utile 
al  tempo  stesso  (e  un'impresa  difficile  in  sulle  prime,  ma  utile 
piu  di  ogni  altra  e  niente  affatto  impossibile) ;  e  se  riconosce 
che  una  cosa  gli  porta  un  qualche  vantaggio,  non  creda  che  sia 
arrivata  troppo  tardi.  Di  cio  non  mancano  autori  degni  di  consi- 
derazione:  il  piu  sapiente  dei  principi,  e  il  principe  dei  sapienti. 
Cesare  Augusto  dice:  «E  fatto  abbastanza  presto  cio  che  e  fatto 
abbastanza  bene»;  e  Platone:  «Beato  colui  al  quale  e  toccato,  sia 
pur  nella  vecchiaia,  di  attingere  saggezza  e  giuste  opinioni. »  Ogni 
volta  che  prendiamo  una  decisione  circa  un  indirizzo  o  un  cambia 
mento  di  vita,  dobbiamo  avere  anzitutto  questo  davanti  agli  occhi: 
fidandoci  non  su  di  un  desiderio  senza  fondamento,  ma  sulla  guida 
della  natura,  seguire  quella  via  che  piu  si  adattera  a  noi,  non  quella 
che  ci  sembrera  piu  bella  all'apparenza.  Per  questa  scelta  esigo  un 
conoscitore  e  un  censore  di  se  stesso  il  piu  possibile  retto  e  severo, 
perche,  ingannato  dal  piacere  della  vista  o  dell'udito,  non  vada 
fuori  di  strada.  So  che  questo  e  accaduto  ad  alcuni  i  quali,  mentre 
guardavano  gli  altri,  dimentichi  di  se  stessi,  mettendosi  per  il 
cammino  altrui,  offrirono  alia  gente  materia  di  riso.  Solo  questo 
principio  desunto  dai  filosofi  io  seguo:  secondo  questo,  confron- 
tando  con  il  proprio  temperamento  e  con  le  proprie  abitudini  la 
vita  solitaria  o  la  vita  cittadina  o  qualsivoglia  altra  vita,  ciascuno 
potra  sapere  cio  che  gli  tocca  fare.  Questo,  se  torna  utile  a  chi  si 
mette  in  cammino,  quanto  piu  utile  torna  a  chi  e  gia  andato  avanti  e, 
oltre  alia  fatica  della  scelta,  deve  affrontare  anche  la  fatica  di  estir- 
pare  un'idea  vecchia  e  profondamente  radicata! 

Per  me  che,  a  quanto  mi  risulta,  non. ho  proprio  nulla  in  co- 
mune  col  volgo,  e  a  cui  e  toccato  quel  poco  di  cultura  che  non  fa 
inorgoglire  1'animo,  ma  lo  diletta  e  lo  rende  amico  della  solitudine 
(in  solitudine  mi  son  formata  quella  cultura,  senza  un  maestro 
loquace  ma  pur  senza  torpore  tenace  e  —  volesse  il  cielo!  —  senza 
livore  seguace);  per  me,  che  non  un'amante  tiene  legato  in  citta, 
non  una  sposa,  ne  una  comparsa  in  tribunale,  n6  un'usura,  ne 
un  deposito  o  un  piccolo  guadagno,  e  nemmeno  la  vita  pubblica, 
o  i  bagni,  o  il  commercio,  o  il  teatro,  o  il  portico ;  per  me  che,  a 
dir  vero,  tali  sentimenti  ho  concepito  non  tanto  per  mia  volonta 
o  ammonimento  altrui,  quanto  per  opera  di  persuasione  della 
natura  stessa;  per  me,  dico,  la  vita  appartata  e  solitaria  non  solo  e 


336  DE   VITA   SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

taria  non  modo  tranquillior  sed  altior  est  atque  securior.  Et  ut 
extimare  alios  iubeo  suas  res,  et  ut  ipse  res  meas  novi,  valde  so- 
litudinem  atque  otium,  de  quibus  multa  hodie  tecum,1  veluti 
quasdam  scalas  ad  id  quo  mens  nostra  suspirat  amplector  ac  teneo, 
turbas  atque  solicitudines  ceu  repagula  vectesque  permetuo :  sed 
ita  ut,  siqua  me  necessitas  in  urbem  cogat,  solitudinem  in  populo, 
atque  in  medio  tempestatis  portum  michi  conflare  didicerim,  ar- 
tificio  non  omnibus  noto  sensibus  imperitandi  ut  quod  sentiunt 
non  sentiant.  Quod  cum  per  me  ipsum  experientie  creditum  in 
consuetudinem  deduxissem,  multo  post  tempore  acutissimi  cuius- 
dam  doctissimique  viri  consilium  esse  cognovi  memorieque  man- 
davi,  eo  quidem  attentius  quo  gaudebam  factum  meum  vetustatis 
autoritate  fulciri.  Nempe  Quintilianus2  in  eo  libro  ubi  oratorem 
a  Cicerone  armatum  bullis  ac  phaleris  curiosissime  perpolivit, 
de  hoc  loquens:  «Est»  in  quit  «lucub  ratio,  quotiens  ad  earn  in- 
tegri  ac  refecti  venimus,  optimum  secreti  genus.  Sed  silentium  et 
secessus  et  undique  liber  animus,  ut  sunt  maxime  optanda,  ita  non 
semper  possunt  contingere;  ideoque  non  statim  siquid  obstrepet 
abiciendi  codices  erunt  et  deplorandus  dies,  verum  incomodis 
repugnandum  et  hie  faciendus  usus,  ut  omnia  que  impedient 
vincat  intentio ;  quam  si  tota  mente  in  opus  ipsum  direxeris,  nichil 
eorum  que  oculis  vel  auribus  incursant  ad  animum  perveniet. 
An  vero  frequenter  etiam  fortuita  hoc  cogitatio  prestat,  ut  obvios 
non  videamus,  et  ita,  ne3  deerremus,  non  consequemur  idem,  si 
et  voluerimus  ?  Non  est  indulgendum  causis  desidie.  Nam  si  non- 
nisi  refecti,  nonnisi  hilares,  nonnisi  omnibus  curis  vacantes  stu- 
dendum  extimaverimus,  semper  erit  propter  quod  nobis  ignosca- 
mus;  quare  in  turba,  itinere,  conviviis  etiam  cogitatio  ipsa  faciat 
sibi  secretum».  Hec  Quintilianus,  que  libentius  inserui  quia  se 
er  etior4  locus  erat  Nam  Senece  de  hoc  ipso  vulgatior  epystola  est; 

i.  multa  .  .  .  tecum:  deve  supporsi  Tellissi  di  un  verbo  «k>cutus  sum»  o  si- 
mile.  2.  Quintiliano,  Inst.  or.,  x,  3,  27-30;  le  borchie  e  le  falere  erano  or- 
namenti  e  decorazioni  dei  soldati  romani:  Quintiliano  perfezion6  dunque 
la  preparazione  deiroratore,  che  Cicerone  aveva  gia  condotto  innanzi  con 
le  sue  opere  retoriche.  3.  et  ita,  ne:  cosi  il  codice;  il  testo  di  Quintiliano 
ha  veramente  «et  itinere  deerremus »,  coordinate  a  videamus:  «di  non  ve- 
dere  quelli  che  ci  vengono  incontro  e  di  uscire  di  strada».  4.  secretion 
soltanto  nel  1350  il  Petrarca  ebbe  una  copia  piuttosto  malconcia  delPo- 
pera  di  Quintiliano;  la  citazione  fu  dunque  introdotta  posteriormente 
alia  prima  stesura  del  De  vita  solitaria;  e  nelle  parole  del  Petrarca  si  av- 
verte  il  compiacimento  di  rifarsi  a  un'autorita  non  facilmente  accessibile. 


LA   VITA    SOLITARIA   •    LIBRO    PRIMO  337 

piu  serena,  ma  e  senza  dubbio  piu  nobile  e  piu  sicura.  E  dopo  aver 
bene  esaminato  la  mia  situazione  (cosi  come  consiglio  agli  altri 
di  esaminare  la  loro),  abbraccio  la  solitudine  e  la  pace  di  cui  molto 
oggi  ho  parlato  con  te,  e  vi  rimango  fedele,  come  fossero  scale  per 
salire  la  dove  1'anima  nostra  sospira:  la  folia  e  le  preoccupazioni 
io  pavento  come  ostacoli  e  sbarre.  Se  per6  una  qualche  circostanza 
mi  spinge  nella  citta,  io  so  crearmi  la  solitudine  tra  la  folia,  un 
porto  nel  pieno  della  tempesta,  con  un  sistema  non  a  tutti  noto: 
dominando  i  miei  sensi,  talche  non  sentano  cio  che  sentono. 
*Abituatomi  gia  a  questo  metodo  che  io  avevo  seguito  da  me  solo 
affidandomi  all'esperienza,  venni  a  sapere,  dopo  molto  tempo, 
che  era  stata  questa  la  norma  di  un  uomo  quanto  mai  ingegnoso  e 
dotto,  e  ne  presi  nota  nella  memoria  con  tanto  maggior  diligenza 
quanto  piu  mi  rallegravo  che  una  cosa  fatta  da  me  poggiasse  sul- 
Pautorita  degli  antichi.  Mi  riferisco  a  Quintiliano,  che  in  quell'ope- 
ra  in  cui  adorno  con  gran  cura  di  borchie  e  falere  Toratore,  che 
Cicerone  aveva  armato,  scrisse  a  questo  proposito:  all  lavoro 
'  notturno,  ogni  qual  volta  ci  accostiamo  ad  esso  freschi  e  riposati, 
e  una  magnifica  specie  di  solitudine;  ma  il  silenzio  e  Io  starsene 
ritirati  con  1'animo  completamente  libero  da  preoccupazioni,  se 
pur  sono  sommamente  desiderabili,  non  sempre  si  possono  con- 
seguire.  Se  dunque  qualcosa  ci  fa  strepito  intorno,  non  dovremo 
metter  subito  da  parte  i  libri  e  considerare  perduta  la  nostra 
giornata,  ma  lottare  contro  gli  ostacoli,  e  fare  in  modo  di  vin- 
cere  con  la  nostra  attenzione  tutto  quanto  ci  da  fastidio.  Se  ci 
concentreremo  esclusivamente  sul  nostro  lavoro,  nulla  di  cio  che 
ci  colpisce  gli  occhi  o  le  orecchie  arrivera  fino  alPanimo.  Non  ci 
capita  forse  spesso,  anche  per  un'idea  che  per  caso  ci  si  affaccia 
alia  mente,  di  non  vedere  quelli  che  ci  si  fanno  incontro  ?  E,  per 
non  andar  errando  fuori  di  strada,  non  raggiungeremo  forse  Io 
stesso  risultato  se  vorremo  anche  raggiungerlo  ?  Non  dobbiamo 
indulgere  a  cio  che  e  causa  d'inerzia.  Se  riterremo  di  non  poterci 
applicare  allo  studio  se  non  ristorati,  allegri  e  liberi  da  ogni  preoc- 
cupazione,  avremo  sempre  di  che  compatire  noi  stessi :  perci6  tra  la 
folia,  in  viaggio,  durante  un  banchetto,  la  nostra  fantasia  si  crei  da 
se  stessa  un  luogo  appartato.»  Queste  le  parole  di  Quintiliano: 
le  ho  riportate  piu  volentieri,  trattandosi  di  un  passo  meno  cono- 
sciuto.  Piu  nota  un'epistola  di  Seneca  su  questo  stesso  argomento: 


338  DE   VITA   SOLITARIA  -    LIBER  PRIMUS 

ideoque  nichil  apposui  preter  finem  solum.  Cum  enim  multa 
tractasset,  qualiter  adversus  vulgi  strepitum  durandus  est  animus 
studiosi,  tandem  ad  se  versus,  «  quid  igitur, »  inquit «  non  aliquando 
commodius  est  carere  convitio?».  Et  respondens  sibi:  «Fateor» 
ait  ccitaque  ego  ex  hoc  loco  migrabow;1  quasi,  quecunque  dixerat 
necessarie  more  solatia,  hoc  ultimum  voluntarie  profectionis  consi- 
lium  daret.  Et  profecto  sic  est.  Nam  et  ego  unum  hoc  in  necessitate 
remedium  inveni,  ut  in  ipsis  urbium  tumultibus  imaginariam  mi- 
chi  solitudinem  secessu  aliquo,  quantum  sinor,  et  cogitatione  confi- 
ciam,  vincens  ingenio  fortunam  —  quo  remedii  genere  sepe  quidem* 
hactenus  usus  sum ;  et  quoniam  futuri  semper  incerta  conditio  est, 
an  adhuc  usurus  sim  nescio  — ;  certe,  libera  si  contingat  electio, 
solitudinem  veram  propriis  in  sedibus  quesiturus.  Quod  et  dum 
licuit  semper  feci,  et  quam  cupide  mine  faciam  vides.  Solitudo 
quidem  sancta,  simplex,  incorrupta  vereque  purissima  rerum  est 
omnium  humanarum.  Cui  etenim  se  se  ostentet  in  silvis?  cui 
se  comat  inter  vepres?  quem  preter  pisces  hamo,  quern  preter 
feras  ac  volucres  visco  fallat  aut  laqueo?  quem  cantu,  quem 
gestu  mulceat,  quem  coloribus  delectet?  cui  purpuram  expli- 
cet,  cui  oleum  venditet,  cui  verborum  florida  serta2  contexat? 
cui  demum  se  se  approbet?  cui  placere  studeat,  preter  Ilium,  cui 
in  intimas  solitudines  penetranti,  solitarium  nichil  est  ?  Neminem 
ilia  vult  fallere,  nichil  simulat  aut  dissimulat,  nichil  ornat,  nichil 
palliat,  nichil  fingit.  Nuda  prorsus  et  incompta  est:  spectaculis 
enim  caret  et  plausoribus  veneficis  animarum.  Vite  rerumque 
omnium  Deum  unicum  testem  habet,  nee  vulgo  ceco  et  miendaci, 
sed  conscience  proprie  de  se  credit;  de  quibusdam  quoque  pa- 
rum  illi  fidens  dubitat,  recolens  scriptum  esse:  «Delicta  quis  in- 
telliget?»;3  etillud  etiam:  «Si  simplex  fuero,  hoc  ipsum  ignorabit 
anima  mea»;4  nee  tamen  illud  oblita  quod  «suavis  Dominus  uni- 
versis,  et  miserationes  eius  super  omnia  opera  eius)>;s  quod  «alle- 
vat  Dominus  omnes  qui  corruunt,  et  erigit  omnes  elisos»;6  quod 
(cprope  est  omnibus  invocantibus  eum»;7  quod  «non  secundum 
peccata  nostra  fecit  nobis,  neque  secundum  iniquitates  nostras 
retribuet  nobis,  quoniam  secundum  altitudrnem  celi  a  terra  cor- 

i.  Seneca,  Ep.  ad  LuciL,  56,  15.  2.  purpuram  .  .  .  oleum  .  .  .  serta:  gli 
apparati  del  lusso,  la  porpora,  gli  unguenti,  i  serti  fioriti.  3.  Psalm.,  18, 
13.  4.  Job,  9,  21.  5.  Psalm.,  144,  9.  6.  Psalm.,  144,  14.  7.  Psalm., 
144,  18. 


LA   VITA   SOLITARIA  -    LIBRO   PRIMO  339 

perci6  non  ne  riporto  che  la  fine.  Dopo  aver  ampiamente  trattato 
come  1'animo  dello  studioso  debba  essere  agguerrito  contro  lo 
strepito  del  volgo,  rivolto  a  se  stesso  si  domanda:  «E  che?  non  e 
meglio  talvolta  tenersi  lontani  dal  chiasso  ? »  E  risponde :  «  Certo : 
dunque  me  ne  andr6  da  questo  luogo»;  come  se,  dopo  aver  sug- 
gerito  i  rimedi  a  un  indugio  obbligato,  avesse  voluto  invece, 
con  queste  ultime  parole,  consigliare  un  allontanamento  volonta- 
rio.  E  senz'altro  e  cosi.  Stretto  dalla  necessita,  ho  trovato  anch'io 
quest'unico  rimedio :  nel  bel  mezzo  del  tumulto  cittadino  crearmi 
una  solitudine  fittizia  mettendomi  in  disparte,  per  quanto  mi  e 
possibile,  o  dandomi  ai  miei  pensieri :  trionfando  in  tal  modo  con 
Tingegno  sul  mio  destino.  A  tale  rimedio  ho  ricorso  gia  spesso 
e,  poiche  il  futuro  e  sempre  incerto,  dovro  forse  ricorrervi  ancora. 
Ma  certo,  se  mi  sara  concessa  una  libera  scelta,  cercher6  la  vera 
solitudine  in  un  luogo  adatto.  Finche  mi  e  stato  possibile  ho  sem 
pre  seguito  questo  metodo,  e  tu  vedi  con  quanto  entusiasmo  ora 
lo  segua.  La  solitudine  e  sacra,  e  schietta,  e  incorrotta:  e  proprio 
la  piu  pura  di  tutte  le  cose  umane.  Per  chi,  infatti,  si  metterebbe 
in  mostra  nei  boschi  ?  per  chi  si  acconcerebbe  tra  i  rovi  ?  chi  potreb- 
be  ingannare  se  non  i  pesci  con  Tamo,  chi  se  non  fiere  e  uccelli  con 
la  pania  o  le  reti  ?  chi  potrebbe  blandire  con  il  canto  o  col  gesto  ? 
chi  dilettare  con  i  colori  ?  per  chi  spiegare  la  porpora,  a  chi  vendere 
unguenti,  per  chi  intrecciare  corone  di  parole  fiorite  ?  a  chi  infine 
rendersi  gradita  ?  a  chi  sforzarsi  di  piacere  se  non  a  Quello  per  cui 
nulla  e  solitario,  perche  penetra  neirintimo  delle  solitudini  ?  Nes- 
suno  essa  vuole  ingannare,  niente  Simula  o  dissimula,  niente  abbel- 
lisce,  niente  nasconde,  niente  inventa.  £  completamente  nuda  e 
disadorna,  non  conosce  spettacoli,  n6  applausi  che  awelenano 
Tanima.  Ha  Dio  per  unico  testimone  della  vita  e  di  ogni  azione, 
e  per  ci6  che  la  riguarda  non  si  fida  del  volgo  cieco  e  menzognero, 
ma  della  sua  coscienza.  Su  certe  cose,  poco  fidandosi  anche  di 
quella,  rimane  in  dubbio,  ricordando  che  e  stato  scritto:  «Chi 
conoscera  i  propri  falli  ? »  Ed  anche :  «  Se  sar6  semplice,  ci6  stesso 
ignorera  1'anima  mia. »  Non  dimentica  tuttavia  « che  il  Signore  e 
buono  con  tutti,  e  la  compassione  di  lui  e  su  tutte  le  sue  crea 
ture));  che  asostiene  tutti  quelli  che  cadono,  e  innalza  tutti  i  caduti», 
ed  cce  vicino  a  quanti  lo  invocano»;  che  «non  ci  tratta  secondo  i  no- 
stri  peccati,  n£  ci  compensera  secondo  le  nostre  iniquita,  perche  ha 
commisurato  la  sua  misericordia  verso  chi  lo  teme  alia  distanza  fra 


340  DE   VITA    SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

roboravit  misericordiam  suam  super  timentes  se»;z  quod  a  quan 
tum  distat  ortus  ab  occidente,  longe  fecit  iniquitates  nostras»;2  de- 
nique  non  iudicialiter,  sed  paterne  nos  asplciens,  ccquomodo  mi- 
seretur  pater  filiorum,  misertus  est  Dominus  timentibus  se; 
quoniam  ipse  cognovit  figmentum  nostrum,  et  recordatur  quo- 
niam  pulvis  sumus»,3  et  homo  sicut  «fenum  et  flos  agri  »4  egreditur 
et  conteritur,  et  ccfugit  velut  umbra»;5  « misericordia  autem  Domini 
ab  eterno  et  usque  in  eternum»,6  quoniam  ipse  fecit  nos,  et  ni- 
chil  odit  omnium  que  fecit.  Atque  ita  hinc  minantibus  scripturis, 
hinc  spem  dantibus,  de  se  incerta,  et  nesciens  an  amore  an  odio 
digna  sit,  trepidat  sed  et  sperat,  ac  seipsam  de  certa  et  nota  sui 
regis  misericordia  consolatur.  Sic  se  sic  demonum  vigil  insidias 
inque  id  solum  occupata  circumspicit  et  divino  presidio  fulta  con- 
temnit.  Sic  undique  felix  ac  tranquilla  et,  ut  proprie  dicam,  arx 
munita  tempestatumque  omnium  portus  est.  Quern  qui  fugit,  quid 
sibi  aliud  preter  portu  careat,  volvatur  rerum  pelago,  vivat  in  sco- 
pulis,  moriatur  in  fluctibus? 

Nee  tamen  usque  adeo  propositi  improbus  sententieque  tenax 
sim  ut  desipere  alios  putem,  vel  in  verba  iurare  cogam  mea ;  ad 
fatendum  multi,  ad  credendum  nemo  cogitur.  Nulla  maior  quam 
iudicii  libertas,  hanc  itaque  michi  vindico,  ut  aliis  non  negem.  Sit 
sane,  potest  enim  esse,  sit  honesta,  sit  sancta  omnium  intentio; 
esse  autem  occultissime  profundissimeque  rei  humane  conscientie 
iudex  nolim.  Et  possunt  omnes  Deo  largiente  bene  vivere  —  nul- 
lum  respuit  infinita  dementia,  sed  a  multis  ipsa  respuitur  — ;  ipsa 
etiam  humane  philosophic  institutio  gradaria  est;  non  possunt 
omnes  summum  locum  prehendere,  alioquin  ima  omnia  vaca- 
rent;  tantum  ut  vitetur  obscenitas,  et  que  in  imis  esse  solent  sor- 
des  —  id  enim  omnibus  est  necesse,  qui  quolibet  in  genere  vitam 
agere  procul  ab  infamia  decreverunt.  Sic  obscena  vitare  debitum, 
in  altum  niti  virtus  est,  pervenire  felicitas.  Non  sum  oblitus  di- 
stinctionem  illam  quadmplicem  virtutum,  a  Plotino  ingenti  pla- 
tonico  inductam,  a  Macrobio7  comprobatam;  sed  in  ea  ipsa  poli- 
tice  virtutes  infimum  gradum  tenent,  que  occupatorum  esse  pos 
sunt,  eorumque  non  omnium,  sed  illorum  quibus  occupationum 

i.  Psalm.,  102, 10-1.  2.  Psalm.,  102, 12.  3.  Psalm.,  102,  13-4.  4.  Psalm., 
102,  15.  5.  Job,  14,  2.  6.  Psalm.,  102,  17.  7.  Macrobio,  In  Somn.  Scip., 
i,  8,  5-1 1,  donde  tutta  la  divisione  delle  virtu  secondo  Plotino:  in  virtu  po- 
litiche,  virtu  che  valgono  a  purificare  1'anirno,  virtu  deiranimo  gia  puro, 
virtu  esemplari  corrispondenti  alle  idee  platoniche  delle  virtu. 


LA   VITA   SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  341 

il  cielo  e  la  terra »;  e  «quanto  Poriente  dista  dall'occidente,  tanto 
lungi  egli  ha  rimosso  le  nostre  iniquita ».  In  una  parola,  guardandoci 
non  come  un  giudice  ma  come  un  padre,  « il  Signore  ha  avuto  pieta 
di  chi  lo  teme,  come  un  padre  ha  compassione  del  figli:  poiche  sa  di 
che  cosa  siam  fatti,  e  si  ricorda  che  siamo  polvere  »,  e  come  « il  fieno  e 
il  fiore  di  campo  » 1'uomo  s'innalza  ed  e  calpestato,  e  « svanisce  come 
un'ombra ».  «  La  misericordia  di  Dio  dura  da  sempre  e  durera  in 
eterno  »,  perche  lui  stesso  ci  ha  creato  e  non  odia  nulla  di  quello 
che  ha  creato.  Fra  le  minacce  dunque  e  le  speranze  che  le  scrit- 
ture  ci  danno,  incerta  di  se,  non  sapendo  se  sia  degna  di  amore 
oppure  di  odio,  trepida  e  al  tempo  stesso  spera,  e  si  consola  pen- 
sando  alia  misericordia  del  suo  re,  che  conosce  ed  ha  sperimentato, 
Cosi  vigilando,  solo  in  questo  occupata,  osserva  se  stessa  e  le  insidie 
dei  demoni  e,  forte  dell'aiuto  divino,  le  disprezza.  Cosi  la  solitu- 
dine  e  completamente  felice  e  tranquilla:  e  veramente  una  rocca 
fortificata,  un  porto  per  tutte  le  tempeste.  Chi  lo  evita,  che  cos'altro 
puo  aspettarsi,  se  non  di  essere  lontano  dal  porto,  di  esser  travolto 
dal  mare  degli  eventi,  di  vivere  tra  gli  scogli,  di  morire  tra  i  flutti  ? 
Ma  non  saro  tuttavia  cosi  esagerato  nei  miei  propositi,  ne  cosi 
accanito  sostenitore  delle  mie  opinioni,  da  credere  che  gli  altri  sian 
pazzi,  o  costringerli  a  giurare  sulle  mie  parole:  molti  possono 
venir  costretti  a  confessare,  nessuno  a  credere.  Nessuna  liberta 
e  piu  grande  della  liberta  di  pensiero:  come  la  rivendico  per  me, 
cosi  non  la  nego  agli  altri.  Sia  pur  retta  —  ch6  puo  esserlo  —  sia 
pur  santa  1'intenzione  di  ognuno:  essere  giudice  della  coscienza 
umana,  che  e  la  cosa  piu  occulta  e  profonda,  io  non  vorrei.  Tutti 
possono  vivere  onestamente  con  Paiuto  di  Dio,  che  la  clemenza 
infinita  non  disdegna  nessuno  pur  essendo  da  molti  disdegnata. 
L'insegnamento  stesso  dell'umana  filosofia  precede  per  gradi: 
non  tutti  possono  occupare  i  posti  piu  alti,  altrimenti  i  piu  bassi 
rimarrebbero  tutti  vuoti:  sempre  che  si  evitino  la  disonesta  e  le 
miserie  proprie  dei  luoghi  piu  bassi,  cosa  necessaria  a  tutti  coloro 
che  hanno  scelto  un  genere  di  vita  —  quale  che  sia  —  lontano  da 
ogni  infamia.  Cosi,  sfuggire  quanto  e  disonesto  e  un  dovere, 
tendere  in  alto  e  una  virtu,  arrivarvi  e  una  felicita.  Non  ho  dimen- 
ticato  quella  quadruplice  divisione  delle  virtu  introdotta  da  Plo- 
tino,  insigne  seguace  di  Platone,  e  confermata  da  Macrobio.  Eb- 
bene,  secondo  questa  divisione,  il  grado  piu  basso  e  tenuto  dalle 
virtu  politiche,  che  possono  trovarsi  negli  uomini  indaffarati:  non 


342  DE   VITA    SOLITARIA   •    LIBER   PRIMUS 

finis  virtus  propria  et  multo  maxime  reipublice  sahis  est.  Cernis  ad 
quam  paucos  uno  verbo  tota  occupatorum  innumerabilis  acies 
sit  redacta.  Proximum  ascendendo  gradum  possident  purgatorie 
virtutes,  hauddubie  linquentium  urbes,  atque  otiosorum  et  vere 
philosophantium  ornamenta;  et  passiones  quidem  animi,  quas 
prime  temperant,  he  convellunt.  Tertius  gradus  altior  illarum  est, 
quas  purgati  animi  virtutes  vocant,  quarum  munus  est  proprium, 
passiones,  quas  politice  mollierunt,  purgatorie  convulserint,  obli- 
visci.  Hec  perfectorum  sunt,  qui  ubi  sint  nescio ;  sed  et  qui  fuerunt, 
solitudinem  amarunt,  et  siquis  usquam  superest,  quamvis  hoc 
virtutum  gubernaculo  tutus  in  alto  naviget,  puto  tamen  solitudinis 
portum  amet.  Quartus  ac  supremus  exemplarium  est  locus,  que 
supra  hominem  sunt  et,  ut  aiunt,  in  mente  solius  Dei  habitant. 
Unde,  quod  ipsum  nomen  indicat,  tanquam  ab  exemplari  aliquo 
eterno;  sive,  ut  Plato  vocat,  ab  ydeis,  quas  in  eadem  Dei  mente  ut 
ceterarum  rerum  sic  virtutum  posuit,  tres  alias  humanarum  vir 
tutum  species  ortas  volunt;  in  his  autem  adversus  passiones  non 
modo  non  eosdem  effectus  esse  quos  in  ceteris,  sed  ipsum  passio- 
nis  nomen  audiri  nefarium  prorsus  atque  sacrilegum.  De  istis  sane 
nil  dicturus  fueram;  nichil  enim  ad  id,  quod  mine  agitur,  nisi 
quia  cum  de  politicis  purgatoriisque  virtutibus  loqui  aliquid  tern- 
pus  admonuisset,  Plotini  quadrifidam  cathenam,  multa  arte  con- 
sertam,  stilo  solvere  ac  dissociare  non  libuit. 

v.  Vides  ne  quanto  verborum  ambitu,  utcunque  cum  occupatis  in 
gratiam  redire  voluerim.  Tempus  est  ut  his  iam  digressionibus 
modus  sit.  Ad  me  igitur  et  ad  solitudinem  revertor.  Cuius  ego 
veram  intimamque  dulcedinem,  utinam  profundius  hausissem, 
ut  fidentius  in  hoc  tecum  sermone  versarer.  Nunc  de  re  sanctis- 
sima,  profanum  ingenium  fari  pudet.  Quis  enim  fando  equet, 
quod  vix  percipit  cogitando  ?  Celestis  et  prorsus  angelica  vita  est, 
de  qua  terrenus,  ne  dicam  terreus,  homuncio  loqui  vult,  splendore 


LA   VITA   SOLITARIA  -    LIBRO   PRIMO  343 

in  tutti  costoro,  pero,  ma  solo  in  quelli  le  cui  occupazioni  tendono 
alia  propria  virtu  e,  soprattutto,  al  bene  dello  stato.  Tu  vedi  bene 
a  quanto  poche  persone  si  sia  ridotta,  con  una  sola  parola,  tutta 
Timmensa  schiera  degli  uorrdni  occupati.  II  gradino  seguente,  verso 
Falto,  e  occupato  dalle  virtu  purificatrici,  di  cui  sicuramente  si 
adorna  chi  abbandona  le  citta  e  vive  lontano  dagli  affari  e  si  oc- 
cupa  di  filosofia:  queste  sradicano  dalTanimo  le  passioni-  che  le 
prime  hanno  lenito.  II  grado  ancora  piu  alto  —  il  terzo  —  e  di 
quelle  virtu  che  son  dette  delPanimo  purificato:  e  loro  ufficio  far 
dimenticare  le  passioni  che  le  virtu  politiche  hanno  mitigato,  le 
purificatrici  sradicato.  Queste  son  proprie  degli  uomini  perfetti, 
che  non  so  dove  siano :  ma  quelli  che  tali  vissero  amarono  la  solitu- 
dine,  e  se  qualcuno  ne  rimane  in  qualche  parte,  per  quanto,  gui- 
dato  dalle  virtu,  navighi  sicuro  in  alto  mare,  credo  tuttavia  che  ami 
il  porto  della  solitudine.  II  quarto  e  sommo  grado  e  quello  delle 
virtu  esemplari  che  sono  al  di  sopra  deiruomo  e,  corne  si  dice,  si 
trovano  soltanto  nella  mente  di  Dio.  Da  esse,  come  indica  il  nome 
stesso  (quasi  da  un  eterno  esemplare),  o  dalle  idee  delle  virtu 
come  le  chiama  Platone  (che  le  mise,  al  pari  delle  idee  di  tutte  le 
altre  cose,  nella  stessa  mente  di  Dio),  vogliono  quei  filosofi  che 
sian  derivate  le  altre  tre  specie  di  virtu  umane;  e  che  la  loro  effi- 
cacia  contro  le  passioni  non  soltanto  non  sia  uguale  a  quella  delle 
altre  virtu,  ma  che  parlando  di  esse  il  nome  stesso  di  passione  sia 
nefando  e  sacrilege  a  pronunciarsi.  Non  avevo  intenzione  di  par- 
lare  di  queste  ultime  virtu,  perche  non  hanno  niente  a  che  fare 
con  quello  che  stiamo  trattando :  ma  le  circostanze  avendomi  esor- 
tato  a  dir  qualche  cosa  sulle  virtu  politiche  e  purificatrici,  non  ho 
potuto  poi  sciogliere  e  separare  con  la  mia  penna  la  catena  qua- 
dripartita  che  Plotino  ha  con  tanta  arte  intrecciata. 

v.  Tu  vedi  con  quanti  giri  di  parole  e  in  quanti  modi  ho  cercato 
di  riconquistarmi  il  favore  degli  uomini  affaccendati.  Ma  ora  e 
tempo  di  porre  un  limite  a  queste  digressioni.  Torno  dunque  a  me 
stesso  e  alia  solitudine.  Oh  ne  avessi  assorbita  piu  a  fondo  la  vera  e 
intima  dolcezza,  per  parlarne  con  piu  sicurezza  con  te!  Chi  ha  un 
ingegno  profano  ha  ritegno  a  parlare  di  una  cosa  santissima.  E 
infatti,  chi  potrebbe  uguagliare  con  le  parole  cio  che  appena  afferra 
con  Pintuizione  ?  £  una  vita  divina  e  veramente  angelica  quella  di 
cui  un  omiciattolo  della  terra,  per  non  dire  di  terra,  vuol  parlare, 


344  DE  VITA   SOLITARIA  •    LIBER   PRIMUS 

nominis  captus,  famaque  rei  optime,  et  ut  vere  dicam,  odore  magis 
quam  sapore  delectatus.  Haud  aliter  quam  si  natus  in  silvis  pastor, 
et  in  silvis  educatus  sitim  fluvio  herbis  famem  sedare  silvestribus, 
humi  cibum  sumere  solitus  dumosoque  requiem  sub  antro,  casu 
aliquo  ad  amplissime  cuiuspiam  atque  opulentissime  urbis  mu- 
ros  accesserit  et,  dum  in  vestibule  fessus  sedet  oculosque  avide 
circumflectit  inque  urbem  ipsam  inicit,  custodum  domes  aut 
coherens  portis  angiportum  viderit;  exinde  reversus  in  silvas,  so- 
ciis  narret  quid  in  ea  urbe  conspexerit,  quid  in  atriis,  quid  in 
vicis,  quid  in  curia,  quid  in  foro,  quid  in  officinis  artificum,  quid  in 
thalamis  procerum,  quid  in  publicis  privatisque  consiliis  agatur. 
Aut  si  quia  primum  forte  religiosissimi  templi  limen  attigit,  id- 
circo  quicquid  amictuum  seu  vasorum  imis  penetralibus  abditum 
servatur,  cuntas  librorum  formas,  singula  sacerdotum  officia,  om- 
nes  sacrorum  cerimonias  nosse  putet.  Re  enim  vera  quantum  ego 
ab  huiuscemodi  pastore  differo,  nisi  quod  is  urbem  semel  adiit  aut 
templum,  ego  sepe  solirudinem;  is  exterius  substitit,  ego  introii; 
ille  mox  abiit,  ego  permansi  ?  Quid  tamen  ego  certius  novi,  qualis 
solitarie  vite  status  interior  sit  ?  Antra,  colles  et  nemora  eque  om 
nibus  patent;  nemo  arcet  intrantes,  nemo  pellit  ingressos,  de- 
serti  nullus  est  ianitor,  nullus  custos.  Sed  quid  locorum  solus  in- 
troitus,  quid  ambiti  vehunt  amnes,  quid  lustrate  iuvant  silve, 
quid  insessi  prosunt  montes,  si  quocunque  iero,  animus  me  meus 
insequitur,  talis  in  silvis  qualis  erat  in  urbibus?  Ille  ante  omnia 
deponendus,  ille,  in  quam,  ille  domi  relinquendus  erat,  suppli- 
citerque  poscendum  a  domino  ut  cor  in  me  crearet  mundum,  et 
spiritum  rectum  his  in  visceribus  innovaret.1  Turn  demum  vite 
solitarie  abdita  penetrassem.  Hec  enim  (quid  alieno  glorier?)  hec 
solitudo  utique,  non  solitaria  vita  est,  ea  scilicet  quam  suspiro, 
quamvis  exterius  simillima  videatur,  eque  hominum  turbis  educta, 
sed  non  eque  passionibus  expedita.  Vidissem  quenam  ilia  dulcedo 
ineffabilis  sanctarum  animarum,  quam  de  preteritorum  comme- 


i.  ut  cor..  .  innovaret:   cfr.  Psalm.,  50,  12:   «cor  mundum  crea  in  me, 
Deus  . . . ». 


LA   VITA    SOLITARIA   •    LIBRO   PRIMO  345 

preso  dallo  splendore  del  nome  e  dalla  fama  di  cosa  magnifica,  e  in 
verita  allettato  dall'odore  piu  che  dal  sapore.  £  come  se  un  pastore 
nato  nei  boschi,  e  nei  boschi  awezzato  a  placare  la  sete  con  Pacqua 
di  un  fiume,  la  fame  con  Perbe  selvatiche,  a  prendere  il  cibo  se- 
duto  per  terra,  a  riposarsi  sotto  un  antro  coperto  di  rovi,  si  fosse 
awicinato  per  caso  alle  mura  di  una  citta  grandissima  e  ricchis- 
sima:  e  sedendo  stanco  nelPingresso,  guardando  avidamente  in- 
torno  a  se,  avesse  lanciato  un'occhiata  nella  citta  e  avesse  visto  la 
casa  del  custode  o  un  angiporto  adiacente  alle  mura;  tomato  poi 
nei  suoi  boschi,  pretendesse  di  raccontare  ai  compagni  cio  che  ha 
visto  in  quella  citta:  quel  che  si  fa  nelle  case,  nelle  strade,  nella 
curia,  nei  Foro,  nelle  officine  degli  artigiani,  nelle  abitazioni  dei 
nobili,  nelle  adunanze  pubbliche  e  private.  0  se  per  aver  toccato 
una  volta  la  soglia  di  un  tempio  sacro,  pretendesse  di  conoscere 
tutte  le  vesti  o  i  vasi  che  vi  si  conservano  negPimi  penetrali  nasco- 
sti,  tutte  le  specie  di  libri,  i  singoli  uffici  dei  sacerdoti,  tutte  le  ceri- 
monie  sacre.  In  realta  che  differenza  passa  fra  me  e  quel  pa- 
store,  se  non  questa,  che  quello  si  e  awicinato  una  sola  volta  alia 
citta  o  al  tempio,  io  spesso  alia  solitudine  ?  che  quello  si  e  fermato 
fuori,  io  sono  entrato?  che  quello  se  n'e  andato  subito,  io  sono 
rimasto?  E  tuttavia  so  io  forse  piu  esattamente  quale  sia 
Pintima  condizione  della  vita  solitaria  ?  Antri,  colli,  boschi,  sono 
ugualmente  aperti  a  tutti,  nessuno  respinge  chi  vuol  entrare, 
nessuno  scaccia  chi  e  entrato,  non  vi  e  nessun  portiere,  nessun 
custode  del  deserto.  Ma  a  che  mi  serve  Pessere  entrato  da  solo  in 
quei  luoghi,  che  cosa  mi  apportano  i  fiumi  di  cui  ho  seguito  il 
corso,  che  mi  giova  aver  perlustrato  le  foreste,  che  utile  mi  reca 
aver  scalato  i  monti,  se  il  mio  animo  mi  segue  dovunque  io  vada, 
non  diverso  nei  boschi  da  quello  che  era  nelle  citta?  Questo 
dovevo  abbandonare  prima  di  ogni  altra  cosa,.  questo,  questo 
dovevo  lasciare  a  casa,  e  supplicare  il  Signore  di  crearmi  un  cuore 
puro  e  di  rinnovarmi  Panimo  in  questa  carne  e  di  renderlo  retto. 
Allora  avrei  penetrate  finalmente  i  segreti  della  vita  solitaria: 
che  questa  (perche  vantarmi  di  cio  che  non  mi  appartiene?) 
e  solitudine,  non  e  propriamente  la  vita  solitaria—  quella,  s'in- 
tende,  cui  io  aspiro  —  pur  somigliandole  moltissimo  nell'aspetto : 
e  altrettanto  appartata  dalla  folia,  ma  non  altrettanto  libera  dalle 
passioni.  Avrei  conosciuto  allora  quelPineffabile  dolcezza  che  le 
anime  sante  provano  nei  ricordo  dei  passati  pericoli  e  nelPattesa 


346  DE  VITA   SOLITARIA  •    LIBER  PRIMUS 

moratione  discriminum  et  venturi  gaudii  expectatione  percipiunt, 
sive  quibus  triumphatus  hostis,  sive  quibus  sepe  quidem  victus, 
sed  vincendus  adhuc,  et  in  acie  nunc  etiam  standum  est,  non  sine 
spe  certa  victorie,  militandumque  non  solis,  sed  suffultis  angelico 
comitatu;  et  quibus  indutis  armaturam  Dei  loricamque  iustitie, 
ut  verbo  utar  Apostoli,1  munitis  scuto  fidei,  gladio  spiritus  et  sa- 
lutis  galea,  adversus  principes  et  potestates,  adversus  mundi  recto- 
res  tenebrarum  harum,  iterum  atque  iterum  nullo  quidem  spectan- 
te  mortalium  sed  celicolarum  maximo  consensu,  et  eximio  omnium 
favore,  Cristoque  lesu  spectaculis  presidente  pugnandum  est. 
Quenam  ilia  suspiriorum  quies  de  profimdis  ad  excelsa  tenden- 
tium,  fatigato  animo  gratissima;  quenam  suavitas  lacrimarum  de 
purissimo  cordis  fonte  cadentium ;  quenam  militum  Cristi  vigilie 
excubieque  psalmorum  in  turribus  lerusalem,  et  in  propugna- 
culis  Sion  adversus  exercitum  Babilonis,  tota  nocte  canentium 
vallumque  et  castra  servantium,  loco  arduo  et  munito,  ubi  nee 
pabulum  desit  nee  aquatio,  ubi  fidant  hostibus  insidiis  tentari  se 
posse  non  obrui;  eoque  se  gratie  subvectos,  ut  ferocissimi  hostis 
incursus  ipsis  obsequium  supplicium  illi  sit,  ut,  qui  saluti  iam 
amplius  non  obest,  sepe  prosit  ad  gloriam,  exercendoque  fiat 
cautior  militia,  fortior  victoria,  clarior  triumphus  Cristi  pugilum 
in  vite  huius  agone  certantium.  Quod  illud  solatium,  quanta  iu- 
cunditas  gaudere  presentibus,  sperare  meliora :  pro  brevi  solitudine 
hominum  perpetuam  frequentiam  angelorum  et  divini  vultus 
aspectum  —  ubi  totius  sacre  concupiscentie  et  desideriorum  om 
nium  est  finis  —  pro  paucis  lacrimis  interminabilem  risum,  pro 
temporalibus  ieiuniis  eterna  convivia,  pro  voluntaria  paupertate 
inestimabiles  verissimasque  divitias,  pro  incolatu  silvarum  ius 
civitatis  etheree,  pro  fumoso  tugurio  stellantia  Cristi  palatia,  pro 
agresti  silentio.cantus  angelicos  et  celestis  dulcedinem  armonie, 
queque  omne  melos  excesserit  illam  Dei  vocem,  tot  transactis 
laboribus,  suos  eternam  in  requiem  evocantis ;  proque  his  omnibus 
sponsorem  veracissimum  ac  locupletissimum  habere;  cogitare 
quotidie :  «  quid  est  quod  reliqui,  quid  est  quod  secutus  sum,  quale 
est  quod  patior,  quale  quod  expecto,  quantum  est  quod  sevi,  quan- 


i.  verbo  .  . .  Apostoli:  Paolo,  /  Thess.,  5,  8: